Volume: il melo

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

In arboricoltura il concetto di “erba infestante” ben si adatta alle erbe che nascono spontaneamente sotto il filare a causa della loro competizione nei riguardi delle piante da frutto. Questa definizione mal si adatta, invece, alle piante che nascono tra i filari del meleto andando a costituire un tappeto erboso che il più delle volte è necessario per il normale svolgimento del ciclo produttivo, perché è utile per agevolare le pratiche colturali o per motivi di ordine ambientale, e ciò spesso viene costituito appositamente con la semina di specie adatte. Non tutte le specie che nascono spontaneamente nel frutteto, però, sono idonee alla costituzione di tappeti erbosi funzionali, giacché alcune di esse sono decisamente dannose dato che, oltre a essere eccessivamente competitive, ostacolano la crescita di quelle utili.

Forme biologiche

La riproduzione delle piante può essere affidata ai semi oppure a gemme su radici, o su rami o su organi perennanti, come rizomi, bulbi, tuberi o stoloni. In natura la capacità di sopravvivenza delle piante dipende dal modo con cui esse riescono a proteggere queste strutture dalle avversità climatiche e ambientali in genere. Tra le avversità da superare vi sono quelle legate alla stagione sfavorevole che negli ambienti europei viene identificata con l’inverno o comunque con i periodi più freddi dell’anno. Poter superare tale stagione senza subire danni irreparabili è una delle condizioni di sopravvivenza delle piante. A questo scopo ogni specie si adatta in modo diverso e ognuna di esse, a seconda del tipo di adattamento e del portamento, può essere catalogata con una sigla. Agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso il botanico danese Christen C. Raunkiaer, chiamò tali categorie “forme biologiche” tenendo conto della posizione delle gemme perennanti sulla pianta. Il melo, per esempio, siccome è una pianta perenne, con fusto e rami legnosi e con gemme che si trovano a più di 30 cm dalla superficie del terreno, è stato compreso nella forma biologica detta Fanerofite (dal greco phanerós = evidente, con riferimento alle gemme) e indicato con la sigla P e più precisamente con la sigla P scap (Fanerofita scaposa), dal momento che ha un fusto = scapo molto evidente. Naturalmente alla stessa forma biologica appartengono tutte le piante che hanno le medesime caratteristiche. In un primo momento questi studi riguardarono le piante in generale ma nel 1984, per opera di un altro studioso (J. Montegut), gli stessi studi furono estesi più specificamente alle piante infestanti per le quali la sopravvivenza dipende, oltre che dal superare la stagione avversa, anche dalla capacità di adattarsi alle azioni che l’uomo adotta, con le lavorazioni o con altri sistemi, per eliminarle. D’altro canto la conoscenza di questi adattamenti è molto utile all’uomo, specialmente quando si tratta di difendere dalle erbe infestanti le colture arboree che rimangono sullo stesso terreno per diversi anni e che perciò sono soggette a essere infestate da specie con forme biologiche svariate. Le piante che vivono in Italia, sono riconducibili a 32 forme biologiche diverse, secondo Sandro Pignatti autore della più recente Flora d’Italia; qui di seguito però sono descritte solo le forme di 24 tra le specie più diffuse nei meleti italiani.

Terofite. Sono le piante annuali che si riproducono solo per seme (dal greco: théros = estate e phyta = pianta). Le piante di questa forma biologica, qui descritte, sono indicate con la sigla T scap perché hanno il fusto = scapo ben evidente.

Emicriptofite. Sono piante biennali o perenni, con gemme svernanti a livello del terreno, protette da squame e poco evidenti (dal greco: hêmi = parzialmente e kryptós = nascosto). Le piante di questa forma biologica sono indicate con la lettera H; possono avere portamento diverso e hanno le gemme collocate su diversi organi, per cui è possibile fare i sottogruppi elencati di seguito.
– H bienn (emicriptofite biennali): con ciclo vegetativo che si svolge nel corso di due anni. – H caesp (emicriptofite cespitose): caratterizzate da ciuffi o cespi di foglie basali alla periferia dei quali si formano gemme che estendono il cespo. – H ros (emicriptofite rosulate): piante a “rosula”, cioè con portamento a rosetta appressata al terreno. – H scap (emicriptofite scapose): generano nuovi individui da gemme radicali (specialmente dopo spezzettamento delle radici a opera delle lavorazioni).

