Volume: il riso

Sezione: storia e arte

Capitolo: forme e pratiche rituali

Autori: Piercarlo Grimaldi, Battista Salu

Ciclo produttivo del riso

Le scienze etnoantropologiche hanno ampiamente documentato e analizzato il ciclo produttivo del riso. In particolare l’attenzione scientifica è stata rivolta alla cultura materiale della risaia che caratterizza un’ampia parte del territorio della Pianura Padana ed è stata documentata attraverso ricerche che in periodi differenti hanno riportato alla luce i saperi della tradizione. Un contributo in tale direzione è offerto dalla ricerca condotta da Paul Scheuermeier, linguista che condusse una capillare indagine in Italia nel corso di più lustri, a partire dal 1919 per giungere al 1935. La sua opera è stata tradotta e pubblicata in Italia solo nel 1980, con il titolo Il lavoro dei contadini. Con questo impegnativo lavoro il ricercatore svizzero consegna un’indagine interdisciplinare che apporta un ampio, articolato e originale contributo alla conoscenza linguistica ed etnografia della cultura materiale della giovane nazione italiana. Ricostruisce i principali cicli produttivi agricoli e le attività domestiche che definiscono l’universo materiale della cascina. Il patrimonio fotografico prodotto da Scheuermeier rappresenta il mondo rurale indagato. Tale documentazione iconografica risulta ancor più preziosa perché lo studioso l’accompagna con essenziali ma puntuali descrizioni linguistiche ed etnografiche. In questo ampio contesto si colloca anche l’indagine sul lavoro in risaia. Le fotografie e le analitiche didascalie riguardanti la comunità di Desana, nel Vercellese, illustrano la pulitura del riso e descrivono analiticamente questa fase di lavoro indicando i termini dialettali. Il materiale è in corso di stampa nel quadro di una ricerca che ordina e pubblica tutti i documenti inediti prodotti da Scheuermeier relativi al Piemonte. Il ciclo colturale del riso è, quasi certamente, uno degli aspetti tra i più documentati dall’Istituto Luce. Un’indagine condotta presso l’archivio romano ci ha permesso di comprendere e documentare il vasto materiale filmico che ricostruisce il lavoro della risaia. Al di là della retorica che accompagna le immagini e che ha caratterizzato il lavoro dell’istituto, la documentazione è interessante. Essa permette di comprendere le singole fasi del ciclo produttivo e di analizzare le innovazioni intervenute negli attrezzi e nelle tecniche produttive. Il film Riso amaro di Giuseppe De Santis, realizzato nel 1949, sembra, in alcune scene, la citazione neorealista di documentari dell’Istituto Luce. Gli stessi musei contadini che sono sorti sul territorio nazionale negli ultimi decenni espongono e documentano con puntualità ed esaustività gli attrezzi che hanno scandito i tempi del lavoro tradizionale del ciclo del riso. Minore attenzione è stata riservata alla cultura immateriale che caratterizza il lavoro connesso alla risaia. È probabile che il maggior interesse riservato alla cultura materiale trovi una ragione nell’epico lavoro delle mondine che oggi è ancora parte dell’immateriale popolare della nazione. Le donne provenienti da diverse regioni italiane per quaranta giorni andavano a mondare il riso “con la testa nell’acqua e il culo per aria”: così icasticamente e realisticamente le rappresenta Sebastiano Vassalli. Un lavoro che cominciava all’alba e terminava al tramonto, un tempo e uno spazio definiti caratterizzati dallo sfruttamento femminile, dalle rivolte sindacali delle donne, dall’alterità del loro comportamento a questa condizione drammatica. Queste le ragioni per cui probabilmente gli antropologi hanno lavorato soprattutto in questa direzione. La questione sociale ed economica connessa a questa specifica fase produttiva del riso si è imposta, da un lato, sugli altri altrettanto importanti temi che il fenomeno suscitava, indirizzando il lavoro di ricerca e di documentazione antropologica verso la ricostruzione analitica del ciclo produttivo. Il canto popolare delle mondine che si levava libero nei quaranta giorni della risaia e che scandiva il tempo del lavoro, della protesta e della nostalgia per la casa lontana ha, dall’altro, egemonizzato gli studi riguardanti l’immateriale antropologico della risaia. Una ricerca condotta nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta da Sergio Liberovici ed Emilio Jona, volta a raccogliere questi canti, è stata recentemente pubblicata. In questo importante lavoro si fornisce il repertorio più esaustivo dei canti di risaia e una puntuale analisi del quadro storico, sociale ed economico in cui si svolge l’epica vicenda, sino alla comparsa dei prodotti chimici che hanno reso silenziose le terre d’acqua. Il lavoro che segue vuole offrire un contributo alla ricostruzione del calendario contadino delle risaie analizzando un frammento di rito che ancora si può ritrovare decontestualizzato nelle campagne del presente, a partire da una recente indagine, Riso: produzione, lavorazione, tradizioni e sviluppo locale, che ha dedicato vasto spazio alla ricostruzione del ciclo produttivo del riso e al sistema cerimoniale a esso connesso. L’esito dell’indagine sul terreno ha evidenziato il persistere della memoria di una complessa ritualità contadina tendente a favorire la buona annata agraria e la fertilità della terra. Si tratta di saperi popolari trasmigrati dal più antico universo cerealicolo e adattati alla nuova coltivazione risicola che si è impossessata di queste terre favorevoli all’acqua. L’indagine sul terreno è stata condotta in una specifica area e precisamente nelle comunità rurali di Fontanetto Po, di Carisio e di Crescentino in provincia di Vercelli, e di Villanova Biellese in provincia di Biella. Le interviste hanno evidenziato la presenza di frammenti di un magismo contadino che si concretizza in oggetti e pratiche rituali. Per ritrovare questi dispersi saperi immateriali, l’indagine ha documentato, attraverso interviste e la realizzazione di filmati, il calendario produttivo e cerimoniale contadino nelle singole fasi del lavoro. Nell’analizzare il ciclo produttivo si sono rilevati, ovviamente, profondi cambiamenti nella conduzione delle campagne dovuti all’introduzione di nuove tecniche di coltura, alla diffusa meccanizzazione, all’impiego di diserbanti chimici e a coltivazioni di nuove varietà di riso. Connesso al forte processo di modernizzazione della risaia, il calendario rituale subisce anch’esso una radicale trasformazione. È stato però possibile recuperare sul territorio, soprattutto nella memoria degli anziani agricoltori, alcuni frammenti, gli epigoni di un complesso sistema rituale che ci permette di ricostruire, di riportare alla luce, un sapere mitico rilevante. In questo quadro calendariale tradizionale intendiamo, di seguito, analizzare le forme e le pratiche rituali connesse al tempo del raccolto. Nel corso dell’indagine abbiamo trovato oggetti cerimoniali realizzati con le spighe di riso raccolte dalla ghirlanda esterna della piana, prima che le macchine trebbiatrici inizino il raccolto e alcune espressioni formulari che invitano al rispetto del calendario della mietitura: il lavoro di raccolta non deve iniziare mai di lunedì. Negli oggetti rituali prodotti con il cereale si materializza l’auspicio di fertile continuità della vita oltre la morte. Questo magismo contadino connesso ai raccolti è stato ampiamente attestato da Ernesto de Martino analizzando le società cerealicole tradizionali del Sud. In Piemonte, a partire da decontestualizzati frammenti rituali, solo recentemente si è ricostruito il mito dello spirito del grano, del pianto funebre che il contadino ritualizza nel momento in cui, con la falce in pugno, comincia a mietere le messi e si percepisce come datore di morte. Attraverso dispositivi rituali, come quello di allontanare la quaglia che rappresenta il sacrificio dello spirito vegetale presente nel campo di grano, egli supera cerimonialmente la datità del gesto messorio. Vediamo ora di approfondire alcuni dei tratti rituali connessi al ciclo produttivo del riso, documentati nelle campagne oggetto della nostra indagine.

