Volume: il pesco

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

Caratterizzazione delle erbe del pescheto

Tra le caratteristiche fisiologiche proprie di ogni specie preme qui ricordare: - le modalità di riproduzione; - la durata del ciclo vegetativo; - le epoche di nascita nel corso dell’anno. Queste caratteristiche regolano la convivenza fra le specie che vivono contemporaneamente sulla stessa superficie di terreno e che stabiliscono rapporti di competizione (in particolare per l’accaparramento di acqua, luce e sostanze nutritive) reciproci, con il prevalere di alcune di esse sulle altre. Il metodo classico di riproduzione delle erbe avviene per mezzo dei loro semi; alcune specie però possono moltiplicarsi anche tramite gemme che si trovano su radici ingrossate o su rizomi oppure su stoloni o su tuberi. Le piante che si riproducono esclusivamente per seme hanno una durata del ciclo vegetativo (dalla nascita alla maturazione dei semi) inferiore all’anno (piante annuali); quelle che si moltiplicano da gemme (piante vivaci) possono persistere per 2 o più anni (piante pluriennali, con gemme su radici ingrossate) o per moltissimi anni (piante perenni, con gemme su rizomi e/o su stoloni e su tuberi). Per quanto riguarda l’epoca di nascita, alcune specie annuali nascono in autunno e terminano il loro ciclo nella primavera successiva (piante a ciclo autunno-primaverile) mentre altre specie nascono in primavera e maturano i semi durante l’estate o l’autunno successivo (piante a ciclo primaverile-estivo-autunnale). Tra le piante annuali, inoltre, vi sono specie con ciclo molto corto che, in condizioni meteorologiche adatte, sono capaci di compiere più generazioni nell’arco dell’anno: nascono, maturano i semi e questi ultimi germinano e danno origine a nuove piante che ricominciano il ciclo. Le gemme delle piante vivaci sono in grado di originare altre piante in qualsiasi periodo dell’anno, con esclusione di quelli in cui si verificano eccessi, alti o bassi, di temperatura o nelle stagioni particolarmente siccitose. Per questi motivi esse risultano più adatte delle specie annuali per la costituzione del mantello vegetale dell’interfilare, tranne per quelle specie che raggiungono una taglia elevata in poco tempo e una consistenza oltremodo coriacea che ostacola le operazioni di sfalcio o di trinciatura periodiche. Le piante annuali, per la brevità del loro ciclo vitale e per la scarsa resistenza al calpestamento, sono meno adatte di quelle vivaci per questi scopi, tranne forse nei casi di qualcuna delle specie che si riproducono due o più volte all’anno e che costituiscono un intreccio abbastanza fitto di vegetazione superficiale. Per la gestione di questa vegetazione occorre anche tener presente il potenziale di competizione delle diverse specie, sia considerando la sola flora erbacea sia considerando i rapporti tra questa e le piante di pesco. Le specie annuali sono, in genere, meno competitive di quelle vivaci; queste ultime, inoltre, sono molto difficili da eradicare e comportano una complicata bonifica del terreno dopo l’espianto del pescheto.

