Volume: il grano

Sezione: coltivazione

Capitolo: erbe selvatiche

Autori: Pasquale Viggiani

Introduzione

Circa 200 specie di erbe selvatiche popolano i campi di frumento in tutta Italia. Ognuna di esse ha una storia da raccontare, scritta nei nomi che le accompagnano; per ognuna di esse si potrebbe trovare un uso terapeutico, alimentare o paesaggistico, ma tutte sono ospiti indesiderati dei campi di frumento perché entrano in competizione con le piante di grano sottraendo loro acqua ed elementi nutritivi o danneggiandole in altro modo. Solo una decina di queste specie è particolarmente aggressiva perché diffusa con una certa concentrazione in tutta la penisola, mentre un’altra ventina danneggia le colture nelle diverse regioni. La maggioranza delle specie soffre della competizione di quelle più agguerrite che non lasciano loro lo spazio sufficiente per poter sopravvivere. La specie più presente in assoluto è il papavero, seguito dalla veronica e dall’avena. Seguono il caglio e il poligono aviculare, poi il loietto e la fumaria, quindi il poligono convolvolo, la senape selvatica e la mordigallina. Queste e altre sono descritte di seguito, con l’indicazione del nome italiano (in neretto), di quello latino (tra parentesi in corsivo, a volte seguito dalla notazione “spp.” che indica una specie indeterminata), e della loro diffusione nelle regioni granicole più significative (sulle cartine a lato del testo non sono considerate la Valle d’Aosta, la Liguria e il Trentino Alto Adige). Tutte le erbe sono riunite in due gruppi: graminacee e dicotiledoni. Le graminacee appartengono alla stessa famiglia botanica del grano (Graminacee o Poacee); sono dette anche erbe “a foglia stretta” perché hanno le foglie nastriformi affusolate, simili a quelle del grano. Le dicotiledoni sono così chiamate perché i loro semi racchiudono una piantina in miniatura munita di due minuscole foglioline chiamate cotiledoni; queste erbe, appartenenti a famiglie botaniche diverse, sono anche dette “a foglia larga”. Graminacee e dicotiledoni sono di seguito descritte separatamente in ordine di importanza.

Graminacee

Avena (Avena spp.) è un’infestante conosciuta da migliaia di anni (sono stati trovati semi di avena in diversi insediamenti europei dell’Età del bronzo e altri, risalenti circa al 7000 a.C.); il nome, molto usato dagli antichi romani, pare derivi dal sanscrito “avasa” e ne sottolinea l’uso sotto forma di foraggio (indicato particolarmente per gli ovini). Le specie sono riconducibili quasi esclusivamente all’avena maggiore o rossa (Avena sterilis) e a piccoli insediamenti di avena selvatica (Avena fatua) al nord (specialmente tra Bologna e Rovigo) e di avena barbata (Avena barbata) prevalente in Sicilia e Sardegna.

Loietto (Lolium multiflorum), come l’avena appartiene alla stessa famiglia botanica del grano (Graminacee o Poacee), costituiva l’essenza principale delle marcite lombarde, cioè di quei prati coltivati su appezzamenti sistemati con due ali spioventi (come un tetto) sulle quali veniva fatto scorrere uno strato d’acqua proveniente da un fossetto centrale sopraelevato rispetto alle ali. Quando nasce nei campi di grano è considerato una pianta infestante ed è diffuso in tutta l’Italia. In qualche zona del sud si trovano anche il loglio rigido (Lolium rigidum) e, specialmente al nord, il loglio comune (Lolium perenne), che viene spesso coltivato per ricavare foraggio.

Coda di volpe (Alopecurus myosuroides). Il nome di questa specie si riferisce alla forma della sua infiorescenza, del tutto simile a una coda di volpe (come si arguisce da Alopecurus), anche se risulta più sottile di questa e più simile alla coda di un topo (myosuroides). È molto diffusa nel nord Italia dove rappresenta l’infestante più frequente; la sua presenza diminuisce man mano che dal nord si procede verso il centro e il sud.

Fienarola (Poa spp.) era, secondo gli antichi greci, l’erba per eccellenza (Poa = erba); il nome italiano mette in risalto l’ottima attitudine di questa pianta a essere trasformata in fieno per gli animali, tanto che le specie che troviamo come infestanti del grano sono anche coltivate per produrre foraggio. La specie più diffusa è la fienarola comune o spannocchina (Poa trivialis); sono però molto presenti anche la fienarola dei prati (Poa pratensis) e la fienarola annuale (Poa annua).

