Volume: il riso

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani, Maurizio Tabacchi

La risaia

Un mondo dai mille colori e di altrettante forme di vita. Vegetali estremamente semplici, come le alghe, che convivono con organismi animali e altri vegetali dalla forma complicata. Piante palustri che vivono abitualmente nell’acqua, che radicano in essa o in essa nuotano lasciandosi trasportare dalla corrente. Accanto a esse altre piante che solo all’occorrenza diventano anfibie, come il giavòne, che è l’infestante principale delle risaie. Il tutto osservato, ma non troppo da lontano, dalle cosiddette piante di ripa, cioè da quelle piante che vivono sulla terra ferma ma non molto distanti dal mondo dell’acqua e che osservano con finto distacco le vicissitudini dell’ambiente acquatico e aspettano con pazienza il momento di farne parte, anche se per un tempo limitato. I giavoni e le eterantere, gli zigoli e le ammanie, le lische e le lenticchie d’acqua, la limnofila e la vandellia, fino alla rotala e alla sagittaria e tante altre popolano questo mondo e con il riso competono per la luce e per gli elementi nutritivi, danneggiandolo, a volte fin quasi a soffocarlo completamente. Sono le stesse piante che hanno accompagnato l’uomo sin dalla preistoria, che gli hanno fornito rifugio e nutrimento, consentendogli di costruire pagliai in cui sfuggire alle belve e alle intemperie e di raccogliere semi, rizomi e tuberi come alimenti o canne per farne armi o attrezzi quotidiani. Moltissime vengono appositamente coltivate nei parchi lacustri e fluviali per la loro capacità ornamentale, come la ninfea bianca e quella gialla; altre erano impiegate per la preparazione di legacci (lische e zigoli) o di altri manufatti.

Breve storia della flora spontanea

La flora avventizia è una presenza imprescindibile dalla coltivazione del riso, adesso come in passato. Tuttavia nel corso degli anni la flora infestante ha subito progressivi cambiamenti, sia dal punto di vista qualitativo, sia da quello dell’incessante crescita delle popolazioni e delle singole specie dopo lunghi periodi di adattamento. Alcune infestanti, che un tempo erano ritenute dannose e difficili da combattere, oggi sono scomparse o ridotte a limitate presenze; altre, che costituivano semplici curiosità botaniche, perché confinate in areali contenuti o provenienti da regioni geografiche molto lontane, a clima subtropicale, sono considerate oggi veri e propri flagelli per la forte competizione nei riguardi del riso coltivato. In generale, si può osservare come la flora infestante della risaia sia via via aumentata con il passare degli anni, come presenza e come numero di specie, andando ad accrescere le problematiche di lotta per i risicoltori. Da resoconti tecnici risulta che, verso la fine dell’800, erano presenti nelle risaie italiane solo una trentina di specie infestanti mentre negli anni venti del ’900 le specie ritrovate erano già più di un centinaio e agli inizi degli anni ’60 dello scorso secolo, verso la fine dell’epoca delle mondine, Pirola, eminente studioso della flora delle risaie italiane, contava addirittura 400 specie, tra quelle che vivevano nelle camere e quelle che vivevano nei fossi e lungo gli argini degli appezzamenti. Questa forte differenza è forse dovuta non solo all’aumento del numero di piante effettivamente presenti ma anche alla maggiore sensibilità legata alle problematiche relative alle piante infestanti da parte degli agronomi delle diverse epoche. Con l’avvento del diserbo chimico l’assortimento floristico è andato man mano riducendosi, fino al punto che attualmente solo un centinaio di specie fanno parte di questo universo, alcune in modo assiduo, altre solo occasionalmente. Ma l’ambiente delle risaie è in continuo mutamento sotto il punto di vista floristico; alcune specie spariscono o diventano rare mentre altre, in virtù degli intensi scambi commerciali di prodotto e di semi tra l’Italia e gli altri comprensori risicoli mondiali, giungono, principalmente dalle zone tropicali, nelle nostre zone e trovano in questo ambiente condizioni ideali di vita. La popolazione di piante spontanee è sempre stata, perciò, periodicamente rinfoltita dalla diffusione di specie esotiche, come il giavone e gli zigoli, o, ultime in ordine di tempo, le eterantere e le leptocloe, che seguono una vasta rappresentanza di altre piante, come le ammanie e la limnofila, la vandellia e l’erba coltella, la rotala e l’erba saetta, e altre. Come se non bastassero queste piante aliene, anche nell’ambito del riso coltivato alcune forme, che vanno sotto il nome generico di varietà sylvatica, in prossimità della maturazione “crodano”, cioè lasciano cadere la granella, sottraendo così quella parte di produzione che al loro posto le piante di riso normali (che non crodano) avrebbero reso. Queste forme sono comunemente intese come “riso crodo” e, quantunque producano granella ottima dal punto di vista culinario, sono considerate, per tale caretteristica, vere e proprie erbe infestanti della risaia. È poi da considerare la flora che si instaura nella rete di canali che circondano le camere coltivate a riso, che, se non controllata, costituisce un grave ostacolo al deflusso delle acque (per es. alga candelabro e altre alghe, brasche, gramignone delle risaie), veicola i semi infestanti, dà rifugio a parassiti e animali dannosi e costituisce un serbatoio di specie potenzialmente in grado di invadere gli appezzamenti. Con la diffusione della coltivazione del riso mediante semina interrata e sommersione della coltura allo stadio di 3a-4a foglia (che ha ormai raggiunto oltre il 25% della superficie totale coltivata), si è andato ad allungare ulteriormente l’elenco delle infestanti di risaia. Questa tecnica di coltivazione, oltre a permettere lo sviluppo di infestanti tipiche della risaia sommersa, come le piante delle famiglie Alismatacee, Butomacee e Ciperacee, le eterantere e molte altre, soprattutto se condotta in rotazione con colture diverse dal riso, consente anche lo sviluppo di infestanti tipicamente da ambiente asciutto come: panico delle risaie, sanguinella comune, pabbio, erba morella, poligono a foglie di lapazio, poligono persicaria e sorghetta, tra le più importanti. Di tutte queste specie, di seguito, sono descritte solo quelle che si trovano più frequentemente nelle risaie allagate.

