Volume: il pero

Sezione: coltivazione

Capitolo: erbe selvatiche

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

La presenza negli interfilari del pereto di un mantello vegetale erbaceo, periodicamente sfalciato, è pratica comune nelle colture del settentrione, dove si effettua il diserbo chimico sottochioma. In assenza di vegetazione e nei periodi particolarmente piovosi il terreno, infatti, diviene molto fangoso e ostacola fortemente l’accesso alle macchine agricole e alle persone addette alle operazioni colturali (potatura, trattamenti fitosanitari, raccolta ecc.) e nei terreni declivi si possono verificare fenomeni di ruscellamento e frane. Ma anche nei periodi estivi il cotico erboso presente fra i filari riesce talvolta utile nel contrastare alcune fisiopatie, come la butteratura amara, assorbendo l’azoto in eccesso derivante dai processi di mineralizzazione e migliorando, in tal modo, le caratteristiche dei frutti. Nei climi più aridi del meridione (Campania, Puglia e Sicilia ecc.) questa metodologia è poco adottata e si preferisce lavorare l’interfilare e diserbare chimicamente sotto i filari; anche in queste zone però, dove è possibile praticare l’irrigazione del frutteto, si sta consolidando la tendenza all’inerbimento controllato dell’interfila. La costituzione di una efficace vegetazione adatta a questo scopo può avvenire con la semina di specie adeguate, per lo più graminacee (festuche, loietto ecc.) oppure lasciando inerbire naturalmente la superficie del terreno. In tali contesti l’appellativo di “piante infestanti”, per indicare quelle che vanno a costituire la vegetazione tra i filari, perde il suo significato abituale, proprio considerando la loro utilità. La copertura vegetale che si instaura naturalmente è formata da molte specie che coesistono e perciò entrano in competizione fra loro e con le piante di pero. Questa competizione, che riguarda innanzitutto le disponibilità idriche e nutrizionali, caratterizza l’assortimento floristico che si verrà a creare e dipende innanzitutto da fattori di ordine fisiologico propri di ogni specie, tra i quali assumono particolare importanza: a) raggruppamento botanico; b) modalità di riproduzione e durata della vita; c) stagionalità, scalarità di nascita e di propagazione. In assenza di ulteriori cause di disturbo la combinazione di questi fattori con gli eventi climatici stagionali determina l’evoluzione naturale della flora nell’arco dell’anno, con la nascita di alcune specie che prendono il posto di altre nate in precedenza e che hanno già finito il loro ciclo di sviluppo. Tali sequenze evolutive però possono essere “guidate”, nel senso di favorire l’insediamento delle specie adatte a costituire un efficace cotico erboso a scapito di altre che non sono adatte per questo scopo. Con un’accorta gestione della flora spontanea, infatti, tramite una oculata ed efficace combinazione tra metodi di diserbo meccanico e metodi di diserbo chimico, si riesce a conciliare le legittime aspettative economiche del produttore con quelle, altrettanto giuste, di carattere ambientale, del consumatore. Nel nostro caso si tratta di gestire una popolazione erbacea costituita da circa un centinaio di specie diffuse in tutta la penisola, solo venti delle quali (le più frequenti) sono di seguito considerate, in contesti agronomici prevalenti dell’Italia settentrionale, dove la coltura del pero è più praticata (Emilia-Romagna e Veneto). Qui di seguito vengono prese in considerazione alcune caratteristiche botaniche e biologiche delle venti specie trattate, in relazione alla loro capacità di sopravvivenza in condizioni naturali e in ambiente disturbato con la sarchiatura, tralasciando gli aspetti di carattere applicativo di questa pratica e quelli inerenti al diserbo chimico che sono descritti in un’altra sezione di questo libro.