Geofite. Sono piante con ciclo vegetativo perenne che portano gemme su particolari organi interrati (dal greco: gê = terra e phyta = pianta). Le piante di questa forma biologica sono indicate con la sigla G. Vi appartengono diversi sottogruppi, fra i quali:
– G rad (geofite radicigemmate): con gemme svernanti sulle radici perennanti. – G rhiz (geofite rizomatose): con gemme svernanti su rizomi veri e propri.

Evoluzione della flora spontanea in base alla forma biologica.

Sotto i filari dei frutteti la presenza, la diffusione stagionale delle piante caratterizzate dalle diverse forme biologiche e il loro avvicendamento nell’arco dell’anno dipendono dal metodo di gestione agronomica del tappeto erboso che si insedia tra i filari e che rappresenta il serbatoio dei propaguli che si diffonderanno sotto i filari. Negli ultimi 10 anni lo scrivente, con la collaborazione della Bayer CropScience, ha potuto verificare l’evoluzione stagionale delle diverse forme biologiche presenti sotto i filari di una quarantina di frutteti italiani (melo, pero e pesco) di età superiore ai 5 anni: sono sotto riportati i risultati di questa indagine relativa alla flora di superfici non sarchiate e non diserbate. Lavorazioni ripetute nell’interfilare favoriscono l’insediamento su tutta la superficie del frutteto delle piante annuali T scap a scapito delle piante con forme H e G. Le piante annuali sono sempre prevalenti sulle altre, anche se con il passare degli anni la loro incidenza sulla vegetazione spontanea complessiva tende a diminuire, mentre quella delle piante biennali e perenni aumenta. In questi frutteti la maggior parte dell’infestazione durante tutto l’anno, perciò, è formata da specie T scap annuali: quelle a nascita autunno-invernale (es. billeri, falsa ortica, forasacco e veronica comune) occupano la superficie fino a primavera inoltrata quando lasciano il posto alle piante annuali che nascono in primavera (amaranto, galinsoga, sanguinella, pabbio ecc.) e che rimarranno fino all’autunno successivo. Nel corso della primavera tra le specie perenni prevalgono le geofite (G rhiz e G rad) sulle emicriptofite (prevalentemente H caesp). In estate le piante di forme G e H diminuiscono ulteriormente a vantaggio delle piante T scap; in particolare spariscono le G rad (per es. cardo campestre), resistono le H caesp (es. loglio e fienarola comune) e diminuisce molto l’incidenza delle G rhiz (es. gramaccia e vilucchio). Anche nei frutteti appena impiantati ma caratterizzati dalla nascita di vegetazione spontanea naturale, negli interfilari inizialmente prevalgono le specie T scap annuali, sia in primavera con le specie che nascono durante l’inverno, sia in estate e in autunno con le specie a nascita primaverile. Con il passare degli anni però prendono il sopravvento le specie perenni del gruppo G. In diversi ambienti si sviluppano copiose anche alcune specie delle forma H, come, per esempio, la borsa del pastore e il soffione. L’evoluzione stagionale della flora che si insedia in questi frutteti dopo qualche anno dall’impianto comporta una prevalenza primaverile delle specie H e G nel loro complesso sulle specie annuali T scap. In particolare hanno una grande diffusione primaverile le specie H caesp (es. loglio) e H ros (es. soffione) e una quota cospicua è rappresentata dalle geofite. Nel corso dell’estate e dell’autunno si assiste a un ulteriore incremento delle emicriptofite, specialmente H ros, e delle geofite rizomatose. Con la semina artificiale di essenze nell’interfilare vi si costituisce una coltura prativa e si sviluppa anche una flora spontanea caratteristica dei prati, ricca principalmente di specie H, che si insedierà maggiormente nell’area sottesa ai filari. Anche in questo caso inizialmente hanno il sopravvento le piante annuali, la cui invadenza assume un carattere stagionale mentre con il passare degli anni esse cedono gradatamente il passo alle forme G e in particolare alle forme H. Nel periodo primaverile perciò la distribuzione delle erbe spontanee si può identificare con il complesso delle piante che solitamente infestano le colture prative; l’insieme della vegetazione G e H sovrasta quella annuale T scap; la maggior parte della vegetazione è rappresentata da specie H ros (es. cinquefoglie comune e soffione) e H caesp che rappresenta le essenze seminate per la formazione del cotico dell’interfilare (loglio, poa, festuca ecc.). Nel corso dell’estate diminuisce l’incidenza delle specie H a vantaggio delle geofite, in particolare di quelle rizomatose, e delle specie annuali T scap a nascita primaverile (es. centonchio, grespino e pabbio) che si comportano da vere e proprie infestanti del prato creato nell’interfilare.

