Volume: gli agrumi

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

L’aranceto del Botticelli

Come la ninfa Clori insidiata da Zefiro, sotto lo sguardo di una ritrosa Venere e tra il fluttuare di veli leggiadri delle tre Grazie, muta in Flora, foriera di rinascita, così in un aranceto si annuncia la fine dell’inverno nel capolavoro di Sandro Botticelli, La Primavera, enigmatico quadro conservato agli Uffizi di Firenze. Moltissimi (quasi 200 specie) e variegati fiori selvatici si incastonano, come gemme colorate, nel prato sotto l’aranceto del Botticelli. In quella tavola mi sembrò di planare, alla fine dello scorso febbraio, quando un aereo, in poco più di un’ora, dalla fredda e innevata Valle Padana mi fiondò in un aranceto catanese. Trovai un’atmosfera già di primavera. Via l’eschimo degli anni ’70, matita e taccuino, annotai più di cinquanta specie di piante spontanee tra i filari di aranci e di altri agrumeti che visitai nei giorni successivi. Negli aranceti siciliani, nei limoneti di Siracusa, come negli agrumeti calabresi e in quelli pugliesi, durante la primavera, tra i filari un luminoso iride di fiori. Il bianco dei fiori della stellaria e dell’eliotropio si tinge di giallo in quelli dell’acetosella, dei grespini e dei crisantemi dorati. Virano nell’arancione i flosculi delle calendule mentre i fiori della malva e della scarlina, come quelli del becco di gru, si colorano di rosa. E i fiori cerulei della borragine riflettono l’invidioso cielo tra i culmi di graminacee e il verde della pruriginosa ortica. D’estate tutto cambia. Solo di tanto in tanto, bianche stelline di pomidorella e rosee campanelle di vilucchio, con il giallo dei fiori della portulaca e dei triboli spinosi, si fanno largo tra le specie più frondose, e il verde ha il sopravvento in vegetazione a chiazze, di fiori schivi, di amaranti e farinelli, di romici e vetriola.

Un po’ di tecnica

Ahimè, dall’arte pittorica all’arte del diserbo il passo è decisamente lungo, ma necessario. La presenza delle erbe spontanee nell’agrumeto implica complicate interazioni che interessano anche vari settori produttivi, da quello agronomico propriamente detto a quelli relativi agli aspetti fitoiatrici, economici e ambientali. In assenza di un’accorta gestione di queste specie, nell’agrumeto si instaura una variegata flora spontanea che, come è stato già sottolineato, si presenterà folta e lussureggiante tra la fine dell’inverno e la primavera successiva. Ai fini competitivi verso la coltura questa flora non è particolarmente dannosa, vuoi per le ridotte esigenze nutrizionali degli agrumi in questo periodo, vuoi per la disponibilità idrica assicurata dalle piogge stagionali, sufficienti per le esigenze vegetative di alberi ed erbe. Tipica componente floristica in questa fase è l’acetosella gialla che forma un tappeto erboso pacciamante che, oltre a soddisfare l’aspetto paesaggistico, rappresenta una coltre verde necessaria per il passaggio delle macchine operatrici, un ostacolo all’insediamento di altre specie infestanti e anche un serbatoio di acqua e sostanza organica, da restituire al terreno al momento del suo interramento, nel mese di aprile-maggio, cioè all’inizio della stagione secca. Le prerogative positive della presenza di questa specie riguardano anche un aspetto squisitamente fitoiatrico inerente la lotta biologica; l’acetosella, infatti, ospita acari innocui per gli agrumi ma che si comportano da predatori di altri acari fitofagi dannosi per le colture. È altrettanto vero però che una presenza massiccia sua e di altre specie a lei contemporanee può rivelarsi molto dannosa, per esempio quando esse offrono rifugio ad arvicole e insetti fitofagi nocivi anche per gli agrumi. Se la vegetazione erbacea autunno-primaverile può essere tollerata, e in molti casi auspicata e favorita nella crescita, non così è per quella estiva che è pressoché sempre dannosa, a causa dell’eccessiva competizione per l’acqua (siamo nella stagione secca) e le sostanze nutritive di cui la coltura è particolarmente esigente in questo periodo. La competitività si manifesta anche con fenomeni allelopatici, come quando, per esempio, la coltura è infestata da Convolvulus arvensis e Cynodon dactylon. La dannosità della flora infestante tocca anche aspetti fitosanitari, visto che specie come Setaria verticillata e Solanum nigrum possono ospitare dannosi nematodi. Alle specie più frequenti che compongono la flora estiva e a qualche specie autunno-primaverile viene dato un particolare rilievo qui di seguito, con una descrizione volutamente sommaria per ragioni di spazio, secondo l’ordine alfabetico dei loro nomi italiani (seguiti, tra parentesi, dai nomi latini).