Raggruppamento botanico

La persistenza delle erbe selvatiche nel pereto dipende innanzitutto dalle loro modalità di riproduzione. A questo riguardo vi sono specie che si riproducono solo tramite semi (moltiplicazione) e altre che hanno una ulteriore possibilità di riprodursi (propagazione), oltre che tramite semi, anche grazie a gemme che svernano su radici particolarmente ingrossate o che si trovano su organi speciali, come rizomi e stoloni. Il seme è il propagulo per eccellenza di moltissime piante che, per questa loro caratteristica, sono state riunite in unico gruppo botanico: le Spermatofite. I semi si formano e maturano in uno speciale organo detto ovario che è il costituente femminile principale dei fiori di un grande raggruppamento di piante (Angiosperme o Magnoliophyta) e che maturando si trasforma in frutto. Grossomodo ogni seme è formato da una membrana esterna (tegumenti seminali) che racchiude una microscopica piantina (embrione) munita di foglioline primordiali dette cotiledoni, in numero di una (nelle monocotiledoni) o di due (nelle dicotiledoni) come nei semi di pero. Oltre ai cotiledoni nel seme vi sono sostanze di riserva (endosperma) che vengono mobilitate al momento della nascita, finché la piantina non è in grado di nutrirsi da sola, con le sostanze assorbite dalle radici nel terreno e con quelle elaborate con la fotosintesi clorofilliana. Le specie considerate qui di seguito appartengono a varie famiglie botaniche comprese fra le dicotiledoni e a una sola famiglia di tutte quelle comprese fra le monocotiledoni: le Graminacee. Nell’ambito di ogni famiglia si distinguono ulteriori gruppetti, detti generi, nei quali sono compresi piante molto simili tra loro. Alcune differenze sostanziali, apprezzabili anche a occhio nudo, tra dicotiledoni e graminacee riguardano la forma della foglia e la costituzione del fiore. La foglia tipica di una pianta dicotiledone è formata da una lamina espansa, con nervature reticolate, che confluisce, bruscamente o gradatamente, in un picciolo tramite il quale si inserisce sul fusto; il picciolo può anche mancare (in questo caso la foglia si dice sessile) mentre la lamina può essere intera o con margine più o meno inciso. Le foglie delle graminacee invece del picciolo hanno una guaina tubolare che abbraccia il fusto e, all’estremità di questa, una lamina lanceolata nastriforme stretta con nervature parallele; alla confluenza fra guaina e lamina quasi sempre è presente un’appendice chiamata ligula che è di forma diversa a seconda della specie. Il fiore delle dicotiledoni è formato generalmente da quattro verticilli di foglioline trasformate; quello più esterno (o inferiore), che avvolge tutti gli altri quando il fiore è chiuso, si chiama calice, segue la corolla, formata da un numero variabile di petali generalmente molto colorati. Più all’interno c’è l’androceo, cioè la parte maschile, formata dagli stami e il gineceo, cioè la parte femminile, che ha un ingrossamento basale (ovario) e una parte apicale (stimma) alla quale si congiunge tramite uno stilo. Nel fiore delle graminacee mancano il calice e la corolla, ma l’androceo e il gineceo sono racchiusi all’interno di una specie di scatolina erbacea formata da due scagliette (lemma e palea); solitamente i fiori delle graminacee sono riuniti in gruppetti (spighetta), racchiusi da due glume, disposti, a loro volta, su infiorescenze più complesse (spighe o pannocchie). In un paragrafo successivo le specie sono descritte singolarmente e sono riportati anche i loro nomi scientifici (e i loro significati) con i quali sono conosciuti in tutto il mondo.

Fisiologia e cicli vegetativi

Molte piante erbacee si moltiplicano solo mediante semi e la loro vita corrisponde al ciclo compreso tra la nascita e la maturazione dei nuovi semi. Queste piante si dicono “annuali” nel senso che il loro ciclo vegetativo completo non supera l’arco temporale di un anno, anzi, quasi sempre, si svolge in pochi mesi. Tra le specie più importanti dei pereti citati in questa sede sono piante annuali: Amaranto, Billeri, Centonchio, Chenopodio, Miagro, Correggiola, Porcellana, Sanguinella, Senecione, Pabbio, Centocchio e Veronica. In alcune piante il ciclo vegetativo è molto breve, tanto che, in condizioni ambientali favorevoli, riescono a completare, nel corso dell’anno, anche due o più generazioni; è il caso di: Senecione, Centocchio e Veronica, per le quali a volte è possibile osservare contemporaneamente piante in diversi stadi di sviluppo (piantine appena nate, piante fiorite e piante che stanno disseminando). Le specie annuali, a causa della brevità del ciclo non sono adatte, generalmente, per costituire tappeti erbosi permanenti, tranne nei casi di alcune (Centonchio, Porcellana, Centocchio e Veronica) con taglia bassa e portamento prostrato che assicurano una copertura discretamente efficace, ma di breve durata. La gemma è una struttura complessa nella quale si differenzia un particolare tessuto (meristema) in grado di originare nuovi tessuti che andranno a costituire i vari organi delle piante che da esso avranno origine. Le gemme si trovano normalmente sulle piante arboree ma, in molti casi, sono prodotte anche dalle piante erbacee che, così, si possono riprodurre, oltre che per seme, anche tramite gemma. In questi casi il ciclo di sviluppo va oltre quello compreso tra la nascita e la maturazione dei semi, in quanto le stesse piante che disseminano sono in grado di originare contemporaneamente anche altre piante (o getti) dalle gemme: il loro ciclo vegetativo abbraccia perciò un arco di tempo superiore all’anno, per cui esse si dicono vivaci: pluriennali (se hanno gemme su radici ingrossate) oppure perenni (se le gemme sono su rizomi o su stoloni). Il rizoma è un fusto trasformato sotterraneo mentre lo stolone è un ramo della pianta che striscia solitamente sul terreno. Tra le piante con gemme sulle radici tipiche sono: Cardo, Fienarola, Malva, Romice e Soffione. Piante con rizomi: Gramigna, Ortica e Vilucchio; la prima specie è munita anche di stoloni. Di tutte queste specie vivaci la più adatta a costituire una buona copertura del terreno è la Fienarola che persiste anche in inverno e forma una coltre resistente. Anche Romice e Soffione potrebbero assicurare una copertura efficiente visto che hanno foglie inserite a rosetta al livello del terreno e radici che si approfondiscono nel terreno rendendolo più arieggiato. La gramigna ha la capacità di costituire un cotico erbaceo molto resistente, ma essa sviluppa una ragnatela di rizomi che si diffonde velocemente anche sotto i filari del frutteto e va a competere fortemente con le piante del pero; una volta espiantato il frutteto, inoltre, occorre una vera e propria bonifica per rimettere a coltura il terreno. Il portamento eretto assurgente e l’eccessiva ramosità del fusto rende del tutto inadatte le altre specie; Malva e Ortiche possono anche ospitare parassiti dannosi.