Adattamenti delle piante nel mezzo liquido

Rispetto alle piante che vivono sulla terra non allagata, quelle che vivono nell’acqua devono adottare una serie di accorgimenti per adattarsi a questo ambiente particolare. Per poter apprezzare meglio tali adattamenti è necessario conoscere, almeno in modo essenziale, alcuni aspetti riguardanti gli organi principali e loro funzioni delle piante “terricole”: – le radici servono per ancorare le piante al terreno, allo scopo di sorreggere le parti aeree della pianta e di assorbire le sostanze nutritive dalla soluzione circolante nel terreno stesso; – il fusto sostiene gli altri organi aerei della pianta e li mette in comunicazione fra di loro e con le radici, ciò implica la presenza di tessuti molto resistenti, sicché il fusto assume una certa consistenza e robustezza; – le funzioni principali delle foglie sono: fotosintesi clorofilliana, respirazione e traspirazione. Per la fotosintesi clorofilliana la pianta utilizza acqua e anidride carbonica dell’aria e fabbrica sostanze nutritive, liberando ossigeno nell’aria. Parte dell’ossigeno emesso viene riassorbito, attraverso gli stomi, posti sulla pagina inferiore della lamina fogliare, per il processo della respirazione, allo scopo di ricavare energia. Con la traspirazione si ha l’emissione, attraverso gli stomi o la cuticola, di vapore acqueo dalla pianta all’atmosfera, quando quest’ultima ha un grado di umidità inferiore a quella dell’interno dei tessuti della pianta stessa; – ogni specie mette in atto particolari meccanismi per la dispersione nell’ambiente dei semi, al fine di assicurarsi la sopravvivenza. Gli adattamenti delle piante acquatiche, rispetto agli organi e alle funzioni elencate, riguardano perciò tutti gli organi della pianta e si riferiscono, essenzialmente, ai seguenti aspetti: – capacità di resistenza alle correnti che tendono a sradicarle e a rompere i tessuti; – approvvigionamento di sostanze nutritive e di ossigeno (per la respirazione); – possibilità di diffusione dei semi nell’ambiente. Qui di seguito sono descritti gli organi principali della pianta e i loro adattamenti nel mezzo liquido.

Radice. Le sostanze nutritive disciolte nell’acqua, e l’acqua stessa, vengono assorbite direttamente dal fusto e dalle foglie di molte piante che vivono sommerse; queste piante perciò hanno radici primordiali o ne sono sprovviste. In qualche caso (per es. nell’erba pesce-Salvinia natans) ci sono addirittura foglie che si trasformano in radichette primordiali, per un fenomeno chiamato anisofillia. In alcune specie (per es. mangrovie) le radici assumono, invece, una funzione respiratoria, dirigendosi verso l’alto e sporgendo dal pelo dell’acqua per assorbire ossigeno atmosferico, attraverso microscopiche aperture.

Fusto. Nelle piante sommerse la funzione di sostegno del fusto viene a mancare, perché esse sono sostenute dal mezzo liquido. Per questo motivo i fusti delle piante acquatiche sono spesso molli e flaccidi, anche per assecondare i movimenti dell’acqua, in modo da opporre la minore resistenza possibile ai moti del liquido che altrimenti tenderebbe a romperli. Al posto dei tessuti di sostegno vi sono tessuti con ampi spazi intercellulari che confluiscono nei cosiddetti canali aeriferi, direttamente in comunicazione con le lacune fogliari piene di ossigeno atmosferico; attraverso i canali aeriferi l’ossigeno viene distribuito a tutti gli organi della pianta. In alcuni casi il fusto è vuoto internamente e funziona anche come organo di galleggiamento.

