Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: flora spontanea

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

La coltivazione del pomodoro in pieno campo interessa molte regioni italiane, da sud a nord della Penisola, e abbraccia un insieme di ambienti molto diversificati fra loro, per situazione pedologica e per andamento climatico, che influenzano il tipo di flora spontanea che si instaura negli appezzamenti coltivati con la solanacea. L’assortimento floristico è vieppiù complicato dalle modalità e dall’epoca di impianto adottati nelle diverse realtà aziendali, oltre che dall’ordinamento colturale. Anche la frequenza e l’intensità degli interventi diserbanti, con mezzi meccanici o chimici, sulle colture precedenti, concorrono a caratterizzare le associazioni floristiche dei campi di pomodoro. In definitiva la tipologia della flora infestante dipende, in massima parte, dai seguenti fattori: – epoca e modalità dell’impianto; – coltura precedente; – intensità di diserbo adottato negli anni precedenti; – variabilità climatica delle diverse zone; – tipo di terreno. In assenza di diserbo è indubbio che la semina diretta del pomodoro, specialmente se accompagnata da abbondanti precipitazioni o da regimi irrigui particolarmente spinti, favorisce la diffusione di molte specie selvatiche che diventano molto competitive perché naturalmente avvantaggiate nella nascita e nell’accrescimento rispetto alle piantine di pomodoro. Inizialmente si insediano le specie a nascita autunno-invernale, come qualche graminacea e la fumaria, per citarne alcune importanti, e solo in un secondo tempo si instaurano le infestanti a nascita primaverile. Ormai dappertutto alla semina diretta si preferisce il trapianto in primavera avanzata, per cui la flora spontanea è costituita prevalentemente dalle specie che nascono in questo periodo: prendono il sopravvento sulle altre avventizie gli amaranti, i chenopodi, i poligoni, la porcellana, il vilucchio comune, le graminacee estive e la temibile pomidorella che, fra tutte, è la più ostica da controllare, con i mezzi chimici principalmente, perché appartiene alla stessa famiglia botanica del pomodoro, e anche con mezzi meccanici perché la specie possiede l’innata facoltà di originare piante durante un lungo periodo, tra la primavera e l’estate. L’assortimento specifico della flora infestante dipende moltissimo dalla coltura che precede quella del pomodoro sullo stesso appezzamento; quanto più la coltura precedente è diversa, dal punto di vista delle pratiche colturali e del ciclo vegetativo, tanto più la flora spontanea sarà diversificata. Le flore più semplificate, con un basso numero di specie ma molto competitive, si delineano nelle condizioni di monosuccessione spinta, cioè quando il pomodoro viene coltivato sullo stesso appezzamento per più anni consecutivi. Variando la coltura sullo stesso appezzamento nel corso degli anni la flora infestante sarà più varia e con un elevato numero di specie ma meno competitive rispetto alla situazione di monosuccessione, in particolare quando la coltura che precede il pomodoro ha ciclo vegetativo diverso da quello della solanacea. Negli ambienti meridionali, dove il pomodoro segue solitamente la coltura del frumento, gli appezzamenti sono invasi inizialmente da molte infestanti a nascita autunnale o invernale, come alcune graminacee: avena selvatica e falaridi soprattutto. Nel Settentrione, dove il pomodoro segue una coltura di mais, prevalgono le specie a nascita primaverile come, per esempio, tra le graminacee: giavone, sanguinella comune, pabbio e sorghetta. Relativamente all’assortimento floristico che si delinea nei diversi areali di coltivazione, si registra la diffusione di diversi gruppi di specie infestanti, più o meno omogenei dal punto di vista della loro distribuzione sul territorio. Un primo gruppo è formato dalle specie che sono da ritenersi più importanti perché si trovano in tutta l’Italia, seguito da gruppi caratteristici formati da specie che frequentano prevalentemente gli areali settentrionali (per esempio cencio molle, sorghetta e ibisco vescicoso), diverse da quelle dell’Italia centrale (per esempio fumaria sui versanti adriatici e stramonio comune su quelli tirrenici) e da quelle del Meridione (per esempio tribolo e nappola spinosa). Tale variabilità dipende quasi esclusivamente dalle condizioni climatiche che caratterizzano le diverse zone geografiche e meno dalla natura del terreno, quantunque, relativamente a quest’ultimo aspetto sono da evidenziare alcune particolarità floristiche che differenziano zone di areali affini, come, per esempio, la presenza di amaranto prostrato nel Ferrarese, raro nelle colture del resto della Pianura Padana, o alcune disaffinità vegetazionali tra gli ambienti pugliesi di Capitanata e quelli delle terre rosse del Tarantino. Secondo indagini fatte da chi scrive, durante l’ultimo decennio, nei maggiori areali di coltivazione del pomodoro in pieno campo (vedi aree colorate di rosso nelle cartine seguenti) si trovano circa 130 specie infestanti e qui di seguito sono descritte solo quelle che si riscontrano con maggiore frequenza; fra queste ultime alcune sono da ritenersi principali perché si trovano in tutti gli areali, altre vengono definite secondarie in quanto meno frequenti delle principali ma, proprio per questo, più caratterizzanti i diversi areali considerati. Le infestanti principali sono: amaranti (diverse specie), chenopodi (diverse specie), poligoni (diverse specie), pomidorella, porcellana comune, vilucchio, fumaria, graminacee che nascono nel periodo autunno-invernale (avena selvatica e scagliola) e graminacee che nascono durante la primavera (giavone, pabbio, sanguinella e sorghetta).