Stagionalità, scalarità di nascita e di propagazione

Ogni specie, per caratteristiche fisiologiche proprie che sarebbe qui molto complesso spiegare, svolge il suo ciclo vegetativo in un certo periodo stagionale. Uno dei meccanismi di sopravvivenza di queste specie consiste nella possibilità di nascite scaglionate nel tempo. Non tutti i semi di una certa specie presenti nel terreno e potenzialmente in grado di germinare lo fanno contemporaneamente, dato che le piante da essi originate si troverebbero in condizione di affollamento e quindi costrette a competere fortemente tra loro, oltre che con le altre di specie diverse. Per questo motivo solo una frazione minoritaria di semi presenti nel terreno dà origine a piantine mentre la maggior parte di essi rimane dormiente (per esempio, oltre il 90% dei semi di Amaranto, Centonchio, Chenopodio e Sanguinella) e germina solo se avversità eliminano le piante già nate. In questo caso lo spazio liberato dalle piante morte viene occupato da nuove piante nate da quei semi rimasti quiescenti fino a quel momento: è così che la specie riesce a superare, con un danno limitato per la sua sopravvivenza, l’evento negativo. Le specie che sono in grado di nascere durante un lungo arco di tempo, durante l’anno, e perciò dotate di accentuata scalarità di nascita, adattandosi più delle altre alle diverse condizioni climatiche stagionali sono quelle più avvantaggiate e sono quelle che prendono il sopravvento sulle altre. Anche le piante vivaci adottano una strategia simile facendo germogliare solo alcune delle gemme presenti sulle radici o sui rizomi o sugli stoloni (di solito quelle più lontane dal punto di crescita della pianta madre) e mantenendo dormienti la maggior parte di esse che germoglieranno solo al verificarsi di eventi che danneggiano o eliminano le piante nate in precedenza dalla stessa pianta madre.