Descrizione delle specie

Acetosella gialla (Oxalis pes-caprae). È una tipica componente del cotico erboso degli agrumeti siciliani. Il suo nome rievoca il sapore acido delle foglie. Ogni foglia è composta da tre segmenti cuoriformi, tanto che queste piante vengono confuse spesso con quelle del trifoglio e furono prese come esempio da San Patrizio, evangelizzatore dell’Irlanda, per illustrare il concetto della Trinità. L’aggettivo pes-caprae indica la forma dei tuberetti radicali, simili agli zoccoli delle capre, tramite i quali la specie si riproduce dato che non riesce a portare a termine la maturazione dei semi.

Amaranti (Amaranthus spp.). Piante annuali dalle infiorescenze persistenti anche durante l’avvizzimento: a questa caratteristica è ispirato il loro nome (dal greco a, non, e maraino, avvizzisco). La specie più diffusa è l’amaranto comune (Amaranthus retroflexus) detto anche blito, una pianta vigorosa dalle tipiche infiorescenze a pannocchia dalle quali originano migliaia di piccolissimi semi neri, lenticolari e lucidi, ancora oggi impiegati in molti Paesi africani e sudamericani, per ricavarne farina da panificare o per la produzione di dolci.

Farinello o chenopodio (Chenopodium spp.). Anche i semi dei farinelli sono lenticolari e lucidi. Il nome latino di queste piante annuali associa la forma delle foglie con quella delle zampe delle oche (dal greco chen, oca, e podion, piede). L’allusione alla farina della denominazione italiana deriva dalle microscopiche sferette biancastre che, come un sottile strato di farina, ricoprono i vari organi della pianta.

Gramigna comune o dente di cane (Cynodon dactylon). È presente in ogni stagione, in particolare nei terreni poco lavorati, grazie ai suoi rizomi radicali e ai suoi stoloni che si allungano sul terreno. Rizomi e rami sono ricchi di gemme che da giovani sembrano incisivi di cane, ispiratori del nome italiano della specie e del nome cynodon (dal greco kyon, cane, e odon, dente), e crescendo generano nuove piante che emettono infiorescenze con rametti disposti come le dita di una mano: è a questa disposizione che allude l’aggettivo dactylon.

Grespi(g)no (Sonchus spp.). Presenti in ogni stagione, ma specialmente in primavera, queste piante da adulte hanno fusto praticamente vuoto, che emette un latice biancastro se rotto, e foglie un po’ spinulose sul bordo, ma non pungenti. Dai fiori originano piccolissimi frutti (acheni) muniti di un candido pappo apicale che, funzionando come un minuscolo paracadute, permette al seme maturo, contenuto nell’achenio, di essere trasportato lontano dalla pianta madre e di essere diffuso in un’ampia area circostante.

Malva selvatica (Malva sylvestris). Pianta imponente e lussureggiante, caratterizzata da fusto coriaceo, foglie palmate e fiori con cinque petali rosa rigati di violetto. Da ogni fiore prende origine un frutto a forma di piccola ciambella che a maturità si sgretola in molti frutticini lenticolari, contenenti ciascuno un seme. La riproduzione di questa specie avviene tramite semi, ma le piante possono emettere getti fertili anche dalle gemme che si trovano sulle loro radici.

Pabbio o setaria (Setaria spp.). È una graminacea annuale, onnipresente durante l’estate. Come tutte le graminacee ha foglie nastriformi lanceolate; il fusto è compresso, talvolta quasi schiacciato, e adagiato sul terreno con la sua porzione inferiore. L’infiorescenza ha una forma pressoché cilindrica ed è ricchissima, oltre che di fiori, anche di evidenti sete, che sono ricordate nel nome di queste piante e che derivano da fiori abortiti. Il genere Setaria comprende diverse specie, tra le quali il pabbio comune (a destra, nell’immagine a fianco) e il pabbio verticillato (a sinistra, nella stessa immagine).