Specie principali

Amaranti (Amaranthus spp.). Appartenenti alla famiglia delle Amarantacee, queste piante devono il nome alla persistenza dei frutti sulla pianta anche dopo che questa è avvizzita (dal greco a = non, maraino = avvizzisco) e forse anche al colore degli organi di molte specie. Originarie della fascia tropicale le piante di amaranto, ricche di proteine, acidi grassi, microelementi e vitamina C, sono spesso utilizzate, nelle zone di origine, come insalata. Dai semi si ottiene una farina panificabile e nell’America centrale vengono decorticati e impastati con miele o con altre sostanze per ricavarne dolci, conservando una tradizione antichissima, risalente agli Aztechi. La specie più diffusa ovunque è l’amaranto comune, detto in latino A. retroflexus per via delle estremità delle infiorescenze mature molto pesanti e che perciò tendono a incurvarsi verso il basso (flexus = incurvato). Specie molto simili alla precedente sono amaranto ibrido (A. hybridus), con il quale spesso l’amaranto comune si incrocia in natura, e amaranto di Bouchon (A. bouchonii), il cui nome è dedicato al botanico francese che per primo lo descrisse nel 1925. Oltre alle specie precedenti, tutte con fusto eretto, nei campi di pomodoro si trovano con una certa frequenza anche amaranti con fusti adagiati sul terreno, completamente, come in amaranto livido (A. lividus), amaranto prostrato (A. deflexus), amaranto bianco (A. albus) e amaranto blitoide (A. blitoides), o almeno in parte, come in amaranto minore (A. graecizans).