Evoluzione stagionale della flora

Nella successione delle diverse specie sullo stesso terreno non lavorato gioca un ruolo fondamentale la presenza delle piante già nate che ostacola in vari modi la nascita di nuove piante, soprattutto in virtù dell’effettiva competizione da esse esercitata sulle ultime nate. Molte specie sono, inoltre, capaci di emettere stimoli chimici che impediscono ai semi presenti nel terreno di germinare o che inibiscono lo sviluppo dei germinelli o delle plantule già presenti (questo fenomeno viene descritto come “allelopatia negativa”). Tra le specie allelopatiche più importanti alcune si trovano normalmente nei pereti, come: Gramigna e Sanguinella fra le graminacee oltre a Porcellana e Vilucchio fra le dicotiledoni. A prescindere da fenomeni competitivi e allelopatici, le piante annuali che nascono in autunno terminano il loro ciclo tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, dopo aver disseminato (caduta dei semi maturi nel terreno); esse lasciano libera una parte della superficie del terreno che viene occupata da altre piante a nascita più tardiva (primavera-estate) e che svolgono il loro ciclo vitale entro l’autunno successivo. Le piante vivaci, come abbiamo visto in precedenza, sono potenzialmente in grado di nascere durante tutto l’anno, tranne forse nei periodi caratterizzati da eccessi termici (temperature eccessivamente basse o alte) o da deficienze idriche (in zone o annate particolarmente siccitose). Nella composizione della flora del pereto normalmente le specie dicotiledoni rappresentano la frazione maggioritaria e hanno il sopravvento sulle graminacee, tranne in casi particolari, solitamente legati alla stagionalità o alle pratiche agricole, come sarà detto dopo. Durante la stagione autunnale e quella invernale (specialmente nei climi miti del meridione) nascono: Billeri, Miagro, Centocchio e Veronica. Verso la fine dell’inverno cominciano a vedersi piantine di Correggiola e di Senecione, e qualche tempo dopo, in prossimità della stagione primaverile, nasce il Centonchio. Tutte queste specie hanno il picco massimo di fioritura all’inizio della stagione primaverile, tra aprile e maggio, ma le prime quattro citate possono fiorire già in inverno. Con il procedere della stagione la massa vegetativa di queste piante diminuisce man mano, fino a raggiungere il livello minimo dopo la maturazione e la disseminazione. Nonostante ciò la superficie del terreno non rimane mai sgombra di vegetazione erbacea, anzi la copertura vegetale aumenta, grazie alla nascita, in pieno periodo primaverile (aprile-maggio) e alla crescita di alcune altre specie dicotiledoni annuali (Amaranto, Chenopodio e Porcellana), ma soprattutto con la crescita di quelle vivaci (Cardo, Malva, Ortica, Romice, Soffione e Vilucchio) che nel corso delle stagioni estiva e autunnale normalmente prendono il sopravvento sulle annuali. Il contributo delle Graminacee alla formazione di questa flora è minoritario rispetto a quello delle dicotiledoni ed è apportato solitamente da poche specie, fra le quali due vivaci: Fienarola e Gramigna che si possono trovare durante tutto l’anno, ma raggiungono la massima copertura nel corso dell’autunno. Tra le Graminacee annuali Pabbio e Sanguinella contribuiscono in modo evidente alla formazione del manto erboso tra la fine della primavera e tutto l’autunno, in particolare nei casi in cui trovano terreno sgombro da altre piante.

Effetti delle sarchiature

Fra le cause che possono danneggiare o eliminare le piante già nate vi sono le diverse metodologie di diserbo, sia esse di natura chimica (applicazione dei diserbanti) sia di natura meccanica (sarchiature o altre lavorazioni). Le sarchiature operate nel corso della primavera, però, con l’eliminazione delle piante già nate, hanno solitamente un effetto deprimente sulla diffusione futura delle piante annuali, tranne nei casi di quelle specie, come Senecione, Centocchio e Veronica, che hanno ciclo breve e che perciò sono in grado di nascere e riprodursi in un breve lasso di tempo. Con l’eliminazione della vegetazione in atto possono essere favorite anche alcune specie annuali a taglia bassa o con portamento prostrato sul terreno, in genere poco competitive per queste loro caratteristiche, ma spesso dotate di una spiccata scalarità di emergenza e di una crescita pronta che consente loro di occupare velocemente il terreno libero. Sono anche avvantaggiate le specie annuali che nascono in piena stagione primaverile e che solitamente sono molto diffuse nelle colture estensive (mais, barbabietola da zucchero, ecc.) ma che, in particolare nelle annate piovose, si insediano anche nei pereti e soppiantano le specie eliminate con la lavorazione; si tratta di: Amaranto, Chenopodio e Porcellana fra le dicotiledoni, oltre alle Graminacee Pabbio e Sanguinella. Sulle specie vivaci la sarchiatura ha effetti contrastanti, che dipendono anche dagli eventi climatici stagionali. Nell’ambiente italiano le specie che disseminano alla fine della primavera o all’inizio dell’estate (Fienarola, Malva, Ortica, Romice e Vilucchio) di solito sono svantaggiate dalle lavorazioni primaverili, mentre quelle in grado di disseminare durante tutto l’anno (per esempio Soffione) e quelle che affidano la loro propagazione quasi esclusivamente a gemme (Cardo e Gramigna) sono favorite per avere la capacità di occupare il terreno con abbondante vegetazione e molto velocemente.