Vegetazione erbacea del pescheto

Da apposite indagini, eseguite nel biennio 2006-07, in una decina di pescheti italiani sono state rilevate oltre un centinaio di specie spontanee, delle quali si riporta solo la descrizione di quelle più diffuse. Le specie più adatte a costituire l’inerbimento dell’interfilare sono quelle che assicurano l’insorgere di un prato permanente che garantisca la copertura del terreno durante tutto l’anno e che consenta il passaggio delle macchine e delle persone addette alle cure colturali anche nei periodi più piovosi. L’inerbimento dell’interfilare può essere ottenuto artificialmente o naturalmente. Nel primo caso si seminano appositamente essenze foraggere prative, per lo più graminacee, tipo Lolium o Festuca, o miscugli di semi di graminacee e dicotiledoni. L’inerbimento naturale, originato da una comunità di erbe che nascono spontaneamente, comporta una gestione molto oculata della vegetazione. Si tratta, in sintesi, di favorire la nascita e la persistenza di specie adatte a costituire un buon cotico erboso a scapito di altre che non sono adatte per questo scopo. L’attitudine delle diverse specie alla costituzione di un buon tappeto erboso dipende da fattori di natura fisiologica intrinseci alle specie stesse, e dalle loro caratteristiche ecologiche e ambientali derivanti dai rapporti della frazione vegetale con le altre componenti del sistema con i quali si trova a convivere. Questo tappeto vegetale condiziona fortemente l’assortimento floristico che si instaura sotto il filare del pescheto, poiché esso costituisce il serbatoio naturale dei semi e degli altri organi di moltiplicazione. Nel caso di inerbimento artificiale dell’interfilare, invece, la costituzione floristica sotto il filare dipenderà quasi esclusivamente dal tipo e dall’epoca del diserbo adottato in quest’area del frutteto e dalle condizioni climatiche e stagionali. L’equilibrio naturale tra queste specie, infatti, viene alterato qualora si attui il diserbo, chimico o meccanico che sia; gli effetti del diserbo chimico sono ampiamente trattati nel capitolo successivo; qui ricordiamo, invece, gli effetti dovuti alle lavorazioni del terreno (sarchiatura). In genere il diserbo fatto meccanicamente, tramite sarchiature ripetute, favorisce inizialmente le piante annuali, graminacee durante il periodo autunnale e invernale (per es. forasacco e orzo selvatico) e dicotiledoni (per es. amaranto, chenopodio, porcellana comune e saeppola canadese) durante la stagione più calda. Con il passare degli anni vengono favorite le specie perenni (per es. acetosella gialla, gramigna comune, piantaggine, romice, soffione e zigolo infestante), che hanno grande capacità di ricaccio perché dotate di organi di riproduzione come rizomi, stoloni, tuberi o bulbi.

Evoluzione della flora

In assenza di lavorazioni o di altre pratiche di diserbo, fra le specie annuali costituenti l’inerbimento naturale dell’interfilare si stabiliscono rapporti di competizione che determinano la composizione floristica nelle diverse epoche dell’anno. In primavera la superficie del terreno è colonizzata dalle specie nate e cresciute durante l’autunno e l’inverno precedenti che sono sostituite da quelle che nascono nel corso di questa stagione e che terminano il ciclo in autunno. Questa flora, all’impianto del pescheto e per uno o due anni successivi, è costituita da moltissime specie in equilibrio fra loro. Con il passare degli anni il numero di specie si riduce sempre di più perché alcune si adattano velocemente alle condizioni pedo-climatiche e si sviluppano a scapito di altre che, invece, si adattano meno e perciò crescono con difficoltà e, con il tempo, spariscono. Dopo qualche anno, perciò, una o poche specie prendono il sopravvento su tutte le altre; in particolare si assiste, di solito, all’invadenza delle specie vivaci che, come già detto, nel corso degli anni colonizzano la quasi totalità della superficie del terreno. Nello schema seguente sono riportate le sequenze floristiche stagionali che si osservano nei pescheti italiani e in condizioni climatiche normali.

Descrizione delle specie

Acetosella gialla (Oxalis pes-caprae). Verso la fine di marzo i pescheti dell’Italia meridionale diventano tavolozze di colori, fra i quali spiccano il verde delle foglie trifogliate e il contrasto tra il giallo brillante dei suoi fiori e il rosa carico dei fiori di pesco. Il nome di questa specie si riferisce al sapore acido delle sue foglie ricche di ossalati (dal greco oxys = acuto e hals = sale). La specie nasce durante l’autunno e le piante originano prevalentemente da piccoli tuberi in quanto difficilmente si ha la formazione e la maturazione dei semi.

Amaranto comune (Amaranthus retroflexus). Apparentemente le piante di amaranto non invecchiano mai perché le pannocchie restano integre anche per molto tempo dopo la maturazione. A questa particolarità la pianta deve il nome latino (dal greco a = non e maraino = appassisco) e alla posizione reclina (retroflexus) delle stesse infiorescenze. Il fusto è molto tenace, alto anche più di un metro; le foglie, spesso soffuse di rosso-amaranto, sono intere, romboidali, con nervature chiare molto evidenti. I fiorellini sono senza petali e di colore verdastro.

