Volume: il mais

Sezione: coltivazione

Capitolo: erbe selvatiche

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

Una recente indagine indica che circa 130 specie di erbe selvatiche si trovano nei campi di mais di tutta l’Italia. Di queste circa una dozzina sono molto frequenti e molto aggressive nei riguardi del cereale. Di seguito sono descritte 30 specie; lateralmente alla descrizione di ciascuna specie è riportata la cartina dell’Italia che ne mostra la diffusione sul territorio. Tale mappa mostra un dettaglio sulle regioni del nord dove è più diffusa la coltivazione del mais. Non sono state considerate Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Liguria dove al contrario la coltura è quasi assente.

Acàlifa (Acalypha virginica) era così chiamata già dagli antichi Greci. Molto diffusa negli USA, come si arguisce dall’aggettivo latino virginica, questa pianta invade frequentemente le colture di mais formando folti tappeti erbosi che raggiungono un’altezza di circa 50-60 cm. Parente delle euforbie, ha fiorellini poco appariscenti e produce una discreta quantità di semi (fino a un migliaio per pianta). Nasce durante tutta la primavera e anche verso l’inizio dell’estate; si diffonde specialmente negli appezzamenti mal sistemati e in quelli seminati precocemente.

Amaranto comune (Amaranthus retroflexus), molto diffuso nei campi di mais, deve il nome al fatto che le infiorescenze non si disgregano neanche dopo che i semi sono caduti (dal greco a = non e maraino = avvizzisco); il nome italiano però può essere associato anche al colore amaranto dei fusti e della parte ventrale delle foglie di molte piante appartenenti a questo gruppo. L’aggettivo retroflexus si riferisce alle spighe recline; si riproduce esclusivamente per seme: ne produce circa 10.000 per pianta. La repentina e incontrollabile diffusione dell’ambrosia (Ambrosia artemisifolia) negli ultimi anni, sia lungo le strade sia nei campi di frumento e di mais, ha indotto la regione Lombardia a emanare apposite disposizioni, che impongono sfalci ripetuti per eliminare le piante prima che esse fioriscano, nella tarda stagione estiva, spargendo il loro polline che tante sofferenze procura a migliaia di individui allergici. E pensare che gli antichi Greci chiamavano questa pianta “cibo degli Dei”!

L’assenzio selvatico (Artemisia vulgaris) è spesso associato alla specie precedente con la quale sovente viene confusa ma dalla quale si differenzia per l’odore aromatico di vermut delle foglie. Le piante di assenzio sono capaci di ricacciare anche dal colletto oltre che riprodursi per seme. Ha foglie con lamina settata, verde di sopra e biancastra di sotto. Pianta conosciuta sin dall’antichità per le sue proprietà medicinali che hanno ispirato il suo nome latino; Artemisia: dal greco artemés = sano. Dagli inizi degli anni ’70 del secolo scorso il cencio molle (Abutilon theophrasti) è divenuta una delle piante infestanti più dannose per il mais, grazie anche alla sua gigantesca stazza: può raggiungere 4 m di altezza. Questa infestante si diffonde tramite gli abbondanti semi prodotti (fino a 8000 per pianta), spesso sparsi dalle mietitrebbia non ben pulite. Il nome italiano si ispira all’aspetto morbido e vellutato delle foglie mentre quello latino è dedicato a Teofrasto, allievo di Aristotele.

Farinello comune (Chenopodium album) è così detto perché ha le foglie ricoperte, specialmente nella pagina inferiore, di microscopiche scagliette biancastre che nel complesso costituiscono uno straterello che sembra farina. Il nome scientifico deriva invece da due parole greche (chen = oca e pus = piede) che mette in relazione la forma delle foglie con quella dei piedi delle oche. Quest’erba ha fiori poco appariscenti e si riproduce solo per mezzo di semi: ne produce circa 70.000 per ogni pianta.

Fitolacca o uva turca (Phytolacca americana) è così chiamata perché le piante maturano racemi simili a grappolini d’uva formati da bacche contenenti un succo rosso scarlatto indelebile, sfruttato nell’industria per colorare tessuti e generi alimentari: ciò è sottolineato dal nome latino (Phyto = pianta, lacca = colore) il quale mette in rilievo anche la zona di origine della specie. I primi centri di diffusione in Italia si trovano in Lombardia. Si riproduce tramite semi (ogni pianta ne produce circa 3000) o per ricacci radicali.