Pomidorella (Solanum nigrum). Specie annuale, tipicamente estiva, di media taglia ma molto fogliosa e con piccole bacche nere (nigrum) e sferiche che nella forma ricordano i frutti di alcune varietà di pomodoro. Il nome Solanum deriva da una parola greca che indica conforto, con riferimento a vari componenti delle piante che sono tossici ma che opportunamente estratti e dosati possono servire per lenire le sofferenze provocate da varie malattie.

 

Porcellana comune (Portulaca oleracea). Il nome latino si riferisce alla portula tramite la quale il frutticino si apre a maturità per liberare miriadi di piccolissimi semi neri, che riproducono la specie. L’aggettivo oleracea deriva anch’esso dal latino e indica il suo uso come verdura. Le piante adulte assumono una forma di cuscino adagiato sul terreno, con i rami cilindrici molto ramificati, lisci, spesso arrossati, con foglie grassette a forma di spatola e fiorellini gialli. Questa specie è tipica dei terreni sabbiosi o sciolti, e persiste per tutta l’estate con frequenti rinascite, in particolare se la stagione decorre piovosa.

Romice (Rumex spp.). Il nome scientifico di queste piante deriva dal termine latino che indica la punta della lancia, con riferimento alla forma delle foglie. Il fusto è eretto e robusto. I fiori sono poco appariscenti e riuniti in ampie pannocchie. Da ogni fiore ha origine un seme la cui forma ricorda un dardo con tre facce triangolari leggermente incavate. La specie si moltiplica per seme e anche per gemme, presenti sulle grosse radici e in grado di originare piante durante tutto l’anno.

Saeppola (Conyza spp. = Erigeron spp.). L’accentuato odore di cimice (in greco kónopos) ha dato il nome a queste piante annuali. Appartengono alla famiglia botanica delle Composite, anche se non si direbbe guardando i loro capolini piccolissimi e quasi incolori. Di recente introduzione in Italia, queste piante si diffondono soprattutto grazie ai leggeri semi provvisti di pappo che, come succede per i grespini, li trasporta anche a considerevole distanza nell’ambiente circostante. Negli agrumeti italiani sono diffuse due specie, la saeppola di Buenos Aires (C. bonariensis) e la saeppola canadese (C. canadensis).

Sorghetta o melghetta (Sorghum halepense). Il nome latino di questa rigogliosa graminacea estiva è di origine orientale: ricorda la parola indiana sorghi e la città di Aleppo (halepensis). La specie si riproduce tramite semi ma anche per mezzo di rizomi radicali che emettono nuove piante le quali, a loro volta, formano nuovi semi e nuovi rizomi, e così via. L’infestazione procede dai bordi dell’appezzamento e gradatamente si insedia poi al suo interno.

Vetriola minore (Parietaria diffusa). Si tratta di una pianta allergenica, parente dell’ortica ma con foglie non urticanti dalla caratteristica proprietà di aderire ai vestiti e impiegate come detergente per bottiglie e vetri in genere: da qui deriva il nome italiano, mentre quello latino fa riferimento alla possibilità della specie di vegetare anche sui muri. La specie si riproduce tramite semi e per mezzo di gemme radicali perennanti. Decotti e infusi di foglie di una specie simile, la vetriola comune (Parietaria officinalis), sono impiegati in erboristeria per le proprietà medicinali (diuretiche, emollienti e rinfrescanti).

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis). I nomi di questa specie rimarcano la flessuosità del fusto che si arrampica, attorcigliandosi tenacemente intorno alle altre piante. Il vilucchio è presente in tutti i periodi dell’anno, se si escludono quelli particolarmente freddi durante l’inverno; ha foglie approssimativamente cuoriformi e fiori bianchi, spesso anche rosati, a imbuto che evolvono in capsule contenenti semi rugosi. La specie però si riproduce preferibilmente tramite rizomi radicali.

Zigolo infestante (Cyperus rotundus). Il nome latino di questa pianta deriva da quello greco: kýpeiros. È specie perenne, per via della presenza di bulbi e di un rizoma radicale tramite i quali si moltiplica, visto che in Italia difficilmente riesce a maturare i semi. L’apparato epigeo consta di foglie strette e lunghe riunite in un’unica rosetta a livello del terreno; il fusto delle piante adulte ha sezione triangolare e porta alla sommità una pannocchia formata da molte spighette poco appariscenti.

 


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