Chenopodi o farinelli (Chenopodium spp.). La similitudine di forma tra le foglie di queste piante, appartenenti alla famiglia delle Chenopodiacee, e le zampe delle oche conduce al primo nome (dal greco khen = oca e podion = piede) mentre il secondo nome italiano si riferisce allo strato di “farinello” che ricopre le lamine fogliari, specialmente sulla pagina inferiore, ed è riconducibile a miriadi di sferette bianche disidratate che nel complesso assumono sembianze di farina. Piante impiegate come insalate o come verdure da condimento, sin dall’Età del Bronzo, come il Buon Enrico (Chenopodium bonus-enricus), spontaneo nei nostri monti ma anche nelle zone umide delle pianure. Anche il chenopodio bianco (Chenopodium album), che si trova spessissimo spontaneo nelle colture di pomodoro, è stato usato da tempo immemorabile come succedaneo dello spinacio, e ancora attualmente impiegato, a scopo alimentare, nei Paesi tropicali. Nelle coltivazioni dell’Italia meridionale e delle isole maggiori la diffusione di chenopodio bianco è attualmente in regresso a favore del chenopodio rosso (Chenopodium rubrum), il cui nome ricorda il colore dei fusti. Abbastanza diffusi sono anche il polisporo (Chenopodium polyspermum), dai semi lucidi e dalle foglie di colore verde brillante, e il farinello puzzolente (Chenopodium vulvaria), con fusti prostrati sul terreno e dall’insopportabile odore di pesce marcio che sprigiona quando sfregato fra le dita.

Poligoni (Polygonum spp.). Il nome di questo genere di piante, ripreso anche da quello della famiglia (Polygonacee), mette in evidenza i fusti intervallati da molti (in greco polys) nodi che fanno piegare come ginocchi (in greco gony) i rametti e che sono avvolti da brattee particolari dette ocree. Tale caratteristica si nota particolarmente nel poligono degli uccellini (Polygonum aviculare), detto anche centonodia, che è fra tutti i poligoni quello più diffuso negli appezzamenti di pomodoro di tutt’Italia. Il riferimento agli uccellini riguarda le miriadi di semi che matura, dei quali, pare, siano particolarmente ghiotti gli uccelli. Nodi particolarmente evidenti e grandi ha il poligono nodoso (P. lapathifolium), spesso confuso con la persicaria (P. persicaria), dalle foglie simili a quelle del pesco. Diffuso ovunque, infine, è il poligono convolvolo (Fallopia convolvulus), con fusto che si avviticchia alle piante di pomodoro avvolgendole.

Pomidorella o erba morella (Solanum nigrum). Della stessa famiglia botanica del pomodoro (Solanacee) questa è la specie più presente nei campi coltivati con l’orticola. La somiglianza e, allo stesso tempo, la distinzione fra le due specie sono insite nel nome della spontanea, chiamata pomidorella perché produce bacche simili nella forma a quelle del pomodoro (sferiche), ma più piccole; l’aggettivo latino però avverte che le bacche sono di colore nero (nigrum). Il nome del genere, Solanum, indica conforto, per le proprietà medicinali possedute dalle piante che ne fanno parte, ma non da tutti apprezzate, visto che le sostanze in esse contenute se non ben dosate possono addirittura provocare la morte, come avverte Plinio, nella sua Naturalis Historia (21, 180): “Quin est alterum … soporiferum est atque etiam opio velocius ad mortem, ab aliis morion, ab aliis moly appellatum”, cioè: l’erba morella = morion è più veloce dell’oppio nel procurare la morte.

Specie di secondario interesse

Porcellana comune (Portulaca oleracea). Pare che questa pianta (famiglia delle Portulacacee) sia molto appetita dai maiali: è a questo che si riferisce il nome comune italiano; è certo però che i fusti e le foglie carnosette della porcellana sono da sempre utilizzati, e lo sono tuttora, come verdure da consumare in insalata, come sottolinea l’aggettivo latino oleracea (da orto). Portulaca, invece, evoca i piccoli frutti che si aprono con una portula apicale. Pianta conosciuta e utilizzata da tempo immemorabile, ma specialmente durante il Medioevo, adoperata dalle streghe prima del sabba o veniva sfalciata e messa davanti l’uscio per impedire l’entrata del Diavolo.