Effetti delle lavorazioni sulla flora spontanea

Gli effetti delle lavorazioni sulla diffusione delle diverse forme biologiche (o anche sulla stessa forma biologica) dipendono, oltre che da fattori ambientali e stagionali, fondamentalmente dalla quantità e tipo di vegetazione presente al momento dell’intervento oltre che dalla profondità dell’operazione. La vegetazione presente durante l’estate e l’autunno può essere molto influenzata oltre che da eventuali sarchiature anche dall’epoca di esecuzione delle stesse. Nei frutteti con interfilare ripetutamente lavorato, la parte prevalente della vegetazione erbacea, anche sotto i filari, rimane quella formata dalle specie annuali T scap che si succedono quando la lavorazione viene fatta a fine inverno. Ritardando la sarchiatura alla fine della primavera una consistente quota di vegetazione T scap viene eliminata, e in particolare quella nata dopo l’inverno ma anche molta di quella che nasce in primavera, per cui l’incidenza della vegetazione T scap, pur rimanendo predominante, diminuisce a vantaggio di una vegetazione perenne geofita, prevalentemente rizomatosa, che si giova, com’è risaputo, delle lavorazioni per il noto effetto della dominanza apicale per il quale le gemme apicali (o distali) di un rizoma, germogliando, inducono dormienza nelle gemme più vicine alla zona di origine del rizoma stesso. Questo è un adattamento che la pianta madre mette in atto per evitare la competizione con le nuove piante, tanto più forte quanto più vicine sono queste ultime. Con le lavorazioni si frazionano i rizomi, di conseguenza molte gemme dormienti diventano “apicali” e quindi germogliano propagando maggiormente la specie. Un fenomeno simile avviene anche per le piante del gruppo H ros e H scap in seguito alla frantumazione delle radici (es. di soffione e romice) o degli stoloni radicati (es. nel cinquefoglie comune), in particolare nei meleti in cui si pratica l’inerbimento naturale che permette l’insediamento di molte specie perenni sotto i filari. In questo caso le lavorazioni effettuate alla fine dell’inverno provocheranno la riduzione delle piante cespitose (H caesp) a vantaggio delle specie annuali T scap che nasceranno durante la primavera. Ritardando la sarchiatura si provocherà un effetto simile a quello illustrato ma ancora più marcato, tranne che per le piante emicriptofite rosulate (H ros) la cui presenza viene anzi leggermente incrementata. Gli effetti delle sarchiature sulle specie H ros appena descritti, si verificano anche nei frutteti condotti con inerbimento artificiale dell’interfilare, dove invece, eliminando la vegetazione sotto i filari alla fine dell’inverno si favorisce l’insediamento di piante annuali T scap a nascita primaverile. Ritardando la sarchiatura si elimineranno queste piante annuali che lasceranno lo spazio per un massiccio insediamento delle specie H ros e favoriranno anche la diffusione delle specie H caesp seminate appositamente per la costituzione del cotico dell’interfilare, le quali andranno a invadere anche parte del terreno sottostante i filari.

