Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: Fisiopatie

Autori: Alberto Pardossi

Introduzione

Nonostante sia una specie relativamente rustica, il pomodoro è interessato da numerosi disordini fisiologici (fisiopatie) che, se particolarmente gravi, possono provocare ingenti perdite economiche diminuendo le produzioni e deprezzando i frutti. Le fisiopatie possono interessare le parti verdi (soprattutto, le foglie), gli organi fiorali, i frutti e, in alcuni particolari casi, anche le radici. Per esempio, è nota la sindrome della morte delle radici in idroponica, la cui eziologia è peraltro poco nota. Spesso le fisiopatie sono riconducibili a disordini della nutrizione minerale; altre volte, i fattori responsabili dei disordini fisiologici sono di natura ambientale. Le alterazioni a carico dei vari organi della pianta possono essere determinate da alcune sostanze gassose (per esempio, etilene, ftalati liberati da materiali plastici, ozono ecc.) presenti per esempio nell’atmosfera della serra. Se diagnosticati precocemente, alcuni disordini come le carenze minerali possono essere risolti con opportuni interventi correttivi. In altri casi, soprattutto quando sono colpiti i frutti, non esistono di fatto trattamenti curativi e gli interventi sono esclusivamente di natura preventiva. Di seguito, sono illustrati sinteticamente i disordini più gravi tra quelli che possono colpire le foglie, le strutture fiorali e i frutti.

Fisiopatie a carico delle foglie

Le foglie possono essere interessate da molte fisiopatie, la maggior parte delle quali è legata a disturbi della nutrizione minerale. I disordini minerali dipendono da un insufficiente o, al contrario, un eccessivo assorbimento radicale di uno o più elementi nutritivi, non necessariamente a causa di un loro contenuto nel mezzo di crescita troppo basso o troppo alto. Soprattutto le carenze, infatti, sono molto spesso indirette, cioè provocate da valori anomali del pH del terreno o della soluzione nutritiva in idroponica, dall’antagonismo minerale esercitato da altri elementi nutritivi e/o da condizioni ambientali sfavorevoli all’assorbimento radicale. Per esempio, la carenza di fosforo, indicata dalla colorazione rossastra della pagina inferiore delle foglie, è spesso indotta dalla bassa temperatura, che riduce l’assorbimento radicale e la traslocazione verso le foglie di questo nutriente. Le carenze indotte sono, in effetti, assai più frequenti di quelle dirette. La tossicità, invece, è quasi sempre il risultato di un’eccessiva concentrazione di un determinato elemento nel terreno o nell’acqua irrigua. I sintomi provocati dalla carenza o dalla tossicità di elementi minerali possono essere facilmente confusi e la diagnosi di queste fisiopatie richiede la conoscenza della mobilità dei vari nutrienti nella pianta. Le carenze degli elementi nutritivi poco mobili colpiscono le foglie più giovani (apicali); è il caso del calcio (Ca) e di microelementi come il boro (B), il ferro (Fe), il rame (Cu), il manganese (Mn) e lo zinco (Zn). I sintomi provocati dalla deficienza di elementi facilmente traslocati all’interno della pianta, in genere macroelementi come l’azoto (N), il potassio (K), il magnesio (Mg) e il fosforo (P), interessano le foglie più vecchie (basali). Anche per il molibdeno (Mo), coinvolto nel processo di assimilazione (organicazione) dell’azoto nitrico nei tessuti fogliari, la sintomatologia interessa, almeno inizialmente, le foglie mature. Nel caso della carenza di zolfo (S), i sintomi interessano un po’ tutte le foglie. Le carenze si manifestano in genere sotto forma di clorosi più o meno diffuse, che eventualmente evolvono in necrosi marginali e/o internervali. L’eccessiva disponibilità dei macroelementi e di alcuni microelementi (per esempio Fe) solitamente non dà origine a sintomi specifici, ma si manifesta attraverso la deficienza indotta (per antagonismo) di altri nutrienti (per esempio, un eccesso di P o di Fe provoca una carenza di Zn, mentre quello di K o di Mg può provocare carenze di Ca). La tossicità di altri microelementi, invece, si manifesta con clorosi e necrosi marginali o internervali a carico soprattutto delle foglie mature, dove tendono ad accumularsi proprio perché sono elementi poco mobili. Anche l’eccesso di azoto ammoniacale, oltre a favorire l’insorgenza di Ca-carenze anche a carico dei frutti, può provocare clorosi e disseccamenti delle foglie più giovani. La cura dei disordini minerali, ovviamente, prevede la modifica del piano di concimazione o fertirrigazione.