Descrizione delle specie

Amaranto comune o Blito (Amaranthus retroflexus). Il nome di questa dicotiledone deriva dalla persistenza dei frutti sulla pianta anche dopo che questa è avvizzita (dal greco: a = non e maraino = avvizzisco), ma potrebbe anche alludere al colore di alcune di esse; retroflexus si riferisce, invece, alla pannocchia recline all’indietro. Gli amaranti sono di origine tropicale e spesso utilizzati, nelle zone di origine, a scopi alimentari: le piante sono, infatti, ricche di proteine, acidi grassi, microelementi e di vitamina C; dai semi si ottiene un’ottima farina panificabile. Il fusto è eretto e le foglie sono intere, romboidali. I fiori sono piccolissimi, riuniti in pannocchie e maturano piccole capsule contenenti un seme lucido, lenticolare, di colore nerastro o marrone scuro, di circa 1 mm di diametro (ogni pianta ne produce più di 100.000). L’Amaranto comune è specie annuale, con ciclo primaverile-autunnale.

Billeri primaticcio (Cardamine hirsuta). Questa piccola dicotiledone (alta circa 25 cm), il cui nome scientifico sottolinea la somiglianza con il crescione orientale (in greco kàrdamon), ha fusti quasi eretti, poco ramosi. Le foglie hanno lamina divisa in segmenti arrotondati. I fiorellini hanno ognuno quattro petali bianchi disposti a croce. I frutticini (silique) a maturità e con un caratteristico crepitio, si aprono violentemente scagliando i semi tutt’intorno alla pianta madre. I semi sono gialli, ovoidali, con due scanalature e lunghi circa 1 mm. Il Billeri primaticcio, che in passato veniva consumato in insalata, riesce a colonizzare bene anche i terreni poco lavorati, fiorisce molto presto, già dall’inizio dell’anno, ma raggiunge la massima diffusione tra marzo e maggio. Si riproduce esclusivamente per seme e, nell’arco dell’anno, può avere anche più generazioni.

Cardo campestre o Stoppione (Cirsium arvense). Il nome latino deriva da una parola greca (kirsós) che indica le varici e sottolinea l’uso terapeutico che ne facevano gli antichi per curare queste alterazioni; il primo nome italiano sottolinea la spinosità delle foglie, che lo rendono simile a un cardo, mentre il secondo nome va visto in relazione alle stoppie di grano dove nasce copiosamente dopo la raccolta del cereale. I fiori sono rosati, riuniti in capolini piccoli che, maturando, producono frutticini (acheni) muniti di pappi candidi e piumosi. In Italia questa dicotiledone si riproduce quasi esclusivamente per gemme radicali in quanto raramente è in grado di produrre semi vitali, ma il suo apparato radicale può emettere nuove piantine durante tutti i periodi dell’anno per cui si possono trovare contemporaneamente piantine piccole con altre fiorite o in maturazione.

Centocchio comune o Stellaria (Stellaria media). Il nome italiano si riferisce ai numerosissimi fiorellini bianchi a forma di stella, come si evince anche dal nome scientifico. Il fusto è sottile, liscio e con una linea di peli lungo la quale scorrono le goccioline di pioggia che vengono convogliate alla base delle foglie. Queste ultime sono inserite a due a due, opposte lungo il fusto; hanno lamina intera, peduncolata o sessile, glabra o quasi, di forma ovale e acute alla sommità. I fiorellini hanno ognuno 5 petali profondamente incisi in due lobi. Il frutto è una capsula che si apre, a maturità, tramite una coroncina apicale, liberando numerosi semi (circa 3000 per pianta) che assicurano la moltiplicazione. Questa dicotiledone ha ciclo vegetativo molto corto, in vari periodi e in ogni stagione dell’anno, ma nasce preferibilmente in autunno e si trova molto abbondante tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.

Centonchio dei campi o Mordigallina (Anagallis arvensis). Pianta dicotiledone glabra, con fusti spigolosi e rami in parte adagiati sul terreno. Le supposte proprietà esilaranti degli estratti di queste piante sono alla base del loro nome scientifico (dal greco anaghelao = rido), mentre il nome italiano ricorda l’apprezzamento per queste piante da parte di galline e di altri volatili. Le foglie sono piccole, intere, ovali. I fiori si aprono solo poche ore al giorno; hanno 5 petali, di colore rosso (il fiorellino è stato usato come emblema araldico dalla Primula rossa, protagonista di un romanzo ambientato durante la Rivoluzione francese). Il frutto è una capsula sferica che si apre a maturità con una calotta apicale. I semi (circa 700 per pianta) sono sfaccettati, rugosetti, di colore marrone scuro. È specie annuale che fiorisce in primavera.