Forbicina peduncolata (Bidens frondosa) appartiene alla famiglia delle Composite o Asteracee. Il primo nome italiano si riferisce alla somiglianza dei frutti di questa specie con l’insetto omonimo (Forficula auricolare); i frutti, infatti, come l’insetto, hanno due denti pronunciati alla loro sommità che sono messi in evidenza anche dal nome latino Bidens (due denti). Particolarmente abbondante nelle zone umide la specie forma foglie composte, capolini giallastri e si moltiplica solo mediante semi. Tra le nuove ospiti indesiderate dei campi di mais la galinsoga ispida (Galinsoga ciliata) è senz’altro una di quelle più diffuse, specialmente dove non si eseguono lavorazioni profonde. Il gruppo di piante del quale fa parte porta il nome di un medico della corte spagnola del XIX secolo: tale Martinez Galinsoga; gli aggettivi ispida e ciliata si riferiscono, invece, alla densa peluria che ricopre i suoi fusti. Si riproduce durante un vasto arco di tempo, in primavera e in estate, grazie a una grande produzione di semi (ogni pianta ne produce circa 10 000). Alla stessa famiglia botanica del mais, quella delle Graminacee (chiamate anche Poacee), appartiene una delle erbe infestanti del mais più dannose: il giavone comune (Echinochloa crus-galli), dalle pannocchie simili nella forma ad una zampa di gallo e spesso con reste simili agli aculei del riccio; è questo il significato del nome latino della specie, cioè erba (= chloe) riccia (= Echino) con zampe (= crus) di gallo (= galli). La sua diffusione è affidata ai semi (ogni pianta ne produce alcune migliaia). Nei campi di mais dell’Umbria, attorno a Perugia, si trova una forma di girasole comune (Helianthus annus) inselvatichito, pare proveniente dagli USA in una partita di semi di mais, durante gli anni ottanta del secolo scorso. È un girasole con fusto molto ramificato che produce parecchie calatidi di dimensioni più piccole di quelle dei girasoli coltivati. Queste piante si riproducono solo tramite semi e sono molto competitive nei riguardi delle piante del mais, anche per la loro resistenza a gran parte dei diserbanti chimici. Nella stagione 2006 molti campi di mais del nord Italia sono stati invasi da una “nuova” infestante: la gramigna comune (Cynodon dactylon). In effetti l’appellativo “nuova” si riferisce solo ai campi di mais in quanto la specie rientra da sempre nella compagnia delle infestanti di altre colture. Questa specie in Italia si riproduce quasi esclusivamente tramite rizomi ricoperti di gemme, simili nella forma ai canini dei cani (Cynodon deriva da: Kyon = cane e odon = dente) L’aggettivo dactylon si riferisce alla forma di mano delle infiorescenze.

Luppolo da birra (Humulus lupulus) ama vegetare lungo le sponde dei fossi e da questi luoghi penetra, con i suoi spinulosi fusti flessibili e con i rami tentacolari nei campi di mais, formando con il cereale grovigli inestricabili che ostacolano fortemente la raccolta delle spighe. Percorrendo le strade che da Verona conducono prima nel Bresciano e poi verso Pavia e quindi ad Alessandria spesso si incontrano campi di mais invasi da questa specie. La specie si diffonde per seme e per polloni radicali.