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis). “Io veglio e canto come l’usignolo che... teme che il vilucchio gli si avvolga…” (Giovanni Pascoli, Odi e Inni - Il sogno di Rosetta): in questi versi è descritto il significato del nome di questa Convolvulacea, che deriva dal suo fusto avvolgente (dal latino convolvere = avvolgere), mentre per quella sua capacità di intrufolarsi fra la vegetazione delle altre piante, grazie alle sue foglie a forma di lancia che ne agevolano l’intrusione, è ritenuto, dai floristi, il simbolo dell’invadenza. Ma è anche il simbolo della primavera, come ci ricorda lo scrittore ligure Angiolo Silvio Novaro, nella celeberrima: “Primavera vien danzando, vien danzando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Ghirlandette di farfalle, campanelle di vilucchio...”.

Fumaria o fumosterno (Fumaria officinalis). Incerto è il significato del nome attribuito a questa Papaveracea dai fiori particolari e dalle foglie frastagliate. Pare che il fumo cui si riferisce il nome sia quello che viene sprigionato dalle radici appena divelte dal terreno... oppure il fumo che sprigiona la pianta bruciata e che fa lacrimare gli occhi… oppure l’aspetto di fumo che l’intera pianta adulta assume se la si vede da lontano. Fatto sta che la pianta è sfruttata per le sue virtù medicinali sin dall’antichità: ciò è messo in rilievo dall’aggettivo specifico latino officinalis (di officina, intesa come farmacia) e giustificato dal contenuto in acido fumarico, particolarmente attivo per lenire i disturbi del fegato, e non solo.

Avena selvatica (Avena sterilis). Il nome avena deriva forse dal sanscrito avasa, con il significato di un’erba molto gradita dagli ovini. L’aggettivo sterile si riferisce, invece, alle glume rimaste vuote sulla pianta, dopo che i semi sono caduti, e che perciò sembrano sterili, come ci dice il Tasso nel suo Rogo amoroso dove il pastore Aminta piange la morte di Corinna: “Corinna è morta… ahi lacrimoso fato… e ne’solchi in cui già fu sparso il grano vi signoreggia l’infelice loglio e la sterile avena…”. Mentre altri poeti ci informano che l’avena ha lo stelo vuoto ed emette un suono se vi si soffia dentro: “… Tutto chiedeva l’esile sirena… prendeva… uno stel d’avena e vi soffiava l’alito suo blando…” (Pascoli, Poemi italici). E il Carducci, in Juvenilia: “… E che? l’avena rustica dal labbro tuo risuona, o figlio de l’Egioco…”.

Scagliola (Phalaris). La lucentezza della glume ha ispirato il nome latino di queste piante: falerós = lucente. Diffusa quasi esclusivamente nelle colture di pomodoro del Centro-Sud dell’Italia continentale (sia sul versante adriatico, sia su quello tirrenico) e delle isole maggiori, questa graminacea si riconosce per le pannocchie molto contratte, talmente contratte da sembrare delle spighe. Le tre specie più diffuse come infestanti sono le seguenti: la scagliola cangiante (detta in latino Phalaris brachystachys, per avere la spiga tozza, ovale), la scagliola sterile (Phalaris paradoxa), per via di molte spighette dell’infiorescenza sterili e per questo strane (paradoxa), e la scagliola minore (Phalaris minor), cioè con semi più piccoli (minori) di quelli delle altre specie.

Giavone comune (Echinochloa crus-galli). Erbe (chlóe) dalle pannocchie irsute come il riccio (Echino), simili nella forma a una zampa (crus) di gallo (galli): tali caratteristiche danno il nome a questa graminacea estiva. Specie che vegeta dalla primavera all’autunno, molto eclettica dal punto di vista ecologico, potendo essa infestare le colture normali e quelle che vivono in sommersione, come il riso, e dunque particolarmente diffusa nelle aree risicole del Nord Italia, dove abbonda da protagonista di una storia antica, “croce e delizia” delle ormai tramontate mondine perché da esse maledetta per la fatica di mondarla e benedetta per l’opportunità di lavoro e di libertà che offriva loro.