Chenopodio bianco o Farinello comune (Chenopodium album). Il nome latino sottolinea la somiglianza della forma delle foglie con le zampe delle oche (dal greco: khen = oca e podion = piede); “farinello” si riferisce, invece, al fatto che la pianta è ricoperta da microscopiche sferette bianche che disidratandosi assumono aspetto di grumi di farina. Le piante di chenopodio, che in passato erano usate come succedanee dello spinacio, sono caratterizzate da grande variabilità, specialmente nella taglia e nella colorazione di fusto e foglie (verde o più o meno arrossate). I fiori, raccolti su ampie pannocchie, sono piccolissimi, costituiti ognuno da 5 brattee erbacee che, a maturità, racchiudono un piccolo seme scuro (ogni pianta ne produce più di 70.000). Queste dicotiledoni si riproducono solo mediante semi; il loro ciclo vegetativo si svolge dalla primavera all’autunno.

Correggiola o Poligono degli uccellini (Polygonum aviculare). Questa dicotiledone deriva il nome dai fusti nodosi e a volte piegati come ginocchia (dal greco: pòlys = molti e gony = ginocchi-nodi). Il riferimento agli uccellini riguarda i semi che da questi sono particolarmente appetiti. I nodi del fusto sono avvolti da guaine, dette ocree; da essi originano foglie e fiori. Le foglie sono lanceolate (5-18 mm). I fiorellini sono isolati, biancastri o arrossati. Il frutto è simile a un seme spigoloso, con 2 o 3 facce (una pianta ne produce più di 6000). Il Poligono degli uccellini si riproduce solo per seme; si trova per gran parte dell’anno, se si escludono i periodi eccessivamente caldi o freddi, ma nasce preferibilmente all’inizio della primavera e riesce a sopportare la competizione con le altre specie, anche durante l’estate.

Fienarola dei prati (Poa pratensis). Il fusto di questa monocotiledone è compresso, vuoto (culmo), quasi completamente adagiato sul terreno nelle piante giovani ed eretto in quelle adulte. È la tipica “erba”, o perlomeno era questa l’impressione degli antichi greci (poa in greco vuol dire, infatti, erba) che la usavano come foraggio; anche attualmente rappresenta una delle più importanti piante foraggere coltivate, come si evince dal suo nome italiano. Le foglie sono lanceolate, lucide, con punta conformata a cappuccio. La ligula è molto evidente, specialmente quella delle piante adulte, arrotondata alla sommità. I fiorellini sono riuniti su pannocchie con rami verticillati lungo un asse (rachide). Si riproduce tramite semi e per ricacci vegetativi stoloniferi. Essa nasce preferibilmente all’inizio della primavera e raggiunge una grande diffusione nel mese di maggio.

Gramigna comune o Dente di cane (Cynodon dactylon). La specie è munita di rizomi sotterranei e di stoloni striscianti sul terreno, con gemme che sembrano denti di cane (è questo il significato del nome latino cynodon). Il nome comune italiano viene ripreso anche in quello della famiglia: Graminacee (monocotiledone). Le foglie giovani sono ovali-lanceolate; quelle successive sono decisamente lanceolate. La ligula è poco evidente, pelosa e seghettata alla sommità. I fiorellini si trovano su piccole spighe disposte in modo da sembrare le dita di una mano aperta (a questa caratteristica si deve l’aggettivo dàctylon). Il frutto si chiama cariosside e contiene un solo seme, che in Italia stenta a maturare, per cui la riproduzione della specie è affidata a coriacei rizomi sotterranei e a stoloni superficiali dai quali si originano nuove piante, praticamente durante tutto l’anno, specialmente nei terreni poco lavorati.

Malva selvatica (Malva sylvestris). Già dall’VIII secolo a.C. le foglie giovani di questa dicotiledone erano usate come verdura; anche in epoca romana le sue proprietà emollienti erano conosciute e apprezzate (Cicerone e Plinio il Vecchio), così come lo erano durante il Medioevo (l’infuso era usato anche per “calmare i bollenti spiriti mascolini”). Le sue proprietà sono ricordate nel suo nome (dal greco: malakòs=molle). La pianta ha fusti legnosi alla base; le foglie hanno lamina palmata, con 5 lobi poco evidenti e una vistosa insenatura all’inserzione con il picciolo. I fiori hanno 5 petali spatolati rosa striati di violetto. Il frutto è formato da una serie di elementi lenticolari, affiancati a formare una formazione a “ciambella”; ogni elemento contiene un seme. La malva nasce alla fine dell’inverno e fiorisce in primavera e in estate, riproducendosi per seme o anche per gemme radicali.