 

Descrizione delle specie

Amaranto (Amaranthus spp.). Le sue infiorescenze non avvizziscono mai, anche dopo la loro completa maturazione; a questa loro caratteristica è ispirato il nome della pianta (dal greco a = non e maraino = avvizzisco). Il nome rievoca il colore che spesso assumono fusti e foglie. Pianta adorata dagli Aztechi che usavano i semi per farne farina panificabile: un mito narra come un bimbo di nome Centeotl, nato dal dio della terra Tlazolteotl e dalla dea dei fiori Xochiquetzal, fosse seppellito appena nato e come da esso avessero avuto origine diverse piante, fra le quali il mais (in azteco centil = mais, teolt = dio) e l’A. ibrido (A. hybridus) dai semi buoni. La specie più diffusa nei meleti però è l’A. comune (A. retroflexus).

Billeri primaticcio (Cardamine hirsuta). È una piccola pianta le cui prime foglioline nate si dispongono a rosetta appressata al terreno, hanno lamina suddivisa in piccoli segmenti tondeggianti; le foglie della pianta adulta ricalcano circa la stessa forma ma hanno segmenti più allungati e picciolo più lungo, inoltre sono inserite su esili fusti che portano alla sommità i fiori. I frutticini contengono moltissimi semi giallastri lunghi circa 1 mm. La specie somiglia molto al crescione e ne prende il nome greco (kàrdamon). Il billeri è una delle centinaia di piante selvatiche mangerecce, ancora oggi consumato in insalata o per aromatizzare pietanze.

Borsa del pastore (Capsella bursa-pastoris). Il nome ben rappresenta questa pianta e trae origine dai piccoli frutti che ricordano una piccola tasca (in latino: capsella) contenente molti semi piccoli e allungati (circa 2 mm). Le prime foglioline emesse hanno forma di spatola; le successive hanno margine inciso in lobi e sono disposte in una rosetta appressata al terreno. Crescendo, la pianta emette, dal centro della rosetta di foglie basali, un fusto eretto, cilindrico, esile, generalmente arrossato che porta foglie semplici e frutticini cuoriformi. Questa pianta era utilizzata in passato come insalata o per farne decotti emostatici. Con le giovani piante in Lomellina si prepara il delizioso “ris ed erb”.

Cardo campestre o stoppione (Cirsium arvense). Il nome latino sottolinea l’impiego che si faceva in passato di questa specie per curare le varici (kirsós, in greco); il primo nome italiano rimarca la spinosità delle foglie e dei capolini, mentre il secondo nome allude alla sua abbondanza nelle stoppie di grano. Si riproduce tramite gemme radicali e ha grande difficoltà di maturare semi vitali in quanto la maggior parte delle piante matura fiori di un solo sesso, per cui se non si trovano vicino piante con fiori di sessi diversi l’impollinazione risulta molto difficoltosa. Per rafforzare le probabilità di impollinazione la pianta produce fiori con un gradevole odore di muschio che attira le farfalle impollinatrici.

Centonchio (Anagallis spp.). Il nome latino Anagallis corrisponde a quello italiano e deriva dalla parola greca anaghelao (rido) per le sue supposte qualità di erba curativa della malinconia. La pianta adulta ha fusti gracili, a sezione quadrangolare, adagiati sul terreno; le foglie sono opposte, a due a due, sono senza picciolo e hanno lamina intera e acuta alla sommità. Al genere Anagallis, che fa parte della famiglia delle Primulacee, appartengono diverse specie ma una in particolare si trova con una certa frequenza nei meleti italiani: il centonchio rosso (A. arvensis) dai bei fiorellini rossi, scelto come simbolo araldico dalla famosa Primula rossa, nomignolo del celeberrimo protagonista di un romanzo ambientato durante la Rivoluzione Francese.

Cinquefoglie (Potentilla reptans). È così chiamata perché ha le foglie formate ognuna da 5 segmenti disposti come le dita della mano; questa conformazione evocava durante il Medioevo forme sovrannaturali ispirate per lo più all’esistenza delle streghe. I contadini la usavano invece per ricavarne infusi febbrifughi; le sue proprietà medicinali sono molto potenti (da pòtens deriva il nome latino). L’aggettivo reptans (strisciante) si riferisce alla sua capacità di emettere dal fusto principale stoloni lunghi e sottili che si allungano e ramificano sulla superficie del terreno. La pianta adulta raramente porta semi maturi.