Pabbio (Setaria). Il nome latino di queste graminacee, dalle infiorescenze pressoché cilindriche, si riferisce alla miriade di setole che ricoprono l’infiorescenza e che derivano da fiori abortiti. Le setole sono, a loro volta, ricoperte di minuscoli uncini tramite i quali l’infiorescenza intera o i singoli semi si aggrappano al mantello degli animali e a qualsiasi altro supporto in grado di trasportarli lontano dalla pianta madre. A tutti capita, prima o poi, di ritorno da una gita estiva in campagna di soffrire di un fastidioso prurito alle caviglie provocato da spighette di setaria impigliate nei calzini; ciò accade nelle campagne di tutta l’Italia, ma con maggiore probabilità in quelle meridionali.

Sanguinella comune (Digitaria sanguinalis). Ha fusto adagiato sul terreno, spesso arrossato come il sangue (sanguinella-sanguinalis) e le sue infiorescenze hanno sembianze di mano con le dita (digitus) aperte. La rievocazione del sangue avviene anche in alcuni nomi dialettali, come per esempio in Toscana (sanguinaria), in Piemonte (erba sanguignora) e in Emilia (sanguinela); anche i riferimenti alla forma dell’infiorescenza sono frequenti, come, per esempio, in Piemonte (piota d’gal), in Lombardia (cornajoela), in Friuli (fòrcule). Pure la sua somiglianza con la gramigna comune è sottolineata in qualche nome locale: gramigna agugghialòra in Sicilia e gramegna in Emilia.

Sorghetta o melghetta (Sorghum halepense). Rigogliosa graminacea estiva, simile al sorgo (genere Sorghum) coltivato e, come questo, spesso impiegata (più in passato che attualmente) come foraggio per il bestiame. L’aggettivo specifico halepense fa riferimento alla città siriana di Aleppo, spesso menzionata come luogo di origine o di elezione di diverse specie vegetali. Più frequente al Nord che al Sud, in particolare nei terreni umidi e ben concimati. Se si lascia vegetare indisturbata, la sorghetta forma una spessa rete di rizomi interrati; essa, infatti, si riproduce tramite semi e per mezzo di rizomi i cui abbozzi si evidenziano molto presto nelle piante giovani, sia in quelle nate da seme, sia in quelle nate da rizoma.

Cardo mariano (Silybum marianum). Tipico esponente delle piante medicinali e mangerecce, tra le Composite (dette anche Asteracee) spinose, questo cardo è forse il più caratteristico, per le foglie macchiettate di bianco latte… della Madonna: una leggenda vuole che le spinose foglie si siano macchiate di bianco da quando la Madonna nascose sotto di loro il Bambino Gesù, durante la fuga in Egitto, per celarlo ai soldati di Erode. Per ringraziare il cardo (che da allora divenne “mariano”) gli volle lasciare un segno stillandovi alcune gocce del suo latte. Il nome latino pare derivi dalla parola greca sìlybon, usata anticamente per indicare i cardi in genere.

Abutilon o cencio molle (Abutilon theophrasti). Questa cugina sub-siberiana della nostra malva (entrambe appartengono alla famiglia delle Malvacee) da adulta ha grandi dimensioni, potendo superare anche i 2 metri di altezza; il suo fusto è semilegnoso, i fiori hanno cinque petali gialli e le sue foglie sono espanse, cuoriformi, vellutate e apparentemente flosce: quest’ultima caratteristica è sottolineata dall’altro suo nome italiano, cencio molle. Il nome latino deriva dalla parola araba usata per indicare una specie di malva ed è dedicata al filosofo e botanico greco Teofrasto (371-287 a.C.), allievo di Aristotele. La specie era assente dalle nostre parti e fu importata accidentalmente dalla Cina, dove ancora viene coltivata per ricavarne tessuti.