Fisiopatie a carico dei fiori

Il pomodoro è una specie autogama, anche se è possibile la fecondazione incrociata, utilizzata per esempio nella produzione dei semi ibridi. La temperatura ottimale per la produzione e la germinazione del polline è di 16-25 °C. Temperature inferiori a 10-12 °C o superiori a 35 °C riducono la produzione di polline e la ricettività dello stigma, ostacolando l’impollinazione e l’allegagione. Si parla di aborto quando i fiori o addirittura le intere infiorescenze non completano lo sviluppo e sulla pianta sono visibili solo degli abbozzi. Questo problema interessa soprattutto le colture di serra nel periodo autunno-invernale e le prime infiorescenze sulla pianta. La causa fisiologica consiste in un’insufficiente disponibilità di carboidrati per l’infiorescenza a causa di una ridotta fotosintesi fogliare e della competizione esercitata da altri organi, in primis le foglie, per gli assimilati fotosintetici. I fattori colturali e ambientali responsabili dell’aborto d’infiorescenza sono generalmente i seguenti: – bassa luminosità, specialmente se associata a una temperatura notturna relativamente elevata; – ridotta concentrazione di anidride carbonica (in serra); – concimazioni azotate e irrigazioni eccessive. I rimedi consistono, evidentemente, nel rimuovere i fattori scatenanti; particolarmente efficace nelle colture di serra è una leggera riduzione della temperatura notturna (rispetto ai valori standard) dopo giornate nuvolose e fredde. Più che l’aborto fiorale, le colture di pomodoro sono spesso interessate da serie difficoltà d’allegagione. L’allegagione consiste nella formazione di un frutto di minime dimensioni da un fiore normalmente sviluppato ed è determinata dall’impollinazione. Una scarsa allegagione può essere provocata dagli stessi fattori responsabili dell’aborto fiorale o da una scarsa impollinazione. A sua volta, l’impollinazione può essere ostacolata dalla longistilia (allungamento dello stilo oltre il cono delle antere, con conseguente difficoltà di impollinazione) o, più frequentemente, da una scarsa produzione e/o vitalità del polline a causa di stress termici o da una sua scarsa mobilità. Il secondo fenomeno interessa soprattutto le colture in serra, dove la ridotta ventilazione e l’elevata umidità relativa rendono difficile il distacco dei granuli pollinici dalle antere. Oltre al controllo della temperatura, per favorire l’allegagione si ricorre al trattamento dei fiori in antesi con fitoregolatori a base di auxine o all’impiego di vibratori, soffiatori o, meglio ancora, di insetti pronubi come i bombi (Bombus terrestris). I trattamenti con ormoni alleganti non sono ammessi dai disciplinari di produzione integrata o biologica e dai mercati all’estero; inoltre danno origine a frutti senza o con pochi semi, irregolari nella forma, scatolati (la placenta cresce meno del pericarpo) e con una sorta di umbone nella parte distale.