Pratiche rituali

Nelle case rurali delle terre d’acqua è possibile trovare ancora, appese alle pareti domestiche, particolari composizioni realizzate con pannocchie di riso raccolte prima della mietitura. I culmi del riso sono raccolti a mano, preferibilmente da piante di varietà a stelo lungo come il “Sant’Andrea” e vengono staccati all’intersezione dell’ultimo nodo della pianta, quello più prossimo alle cariossidi. Al fine di conferire maggiore flessibilità, gli steli sono lasciati alla rugiada per un paio di notti, prima di iniziarne l’intreccio. Il “cestino” è un manufatto antropomorfo a forma di ‘bambola’. provvisto di busto e di braccia. Queste ultime originano dalle spighe impiegate per comporre la prima corona dell’intreccio. Nella parte inferiore le pannocchie di riso che ricadono si allargano a formare una lunga gonna. Per realizzare l’oggetto occorrono una settantina di steli che si intrecciano partendo da due-quattro peduncoli di cereale annodati a punto festone, in cui vengono inseriti, via via che si procede nell’orditura, nuovi gambi. Con le pannocchie iniziali si forma il primo braccio dell’oggetto e, tessendo a parte altri due-sei steli, si costruisce il manico e il secondo braccio. Alla fine, dopo aver conferito al lavoro la forma di cerchio, grazie anche all’ausilio di un sottile filo metallico e di un semplice spago, il cestino viene adornato con nastri variopinti e con coccarde colorate di raso a fettuccia. L’oggetto rituale può essere anche realizzato a forma di “ventaglio” e di “ala”, ottenuto con lo stesso procedimento del “cestino”. Alla fine dell’esecuzione non viene chiuso a forma di circonferenza, lasciando il manufatto disteso, piatto, simile a quello di un ventaglio, impreziosito, anche in questo caso, da coccarde di stoffa e da nastri multicolori.