Kickxia o cencio molle (Kickxia spuria). Appartiene alla famiglia delle Scrofulariacee, nome derivato dalle piante del genere Scrofularia, così dette perché il loro infuso in passato si usava per curare la scròfola. Il nome italiano della specie analogo a quello dato ad Abutilon theophrasti sottolinea la morbidezza delle foglie mentre quello latino è dedicato al botanico belga Jean Kickx (1775-1831). Questa pianta si riconosce anche per la particolare colorazione e per la forma dei fiori (petali irregolari, gialli e rossi, con un caratteristico sperone bianco ricurvo). Soffre molto la competizione delle altre piante, comprese quelle di pomodoro, per cui la sua presenza preoccupa meno di quella delle altre infestanti.

Centonchio o mordigallina (Anagallis). Pare che gli estratti di questa Primulacea abbiano proprietà esilaranti: da ciò il nome scientifico (dal greco anaghelao = rido) e l’uso contro la malinconia che se ne faceva fino a poco tempo fa, mentre il secondo nome italiano ricorda l’apprezzamento per queste piante da parte di galline e di altri volatili. La pianta è tossica e viene evitata persino dagli animali al pascolo ma è anche buona pianta medicinale per la ricchezza di sostanze terapeutiche (saponine) che però devono essere dosate e impiegate sotto stretto controllo medico. Esistono specie con fiori rossi e altre con fiori azzurri o più o meno rosati.

Cuscuta (Cuscuta). Il nome di questa Convolvulacea parassita deriva dal latino medievale cùscuta, ripreso dall’arabo kashuth. ¯ Dal seme caduto sul terreno nasce un fusto filamentoso, che si attorciglia alle piante di pomodoro, succhiando, tramite piccole ventose-tubicini (austori), la loro linfa. Questo modo di vegetare, senza avere foglie proprie né radici, ha sempre affascinato (e intimorito), tanto che nel Medioevo sono nate molte leggende su queste piante, alcune delle quali sono ancora rievocate dai nomi dialettali, come cavelli (de strìa, in Liguria, o d’angel, in Piemonte), rèive (refe) dal dièvel (Emilia), ragna (Abruzzo), filo d’oro (Campania e Calabria).

Eliotropio selvatico (Heliotropium europaeum). Questa pianta è caratterizzata da infiorescenze che nella forma sono simili alla coda degli scorpioni e che si orientano verso il sole: è a quest’ultima caratteristica che si ispira il suo nome (dal greco hélios = sole e trepomai = mi volgo). Botanicamente è molto vicina alla borragine, con la quale ha in comune la famiglia: Borraginacee; ha fiorellini bianchi formati ognuno da 5 petali saldati in un tubo basale. È riconosciuta pianta medicinale, con proprietà analgesiche e sedative, particolarmente apprezzata durante il Medioevo e anche nei secoli successivi, come si evince da un’ordinazione dell’Orto dei Semplici dell’Università di Padova nel 1712.

Equiseto (Equisetum). Il nome di questa pianta significa letteralmente sete d’equino, con riferimento alla coda di questi animali. Le sete non sono altri che rametti caratteristici, sottili e articolati, disposti in verticilli lungo un fusto cavo, nodoso e fragile originato da un rizoma o da tuberetti sotterranei. Questa è la forma primaverile che si vede tra le piante di pomodoro, ma la pianta nasce prima, verso la fine dell’inverno, sotto altre sembianze: il fusto è senza rametti e termina alla sommità con un organo a forma di clava (strobilo) contenente milioni di spore dalle quali nascono altre piante.

Grespino (Sonchus). Appartiene alla famiglia botanica delle Composite (o Asteracee), così detta perché le piante che ne fanno parte formano infiorescenze a capolino composto ognuno di molti fiori. Il nome latino deriva da quello greco dato a queste piante: sonkos. Pianta dalla linfa lattiginosa, alimentare per eccellenza, conosciuta e utilizzata sin dall’antichità, ma anche in epoche più recenti (fino a qualche anno fa mia madre mi preparava un’ottima pietanza a base di agnello, grespino e altre erbe selvatiche… da leccarmi i baffi, se li avessi avuti). La pianta ha anche un uso medicinale, sotto forma di impiastri, per lenire gli effetti delle scottature e delle punture di insetti.