Fisiopatie a carico dei frutti

I disordini più importanti sono il marciume apicale, la spaccatura e i difetti di maturazione. Questo tipo di fisiopatie riduce sempre il valore commerciale dei frutti e in alcuni casi li rende invendibili. Alcuni di questi, in particolare il marciume apicale, sono stati oggetto di moltissimi studi sperimentali e la loro eziologia è ben definita. Per altre fisiopatie, come per esempio la maturazione a chiazze, le basi fisiologiche sono invece meno chiare, anche per la difficoltà a riprodurre sperimentalmente il problema. Il marciume apicale è un disordine legato al calcio (Ca) (di fatto, una carenza) che può colpire anche il peperone, il melone e l’anguria. Si manifesta con una necrosi della parte distale del frutto. Questo viene colpito nei primi stadi di sviluppo, anche se spesso il danno si nota solo più avanti; in alcuni casi, la necrosi non è visibile esternamente. Curiosamente, i frutti colpiti tendono a maturare prima rispetto ai frutti sani portati sullo stesso grappolo. I frutti sono particolarmente suscettibili alla deficienza di Ca nel periodo che intercorre tra la prima e la seconda settimana dopo l’allegagione. È un disordine frequente nelle serre dell’ambiente mediterraneo, dove spesso si hanno sbalzi nell’umidità del terreno o condizioni di elevata traspirazione fogliare a causa dell’alta temperatura, dell’elevata radiazione e della bassa umidità relativa (UR). Il marciume apicale interessa soprattutto le colture primaveriliestive e le varietà a frutto grosso o allungato. Molto spesso la carenza di Ca non è la conseguenza di uno scarso assorbimento radicale dell’elemento (per una ridotta concentrazione di Ca e/o un pH acido nel mezzo di coltura, o per fenomeni di antagonismo minerale), ma piuttosto di un’inadeguata distribuzione di questo macroelemento all’interno della pianta e/o di un insufficiente sincronismo tra la crescita del frutto e il rifornimento di Ca. Questo spiega perché il frutto è particolarmente suscettibile nei primi stadi di sviluppo, quando appunto il tasso di accrescimento ponderale è molto alto. Il Ca nella pianta si muove quasi esclusivamente per via xilematica, per cui il rifornimento è adeguato, in genere, negli organi che traspirano molto (foglie adulte) e può essere insufficiente in quelli che traspirano poco (frutti, foglie giovani), soprattutto in condizioni di stress idrico o salino. L’elevata salinità dell’acqua irrigua o della soluzione nutritiva è, in effetti, uno dei fattori maggiormente responsabili del marciume apicale dei frutti. Oltre a indurre uno stress osmotico, l’eccessiva salinità riduce la formazione di vasi xilematici all’interno dei frutti, determinando così un ulteriore ostacolo al trasporto dell’acqua e quindi del Ca verso le parti distali delle bacche. Lo stress salino riduce anche la pressione radicale (responsabile anche della guttazione fogliare), che garantisce un certo rifornimento di acqua e di Ca alle bacche durante la notte. Per prevenire l’insorgenza della fisiopatia occorre: – evitare gli squilibri idrici attraverso un corretto pilotaggio dell’irrigazione (si tratta di irrigare le colture frequentemente e con bassi volumi) e/o aumentando l’umidità ambientale (se troppo bassa) durante il giorno; – ridurre il tasso di crescita dei frutti, diminuendo per esempio la temperatura di coltivazione; – favorire lo sviluppo della pressione radicale, per esempio mantenendo un’alta UR e una temperatura del substrato intorno a 20 °C, riducento la temperature a 14-15 °C e irrigando le piante con acqua o soluzioni nutritive a ridotto contenuto di sali; – evitare le concimazioni con N ammoniacale; – non eccedere con la somministratione di K e di Mg, in quanto l’antagonismo minerale con questi cationi può ridurre l’assorbimento radicale del Ca; – ricorrere a trattamenti localizzati sulle infiorescenze subito dopo l’antesi, con nitrato o cloruro di Ca. Questo trattamento è particolarmente efficace, ma presenta non pochi inconvenienti nelle colture su scala commerciale; l’operazione è onerosa e deve