Aspraggine volgare (Picris echioides). Il suo sapore amaro ha ispirato il nome latino e quello italiano, ma è proprio questo sapore che costituiva in passato una delle caratteristiche che rendevano questa pianta molto usata nella cucina popolare. Le foglie sono intere, lanceolate, dentate, cosparse di piccole pustole biancastre con una setola spinosa centrale (è a questa caratteristica che si riferisce l’aggettivo echiodes). I fiori compaiono in piena estate; sono gialli e raccolti su capolini sottesi da brattee spinosette.

Cardo campestre o stoppione (Cirsium arvense). L’uso nell’antica Grecia per la cura delle varici ne ha ispirato il nome latino, dal greco kirsós (varice). Il primo nome italiano è giustificato dalla spinosità delle foglie mentre il secondo si riferisce alla grande diffusione di queste piante che nascono copiosamente sulle stoppie del grano dopo la raccolta. La pianta adulta raggiunge anche un metro di altezza. Il fusto è resistente, i fiori sono di colore rosa e sono riuniti su piccoli capolini. L’apparato radicale è ricoperto di gemme che sono in grado di generare altre piante.

Centocchio comune (Stellaria media). Il nome italiano e quello latino si riferiscono ai fiorellini composti da 5 petali bianchi disposti in modo da far assumere al fiore una forma di stella. La forma stellata ricorre anche sulla superficie dei piccolissimi semi, ricoperti di microscopiche verruchette stellate. Il fusto è liscio, con una linea di peli lungo la quale scorrono le goccioline di pioggia che vengono convogliate alla base di foglioline. Questa specie ha ciclo vegetativo molto corto ed è in grado di fiorire a lungo durante l’anno.

Chenopodio (Chenopodium spp.). Le foglie hanno forma simile a quella delle zampe delle oche; è a questa caratteristica che si ispira il nome (dal greco chen = oca e pus = piede). Un altro nome italiano è farinello perché le foglie, in particolare quelle più giovani, sono ricoperte di una fitta pruina biancastra, simile a un sottilissimo strato di farina. Nei pescheti del nord Italia si trova più frequentemente, che in quelli del sud, il chenodopio bianco (Ch. album), il quale ha pannocchie contratte, ma che, in condizioni di ampi spazi quali sono quelli dell’interfilare del pescheto, diventano lasse e rade.

Fiorrancio selvatico (Calendula arvensis). È incredibile il colore aranciato dei suoi fiori, che in primavera brilla tra i filari dei pescheti meridionali Italiani. Pare che la fioritura di queste piante si ripeta anche per più mesi durante la primavera e pare che capiti sempre all’inizio del mese: è a questo che si riferisce il nome latino, che ricorda le kalendae dell’antica Roma. I fusti sono eretti e molto ramosi. Le foglie sono intere e lanceolate. I fiori sono raccolti su vistosi capolini. Tutta la pianta emana un intenso profumo.

Forasacco (Bromus spp.). È così detto per le sue cariossidi appuntite che, quando si trovano in mezzo alla granella di frumento, perforano i sacchi di iuta all’interno dei quali si trasporta questo cereale. Il nome latino deriva dalla parola greca bròma (nutrimento) e si riferisce all’uso alimentare che se ne faceva in passato. Il fusto è cavo (culmo), ha foglie strette e lunghe. I fiori sono piccolissimi e raccolti su ampie pannocchie. Due specie sono particolarmente diffuse nei pescheti: Il forasacco rosso (B. sterilis) e il forasacco peloso (B. hordeaceus).

Gramigna comune (Cynodon dactylon). È odiata dagli agricoltori ma osannata dagli erboristi per le sue virtù medicinali. Le gemme sono sparse sui rizomi sotterranei e sembrano denti di cane (è questo il significato del nome latino cynodon). Il nome comune italiano viene ripreso anche in quello della famiglia: Graminaceae. Le foglie adulte sono nastriformi, lanceolate-allungate. I fiorellini si trovano su piccole spighe disposte in modo da sembrare le dita di una mano aperta (a questa caratteristica si deve l’aggettivo dàctylon).

 

Grespino (Sonchus spp.). Ha fusto eretto ed è ricco di lattice bianco (e per questo in passato le piante erano date alle scrofe che allattavano, nelle quali, si diceva, stimolavano la secrezione del latte). Il grespino costituisce un’ottima verdura da cuocere, come si arguisce dall’aggettivo specifico latino del grespino comune (S. oleraceus). Un’altra specie molto presente nei pescheti è il grespino spinoso (S. asper), così detto per le sue foglie blandamente spinose sul bordo, anch’esso usato come verdura e munito di piccoli fiori giallastri raccolti in capolini.