Foglia. Nel complesso delle piante acquatiche si possono trovare tre tipologie di foglie: – sommerse completamente nell’acqua; – galleggianti sul pelo dell’acqua; – emerse dall’acqua. In molte piante acquatiche o anfibie si può apprezzare il fenomeno dell’eterofillia, cioè della produzione di foglie con forme diverse, sia sommerse sia galleggianti, e alcune specie hanno anche foglie emerse, come il fior di loto (Nelumbo nucifera) diffuso in tutti i Paesi tropicali, che evitiamo di includere tra le piante infestanti. Gli adattamenti delle foglie sommerse sono volti principalmente all’assorbimento delle sostanze nutritive, dell’anidride carbonica e del poco ossigeno disciolti nell’acqua e servono anche a evitare di essere danneggiate dalla corrente. L’assunzione dell’ossigeno e delle sostanze nutritive viene facilitata da un’epidermide molto sottile e da una delicata cuticola (lo strato ceroso tipico delle foglie delle piante terricole, che impedisce loro di perdere acqua). In queste condizioni gli stomi sono superflui, anzi la loro presenza consentirebbe l’ingresso, nei tessuti, di acqua che pregiudicherebbe la respirazione; anche la loro funzione traspiratoria viene meno, essendo la pianta in ambiente completamente saturo di umidità. La sottigliezza dell’epidermide e della cuticola rende le foglie sommerse molto delicate, sottili e flosce. Per resistere ai movimenti dell’acqua senza subire rotture le foglie diventano lunghe e sottili, lineari o a forma di nastro o con la lamina particolarmente divisa e frastagliata. Questa forma consente loro anche di aumentare la superficie di assorbimento, agevolando così l’assimilazione di ossigeno e di sostanze nutritive disciolte nell’acqua. Alcune specie hanno foglie galleggianti (dette anche natanti) sul pelo dell’acqua, come, per esempio, le bellissime ninfea comune (Nymphaea alba) e gialla (Nuphar luteum), oltre al limnantemo (Nymphoides peltata), specie che non ci sentiamo di definire “infestanti” e perciò non descriveremo minuziosamente di seguito. Le foglie di queste piante hanno picciolo molto lungo, che permette di assecondare le variazioni di livello dell’acqua; la loro lamina è molto espansa per poter assorbire grandi quantità di luce, necessaria per la fotosintesi, e di assorbire l’ossigeno per la respirazione. Esse hanno stomi solo sulla pagina superiore esposta all’aria, ne sono prive sulla pagina inferiore che tocca la superficie dell’acqua, onde evitare che questa entri all’interno della pianta; per questo motivo hanno uno spesso strato di cuticola che rende la superficie idrorepellente. Per agevolare il galleggiamento le foglie di alcune specie hanno il picciolo tubuloso (per es. nelle mestolacce) o additittura rigonfio come una camera d’aria, come nella castagna d’acqua (Trapa natans) e nell’aicornia (Eichornia crassipes). Come nel fusto, anche nelle foglie sommerse e in quelle natanti vi sono ampi spazi intercellulari che formano grandi lacune dove si accumula l’ossigeno che poi viene distribuito, attraverso i canali aeriferi, agli organi sommersi.

I semi

Molte piante acquatiche producono semi piccolissimi e leggerissimi, facilmente trasportabili dal mezzo liquido: è il caso dei semi delle eterantere, di ammania, di limnofila, di vandellia e di veronica, tutti con un diametro inferiore a 1 mm. Diverse piante acquatiche producono semi o frutti-semi molto più grandi ma, in questi casi, i propaguli sono molto leggeri, come quelli del coltellaccio maggiore. Anche la forma può contribuire alla dispersione del seme nel mezzo liquido. Così, per esempio, alcune piante hanno semi lenticolari, circondati a volte da organi di galleggiamento, come nelle già citate mestolaccia e limnantemo. Altre volte la forma è adatta a fendere l’acqua, come nei semi delle Ciperacee che a maturità si depositano velocemente sul fondo, grazie anche alla forma “a dardo”.

Descrizione delle specie

Di seguito sono descritte le specie infestanti che vivono nelle risaie sommerse, seguendo l’ordine riassunto nello schema a pagina seguente, che prende in considerazione la forma delle foglie. Oltre a queste specie, tipiche delle risaie coltivate in sommersione, alla fine del capitolo sono inserite anche le illustrazioni delle specie che vivono nelle risaie dove si pratica la semina interrata e che sono state descritte in altre monografie della collana “Coltura & Cultura”.

Graminacee
Le piante appartenenti alla famiglia delle Graminacee hanno radice fascicolata, a volte associata a rizomi o altri organi riproduttivi (tuberi, bulbi ecc.). Il fusto è cavo (culmo) e nodoso: da ogni nodo del fusto nasce una foglia che ha una parte basale detta guaina (perché inguaina il fusto) e una parte distale libera (lamina) a forma di nastro. Nella zona di congiunzione tra la guaina e la lamina fogliare vi è una membrana detta ligula e, a volte, due piccole escrescenze dette orecchiette: ligula e orecchiette sono presenti e molto evidenti nelle piante di riso ma assenti in quelle di giavone. Il fiore delle Graminacee è formato da un ovario, sormontato da uno stimma bifido e piumoso, circondato da tre (sei, nel riso) stami, il tutto sotteso da due scagliette chiamate lodicole e racchiuse da due membrane erbacee chiamate palea e lemma (quest’ultimo spesso munito di una resta). Sovente i fiorellini sono riuniti in piccoli gruppetti a formare le cosiddette spighette che sono racchiuse tra due glume generalmente molto evidenti (ma ridotte a due piccole scagliette nelle spighette del riso). Le spighette delle piante descritte in seguito, a loro volta, sono riunite in infiorescenze a pannocchie di vari tipi.