Miagro rostellato (Calepina irregularis). Questa dicotiledone è glabra; ha fusto quasi eretto, con molti rami che fanno assumere agli individui adulti la forma di un inestricabile groviglio. Possiede foglie di diversa forma: quelle basali sono quasi intere e a forma di spatola; le successive diventano sempre più dentate sul bordo, fino a essere incise in evidenti lobi. I fiori hanno ognuno quattro petali bianchi disposti a croce e sono riuniti in lunghi racemi. I frutti sono delle piccole (2-3 mm) siliquette ovoidali reticolate esternamente e con un becco appuntito, che non si aprono a maturità, imprigionando ognuna un seme globoso. È una specie annuale, che si riproduce solo per seme. Nasce verso la metà dell’inverno, fiorisce prestissimo, a fine febbraio e scompare, di solito, alla fine della primavera.

Ortica comune (Urtica dioica). Alle ortiche! È un diffuso modo di dire e si riferisce al nome di queste dicotiledoni dai peli urticanti (se toccati si rompono e rilasciano un liquido contenente acido formico che provoca intenso bruciore alla pelle: per questo motivo non è consigliabile, secondo il detto, cercare di recuperare un oggetto – o un argomento – finito fra le ortiche). I nostri nonni dicevano, invece, che camminando a gambe scoperte fra le ortiche si poteva attivare la circolazione del sangue e alleviare i dolori reumatici! Durante il Medioevo i monaci per “mortificare la carne” si autoflagellavano con fasci d’ortica che si usavano anche per fustigare i condannati. Fino al secolo scorso da queste piante si ottenevano anche tessuti. I fusti sono eretti, le foglie sono cuoriformi, intere e con margine dentato. I fiorellini sono disposti in pannocchie e maturano semi scuri e appuntiti. Le piante si riproducono, in primavera, anche per mezzo di gemme radicali.

Pabbio o Setaria (Setaria spp.). Il Pabbio ha pannocchie quasi cilindriche e ricoperte di setole cosparse di microscopici uncinuli: è a quest’ultima caratteristica che si riferisce il nome latino. Il fusto è un po’ compresso, le foglie sono lanceolate. Un metodo empirico per riconoscere le diverse specie di setaria consiste nel far aderire la pannocchia ai vestiti: – se rimane attaccata (gli uncinuli delle setole hanno la punta rivolta verso il basso) si tratta del Pabbio verticillato (Setaria verticillata); – se scivola e cade (in questo caso gli uncinuli delle setole hanno la punta rivolta verso l’alto) si tratta o di Pabbio rossastro (Setaria glauca), con setole rossastre oppure di Pabbio comune (Setaria viridis), con setole giallastre. Queste monocotiledoni si riproducono solo tramite semi (circa 20.000 per pianta); esse vegetano bene durante le stagioni più calde.

Porcellana comune (Portulaca oleracea). Dicotiledone il cui nome latino si riferisce al frutticino (capsula), che si apre tramite una “portula” apicale; quello comune pare derivi dal fatto che di queste piante vanno particolarmente ghiotti i maiali... ma esse sono utilizzate in insalate (è a questo che si riferisce il termine “oleracea”) anche nella cucina mediterranea. Il fusto è cilindrico, liscio, fragile, adagiato sul terreno. Le foglie sono grassette, intere, a forma di spatola. I fiorellini hanno corolla giallognola. La capsula contiene miriadi di semi neri, piccolissimi e reniformi (una pianta ne produce circa 52.000). Si trova durante la stagione primaverile-estiva, specialmente nelle zone sabbiose e assolate; è caratterizzata da una accentuata scolarità di emergenza; nasce in piena primavera e continua a nascere anche in estate se le precipitazioni sono abbondanti.

Romice comune (Rumex obtusifolius). Le grosse radici di questa dicotiledone hanno gusto amarognolo e costituiscono (cotte) un buon condimento per la carne; le foglie, se sfregate sulla pelle, eliminano il bruciore causato dalle ortiche; in passato si usavano anche contro le bruciature e le abrasioni della pelle. Il nome scientifico richiama il termine latino che indica la punta della lancia o il dardo di una freccia: queste similitudini si riferiscono sia alla forma delle foglie, sia a quella dei piccoli frutti. Il fusto è eretto e robusto. Le foglie sono lanceolate, con sommità ottusa. I fiori sono riuniti in ampie pannocchie. Ogni pianta produce circa 30.000 semi, ma si moltiplica anche per gemme presenti sulle grosse radici e che possono originare piante durante tutto l’anno. Nasce presto in primavera, ma raggiunge la massima diffusione durante l’estate e l’autunno.