Equiseti. Sono piante che nascono spesso nelle zone più umide del frutteto e che, nell’aspetto, ricordano code di cavallo, con fusti nodosi e rami sottili, verticillati come “sete d’equino” (Equisetum). Piante dalla strana conformazione, con un rizoma sotterraneo il quale dà origine a due tipi di piante di forme completamente diverse fra loro, che si succedono dalla fine dell’inverno fino all’autunno: la prima ad apparire è una pianta costituita da un fusto nodoso senza sete ma munita all’apice di una formazione a clava dentro la quale si formano le spore dalle quali nascono nuove piante. Dal medesimo rizoma poco dopo nascono le “code di cavallo” già descritte che rimarranno nel frutteto fino all’autunno.

Falsa ortica (Lamium spp.). È così chiamata per via delle sue foglie rugose, simili a quelle dell’ortica, ma non urticanti. Il nome scientifico, che viene ripreso anche dall’intera famiglia di queste piante (Lamiacee), deriva dalla forma del fiore che ha i petali saldati in una gola, all’estremità della quale sono visibili due labbra: per questo motivo la famiglia è anche detta labiate. Il fusto ha sezione quadrangolare, è vuoto, fragile, leggermente contorto e spesso adagiato sul terreno. I fiori, di colore purpureo più o meno intenso, sono riuniti su spighe fogliose e maturano frutticini spigolosi riuniti in piccoli gruppetti inseriti alla base delle foglie.

Fienarola dei prati (Poa pratensis). Il nome latino significa “erba”; essa, infatti, è spesso coltivata come foraggio, sia sotto forma di sostanza verde sia come fieno: è questo il significato del nome italiano. I fiorellini di questa pianta sono piccolissimi e verdastri; sono riuniti in piccole infiorescenze di 2 o 3 elementi, chiamate spighette e queste sono inserite con molte altre a formare ampie pannocchie. Nei frutteti si riproduce tramite semi o per mezzo di gemme e spesso viene seminata apposta, con altre graminacee, per costituire un cotico erboso tra i filari.

Forasacchi (Bromus spp.). Anche queste specie sono impiegate come foraggio: il nome latino, infatti, vuol dire “nutrimento”, mentre il nome italiano si riferisce al fatto che le cariossidi di alcune specie, che infestano il frumento, forano facilmente i sacchi di iuta che servono per trasportare il cereale. I forasacchi non ancora maturi si distinguono dalle altre graminacee per avere la guaina delle foglie con i bordi saldati mentre le altre hanno i bordi che si sovrappongono. Un’altra particolarità di alcune di queste specie risiede nella lanugine sparsa sulle foglie e nelle lunghe reste delle infiorescenze.

Galinsoga (Galinsoga spp.). Il nome italiano e quello latino sono dedicati a Martinez Galinsoga, medico alla corte spagnola del XIX secolo. Appartiene alla famiglia delle Composite, così dette per avere piccoli capolini che sono vere e proprie infiorescenze composite di un insieme numeroso di fiorellini gialli e bianchi. La riproduzione avviene solo tramite semi contenuti all’interno di frutticini nerastri e piumosi chiamati “acheni” o “cipsele”. La galinsoga ha ciclo vegetativo molto corto ed è in grado di svolgere in 1 anno anche 2 o più generazioni, per cui nello stesso meleto si possono trovare contemporaneamente piantine appena nate e piante già fiorite.

Gramaccia (Agropyron repens). Somiglia alla gramigna comune (Cynodon dactylon); entrambe, infatti, hanno un lungo rizoma, in grado di originare altre piante, che si approfondisce nel terreno. La gramaccia avanza dai margini dell’appezzamento fino a invadere, se non viene disturbata, tutto il frutteto. Deve il nome scientifico alla somiglianza con una forma selvatica di grano (dal greco: àgrios = selvatico e pyròs = grano) e al suo rizoma strisciante (in latino rèpere = strisciare) sotto la superficie del terreno; ha portamento molto simile al loglio, soprattutto per la forma delle spighe (a sezione piatta quelle del loglio, a sezione quadrangolare quello della gramaccia).