Loglio (Lolium spp.). Si riconosce per le foglie lucide e lanceolate. I microscopici fiori sono disposti su spighe, compresse e allungate. Il fusto è cavo e per questo è detto culmo; esso è rossastro alla base ed emette molti rami basali di “accestimento”. Il suo ciclo vegetativo nei pescheti è solitamente annuale ma, se non disturbato dall’opera dell’uomo, può comportarsi anche da specie vivace, tanto da costituire una delle specie adatte per la formazione di una copertura permanente dell’interfilare se appositamente seminato.

Orzo selvatico (Hordeum murinum). Il nome latino deriva dalla parola greca horreo (inorridisco) e si riferisce alle lunghe e aguzze reste delle spighe che danno a questa pianta un aspetto poco rassicurante. Il fusto è eretto, cavo e nodoso esternamente, con molti rami che partono dalla sua base. Le foglie, come quelle delle altre graminacee, sono nastriformi strette, spesso ricoperte di una fitta peluria. L’orzo selvatico si riproduce solo per semi; nasce in autunno e rimane nel pescheto fino alla primavera successiva, dopo di che scompare.

Pabbio (Setaria spp.). Il suo fusto, come quello delle altre graminacee, è vuoto e nodoso. Le foglie delle plantule appena nate sono ovali-lanceolate mentre quelle delle piante adulte sono a forma di nastro, strette e lunghe. I fiorellini sono riuniti su pannocchie, più o meno cilindriche o ovoidali, cosparse di setole (da cui il nome latino) che derivano da fiori abortiti. Due sono le specie più diffuse nei pescheti: una è prevalente nei pescheti del nord Italia, il pabbio rossastro (S. glauca), l’altra, il pabbio verticillato (S. verticillata), in quelli del sud.

Plantaggine (Plantago spp.). Cresce appressata al terreno e le sue foglie sono simili a orme lasciate dalla “planta” del piede (da ciò derivano il nome comune e quello latino). Queste piante non hanno fusto e maturano spighe cilindriche poste alla sommità di lunghi peduncoli. Due specie sono particolarmente presenti nei pescheti italiani: la plantaggine lanceolata (P. lanceolata), che ha foglie lanceolate, e la plantaggine maggiore (P. major), con foglie ovoidali. Entrambe sono usate in erboristeria per le loro virtù medicinali: potere astringente, calmante e antiemorragico.

Poligono convolvolo (Polygonum convolvulus = Fallopia c. = Bilderdykya c.). Il fusto e i rami delle piante adulte sono cosparsi di nodi e in presenza di sostegni, quali possono essere le piante di pesco, si avviticchiano su di essi avvolgendoli: da queste caratteristiche deriva il nome della specie (dal greco polys = molti, gony = ginocchi o nodi, e dal latino convolvolo = avvolgere). Le foglie sono cuoriformi. I fiori sono piccolissimi e servono per distinguere questa specie dal vilucchio comune, descritto in seguito, che ha, invece, grossi fiori imbutiformi.

Porcellana comune (Portulaca oleracea). Pare sia così chiamata per essere molto appetita dai maiali. Il nome latino si riferisce, invece, al tipo di apertura, una “portula” apicale, con la quale si apre il piccolo frutto a maturità. L’aggettivo oleracea sottolinea le sue qualità culinarie che la rendono un’ottima insalata, ancora oggi utilizzata dai buongustai. Il fusto è cilindrico, liscio, spesso rossastro, adagiato sul terreno e, come le foglie (spatolate), ha consistenza carnosetta. I fiorellini hanno corolla giallognola.

Ranuncolo strisciante (Ranunculus repens). Ha fusto strisciante (repens) sul terreno ed emette stoloni che si allungano in varie direzioni. Le foglie sono lobate e nella forma ricordano il profilo di una rana in procinto di saltare: è forse a questo che si riferisce il nome latino? Oppure al fatto che, come le rane, queste piante preferiscono i terreni umidi e paludosi? I fiori sono gialli e i frutticini sembrano piccole lenticchie con un becco pronunciato. Come molte ranuncolacee questa specie è annoverata fra le piante velenose.