Ibisco vescicoso (Hibiscus trionum). Il nome italiano e quello botanico di questa specie derivano da quello latino che, a sua volta, riprende la parola híbiskos con la quale i Greci indicavano una forma selvatica di malva: l’ibisco, infatti, appartiene alla famiglia delle Malvacee. Anche il termine trionum era usato per definire una pianta simile alla malva. I frutti sono capsule rigonfie: forse è a loro che si riferisce il termine vescicoso. Gli ibischi hanno bellissimi fiori, decantati da scrittori e poeti, come D’Annunzio, nella lirica l’Otre (Alcyone): “… sentiva guizzar da presso il luccio… quando il bel Panisco biondetto sen venia, cinto d’ibisco roseo, con suoi lacci e con sue nasse!”.

Mercorella comune (Mercurialis annua). Pare che il dio Mercurio usasse questa Euforbiacea come pianta medicinale. La pianta ha molte virtù curative (diuretica, purgativa; l’acqua di macerazione era usata nella idropsia, nella cachessia, come purgante e contro la sterilità), ma deve essere impiegata opportunamente e sotto controllo medico perché contiene diverse sostanze tossiche (saponine, alcaloidi, ecc.) che si accumulano nell’organismo: ne sono coscienti gli animali al pascolo che evitano di cibarsene. Le piante contengono anche indaco e altri coloranti; maturano fiori di un solo sesso, per cui vi sono piante maschili e piante femminili.

Nappola (Xanthium). I capolini di questa Composita sono ovoidali, spinosi, contenenti ognuno due semi; sono tossici perché ricchi di xantostrumarina che, opportunamente estratta e dosata, viene impiegata in fitoterapia per le proprietà antispasmodiche, diuretiche, analgesiche, antireumatiche, antibatteriche e antimicotiche. Infusi di frutti di queste piante erano impiegati dagli antichi romani per ricavare coloranti gialli, per tingere le stoffe o per imbiondire i capelli (il nome deriva dal greco xanthos = biondo). Nei campi di pomodoro si trovano due specie: la nappola italiana (X. italicum), prevalentemente al Centro-Nord, e la nappola spinosa (X. spinosum), quasi esclusivamente al Sud Italia e nelle isole maggiori.

Orobanca o succiamele ramosa (Orobanche ramosa). Piante parassite che caratterizzano la famiglia Orobancacee, simili a turioni di asparagi, prive di foglie verdi e con fiori coloratissimi che producono capsule contenenti migliaia di semi. Da ogni seme si sviluppa una radichetta che penetra nella radice della pianta ospite, si ramifica oltremisura infettando in più parti la radice dell’ospite ed emettendo un ciuffo di fusti rappresentanti nuove piante. Le diverse specie si riconoscono anche perché parassitizzano solo certe categorie di piante ospiti; nel passato erano molto diffuse le orobanche delle leguminose, come le fave, per cui queste piante sono state chiamate strozza-legumi (dal greco òrobos = legume e anchein = strozzare).

Ravanello selvatico (Raphanus raphanistrum). Questa Crucifera, dai fiori bianchi o gialli o violetti, è conosciuta e utilizzata come verdura sin dai tempi antichi; ne parlano Plinio e Democrito e prima ancora era utilizzata da Cinesi ed Egiziani. Le foglie giovani, di primo acchito ruvide e tenaci, si usano lessate per preparare contorni di piatti a base di carne o frittate; la pianta ha anche virtù medicinali (antiemorroidarie, depurative ecc.) ma va impiegata sotto stretto controllo del medico e usata impropriamente può provocare molti disturbi. Si riconosce per le sue silique, simili nella forma a sottilissime e corte salsicce, che si frazionano in tanti articoli a maturità.