Grespino (Sonchus spp.). È una delle infestanti più assidue dei meleti, il cui nome latino deriva da quello greco (sonkos). Specie conosciuta sin dall’antichità come erba alimentare; si usa anche attualmente per preparare squisite minestre primaverili e costituisce un ottimo condimento per piatti a base di carne. La pianta giovane è formata da una serie di foglie che formano una rosetta adagiata sul terreno. Da adulta ha un fusto eretto, gracile, lattiginoso se si rompe: per quest’ultima sua caratteristica in passato si dava come foraggio alle scrofe in lattazione perché si credeva facesse aumentare la loro produzione di latte destinato ai maialini.

Loglio comune (Lolium perenne). È una tipica foraggera graminacea, facilmente individuabile per le sue foglie lanceolate, lucide, riunite in folti cespi che si allargano ogni anno di più grazie a gemme periferiche perennanti poste al di sopra delle radici. Il loglio però si riproduce anche tramite semi. Ha piccoli fiorellini raccolti su spighe lunghe, sottili e compresse, simili a quelle della gramaccia, descritta prima, la quale ha, invece, spighe non compresse. Il loglio è da ritenersi infestante quando nasce sotto il filare del meleto ma se nasce tra i filari costituisce un ottimo inerbimento che agevola le operazioni colturali, per il passaggio delle macchine operatrici.

Pabbio o setaria (Setaria spp.). Caratteristica graminacea con pannocchie cilindriche. Il fusto delle piante giovani è compresso, le foglie sono lanceolate nastriformi. I microscopici fiori sono inseriti su piccole infiorescenze, dette spighette, raccolte su pannocchie; molti fiori sono però sterili e si trasformano in setole: è a quest’ultima caratteristica che si riferisce il nome latino. Le piante maturano cariossidi a forma di goccia contenenti ognuna un seme, tramite il quale la pianta si riproduce. La specie più frequente nei meleti è il p. rossastro (S. glauca); altre due specie che si incontrano spesso sono il p. comune (S. viridis) e p. verticillato (S. verticillata).

Poligono degli uccellini (Polygonum aviculare). È così detto per avere il fusto con molti (in greco: poly) nodi che spesso lo piegano come le ginocchia (gony); per questo motivo la specie è anche detta centonodi. Il riferimento agli uccellini (aviculare, da avis = uccello) deriva dall’essere da questi molto appetito. Quest’erba, dai piccolissimi fiori bianco-rosati, nasce da seme; a volte forma veri e propri tappeti erbosi tra i filari del melo. Durante il Medioevo aveva la nomea negativa per ostacolare la crescita dei bambini: ne fa menzione anche Shakespeare nel suo Sogno di una notte di mezza estate.

Polisporo (Chenopodium polysporum). I chenopodi sono così detti per avere le foglie con margine lobato che nella forma ricordano le zampe (in greco pous = piede) delle oche (in greco: chen); sono anche detti farinelli perché le foglie sono ricoperte da una pruina farinosa che le rende molto caratteristiche. Alcuni chenopodi però non hanno tali peculiarità; è il caso del polisporo che ha foglie con lamina intera morbida, di un bel colore verde brillante. Il nome italiano e l’aggettivo specifico latino si ispirano ai minuscoli semi lenticolari (in realtà si tratta di frutti), neri e lucidi e perciò molto visibili sulla pianta tanto da sembrare più numerosi di quanto in realtà sono.

Romici (Rumex spp.). La forma di lancia delle foglie ha ispirato il nome di queste piante Rumex, che in latino vuol dire, appunto, lancia. La radice di queste piante è a forma di carota, dal leggero sapore amarognolo, che in molte zone si usa ancora come condimento per la carne e in passato veniva tagliata e strofinata sulla pelle per far guarire le piaghe. Anche le foglie hanno proprietà curative, contro le bruciature da alta temperatura o quelle provocate dalle ortiche. I fiori sono molto piccoli, riuniti in larghe pannocchie fogliose che arrossiscono dopo la maturazione. Il nome latino si riferisce anche alla forma dei piccoli frutti, del tutto simili a un dardo, con 3 facce lisce che convergono fra loro.