Scagliola (Phalaris spp.). Il nome latino di questa erba si riferisce alla lucentezza (phaleròs = lucente) delle glumette, le due scagliette che avvolgono la cariosside. Tra le specie di scagliola che vivono in Italia si trovano nei campi di frumento: la scagliola sterile (Phalaris paradoxa), la scagliola cangiante (Phalaris brachystachys) e la scagliola minore (Phalaris minor). Il nome latino della prima specie deriva dal greco e vuol dire “sorprendente, strano” (= paradoxus) e si riferisce al suo comportamento di crescita che è diverso rispetto a quello delle altre scagliole. Una delle caratteristiche particolari si evince dal nome comune italiano che evidenzia il fatto che gran parte delle spighette prodotte sono sterili, contrariamente alle altre scagliole che producono prevalentemente spighette fertili. La scagliola è diffusa specialmente in meridione e nelle isole maggiori; il suo areale di diffusione comprende però anche il centro Italia e lambisce il nord fino alla provincia di Bologna, ma non comprende, attualmente, le altre regioni settentrionali.

Forasacchi (Bromus spp.) è chiamato così perché le sue cariossidi, con i rivestimenti particolarmente affusolati e appuntiti, forano la iuta con cui sono fabbricati i sacchi per il trasporto della granella di frumento. Il nome scientifico deriva dal greco “nutrimento” ed è il termine con il quale gli antichi indicavano l’avena (evidentemente confondevano le due erbe). La specie più diffusa nei campi italiani è il forasacco rosso (Bromus sterilis); altre specie infestanti sono: forasacco peloso (Bromus hordeaceus), forasacco allungato (Bromus commutatus), forasacco dei campi (Bromus arvensis) e forasacco di gussone (Bromus gussonei). Queste erbe si trovano specialmente lungo i fossi e i bordi dei campi ma, da qualche tempo, si stanno diffondendo anche in Italia nei campi di grano, tanto che, in alcune zone, ostacolano tenacemente la crescita del grano, come avviene ormai da molti anni nelle coltivazioni del centro-nord Europa.

Cappellini dei campi (Apera spica-venti). È diffusa come infestante del grano quasi esclusivamente nelle province di Cuneo e Torino, ma questa erba si trova, per lo più lungo i fossi e le strade, anche in altre regioni italiane. I rametti esili e le spighette minute delle sue pannocchie giustificano il suo nome comune italiano, mentre il suo brulicare al vento è sottolineato nel nome scientifico (spica-venti).

Dicotiledoni

Papavero, della famiglia delle Papaveracee, deve il nome a una parola celtica equivalente a “pappa” (in passato, veniva usato anche in alcune zone d’Italia per preparare un infuso da mescolare alla pappa dei bambini per tenerli tranquilli e farli addormentare). È celebrato nella mitologia (una ghirlanda di papaveri ornava il capo di Cerere, dea latina delle messi) e nell’arte (è famoso un dipinto di Claude Monet), ma è anche ospite indesiderato dei campi di grano: se ne annoverano cinque specie; la più insistente, specialmente nel nord del Paese (Lombardia in particolare), è il rosolaccio (Papaver rhoeas), così chiamato per essere vagamente simile a una rosa di campo. La sua presenza diminuisce, pur rappresentando un problema, al centro sulla costa adriatica, quindi nelle regioni tirreniche, nel sud e in Sicilia, per indebolirsi decisamente nei campi della Sardegna.

Veronica, il cui nome è dedicato a Santa Veronica, porta fiorellini cerulei iridescenti che si trovano nei campi di grano; se ne annoverano essenzialmente due specie: la veronica comune (Veronica persica) e la veronica a foglie d’edera (Veronica hederifolia). Nelle regioni del nord prevale la prima specie, al sud la seconda; nell’Italia centrale, nelle zone tirreniche e in Umbria, le due specie si equivalgono mentre nelle Marche e in Abruzzo prevale la veronica a foglie d’edera. Queste piante appartengono alla famiglia delle Scrofulariacee, così chiamata perché comprende alcune specie che in passato erano usate per curare una malattia ghiandolare, la scrofola.

Caglio o attaccaveste<(strong> (Galium aparine), dai piccoli fiori bianchi, è una delle infestanti più dannose dei campi di grano; le piante spinulose si attaccano ai vestiti, giustificando uno dei suoi nomi volgari (i semi sono palline scure che d’estate in campagna si attaccano alle calze), e imbrigliano le piante di grano costituendo con esse grovigli inestricabili che ostacolano le operazioni di raccolta del cereale. Il primo nome comune italiano si riferisce invece all’uso che ne facevano gli antichi pastori greci, che lo impiegavano per far cagliare il latte: il termine Galium deriva dal greco gala = latte. Il caglio coriandolino (Galium tricornutum) è simile all’attaccaveste e si trova maggiormente nel meridione. Entrambe le specie fanno parte delle Rubiacee, famiglia che annovera la Rubia tintoria, dalla quale in passato si otteneva un colorante rosso che serviva per tingere i tessuti.

Poligono degli uccellini (Polygonum aviculare). È il tipico rappresentante della famiglia delle Poligonacee, così chiamata perché le piante hanno fusti nodosi, a volte piegati come ginocchia (poly = molte, gony = ginocchia); è tra i più diffusi ospiti indesiderati dei campi di grano. Pare che gli uccellini siano ghiotti dei semi prodotti da questa specie; questo fatto è sottolineato nel nome volgare e in quello scientifico (aviculare). Questa erba, dai piccolissimi fiori bianco-rosati, ha fusti prostrati sul terreno e si trova in particolare nei campi di grano del centro-sud Italia, specialmente in Sardegna.

