Volume: la fragola

Sezione: paesaggio

Capitolo: fragola in Emilia-Romagna

Autori: Gianluca Baruzzi, Walther Faedi

In Emilia-Romagna, come in altre regioni fragolicole che in seguito sarebbero diventate quelle tipiche di produzione a livello nazionale, la coltura si sviluppò fortemente a partire dal dopoguerra per via della crescente richiesta, sia dei mercati esteri sia di quelli interni. Fin dai primi anni, in questa regione vennero investite notevoli superfici e già nel 1° Convegno Nazionale della Fragola, tenutosi a Verona nel 1961, veniva riportato che l’Emilia-Romagna era la regione leader a livello nazionale per questa coltura. Le province di Bologna e Ferrara fornivano il maggior contributo agli allora stimati 2000 ha regionali con una produzione di quasi 14.000 t. La fragola si inserì profondamente nel paesaggio rurale di queste zone e in breve tempo si realizzò il passaggio dalla coltura promiscua (in genere poliennale) a quella specializzata a ciclo annuale. Infatti la coltura, dapprima confinata negli orti e in appezzamenti marginali, assunse carattere industriale in particolare nelle aree collinari del Bolognese (valli del Santerno, del Sillaro e dell’Idice) spingendosi anche fino a 400 m di altitudine. Inizialmente si sviluppò spesso in consociazione al pesco, all’albicocco e al vigneto e la sua diffusione, con la varietà Madame Moutot, raggiunse un livello tale che la fragola venne definita come “pianta colonizzatrice della collina imolese”. Nel Bolognese, in particolare all’inizio degli anni ’60, la coltura raggiunse la ragguardevole superficie di 1500 ha e passò da coltura secondaria a specializzata, di “sicura base economica”, come riportato negli indirizzi di saluto del II Convegno Nazionale della Fragola (Imola, 1962), e in grado di “temperare l’abbandono delle terre collinari”. Nel corso degli anni ’60 la coltura della fragola si espanse notevolmente in Emilia-Romagna giungendo a superare i 5000 ha alla fine del decennio (oltre il 50% della superficie nazionale), confermandosi fortemente concentrata nelle province di Bologna e Ferrara. Nel corso degli anni ’60 la coltura si affermò anche in provincia di Forlì e in particolare nel cesenate dove lo sviluppo iniziale avvenne parallelamente alla forte espansione del pesco, a cui la fragola veniva consociata nei primi anni di impianto, sebbene non mancassero fin dall’inizio fragoleti specializzati, realizzati in pieno campo. L’area cesenate progredì velocemente e alla fine degli anni ’60 era già uno dei principali bacini di produzione a livello nazionale con una superficie coltivata pari a circa 1/5 di quella nazionale (circa 10.000 ha). L’elemento decisivo per raggiungere questa posizione di supremazia della fragolicoltura romagnola fu il fattore tecnico. Avvertita l’importanza economica della coltura, la rapida affermazione delle associazioni dei produttori, organizzati nei movimenti cooperativi, favorì l’altrettanto rapida acquisizione delle innovative tecniche di coltivazione attraverso un’assistenza tecnica capillare, quanto mai necessaria in quest’area caratterizzata da realtà aziendali per la maggior parte a conduzione direttocoltivatrice (82%) e di medio-piccole dimensioni. La superficie aziendale non superava, in media, i 4 ha e i fragoleti occupavano circa 0,4 ha (10% della superficie aziendale), dati analoghi alla realtà attuale. L’aspetto tecnico più importante fu sicuramente l’irrigazione che consentì la piena affermazione della coltura annuale con piantagione estiva in luglio-agosto, tecnica che richiede elevati apporti idrici sia per favorire l’attecchimento delle piantine al momento dell’impianto sia al fine di garantire elevati standard produttivi nella primavera successiva. Anche la diffusione della pacciamatura delle prode con film di polietilene nero incise profondamente sul successo della coltura, incrementandone le rese produttive. Nel corso degli anni ’70 nel Bolognese la fragolicoltura subì un forte ridimensionamento, che determinò la complessiva diminuzione delle superfici regionali, mentre nel Ferrarese e nel cesenate se ne registrava una sostanziale tenuta, frutto anche dell’elevata specializzazione. La contrazione delle superfici coltivate in Emilia-Romagna coincise con l’avvio del cosiddetto processo di meridionalizzazione della coltura, che portò negli anni successivi a un inarrestabile calo degli investimenti regionali, particolarmente accentuato e veloce nel