Romice (Rumex spp.). Il nome latino considera la forma delle foglie, simile a quella di una lancia (rumex). Anche i frutticini sembrano dei piccoli dardi. La radice è conica, carnosa, con gemme vitali e in grado di originare nuove piante; in passato veniva cotta e rappresentava un ottimo condimento per la carne. Il fusto è eretto e robusto. I fiori sono poco appariscenti e sono raccolti su ampie pannocchie che arrossiscono dopo la maturazione. Due sono le specie più diffuse nei pescheti: romice crespo (R. crispus) e romice comune (R. obtusifolius).

Saeppola canadese (Conyza canadensis). Pare che il nome scientifico derivi da quello greco della pulce (kónopos) perché di questo insetto ha il pungente odore. Fino a un paio di secoli fa non era conosciuta in Italia; di importazione americana (Stati Uniti e Canada), si è diffusa rapidamente perché produce una miriade di semi che hanno alla sommità un pappo leggerissimo e facilmente trasportato dal vento. Il fusto è eretto; le foglie sono lanceolate, intere. Matura snelli capolini che a maturità diventano piumosi.

Soffione (Taraxacum officinale). Come la specie precedente, matura semi piumosi, simili a piccoli paracaduti, facilmente trasportati dal vento (o da un soffio...ne) anche a lunghissima distanza dalla pianta madre. Questa specie è chiamata anche dente di leone, per via dei lobi delle foglie, appuntiti come canini di leone. Il nome scientifico deriva, invece, dalle sue proprietà medicinali (officinale) e in particolare all’uso, in passato, come rimedio (akos) all’intorbidimento della vista (táraxis). Dalle radici abbrustolite si ricava un surrogato del caffè.

Tribolo comune (Tribulus terrestris). Matura frutti tri...torzoluti, ovvero con tre frutticini spinosi saldati insieme: è a questo che si riferisce il nome latino. Il fusto è adagiato sul terreno. Le foglie sono composte da un numero dispari (7-13) di segmenti. I fiori sono piccoli e gialli. La specie preferisce i terreni sciolti, anche sabbiosi, delle spiagge dove spesso i frutti spinosi si conficcano nei piedi scalzi, valendo a questa specie il nome di baciapiedi. In compenso sembra che infusi di tribolo rinvigoriscano la mascolinità dei meno giovani.

Veronica (Veronica spp.). Il suo nome è dedicato a Santa Veronica. Il fusto cresce adagiato sul terreno; è sottile e per lo più contorto. Le foglie sono intere, tondeggianti o ovate, con margine dentato. I fiori sono piccoli, azzurrognoli e striati di chiaro. Il frutto è una piccola capsula e i semini sono incavati a conchiglia. Le specie più diffuse nei pescheti sono due: la veronica comune (V. persica) e la veronica con foglie d’edera (V. hederifolia); la prima matura capsule compresse con due lobi mentre le capsule della seconda sono pressoché sferiche.

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis). Ha il fusto flessuoso e avvolgente, che si arrampica e si attorciglia intorno alle altre piante o invischia qualsiasi supporto gli capiti nelle vicinanze; a questa caratteristica si riferisce il suo nome (dal latino convolvere = avvolgere). Le foglie sono intere, con due denti pronunciati alla base. I fiori, bianchi o rosati, hanno la corolla saldata a imbuto. I frutti sono capsule contenenti uno o più semi. Questa specie si riproduce, oltre che per semi, anche tramite gemme presenti sulle radici rizomatose.

Zigolo infestante (Cyperus rotundus). Nei pescheti del Mezzogiorno, nelle zone più umide, vegeta copiosamente con il fusto eretto, liscio, senza rami. Questa specie non è né una dicotiledone né una graminacea: appartiene alla famiglia delle Cyperacee ed è simile nell’aspetto a una graminacea ma ha fusto pieno e a sezione triangolare. Si riproduce solitamente tramite un lungo e sottile rizoma sotterraneo. Inizialmente la sua diffusione interessa solo i bordi del pescheto per poi avanzare a macchia d’olio su tutta la superficie.


Coltura & Cultura