Giavòni (Echinochloa). Sono le piante infestanti più comuni delle risaie; si riproducono solo mediante semi, sono sprovvisti perciò di organi perennanti. La presenza di ligula e di orecchiette nelle piante di riso e la loro assenza in quelle di giavone consente di distinguere le due specie. Un’altra caratteristica che permette di differenziare le piante giovani di riso da quelle del giavone è la colorazione rossastra presente quasi sempre alla base del fusto di queste ultime. Tale colorazione, però, non sempre è apprezzabile a occhio nudo, ciò nonostante si suole distinguere le piante di giavone in due grandi gruppi: giavoni rossi (con presenza di arrossamenti basali) e giavoni bianchi (senza arrossamenti basali). Occorre precisare che la colorazione non è sufficiente per distinguere fra loro le specie di giavone, in quanto nel genere di cui fanno parte (Echinochloa) esiste molta variabilità di natura genetica o dovuta ad adattamenti a diversi ambienti e condizioni climatiche, anche nell’ambito della stessa specie, senza contare che le specie si incrociano fra loro con una certa frequenza e perciò danno origine a forme con caratteristiche (anche cromatiche) intermedie ai genitori da cui derivano. Con l’avanzare del ciclo, inoltre, la colorazione rossastra tende a sbiadire mentre anche i cosiddetti giavoni bianchi possono colorarsi in presenza di stress ambientali. Più facile è la distinzione delle piante adulte, perché viene fatta su caratteristiche ben definite che risiedono nelle strutture riproduttive. I fiori del giavone sono molto piccoli, appaiati in ogni spighetta, e ognuno è racchiuso da due brattee (lemma e palea); entrambi i fiori sono compresi tra due glume (vedi a fianco, al centro). Dei due fiori uno è fertile e dà origine al frutto (cariosside), l’altro è sterile; in ogni spighetta perciò vi è una sola cariosside, avvolta da lemma e palea (fertili), e un fiore abortito (compreso tra lemma e palea sterili). La cariosside evidenzia due facce, una quasi piatta e una convessa. Alla base della faccia convessa si nota (con una normale lente di ingrandimento) l’asse embrionale che forma un arco di consistenza farinosa biancastra, distinta dal resto della cariosside che assume, invece, consistenza vitrea e colore giallastro o bruno (vedi a fianco, in basso). L’altezza di questo arco, rispetto a quella dell’intera cariosside, nonché le dimensioni di quest’ultima, consente di distinguere le diverse specie. Le spighette della stessa pianta sono riunite in un’unica pannocchia digitata, cioè con rami che simulano le dita di una zampa di uccello. I lemmi sterili sono generalmente muniti di una resta, sicché la pannocchia assume aspetto ispido: è a quest’ultima caratteristica che si ispira il nome latino Echinochloa, dal greco echinos = riccio e chlòe = erba: la presenza della resta però è un carattere molto instabile, visto che spesso può anche mancare (non è raro il caso che sulla stessa pianta vengano emesse infiorescenze aristate e altre mutiche).

Giavone comune (Echinochloa crus-galli). È il più diffuso dei giavoni, caratterizzato dalla pannocchia simile nella forma alla zampa di un gallo, come si arguisce dall’aggettivo specifico (dal latino crus = la gamba). Questa specie, però, è molto variabile nell’aspetto della pannocchia, che può portare lunghe reste o esserne addirittura priva; questa variabilità può essere notata spesso sulla stessa pianta. La specie è eclettica anche dal punto di vista ecologico, infatti si trova come infestante delle risaie ma anche delle colture terricole (in Italia è anche la più diffusa infestante di molte colture estive, come il mais, la soia ecc.). Il fusto è robusto, ginocchiato alla base. Le foglie hanno guaina compressa, bitagliente e lamina pendente, larga 5-15 mm, scabra sui bordi, glabra o, a volte, con 2 peli alla base. La pannocchia è piramidale, spesso sfumata di rosso, con rami eretto-patenti. Le spighette sono ovate, lunghe 2,8-3,4 mm. Anche le cariossidi sono ovate, lunghe 1,4-1,9 mm, bruno-rossastre; embrione 0,6-0,7 volte la cariosside. Il lemma sterile è mutico o aristato. Simile è il giavone pendulo (E. crus-pavonis), così detto per avere la pannocchia generalmente incurvata verso il basso.

Giavone meridionale (E. colonum). Si riconosce per le pannocchie compatte, rade e con rami corti e reste cortissime. Il g. peloso (E. phyllopogon) è identificato dalla presenza di peli lungo i bordi delle guaine fogliari. Il g. eretto (E. erecta) è così detto per il portamento eretto del fusto e delle foglie. Il g. maggiore (E. oryzoides) è così chiamato per via delle dimensioni delle infiorescenze, molto più grandi di quelle delle altre specie, tanto grandi da farle caratteristicamente curvare ad arco sotto il loro stesso peso, facendole assomigliare alle pannocchie di alcune varietà di riso (= oryzoides).

Leptocloe (Leptochloa). Il nome indica una pianta con foglie sottili (dal greco leptos = sottile e dal latino chloe = erba). Nelle risaie italiane sono spesso presenti le due specie seguenti. Leptocloa fasciculata (L. fascicularis). Ha tipiche pannocchie a forma piramidale, con rametti lunghi e flessuosi. Il lemma ha un mucrone apicale fra due denti triangolari. Molto simile è la leptocloa uninervia (L. uninervia) che ha però infiorescenza aperta, con rametti rigidi e lemma con mucrone inserito tra due dentini arrotondati.

Coda di volpe ginocchiata (Alopecurus geniculatus). Deve il nome alla forma della pannocchia, simile alla coda di una volpe (dal greco àlopex = volpe e urà = coda) e ai fusti ginocchiati alla base e poi eretti. È detta anche erba bianca, a causa delle guaine fogliari di un colore verde chiaro-biancastro, che contrastano con i culmi rossastri. Oltre che per i fusti ginocchiati e la forma della pannocchia questa specie è caratteristica anche per avere la cariosside racchiusa da due glume saldate fra loro alla base e la ligula fogliare ben evidente.

Asperella o riso selvatico (Leersia oryzoides). Il nome latinizzato è dedicato al farmacista tedesco I.D. Leers, vissuto nel XVIII secolo. Il primo nome italiano si riferisce all’accentuata scabrosità delle foglie mentre il secondo fa riferimento alla somiglianza delle piante con quelle del riso coltivato. La specie è dotata di un tenace e sottile rizoma immerso nel fango. Le spighette sono raggruppate su una infiorescenza a pannocchia piramidale chiara e maturano ognuna una cariosside. Si riproduce prevalentemente mediante rizoma ma anche da seme.