Nappola (Xanthium) appartiene alla stessa famiglia del girasole ma i suoi capolini non sono appariscenti. Essi, infatti, non portano fiori vistosi e, inoltre, sono ricoperti da aguzze spine, tramite le quali si attaccano ai supporti più vari (per esempio al mantello degli animali): è così che si diffonde maggiormente. Il nome latino sottolinea l’uso del decotto che si otteneva dalle piante: per tingere di biondo (in greco = xanthos) i capelli. Queste piante, dal fusto robusto e dalle foglie coriacee, si riproducono solo mediante semi. Il nome latino del pabbio (Setaria spp.) si riferisce alla presenza di setole (resti di fiori abortiti) sulle infiorescenze. Le setole, a loro volta, sono ricoperte di microscopici uncini, rivolti verso il basso nel pabbio verticillato (Setaria verticillata) o rivolti verso la sommità della pannocchia in altre due specie dei campi di mais: nel pabbio comune (Setaria viridis, con setole verdastre o giallastre) e nel pabbio rossastro (Setaria glauca, con setole rossastre). Tutte queste specie si riproducono solo tramite semi. Un’altra graminacea, particolarmente diffusa, specialmente nelle zone dove il mais segue il riso nella rotazione, è il panico delle risaie (Panicum dichotomiflorum). Si tratta di una specie particolarmente pelosa, molto variabile nel portamento e nell’altezza; nei campi di mais ha portamento eretto e supera i 2 m di altezza, quantunque il suo portamento sia prostrato e la sua altezza non superi il metro quando non si trova in competizione con altre piante. Nasce solo da seme, durante la primavera. I fusti cosparsi di nodi avvolti da guaine e, a volte, ginocchiati, hanno ispirato il nome del poligono convolvolo (Polygonum convolvulus): è questo il significato del primo nome latino e di quello italiano (dal greco polys = molti e gony = ginocchi, nodi). Il poligono convolvolo si differenzia per avere il fusto volubile ed avvolgente (dal latino convolvere = avvolgere); per distinguere questa specie dagli altri poligoni le sono stati attribuiti due altri nomi, invece di Polygonum: Fallopia o Bilderdykia.

Poligono degli uccellini (Polygonum aviculare) è così chiamato perchè pare che i suoi semi (a forma di piccolissimi dardi) siano molto appetiti dagli uccelli. La pianta adulta è adagiata con i rami sul terreno, ha foglioline piccole, lisce, intere, di un bel colore verde brillante e morbide al tatto. In questa specie, più che nelle altre, il termine Polygonum trova giustificazione nei suoi fusti particolarmente nodosi e ripiegati. Si riproduce solo tramite semi.

Poligono nodoso (Polygonum lapathifolium), come la specie precedente, ha il fusto segnato da molti nodi particolarmente evidenti (grossi e rossastri). La seconda parte del nome latino si riferisce alle foglie, con picciolo appena accennato ed hanno forma simile a quella delle foglie di lapazio. La lamina fogliare è più grande di quella della specie precedente, essa, inoltre, è ondulata sui bordi, ha colore verde scuro, con una macchia a forma di V in mezzo. Questa specie si riproduce solo tramite semi. Spesso confuso con la specie precedente è il poligono persicaria (Polygonum persicaria), privo di picciolo sulle foglie e con guaine dei nodi pelose alla sommità. Anche la forma della lamina fogliare è diversa da quella delle foglie della specie precedente, essendo più stretta e con bordo non ondulato; complessivamente ricorda le foglie dell’albero del pesco: è a questo che si riferisce l’aggettivo latino “persicaria”, da persica (uno dei nomi latini del pesco). Si riproduce solamente tramite semi. Le bacche della pomidorella comune o erba morella (Solanum nigrum) hanno forma del tutto simile a quella delle bacche del pomodoro, solo che sono nere e molto più piccole. È una delle infestanti più difficili da combattere nei primi stadi di vita del mais, anche in considerazione del fatto che le piantine continuano a nascere per un lungo periodo durante la primavera. Si riconosce per avere fiori conformati a stella, ognuno con cinque petali bianchi saldati fra loro alla base. Si riproduce solo tramite semi.