essere effettuata con cura per evitare fenomeni di fitotossicità. Talvolta confusa con il marciume apicale, è una fisiopatia, nota come muso di gatto (in inglese, cat-face oppure scar), che si manifesta con una profonda cicatrice nella zona distale del frutto. Le varietà più sensibili sono quelle da mensa con frutti grossi e/o costoluti. La causa principale è la bassa temperatura dell’aria (inferiore a 14-15 °C) per periodi prolungati. L’uso di trattamenti ormonali alleganti e/o l’eccessiva concimazione azotata possono aggravare il problema. La spaccatura (cracking), radiale o concentrica, dei frutti è un problema assai grave che interessa soprattutto le colture estive in pieno campo e i frutti in via di maturazione. La spaccatura colpisce soprattutto i frutti al momento dell’invaiatura, ma può interessare anche i frutti giovani, anche se si rende palese solo più avanti nello sviluppo sotto forma di microfessure della cuticola (in inglese, la spaccatura cuticolare è nota con il termine russetting). Le cause di questa fisiopatia sono riconducibili al rapido ingresso dell’acqua nel frutto associato a una ridotta elasticità della buccia; è l’aumento della pressione idrostatica dei frutti che ne provoca la rottura. Un periodo caldo-siccitoso seguito da abbondanti piogge, oppure una forte escursione termica tra il giorno e la notte sono le condizioni che più favoriscono la spaccatura dei frutti in campo o in serra, soprattutto nelle varietà a frutti grossi. Altre condizioni favorevoli alla spaccatura sono il ridotto carico di frutti per pianta, l’esposizione diretta delle bacche alla luce solare e la defogliazione. I rimedi più efficaci consistono nel: – pilotare attentamente l’irrigazione per evitare gli sbalzi di umidità nel terreno; – limitare la defogliazione della pianta; – (in idroponica) utilizzare soluzioni nutritive più concentrate in modo da ridurre, per effetto dello stress osmotico, il tasso di accrescimento del frutto, che come detto dipende dal flusso idrico. Anche la spaccatura è considerata da alcuni studiosi un disordine legato al Ca e/o al B, in quanto l’irrorazione dei frutti con soluzioni a base di questi elementi sembra ridurre l’incidenza di questa fisiopatia. I frutti di pomodoro sono spesso interessati da un difetto della maturazione. Questa fisiopatia presenta diverse varianti, che spesso sono poco distinguibili e/o si presentano insieme: maturazione a chiazze (blotchy ripening), imbrunimento interno (internal browning), parete grigia (gray wall), spalla gialla (o verde; yellow shoulder). I sintomi sono spesso simili a quelli provocati dalle virosi (per esempio TMV). In molti casi, la colorazione rossa non si sviluppa in modo uniforme sulla superficie del frutto per un’alterazione della sintesi del pigmento rosso, il licopene; la superficie così rimane verde oppure gialla, quando prevale la presenza del beta-carotene. Le anomalie nella maturazione dei frutti sono più frequenti nelle colture primaverili e la loro comparsa generalmente si associa a: – eccessive concimazioni azotate e/o irrigazioni; – ridotta concentrazione di K nel terreno o nella soluzione nutritiva (colture fuori suolo o fertirrigate); – clima variabile, soprattutto dal punto di vista della radiazione (per esempio, periodi soleggiati alternati a periodi nuvolosi); – alta temperatura, soprattutto se associata a una ridotta luminosità. Proprio perché la sua eziologia non è stata ben chiarita, le misure per ridurre l’incidenza dei difetti di maturazione dei frutti sono aleatorie. Un’adeguata concimazione a base di K sembra l’unica pratica con una certa efficacia. Alcune particolari decolorazioni dei frutti di pomodoro sono quelle localizzate in prossimità del peduncolo; sono provocate da una ritardata perdita dei petali fiorali (scamiciatura) dopo l’impollinazione. Talvolta si ha un ingiallimento dei sepali; è questo un sintomo della senescenza dei tessuti, molto probabilmente stimolato dall’etilene prodotto dai frutti in via di maturazione.


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