Ferrarese (–750 ha nel triennio 1979-’81), e a un aumento delle superfici negli ambienti meridionali. Le cause della crisi erano principalmente di ordine economico, tenuto conto del crescente aumento dei costi di produzione e della conseguente diminuzione dei realizzi dei produttori. Questi problemi furono segnalati per la prima volta nella relazione di apertura di un Convegno tenutosi a Ferrara nel 1979. Negli anni successivi la coltura praticamente scomparve nelle aziende condotte in economia, più diffuse nel Ferrarese, permanendo solo in quelle a conduzione familiare, più tipiche del cesenate, nonostante la remunerazione della manodopera familiare impiegata fosse decisamente inferiore a quella prevista dalla vigente contrattazione salariale. Ulteriori preoccupazioni per il futuro della fragolicoltura regionale venivano anche da altri elementi negativi, in particolare dal cosiddetto collasso delle piante della cultivar dominante Gorella, per cui si avvertiva l’esigenza di un profondo rinnovamento varietale. I segnali di declino della coltura furono immediatamente captati dalla Regione Emilia-Romagna che, in difesa di una coltura così importante, finanziò un’azione di miglioramento genetico, tuttora in essere, finalizzata a ottenere cultivar a maturazione precoce e intermedia in grado di sostituire Gorella e Pocahontas, puntando decisamente sulla resistenza ai patogeni dell’apparato radicale, principali responsabili del collasso. Si può affermare che le prime varietà ottenute nell’ambito di questo progetto (Addie, Cesena e Dana, 1982) salvarono la fragolicoltura romagnola, dandole un nuovo impulso e consentendo di ridurre le perdite di superfici. Queste cultivar dominarono lo standard varietale per più di un decennio. Vanno evidenziati anche gli straordinari risultati ottenuti da questo programma, in termini di aumento di pezzatura del frutto, che hanno consentito di aumentare significativamente la resa oraria di raccolta e quindi di ridurre il fabbisogno di manodopera. Comunque gli anni ’80 sancirono la perdita della leadership nazionale della fragolicoltura emiliano-romagnola, mai più riconquistata; il calo delle superfici è stato pressoché continuo negli anni successivi e fino a 3-4 anni fa, quando gli investimenti a livello regionale sembravano essersi stabilizzati sui 350 ha. Invece l’annata molto negativa del 2009 ha determinato un ulteriore forte ridimensionamento degli impianti le cui estensioni sono scese agli attuali 283 ha (–18% in un solo anno; fonte CSO-Ferrara). La coltura si è sempre più concentrata nel cesenate, dove la fragola fornisce ancora una seppur limitata fonte di reddito, nelle diffusissime piccole aziende diretto-coltivatrici a indirizzo frutticolo in cui l’apporto di manodopera extra-aziendale è del tutto limitato alle fasi della raccolta. Un’indagine recentemente condotta ha confermato i dati precedenti: le aziende fragolicole sono poco più di un migliaio e coltivano in media appezzamenti di estensione pari a 0,3 ha. La coltura è diffusa principalmente in pieno campo (70% della superficie); il cesenate rappresenta l’unica area italiana in cui la protezione della coltura non è prevalente, esponendo il raccolto a forte rischio ambientale poiché le frequenti piogge primaverili arrecano spesso gravi danni ai frutti. Questa caratteristica di unicità distingue da sempre la fragolicoltura romagnola. Infatti, la coltura protetta, comparsa nel corso degli anni ’70 come aspetto tecnico estremamente innovativo soprattutto per l’anticipo della maturazione dei frutti è stata adottata in aziende via via sempre più piccole poiché richiede un elevato fabbisogno di manodopera (circa il 25% in più rispetto al pieno campo) e si è progressivamente ridotta in seguito all’incremento delle produzioni meridionali, che si ponevano spesso in forte concorrenza sui mercati abbassandone i prezzi di vendita. Il tunnel tradizionale cesenate protegge i fragoleti anticipandone la produzione di circa 20-25 giorni rispetto al pieno campo e consente una maggiore sanità dei frutti e una riduzione dei trattamenti antiparassitari, attraverso un’attenta gestione delle aperture e quindi degli arieggiamenti. È proprio nelle colture protette del cesenate che si sono inizialmente sviluppate le tecniche di produzione integrata attualmente regolamentate da appositi Disciplinari di Produzione Integrata della Regione Emilia-Romagna. Il tunnel tradizionale cesenate è una struttura ad