Ritmi lunari

Che il mondo contadino tradizionale fosse intimamente connesso ai ritmi lunari è cosa risaputa. Uomini, animali, alberi sono regolati dalla luna che ogni giorno è sempre diversa. Le attività agricole sono sempre state governate dalle lunazioni: a seconda delle fasi si semina e si raccoglie, si potano e si tagliano gli alberi, si vendemmia e si travasa il vino novello. Secondo i saperi popolari la stessa nascita di un figlio viene ancora computata in base alla luna, vale a dire che il parto avviene sempre nei giorni successivi “la luna compiuta”, ossia la luna vecchia. In questo contesto cognitivo contadino in cui si incontrano e si scontrano logiche colte e logiche popolari, il lunedì era dedicato alla luna. Si può riscontrare l’importanza di questo giorno anche dalla diffusione di prescrizioni e di elementi formulari simili, presenti in tempi e luoghi differenti. Prescrizioni analoghe, è risaputo, sono previste anche per altri giorni della settimana. Per esempio il martedì e il venerdì non sono adatti per contrarre matrimonio e intraprendere un viaggio. Nelle campagne la tradizione del lunedì sopravvive nonostante la cristianizzazione che impone il rispetto della domenica. Un esempio prossimo all’area d’indagine è fornito dallo Statuto concesso il primo febbraio 1410 dal vescovo di Ivrea, Bonifacio della Torre, alla Villa di Andrate, piccolo centro montano al confine tra le province di Biella e di Torino, in cui si stabilisce “la multa di due soldi imperiali” per “chiunque lavori la domenica e nei giorni di festa della Beata Vergine, degli Apostoli, di San Giovanni e di San Lorenzo”. Nelle terre d’acqua delle province di Biella e di Vercelli non è difficile vedere macchine agricole al lavoro in tutti i giorni della settimana, domenica e giorni festivi compresi ma, secondo un’usanza radicata tra gli anziani, i principali lavori dei campi non iniziano mai di lunedì. Si tratta di una regola consuetudinaria che viene osservata soprattutto per l’inizio della mietitura, poiché si ritiene che, disattendendo questa norma orale, il padrone muoia entro l’anno. La prescrizione, diffusa nel territorio della risaia piemontese, si rileva pure nell’Oltrepò Pavese. In entrambi i casi vige il divieto di iniziare a mietere di lunedì per scongiurare la morte del proprietario del fondo. Nella documentazione fotografica di Franco Pinna condotta nelle campagne cerealicole del Sud d’Italia sotto la direzione di Ernesto De Martino, si può vedere la preziosa sequenza in cui il padrone dei campi viene ritualmente ucciso attraverso una danza con falci messorie che lo privano via via dei vestiti. Il rituale, seppur apparentemente lontano dall’espressione formulare raccolta durante la ricerca nelle risaie, appartiene allo stesso sistema segnico, allude in qualche modo, a un detto popolare piemontese: “Il lunedì muore il padrone”. A questa espressione fa seguito il comportamento adottato da moltissimi contadini di dare inizio a una sorta di pre-mietitura nel giorno del riposo domenicale, anche preparando le macchine trebbiatrici. Nelle campagne di Carisio la consuetudine si applica anche ad altri importanti lavori agricoli come l’aratura e la semina, che vanno iniziati in giorni della settimana diversi dal lunedì.