Riso crodo (Oryza sativa var. sylvatica). È simile al riso coltivato, se ne differenzia per alcuni caratteri, quali la tendenza delle cariossidi a staccarsi dalla pannocchia (crodatura) e la colorazione più o meno rossastra della cariosside stessa. Rispetto al riso comune presenta generalmente una maggiore taglia e una più elevata capacità di accestimento, manifestando però un’ampia variabilità morfo-fisiologica, soprattutto per i seguenti caratteri: presenza di ariste, lunghezza delle stesse, colorazione del culmo e della zona d’inserzione tra guaina e lamina fogliare.

 

Panìco acquatico (Paspalum paspaloides). È una pianta bassa con rizoma sottile e con stoloni che si allungano sul terreno ed emettono radici dai nodi costituendo una fitta rete che si diffonde dai bordi delle camere all’interno della risaia. Il nome deriva dalla somiglianza con il miglio (in greco pàspalos). Le foglie hanno guaine molto pelose, la ligula è molto piccola. Le spighette sono composte ognuna da un solo fiore e sono riunite su due racemi lineari appaiati alla sommità del fusto: per questa caratteristica la specie è nota anche con il nome di panìco distico (P. distichum).

Gramignone delle risaie (Glyceria maxima). Il nome di questa graminacea sottolinea la somiglianza con la gramigna comune, ma è più grande nella taglia (come è sottolineato anche dall’aggettivo specifico latino). Il primo nome scientifico deriva, invece, dalla (presunta) dolcezza delle cariossidi: dal greco glykeròs = dolce. Pianta con un lungo rizoma radicale strisciante nel fango, dal quale nascono nuove piantine, a loro volta munite di rizomi. Presente per lo più nei fossi di scolo, questa specie ha fusto robusto; le guaine delle foglie in controluce mostrano caratteristici setti trasversali, proprio come le guaine fogliari delle piante di riso.

Ciperacee
Simili alle graminacee sono le piante appartenenti alla famiglia delle Ciperacee, ma esse hanno fusto pieno, generalmente a sezione triangolare, senza nodi, spesso compressibile e spugnoso. I fiori sono unisessuali, riuniti su un tipo di pannocchia particolare, detta antéla (con i rami basali più corti di quelli distali). Il frutto ha solitamente la forma di un piccolissimo dardo con tre facce e contiene un solo seme.

Nelle risaie italiane si trovano più frequentemente dieci specie appartenenti a questa famiglia: otto specie di zigoli (caratteristici per le spighette distiche, cioè formate da un asse ai lati del quale sono inserite due file parallele di fiori) e due specie di lische (caratterizzate da spighette coniche formate da un asse attorno al quale sono disposti i fiori). Tutte le specie sono descritte nelle due pagine seguenti.

Zigolo dolce (Cyperus esculentus). Fra gli zigoli (Cyperus) è quello più diffuso, caratterizzato da un rizoma affondato nel fango, ricco di tuberetti ovoidali impiegati in passato come alimento (rappresentato spesso su affreschi di templi egiziani); ancora oggi si coltiva per questo scopo e per altri (in Spagna si coltiva, con il nome di Chufa, per ottenere una bevanda tipo la nostra orzata, l’Horchata). L’uso come alimento è ricordato anche nell’aggettivo latino esculentus (mangereccio). Il primo nome latino, invece, deriva da kypeiros, nome con il quale nel mondo greco antico erano indicate queste piante. Questa specie ha una tipica infiorescenza dorata, facilmente individuabile per questa caratteristica. Il frutto ha la forma di un piccolo dardo (2 mm). Frutticino a dardo producono anche le seguenti specie: zigolo delle risaie (C. difformis), senza rizoma, con frutto giallastro lungo meno di 1 mm, z. nero (C. fuscus), senza rizoma, con frutto chiaro e infiorescenza violacea, z. glabro (C. glaber), senza rizoma, con frutticino clavato e infiorescenza contratta, z. ferrugineo (C. glomeratus), senza rizoma, con infiorescenza ferruginosa e spighe appressate fra loro a formare dei glomeruli, z. comune (C. longus), con grossi rizomi scuri e pannocchie molto rade e, quindi, z. americano (C. strigosus), senza rizomi, con frutti lunghi fino a 2 mm e con rametti dell’infiorescenza che si disarticolano dopo la maturazione. Particolare per la forma del frutto è, infine, lo z. tardivo (C. serotinus), munito di rizoma, con antéla arrossata e frutticino biconvesso lungo circa 2 mm.

Lisca marittima (Bolboschoenus maritimus). Le piante sono simili a quelle degli zigoli, tranne che per la forma delle spighette e per avere frutticini non trigoni ma a forma di fuso (con due facce scanalate). Il fusto che porta l’infiorescenza ha alla sommità due o più brattee fogliacee. La specie è perenne, munita di tenaci rizomi lunghi e a tratti ingrossati, tuberiformi, simili a piccoli bulbi e con fusti lucidi e trigoni, usati per fare legacci; è a queste due caratteristiche che si riferisce il nome latinizzato della specie: dalle parole greche bolbos = bulbo e skoinòs=legaccio.

Lisca mucronata (Schoenoplectus mucronatus). Differisce dalla specie precedente principalmente per l’assenza di brattee erbacee alla sommità dei fusti che portano l’infiorescenza. Anche i fusti di questa specie si usavano per farne legacci e cesti (dal greco skoinòs = legaccio e plektos = intrecciato); l’aggettivo mucronatus si riferisce, invece, al piccolo mucrone presente alla sommità di ogni gluma. Questa specie si sviluppa da rizomi immersi nel fango. I fusti sono flaccidi, a sezione triangolare. Il frutticino è a forma di clava, di colore nero e con la superficie zigrinata.