Sanguinella comune (Digitaria sanguinalis). Il nome italiano e il secondo nome latino di questa monocotiledone si riferiscono alla colorazione generalmente arrossata (come il sangue) dei fusti e/o delle foglie e/o delle infiorescenze. Il fusto è adagiato sul terreno e spesso emette radici secondarie dai nodi. Le foglie sono molto pelose; quelle giovani sono ovali-lanceolate. La ligula è molto evidente, intera, pelosa, arrossata. Produce piccole infiorescenze (racemi) riunite in modo da sembrare le dita di una mano aperta (è a questa disposizione che si riferisce il nome latino digitaria). I fiori sono piccolissimi e maturano ognuno un frutto (cariosside) contenente un solo seme: in una pianta ve ne sono circa 150.000. La specie si riproduce solo tramite semi e vegeta durante le stagioni più calde, ma raggiunge il massimo sviluppo verso la fine della primavera.

Senecione comune (Senecio vulgaris). Il nome di questa piccola dicotiledone si riferisce ai capolini ricoperti di peli bianchi (come quelli dei vecchi = senex-senecio). Le foglie sono quasi intere nelle piante giovani, lobate negli individui adulti: in passato erano impiegate per curare molte malattie (ulcere della pelle ecc.) e per regolare il ciclo mestruale. I capolini sono molto piccoli, formati da fiorellini gialli. I frutti sono simili a semi costoluti, a forma di cuneo; essi, in numero di circa 1000 per pianta, sono muniti di pappo piumoso. La specie svolge anche più di una generazione nell’arco dell’anno; i semi che maturano durante l’anno sono, infatti, capaci di originare nuove piante e queste fioriscono e disseminano nello stesso anno, per cui è possibile trovare contemporaneamente piante in vari stadi di sviluppo, anche durante l’inverno se il terreno non viene lavorato.

Soffione o Dente di leone (Taraxacum officinale). Chi non ha mai soffiato sui capolini maturi di questa specie per far volar via i suoi frutticini simili a piccoli e vorticosi paracaduti? Questo è il significato del primo nome italiano mentre il secondo si riferisce ai lobi delle foglie, appuntiti come canini di leone. Il nome scientifico deriva, invece dalle sue proprietà medicinali (officinale) e in particolare all’uso, in passato, come rimedio (akos) all’intorbidimento della vista (táraxis). Le foglie si usano ancora come verdura cotta e dalle radici tostate e macinate si ottiene uno scialbo caffè (come quello che il grande Totò chiamava ciofèca). È una dicotiledone dai fiori gialli e dal fusto lattiginoso. Nasce durante tutto l’anno, grazie alla continua produzione di semi e alle gemme radicali, ma il periodo più propizio comprende l’estate e l’autunno.

Veronica comune (Veronica persica). Il nome è dedicato a Santa Veronica che deterse il volto di Cristo diretto al Golgota. Sono dicotiledoni generalmente adagiate sul terreno, con fusti spesso contorti. Le foglie sono ovali, con margine regolarmente dentato. I fiori sono riuniti in racemi fogliosi. Il frutto è una capsula compressa con due lobi evidenti, che a maturità si apre e rilascia uno o pochi semi piccoli e incavati a conchiglia (in ragione di circa 200 per pianta). A volte si trova anche la Veronica a foglie d’edera (V. hederifolia L.), con capsule quasi sferiche. Le veroniche si riproducono solo per seme. Hanno ciclo vegetativo molto corto e riescono a nascere, a fiorire e a fruttificare anche due o più volte all’anno, prevalentemente tra la fine dell’inverno e la primavera, ma non è rara la loro presenza anche durante l’estate e l’autunno.

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis). Questa dicotiledone ha il fusto flessuoso e avvolgente, che si arrampica e si attorciglia intorno alle altre piante; a questa caratteristica si riferisce il suo nome e quello della famiglia corrispondente: Convolvulaceae (dal latino convolvere = avvolgere). Le foglie sono intere, generalmente glabre e con alla base due denti pronunciati. I fiori sono isolati, con corolla bianca o rosea saldata a imbuto. I frutti sono capsule contenenti uno o più semi scuri e rugosi di circa 3 mm. Il vilucchio comune si riproduce per seme e per gemme presenti sulle tenaci radici o su rizomi. La parte aerea della pianta appare in tutti i periodi dell’anno, se si escludono quelli particolarmente freddi durante l’inverno, raggiungendo il picco massimo di vegetazione durante l’estate e l’autunno.


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