Riti agrari

In riti agrari diffusi nell’Europa della tradizione, alcuni animali venivano sacrificati alla fine della mietitura e il loro sangue versato nei campi per fertilizzare la terra e favorire il raccolto successivo. Le loro carni venivano poi consumate in un banchetto rituale. Queste pratiche vennero sostituite da altre meno cruente, come la raccolta di alcune spighe da conservare in cascina. Il sacrificio vegetale subentra a quello animale che, a sua volta, avrebbe sostituito il più drammatico sacrificio umano. Il taglio dei cereali è sempre stato associato a riti di morte, nei quali vittime sacrificali sono gli spiriti animali che abitano le spighe del grano. Attraverso la morte e l’uccisione rituale che depotenzia il valore simbolico del raccolto è possibile garantire la rinascita vegetale della natura e avere la certezza che il nuovo ciclo agrario ritornerà a prosperare. Nella campagna vercellese, accanto a un sacrificio vegetale che allude alla morte rituale del padrone che inizia i lavori il lunedì, troviamo ancora un frammento di un più complesso e vasto sistema rituale che allude al sacrificio animale. James George Frazer nel noto studio Il ramo d’oro ci aiuta a cogliere un nesso fra questi due sistemi simbolici. “Uno speciale mazzo di spighe, generalmente l’ultimo lasciato in piedi, è concepito come il collo dello spirito del grano che viene di conseguenza decapitato quando si taglia il mazzo. Similmente il nome ‘collo’ o ‘collo del papero’ si dava comunemente all’ultimo ciuffo di spighe lasciato in piedi in mezzo al campo quando tutte le altre erano tagliate. S’intrecciava ben bene questo ciuffo e i mietitori stando lontani dieci o venti passi gli tiravano dentro i falcetti. Chi riusciva a tagliarlo, si diceva che aveva tagliato il collo del papero. Il ‘collo’ veniva portato alla moglie del padrone che doveva tenerlo in casa come portafortuna fino alla mietitura seguente”. Del sacrificio animale il territorio d’indagine conserva ancora attestazioni attive. A Fontanetto Po, terra di risaia, si pratica ancora la festa del col a l’oca che si effettua ogni anno nel giorno del sabato grasso. Vi partecipano e l’organizzano i giovani coscritti che compiono il diciannovesimo anno di età e che ricevono l’incarico dai loro predecessori, i giovani della leva uscente. I nuovi cusnà, ottenute le “consegne”, organizzano durante l’intero anno serate da ballo e feste nel paese. Con l’aiuto dei genitori, dei parenti e degli anziani, la mattina della festa vengono prelevate e macellate altrettante oche quanti sono i coscritti. In passato erano impiegati indifferentemente galli o anatre, a seconda della disponibilità. Nel pomeriggio della festa, nascosti dentro il carro appositamente allestito, sfilano per le vie principali del paese, mostrando gli animali che saranno successivamente issati, uno alla volta, a una fune sulla strada antistante il municipio. Quando il carro viene fatto passare sotto l’oca appesa, un solo coscritto si leva e, con gesto rapido, stacca la testa del volatile lanciandola in mezzo alla folla. L’atto si ripete tante volte quanti sono i coscritti. Alla fine della manifestazione, le oche vengono cucinate e consumate con polenta in umido durante un pranzo collettivo. Secondo alcune testimonianze, in queste campagne, la festa del col a l’oca doveva essere assai diffusa. Il giorno del martedì grasso, infatti, un analogo cerimoniale sacrificale veniva effettuato nel limitrofo comune di Lamporo. Don Francesco Ottavis, dal dopoguerra parroco della locale chiesa, ci informa della grande partecipazione dei suoi parrocchiani per concorrere al taglio della testa di animali da cortile, per lo più galli, oche e qualche volta tacchini, tutti animali vivi legati a una corda tesa tra due balconi prospicienti la via adiacente la chiesa. Montati in sella i fantini dovevano staccare la testa dell’animale per meritarsi l’ambito premio che, opportunamente cucinato, allietava una festa collettiva che proseguiva fino alla domenica successiva. Una conferma dell’importanza rituale dell’oca è data dalla raffigurazione dell’animale all’interno di un edificio sacro di Fontanetto Po. Nella chiesa della Confraternita della Santissima Trinità è possibile ammirare un dipinto di grandi dimensioni, attribuito a Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, un pittore del Seicento attivo in questo territorio. Nel quadro intitolato Invenzione della Santa Croce sono raffigurati Dio Padre, una colomba al centro, poggiata sul braccio della croce a forma di T e Gesù appeso al legno. Ai due lati, san Carlo Borromeo e san Bononio. In basso i confratelli incappucciati