Specie di altre famiglie
Mazzasorda o lisca maggiore (Typha latifolia). Il fusto è eretto, cilindrico, coriaceo, lucido, alto fino a tre metri e porta all’apice un’infiorescenza cilindrica e soda, formata dai soli fiori femminili, che con il tempo si sfalda in un morbido batuffolo cotonoso, usato in passato anche per imbottire i materassi. All’estremità superiore, su un prolungamento sottile, si trovano i fiori maschili. Nei luoghi umidi si trovano anche altre specie simili alla precedente; in particolare la l. minore (T. angustifolia), con foglie strette e corte.

Giunco fiorito (Butomus umbellatus). I suoi stupendi fiori rosa, che appaiono da maggio a settembre, sono riuniti in infiorescenze a ombrella (umbellatus) portate all’apice di fusti lucidi, cilindrici e senza foglie. Il primo nome latino deriva dalla forma delle foglie che “tagliano la lingua del bue” (dal greco bus = bue e temnos = taglio... la lingua). Le foglie partono direttamente dalla base della pianta, hanno sezione triangolare, sono ricche di canali aeriferi. Questa specie raramente si riproduce per semi, ma affida la sua riproduzione quasi esclusivamente a bulbi-rizomi.

Coltellaccio maggiore (Sparganium erectum). È così chiamato per la forma delle foglie, simili a lunghe lamine di coltello; anche il nome latino mette in risalto la forma particolare delle foglie (dal greco spàrganon = nastro). Pianta perenne con rizoma strisciante, generalmente immerso nel fango. I fiori sono unisessuali, piccolissimi e riuniti, sulla stessa pianta, in capolini sferici disposti su pannocchie ramificate a zig-zag. I capolini maschili sono molto più piccoli di quelli femminili e sono posti all’apice dell’infiorescenza.

Ammania (Ammania). Si tratta di piante annuali, che si riproducono solo mediante semi. Hanno fusto quadrangolare sul quale si inseriscono, alternate e incrociate, coppie opposte di foglie orizzontali senza picciolo. I fiori, di colore rosa più o meno intenso, sono inseriti in gruppetti, nel punto di inserzione delle foglie sul fusto. Ogni fiore matura una capsula globosa contenente miriadi di semi. Nelle risaie italiane si incontrano con una certa frequenza due specie: l’ammania a fiori peduncolati (A. auricolata) e l’a. arrossata (A. coccinea), rappresentata sotto.

Rotala americana (Rotala ramosior). È molto simile alle specie precedenti, quando si trova allo stadio giovanile. Il nome deriva dal latino e si riferisce alle foglie che sembrano “rotate” rispetto al fusto. In fase di fioritura e di fruttificazione però la specie si distingue dalle ammanie perché, al posto dei gruppetti di fiorellini, nascono fiori singoli oppure rametti con molti fiori (rosati). È una specie poco competitiva, tipicamente acquatica, di taglia limitata (massimo 30-35 cm), che germina a partire dal mese di maggio in sommersione; la piena fioritura avviene in luglio-agosto.

Erba miseria delle risaie (Murdannia keisak). Potrebbe essere confusa con la specie precedente, in particolare allo stadio giovanile, ma un esame attento consente di rilevare che essa ha foglie non appaiate ma alternate lungo il fusto. Quest’ultimo è gracile, ramificato, cilindrico, prostrato sul terreno e radicante ai nodi. I fiori, riuniti in piccoli gruppi all’ascella delle foglie, sono costituiti da tre petali bianco-rosei e maturano una capsula clavata, con tre loculi interni, contenente moltissimi semi minuscoli. È una specie perenne che però in Italia si riproduce solo tramite semi.

Erba miseria asiatica (Commelina communis). Appartiene alla stessa famiglia della specie precedente, dalla quale si differenzia essenzialmente per avere fiori con due soli petali azzurro-violacei evidenti (il terzo petalo è molto piccolo) e minuscole infiorescenze avvolte da una brattea. Il fusto è molle, zigzagante, prostrato sul terreno e radicante ai nodi. Il frutto è una capsula con due loculi contenenti semi reniformi, rugosi e marroni. Questa specie, come la precedente, ha avuto origine da piante ornamentali che sono sfuggite alla coltivazione e si sono diffuse come infestanti.

Forbicine (Bidens). Devono il nome scientifico alla forma del frutto (achenio) sormontato da due (Bi) denti (dens), simile nella forma all’insetto Forficula auricolaria, detto comunemente forbicina. La forbicina intera (Bidens cernua) è così detta perché ha foglie intere. Le altre tre specie descritte hanno, invece, foglie composte per lo più da tre segmenti. La f. comune (B. tripartita) ha foglie con segmenti non peduncolati. La f. peduncolata (B. frondosa è così detta perché ha il segmento terminale di ogni foglia con un evidente peduncolo, proprio come la f. pelosa (B. pilosa).

Eclipta (Eclipta prostrata). Il suo nome deriva dal greco e indica l’assenza di pappo sui frutti. È una specie che si riproduce solo per seme. Ha fusto eretto scabro. Le foglie sono lanceolate strette, leggermente denticolate sul bordo. I capolini hanno un diametro di circa 1 cm e sono costituiti da fiori bianchi, ligulati e sterili quelli periferici, senza ligule e fertili quelli interni. Ogni fiore fertile matura un frutto cuneiforme, chiaro, con superficie tubercolata. Da adulta la pianta raggiunge una notevole taglia e generalmente supera in altezza le piante di riso.