Sanguinella comune (Digitaria sanguinalis). È una delle più frequenti piante infestanti dei meleti; deve il suo nome italiano (e il secondo nome latino) alla colorazione generalmente arrossata (come il sangue) dei fusti, delle foglie e delle infiorescenze. Il primo nome latino deriva, invece, dalla forma delle infiorescenze che hanno rametti disposti come le dita (in latino: digitus) di una mano aperta. Sui rametti sono inseriti piccolissimi fiori verdastri che maturano frutticini a cariosside contenenti ognuno un seme tramite il quale la pianta si riproduce. Il fusto è in parte adagiato sul terreno e spesso emette radici secondarie dai nodi.

Senecione comune (Senecio vulgaris). Noto anche come erba cardellina, deve il nome latino alla candida peluria che scaturisce dai capolini maturi rendendoli simili alla testa d’un vecchio (dal latino senex = uomo vecchio). È una delle erbe più comuni (vulgaris) e si trova ovunque e in ogni stagione dell’anno, potendo nascere sia in inverno sia in estate. In passato era utilizzata come pianta officinale e medicamentosa per curare le ulcere e per regolare il flusso mestruale. I fiorellini, giallastri e raccolti su piccoli capolini, evolvono in frutti simili a semi costoluti (circa un migliaio per ogni pianta), a forma di cuneo, con alla sommità un candido pappo.

Soffione (Taraxacum officinale). Il nome italiano è legato alla capacità dei pappi dei piccoli frutti di funzionare come dei minuscoli paracadute, in grado di volare via al minimo soffio. Il nome latino sottolinea le sue virtù officinali, come rimedio (in greco: akos) contro l’intorbidimento della vista (táraxis). Le piante giovani vengono usate ancora oggi per preparare minestre di verdure dal sapore leggermente e squisitamente amarognolo, ma attenzione a non mangiarne troppo perché è molto diuretico, tanto da far fare (così si crede) la pipì a letto ai bambini: si giustifica così il nome piscialletto con cui questa pianta è anche conosciuta.

Veroniche (Veronica spp.). Il nome è dedicato a Santa Veronica; appartiene alla famiglia delle Scrofulariacee ed è così detta perché comprende alcune specie impiegate in passato per curare una malattia ghiandolare: la scròfola. Un altro nome con cui queste piante sono conosciute è occhi della Madonna e guardando i fiori si capisce perché: i piccoli fiori, riuniti in racemi fogliosi, sono di un profondo colore ceruleo e iridescenti. Sono piante generalmente adagiate sul terreno, con fusti spesso contorti. Le foglie sono ovali, con margine regolarmente dentato. Il frutto è una piccola capsula che contiene molti semi, incavati a conchiglia, tramite i quali la pianta si riproduce.

Vetriola (Parietaria spp.). Vicina parente dell’ortica, ma non urticante, non solo è una infestante emergente dei meleti ma anche una pericolosa pianta allergenica. Il nome scientifico sottolinea il suo ambiente prediletto, cioè pareti e vecchi muri. Ha fusti fragili e fiori verdastri, riuniti in grumi. Il nome italiano le deriva dall’uso per lavare le bottiglie, sfruttando la rugosità e la morbidezza delle sue foglie. In passato il succo ottenuto da questa pianta, misto al miele, era impiegato per la cura della tosse e come antidolorifico, pare anche che l’infuso fosse usato per prevenire la caduta dei capelli (peccato che io l’abbia scoperto solo di recente, quando ormai era troppo tardi!).

Vilucchio (Convolvulus arvensis). È il simbolo dell’invadenza per quel suo vizio di intrufolarsi fra la vegetazione delle altre piante grazie alle sue foglie a forma di lancia che ne agevolano l’intrusione e al suo fusto volubile (dal latino: convolvere = avvolgere) che con le sue volute è capace di avviluppare qualsiasi altra pianta o supporto gli capiti vicino. Ha radici con tenaci rizomi che sono in grado di originare nuove piante. La specie si riproduce però anche tramite semi; questi ultimi hanno la forma di piccoli dardi, sono scuri e rugosi e sono contenuti in frutticini a capsula. I fiori sono imbutiformi, biancastri striati di rosa, dall’odore di mandorla che attira insetti impollinatori.


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