di rosso e due offerenti. Sotto la croce le nuvole raccordano il mantello del Padre con il paesaggio. A uno sguardo attento la nuvola in basso, a sinistra di chi guarda, ha la forma di un’oca con gli occhi chiusi e con il becco generato dalle dita (l’anulare e il mignolo) della mano destra di san Bononio. Il pittore, mimetizzando l’animale all’interno della scena tragica della morte di Gesù, potrebbe aver voluto tramandare la testimonianza dell’importanza del rito, certamente attivo in quegli anni. Osservando un più ampio settore del territorio circostante la risaia vercellese, ritroviamo il rito dell’oca a Mortara. Qui, con cadenza annuale, l’ultima domenica di settembre si tiene il tradizionale, innocuo palio disputato tra le contrade cittadine che mettono in scena un gigantesco “gioco dell’oca” composto da cinquanta caselle. A ogni lancio di dardo, scagliato da un arciere contro un bersaglio numerato, a seconda del punteggio ottenuto, vengono mosse le pedine umane lungo un percorso stabilito. Immancabili i piatti a base d’oca che sono i veri protagonisti delle numerose bancarelle allineate lungo le vie del centro. Anche nel vicino Monferrato, a Quargnento, si tiene il palio dell’oca, che consiste in una sfilata in costumi d’epoca e in una corsa delle oche. Il rito autunnale dell’oca viene compreso in un più ampio proverbio diffuso anche in area piemontese: “Oca, castagne e vino, tieni tutto per san Martino”. In un lavoro condotto nella seconda metà dell’Ottocento sulle feste popolari, Gerolamo Boccardo, nel descrivere riti con animali indica anche la pratica della “Gattocheide” in cui venivano appesi a una fune, sulla pubblica via, gatti, oche o altri animali da cortile a cui si sarebbe staccato il collo. Questi riti, diffusi dal vasto territorio vercellese-alessandrino fino al Canavese, si svolgevano negli ultimi giorni di Carnevale, sconfinando nel tempo della Quaresima: “A fin di carnovale appendesi a una corda, in mezzo alla via, un’oca o un gatto; talora molti animali di ambe le specie vengono così in varie vie legati co’ piedi a una fune. Giovinastri mascherati, correndo di galoppo a cavallo, vanno a gara per afferrare colla mano la testa delle vittime, mentre passano a loro vicini; più e più tentativi succedendosi, nei quali le innocenti bestiole sono, per diporto crudele di popolo, iniquamente torturate, prima che la testa venga strappata: colui che riesce nel turpe intento riceve dal comune onori e ricompense”. A Tonco, nelle colline astigiane, ancora oggi si svolge la “Giostra del pitu”, del tacchino, che conserva i tratti cruenti della decollazione dell’animale precedentemente ucciso. Il pitu in corteo viene portato sulla piazza del paese davanti a un tribunale carnevalesco che, dopo un processo farsesco, emette la condanna. L’animale, appeso per le zampe, viene colpito dai giovani muniti di bastone sino a quando, dopo vari tentativi, la testa del capro espiatorio rotola tra il pubblico. Il trofeo, raccolto e infilzato sul bastone giustiziere, viene portato in corteo tra il pubblico acclamante. Al termine di questa prima analisi dei frammenti rituali connessi alla raccolta del riso ritrovati nelle terre d’acqua, possiamo affermare che il sacrificio vegetale appartiene anche a questa coltura. Le informazioni raccolte ci dicono, anzi, che il sistema cerimoniale che governava il momento di crisi del lavoro del riso era particolarmente profondo e complesso. L’interdizione formulare di iniziare il lavoro il lunedì, la bambola, gli oggetti cerimoniali costruiti con le spighe prima di iniziare il lavoro e quindi non nel giorno infausto canonico, gli animali sacrificati durante il calendario annuale, dialogano cognitivamente tra di loro. Si tratta di dispersi frammenti rituali che ci riconducono all’atto della mietitura, al momento del raccolto del riso in cui il contadino deve interpretare il pianto vegetale per superare la morte della natura. Le composizioni floreali formate da spighe di riso e fiori realizzati con piume d’oca che ritroviamo, ancora oggi, sulle bancarelle delle fiere paesane sono ciò che resta di queste ultime reliquie, delle tracce oramai decontestualizzate di arcaici riti di morte e rinascita delle stagioni che dialogano attivamente con le uccisioni sacrificali degli animali della risaia. Un quadro simbolico che affonda le radici nel tempo mitico ma che può, se ricostruito, aiutarci a comprendere e a vivere meglio i tempi storici del presente che non sempre conoscono il lessico affettivo e produttivo che i patrimoni materiali e immateriali della tradizione portano con sé.


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