Pomidorella della Carolina (Solanum carolinense) è molto simile nell’aspetto alla specie precedente, tranne per le bacche giallastre a maturità e per essere cosparsa di spine rigide sui rami e sotto le foglie. Molto diffusa come pianta infestante negli USA, da qualche anno sta suscitando preoccupazioni anche fra i maiscoltori del nord Italia perché non si conoscono ancora i metodi di lotta, anche in considerazione del fatto che ha ciclo perenne in quanto si può riprodurre oltre che per seme anche per rizomi. Si deve al fatto di essere particolarmente appetita dai maiali se la porcellana comune (Portulaca oleracea) è così chiamata ma essa era, ed è ancora in molte regioni, anche usata come insalata nella cucina mediterranea (ha sapore con retrogusto salato): è a questo che si riferisce la parola oleracea. Il nome latino deriva, invece, dalla piccola “portula” attraverso la quale il frutto si apre a maturità. Quest’erba dalle foglie grassette e lucide si riproduce solo tramite semi. Preferisce i climi caldi e i terreni sciolti. Come la specie successiva anche la sanguinella comune (Digitaria sanguinalis) è una graminacea e si trova molto frequentemente nei campi di mais. Le piante sono particolarmente pelose, con rami adagiati sul terreno (e radicanti) spesso con la base di colore rosso-sangue: è a ciò che si riferisce il nome italiano mentre quello latino, oltre a sottolineare questo aspetto, si riferisce alla forma delle pannocchie che sono formate da diversi rametti disposti come le dita di una mano, sono cioè digitate.

Sorghetta o melghetta (Sorghum halepense) è una delle infestanti del mais più comune e più pericolosa, specialmente nelle zone dove si pratica la monocoltura per diversi anni. Le piante giovani erano utilizzate in passato come foraggio spontaneo da dare agli animali. Esplica una grande competizione nei confronti del mais, anche perché ha due modi di riprodursi: tramite semi e, contemporaneamente, tramite rizomi che sono veri e propri fusti che si sviluppano nel terreno ed emettono nuove piante che, a loro volta, formano rizomi e così via. Come molte altre piante appartenenti alla famiglia delle Solanacee lo stramonio comune (Datura stramonium) contiene sostanze tossiche per gli animali: mai fidarsi perciò dei suoi scenografici fiori bianchi a forma di imbuto. Ha fusto robusto e coriaceo che produce frutti spinosi a forma di capsula. La diffusione di questa specie nei campi di mais è dovuta solo alla grande quantità di semi che riesce a produrre (fino a 30.000 per pianta) ed è alquanto incostante, negli anni e nello spazio, anche se quasi mai è abbondante. Del topinambur (Helianthus tuberosus) si consumano i giovani tuberi dolciastri debitamente acconciati in insalata; di recente si sta verificando la possibilità di coltivarlo per l’estrazione di zuccheri. Il topinambur produce bellissimi capolini simili a piccoli girasoli: questo fatto è spiegato nel nome latino (Helios = sole, anthos = fiori). Questa pianta si riproduce preferibilmente per rizomi ma anche per semi; predilige le rive umide dei canali perciò essa si diffonde generalmente solo lungo i bordi degli appezzamenti di mais.

Vilucchio (Convolvulus arvensis). Il nome latino di questa specie si riferisce alla forma del fusto che è volubile e si avvolge (in latino: convolvere) attorno ai supporti più svariati, compreso le piante di mais. È una delle piante infestanti più comuni in molte colture (dal grano al mais, dalle colture orticole a quelle arboree ecc). Produce fiori imbutiformi, bianchi o rosati; il frutto è una capsula ovoidale che contiene qualche seme. Si riproduce oltre che per seme anche tramite tenaci rizomi sotterranei.

Vilucchione (Calystegia sepium) ha grossi fiori bianchi a imbuto alla cui base vi è un calice con due evidenti foglioline alle quali è ispirato il nome latino (dal greco kalix = coppa e stege = coprenti); l’aggettivo sepium riprende, invece, la caratteristica di questa pianta di nascere lungo le siepi. I suoi fusti sono lunghi e flessuosi e si attorcigliano a qualunque supporto, aggrovigliando le piante di mais. La specie si riproduce mediante grossi semi neri e anche attraverso rizomi sotterranei.

Zigolo dolce (Cyperus esculentus) è una tipica infestante delle risaie ma ultimamente si trova, sempre con maggiore frequenza, anche nei campi di mais, dove è trasportato tramite l’acqua di irrigazione: questa specie, infatti, ama le zone umide dei canali e produce nuvole di semi talmente leggeri da galleggiare sull’acqua. Il nome Cyperus ci viene dal mondo greco, mentre esculentus deriva dal latino e vuol dire mangereccio: i piccoli tuberi di questa pianta costituivano nel passato una valida alternativa al pane.


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