Poligono anfibio (Polygonum amphybium). Il nome è ispirato al fusto nodoso (poly = molti e gony = nodi-ginocchi); l’aggettivo specifico si riferisce al modo di vegetare delle piante: in parte sulla terra ferma e in parte nell’acqua. Possiede fusti lunghissimi e cavi, oltre a foglie galleggianti con lunghi piccioli. La forma terrestre sviluppa fusti quasi eretti, non più alti di 60-80 cm, con foglie più piccole di quelle della forma acquatica. Da ogni fiore si sviluppa un frutticino a forma di dardo, lucido, bruno. La specie si riproduce, oltre che per semi, anche tramite un rizoma rossastro e nodoso.

Mestolaccia comune (Alisma plantago-aquatica). Il primo nome latino era già usato dagli antichi greci per indicare alcune piante acquatiche mentre i due aggettivi specifici derivano dalla somiglianza della forma delle foglie con quelle della piantaggine di terra. Le prime foglie emesse sono nastriformi e rimangono sommerse mentre le foglie più recenti hanno un lungo picciolo cavo e una lamina ovale acuta alla sommità. La specie si riproduce soprattutto per seme ma può moltiplicarsi anche per via vegetativa, per mezzo di un rizoma tuberoso immerso nel fango. La mestolaccia lanceolata (Alisma lanceolatum) ha lamina fogliare lanceolata. Le popolazioni che vivono in risaia o nei canali sono soprattutto piante perenni.

Vandellia delle risaie (Lindernia dubia). Specie annuale, che si riproduce solo mediante semi, con taglia ridotta (10-25 cm di altezza), con fusti più o meno eretti, angolosi. Le foglie sono ovate, dentellate sul bordo. I fiori hanno quattro stami (due dei quali sono sterili e senza antere) e corolla irregolare, saldata alla base, di colore bianco-rosea. v. palustre (L. procumbens) differisce dall’altra per le foglie non dentate sul bordo e per avere i quattro stami di ogni fiore muniti di antere e fertili.

 

Erba coltella delle risaie (Ottelia alismoides). Il nome italiano mette in risalto la forma delle foglie, simile a quella di un coltello; questa forma però si riferisce alle prime foglie emesse dalla pianta, ma le foglie nate successivamente hanno la lamina espansa, che si allarga sempre di più nelle foglie più recenti. Si tratta di una pianta con fusto cortissimo e perciò con foglie disposte in una rosetta appressata al terreno. I fiori, bianco-azzurrognoli, sporgono dalla superficie dell’acqua mentre le foglie rimangono generalmente sommerse.

Brasca comune o lingua d’acqua (Potamogeton natans). Deve il nome italiano alla forma delle foglie. Il nome scientifico (pòtamos = fiume e gheiton = vicino) e mette in luce le zone di elezione delle piante. Le foglie galleggianti sono lucide, hanno lungo picciolo e lamina ellittica. I fiori sono molto piccoli, privi di petali, riuniti in infiorescenze cilindriche. Da ogni fiore origina un frutto a forma di goccia che contiene moltissimi semi. Molto simile alla precedente è la brasca nodosa (Potamogeton nodosus) che ha foglie prettamente lanceolate. Altre specie che si possono trovare (raramente) sono: b. arrotondata (P. perfoliatus), b. increspata (P. crispus) e b. delle lagune (P. pectinatus).

Eterantera azzurra (Heteranthera rotundifolia). Si tratta di piante con fusto strisciante e immerso nel fango, avvolto da evidenti brattee. Ogni fiore è formato da tre tepali di colore azzurro intenso, due dei quali di forma irregolare e biancastri alla base. L’apparato maschile è formato da tre stami; uno è più lungo degli altri, ciò ha ispirato il nome di queste piante: dal greco hèteros = diverso e antera. La specie più diffusa però è l’eterantera a foglie reniformi (H. reniformis) che ha tepali bianchi e, come si arguisce dal nome, foglie reniformi.

Erba saetta (Sagittaria sagittifolia). Deve il nome alla forma delle foglie (dal latino sagitta = freccia). La forma di freccia si riferisce alle foglie che sporgono dall’acqua, ma la pianta forma anche foglie immerse, strettamente lanceolate. Il fusto è corto, suberificato, immerso nell’acqua. I fiori sono unisessuali e raccolti in infiorescenze a grappolo. Molto simile alla precedente è la sagittaria americana (Sagittaria latifolia), che differisce dall’Erba saetta principalmente per la forma arrotondata dei lobi basali delle foglie. Questa specie (vedi sotto) vegeta generalmente ai bordi delle camere.

Trifoglio acquatico comune (Marsilea quadrifolia). A dispetto del suo nome italiano, ha foglie formate da quattro segmenti incrociati, come è sottolineato dall’aggettivo specifico latino. Le foglie hanno lamina espansa cosparsa di una sostanza cerosa idrofuga e un lungo picciolo che permette alla lamina di galleggiare sul pelo dell’acqua. Il picciolo parte direttamente da un rizoma immerso nel fango sul quale sono visibili, a maturità, sporocarpi peduncolati (vedi sotto a destra), nei quali maturano le spore: questa specie, infatti, è una Pteridofita e perciò non forma né fiori né semi.

Trifoglio fibrino (Menyanthes trifoliata). Il nome latino si riferisce alla presunta facoltà dell’infuso di questa pianta di regolare il flusso mestruale (dal greco men = mese e anthos = fiore). Nel Medioevo l’infuso era consigliato contro lo scorbuto mentre attualmente è ritenuto un ottimo rimedio contro l’atonia digestiva; in Irlanda lo si usava per eliminare le vesciche callose e per purificare il sangue, gli inglesi usavano le foglie secche per insaporire la birra o per migliorare l’aroma delle sigarette, in Lapponia dal suo rizoma si estrae una fecola adatta per la panificazione.