Stoppione o cardo campestre (Cirsium arvense). Fino a non molto tempo fa le stoppie del grano appena raccolto si riempivano rapidamente di questa composita spinosa (cardo): è a questo che allude il primo nome italiano; quello latino, invece, deriva dal greco kirsós = varici e mette in risalto le sue presunte capacità di curare tali alterazioni, così come ancora viene ricordato in uno dei nomi toscani dato alla specie: cardo emorroidale. Gli insetti visitano continuamente i bei capolini rosati e trasportano il polline su altri capolini facilitando così la formazione del seme: spesso però, in Italia, senza successo, tanto che le piante sono generalmente sterili e si riproducono tramite gemme radicali.

Stramonio comune (Datura stramonium). Per descrivere questa Solanacea basta citare alcuni nomi dialettali italiani usati per indicarla: si chiama tòssico in Valtellina, per mettere in risalto la sua tossicità; erba da incantesimi ed erba del diavolo o erba maga in Toscana, ischizza-babbau in Sicilia, per le sue proprietà allucinogene; tromba dal giudezz in Emilia, con riferimento ai suoi fiori imbutiformi letali; noce spinosa in Toscana e pomo spinoso nel Veneto, per indicare le sue capsule ricoperte di spine; erba ratti in Liguria, erba topisèra in Piemonte, caca puzza fetente e fetusa nel Napoletano, per indicare il suo odore sgradevole di topo. Datura, invece, è semplicemente il suo nome arabo, adottato anche in Occidente.

Tornasole (Chrozophora tinctoria). Il nome latino di questa Euforbiacea mette in evidenza la sua capacità (phoros) di colorare (in greco chrozo); dai suoi frutti (capsule trilobe), infatti, durante il Medioevo, si estraeva un colorante usato dai miniatori di manoscritti, oltre che per tingere tessuti e colorare alimenti. Tale colorante (il folium dei latini) ha la particolarità di apparire in una vasta gamma di colorazioni, dal blu all’azzurro, al porpora al rosso, a seconda dell’acidità dell’ambiente in cui è usato; tale comportamento ha ispirato il nome tornasole, attribuito dapprima alla pianta e poi all’omonima cartina, usata come indicatore del grado di acidità, i cui coloranti però vengono estratti da un lichene.

Tribolo terrestre (Tribulus terrestris) “… Il suolo sarà maledetto per causa tua… esso ti produrrà spine e triboli…”, così dice Dio ad Adamo (Genesi, 3, 17-18) scacciandolo dal Paradiso; Matteo nei Vangeli (7,16) ribadisce “… Si colgon forse delle uve dalle spine, o dei fichi dai triboli?...”. I triboli citati nella Bibbia si riferiscono forse a generici cespugli spinosi, come sono spinosi i tre semi (tribulus) riuniti nel frutto del tribolo terrestre, della famiglia delle Zigofillacee: ricordo della mia fanciullezza, quando essi ferivano i miei piedi nudi, proprio come racconta Giovanni Pascoli nella sua rima La piccozza: “… Da me, da solo, solo e famelico, per l’erta mossi rompendo ai triboli i piedi e la mano…”.

Zigolo (Cyperus). Kýpeiros era detta questa pianta dagli antichi greci. Gli zigoli sono temibili infestanti ma alcune specie sono da sempre usate come erbe mangerecce: gli antichi egizi ne consumavano i bulbi e i rizomi; anche attualmente, nelle zone di origine vengono mangiate le giovani foglie e le radici sbollentate. Gli zigoli frequentano solitamente i terreni umidi e sabbiosi; si riproducono tramite semi, oppure per mezzo di bulbi o di rizomi sotterranei. La specie che si trova più frequentemente nei campi di pomodoro, in particolare in quelli del Sud Italia, è lo zigolo infestante (Cyperus rotundus), che difficilmente matura i semi nelle nostre condizioni climatiche.


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