archi piuttosto economica: è lungo circa 100 m, largo 5 m e alto, al colmo, 2 m ed è coperto a fine gennaio in genere con film plastici di EVA additivato. L’arieggiamento dei tunnel viene effettuato attraverso le aperture laterali delle pareti (con arrotolamento manuale del film) e consente un corretto equilibrio fra temperatura e umidità all’interno, condizione che è alla base anche di una perfetta fecondazione dei fiori e di una limitata insorgenza di marciumi sui frutti. Negli ultimi anni si sta registrando la tendenza a proteggere tardivamente i fragoleti dalla pioggia, senza influenzare l’epoca di maturazione, come invece avviene per le protezioni tradizionali messe in opera più anticipatamente. Si tratta di tunnel multipli, molto utilizzati in altre aree settentrionali (Veronese), posti in opera verso la fine della fioritura dei fragoleti per proteggere la fruttificazione dalle piogge primaverili. Questo tipo di tunnel è privo di spondine laterali e di chiusura delle testate in modo da consentire il più ampio arieggiamento delle piante. In questo modo l’effetto serra è molto limitato e l’anticipo di maturazione, rispetto al pieno campo, è di circa una settimana. Significativo nel cesenate è l’utilizzo del tessuto non tessuto per coprire a fine febbraio i fragoleti in pieno campo, dopo la pulizia del fogliame. Il film viene rimosso all’inizio della fioritura, avendo cura di ripristinarlo nelle giornate in cui si possono verificare brinate primaverili notturne e mattutine. Questa protezione consente un anticipo di maturazione di circa una settimana. La fragolicoltura romagnola è dominata da varietà a maturazione precoce o intermedia, seppure in passato abbiano avuto un ruolo significativo anche varietà a maturazione tardiva come Idea. Considerando le varietà precoci, ad Addie, che ha dominato lo standard varietale fino alla metà degli anni ’90, è seguita Miss (fine ’90 e inizio 2000) mentre negli ultimi anni si è sempre più affermata Alba, che attualmente caratterizza quasi la metà dei fragoleti romagnoli. Tuttavia l’utilizzo di varietà a maturazione precoce in pieno campo aumenta i rischi di danni provocati dai piuttosto frequenti ritorni di freddo in primavera. L’impiego di varietà a maturazione intermedia – come Marmolada e Onda, molto diffuse in passato, e Roxana e Tecla, diffuse attualmente – è finalizzato a evitare questo rischio consentendo anche maggiori livelli produttivi grazie alla notevole pezzatura dei frutti. Va comunque precisato che lo standard varietale è diversificato secondo il tipo di coltura: ovviamente in coltura protetta vengono coltivate quasi esclusivamente le varietà a maturazione precoce, mentre in pieno campo sono coltivate anche le varietà a maturazione intermedia o tardiva. La fragolicoltura romagnola fornisce tradizionalmente un flusso produttivo concentrato unicamente nei tre mesi primaverili: da metà aprile a metà maggio in coltura protetta, da metà maggio alla prima decade di giugno in pieno campo. Le piante delle varietà unifere tradizionalmente coltivate esauriscono la fruttificazione in soli 25-30 giorni e solo nelle annate con clima primaverile mite alcune cultivar possono avere un secondo flusso produttivo (bifere). Una delle cause delle fortissime contrazioni della fragolicoltura nelle aree romagnole è la sua sovrapposizione con le produzioni di altre realtà fragolicole, come quelle meridionali che con l’utilizzo di piante fresche forniscono un flusso produttivo molto lungo, esteso da dicembre a giugno. L’ampliamento del periodo di raccolta è sicuramente un’arma vincente per far fronte alla crisi del settore: va sottolineato che in Romagna, a parte rarissimi tentativi, non si è mai affermata la cosiddetta coltura autunnale, tradizionalmente adottata nel Veronese, che consente un doppio ciclo di fruttificazione: il primo in autunno appena 50-60 giorni dopo la piantagione e il secondo nella primavera successiva. È con l’obiettivo di prolungare il periodo produttivo che anche in Romagna si stanno diffondendo i primi impianti di cultivar rifiorenti in grado di fornire un flusso produttivo per tutti i mesi estivi, fino ai primi freddi autunno-invernali. Le superfici investite con questa tecnica sono ancora modeste, ma la tendenza è quella di incrementarne l’estensione al fine di creare aziende fortemente specializzate e in grado di produrre fragole per lunghi periodi.

 


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