Millefoglie d’acqua (Myriophyllum spicatum). Il nome latino e quello italiano si riferiscono all’aspetto delle foglie, composte da molti elementi (lacinie) filiformi (dal greco myrios = innumerevole e fyllon = foglie). Il fusto ha consistenza molle per assecondare il flusso dell’acqua. Tutta la pianta è immersa nell’acqua, tranne le infiorescenze; queste ultime portano fiori femminili rosa, disposti alla base, e fiori maschili (con soli stami) alla sommità. Una specie simile alla precedente è il millefoglie d’acqua ascellare (M. verticillatum) che ha spighe fogliose.

Limnofila (Limnophila indica x L. sessiliflora). Questo ibrido ha foglie di due tipi: quelle sommerse sono verticillate nella parte inferiore del fusto e sono formate da lacinie capillari ramificate; anche le foglie emerse, che si trovano all’estremità superiore dei fusti, hanno lamina finemente suddivisa ma in lacinie un po’ più larghe. I fiori hanno corolla bilabiata di colore rosato-giallastro, sono riuniti in verticilli all’ascella delle foglie apicali e maturano ognuno una piccola capsula ovoidale contenente molti semi. La specie si moltiplica anche per via vegetativa.

Alghe
Le alghe non sono da considerare vere e proprie piante infestanti ma ostacolano seriamente la coltivazione del riso, specialmente durante le prime fasi di sviluppo delle piantine, durante la germinazione e la nascita del cereale. Possono vivere dappertutto, anche se solitamente abitano i luoghi acquosi. Il loro corpo è molto semplice, formato da una sola cellula o da singole cellule che si uniscono insieme per formare colonie. Per questa loro semplicità sono anche dette piante inferiori, per distinguerle dalle piante “superiori” organizzate in tessuti specializzati. Il corpo delle alghe è detto tallo perché manca di radici, di fusto e di foglie, presenti, invece nelle piante superiori il cui corpo è detto cormo. Si dividono, in base alla colorazione, in: Cianofite (di colore verdeazzurro), Clorofite (verdi), Rodofite (rosse), Feofite (brune) ecc. Queste colorazioni sono date dalla presenza nelle cellule di diversi pigmenti, spesso variamente associati fra loro, con la prevalenza dell’uno o dell’altro (per esempio nelle Clorofite prevalgono quelli verdi delle varie clorofille; nelle Alghe azzurre prevale la ficocianina; in quelle rosse c’è una cospicua presenza di ficoeritrina e di carotina; nelle Alghe brune abbonda la ficoxantina ecc.). Alga reticolata (Idrodictyon reticulatum) è verde-giallognola, della famiglia Idrodictiacee, costituente del plancton. Le colonie di cellule formano agglomerati tipo sacco, lunghe anche qualche metro, con pareti reticolate. Quest’alga compare subito dopo la semina del riso e raggiunge il massimo sviluppo verso la fine della primavera. L’alga verde filamentosa (Sphaeroplea annulina) appartiene alla famiglia Sferopleacee. Forma masse filamentose (filamenti non ramificati), dapprima di colore verde, che diventano marrone-rossastre col passare del tempo.

L’alga spiralata (Spirogyra) forma ammassi filamentosi natanti o a volte fissati al substrato; ha aspetto di ovatta viscida verde brillante. Appartiene alla famiglia delle Zignematacee ed è formata da cellule aggregate in colonie, tenute insieme da una sostanza gelificata derivante dalla parete cellulare. Il colore verde è dato dalla clorofilla contenuta in corpuscoli (cloroplasti) nastriformi o spiralati (da cui il nome). Alga candelabro (Chara foetida). Ha corpo puzzolente, apparentemente formato da fusto e foglie filamentose riunite in una struttura a candelabro (da cui il nome). Si fissa nel fango tramite rizoidi filamentosi, formando estese praterie sommerse. Appartiene alla famiglia delle Caracee e si incrosta facilmente del calcare disciolto nell’acqua (le incrostazioni si possono apprezzare anche al tatto); per questo motivo esse rappresentano un costituente importante del tufo calcareo.

 

Specie delle risaie in asciutta
Nella coltivazione in asciutta si semina il riso come si fa per il grano e si allaga la risaia circa un mese dopo, quando le piantine hanno emesso tre o quattro foglie, dopodiché la risaia rimane allagata come nella coltivazione tradizionale. Un altro sistema di coltivazione prevede l’allagamento solo temporaneo della risaia e solo con turni prestabiliti da disposizioni provinciali. In questi casi, ed in particolare nel secondo, la risaia si affolla di specie infestanti che competono con il cereale, principalmente durante le prime fasi di crescita nel caso della semina interrata e per tutto il ciclo di coltivazione in asciutta. Si tratta di infestanti che nascono tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, che solitamente si trovano nelle colture estive coltivate in asciutta, come il mais, la soia ecc., e sono più dannose nei casi in cui il riso segue nella rotazione una di queste colture. Le specie più comuni, oltre al giavone comune e alle varie specie di zigoli, sono quelle rappresentate di seguito. Tra le Graminacee spiccano: pabbio (Setaria spp.), panico delle risaie (Panicum dichotomiflorum), sanguinella comune (Digitaria sanguinalis) e sorghetta (Sorghum halepense); tra le dicotiledoni prevalgono le poligonacee (Poligono a foglie di lapazio = Polygonum lapathifolium e P. persicaria) e la pomidorella (Solanum nigrum, famiglia delle Solanacee).

 


Coltura & Cultura