Poligono convolvolo (Fallopia convolvulus), come la specie precedente, è una Poligonacea, ma differisce da essa per avere un fusto, con foglie a forma di asta o di cuore, che si avviticchia alle piante di frumento avvolgendole (da qui il nome “convolvolo”). La sua diffusione nei campi di grano decresce dal nord al sud della penisola, fino quasi ad annullarsi nelle isole.

Vilucchio comune (Convolvulus arvensis), appartiene alle Convolvulacee; questa erba, negli stadi giovanili quando i fiori non sono ancora apparsi, somiglia molto alla specie precedente, ma produce grandi fiori imbutiformi bianco-rosati e rizomi sotterranei, assenti nell’altra specie. I suoi fusti non sono nodosi, ma imbrigliano le piante di grano avvolgendole e formando con esse folte matasse inestricabili che ostacolano fortemente la raccolta del cereale. È particolarmente abbondante nelle regioni centrali, ma molto frequente praticamente ovunque.

Fumaria (Fumaria officinalis). L’etimologia del nome di questa Papaveracea pare si riferisca al fatto che, bruciando le piante, si sprigiona un fumo che induce lacrimazione e contribuisce a mantenere sani e puliti gli occhi. Il nome però potrebbe anche derivare dal fatto che la pianta adulta, nel suo complesso, per la forma e le piccole dimensioni delle foglie, da lontano appare come una nuvoletta di fumo, oppure deriva dalle esalazioni fumose sprigionate dalle radici appena estratte dal terreno. Queste piante, dai fiorellini rosa di forma particolare, sono fra le più accanite commensali del frumento, specialmente nel centro-sud della penisola.

Mordigallina (Stellaria media) si trova in tutta l’Italia, con diffusione alterna, ma è particolarmente abbondante nelle regioni settentrionali e scarseggia nelle isole maggiori. La forma a stella dei fiorellini bianchi giustifica il nome latino di questa specie, mentre il nome volgare italiano si riferisce al fatto che le galline e altri volatili si cibano volentieri dei semi e della pianta intera. Appartiene alla famiglia delle Cariofillacee, che prende il nome dall’aggettivo specifico che, in greco, indica il garofano (Dianthus caryophylli), anch’esso appartenente alla stessa famiglia.

Senape selvatica (Sinapis arvensis) fino a qualche decennio fa era raccolta per essere utilizzata come verdura; attualmente rappresenta una delle più dannose infestanti del grano, specialmente in Sicilia, dove intere colline ne sono ricoperte. La sua diffusione rimane massiccia fino all’Italia centrale e diminuisce di intensità verso il nord. È la tipica rappresentante della famiglia delle Crucifere, così chiamate per avere i quattro petali del fiore disposti a croce e, come le altre componenti di questa famiglia, emana un caratteristico odore di rapa, se si sfregano le foglie fra le dita.

Cardo campestre o stoppione (Cirsium arvense). Queste piante, come le quattro che seguono, appartengono alla famiglia delle Composite. Rappresenta una delle erbe selvatiche più diffuse che crescevano nei campi di grano fino agli anni ’50 del secolo scorso; da allora la messa a punto di efficaci strategie di diserbo ne ha fatto diminuire sensibilmente la presenza; rimane però una componente importante della flora infestante del frumento, specialmente nelle regioni centrali della penisola. Il nome latino deriva da una parola greca (kirsós) che indica le varici e sottolinea l’uso terapeutico che ne facevano i popoli antichi, per curare queste alterazioni. Il nome volgare italiano si riferisce, invece, alla spinosità delle foglie e al fatto che anche dopo la raccolta del grano la specie rimane evidente sulle stoppie.

Cardo mariano (Silybum marianum). Anch’esso una Composita, si riconosce per le tipiche foglie spinose e bianche (la leggenda racconta che in origine le foglie fossero completamente verdi e che, successivamente, si fossero macchiate di gocce di latte perse dalla Madonna durante la fuga in Egitto, mentre allattava il Divino fanciullo). È il tipico rappresentante della flora spontanea delle regioni meridionali, anche se recentemente si trova con insistenza sempre maggiore nei campi di frumento di alcune zone emiliane (province di Bologna e Ferrara). Questa specie, come la precedente, ha capolini formati da fiori tubulosi (con un tubo basale e con lacinie di petali alla sommità ricoperti di brattee spinose).

Crisantemo giallo (Chrysanthemum coronarium) e crisantemo campestre (Chrysanthemum segetum) sono componenti importanti della famiglia delle Composite e della flora spontanea nell’areale che, partendo poco più a nord del 42° parallelo, dal Lazio al Molise, dal Tirreno all’Adriatico, si spinge fino alla Sicilia e alla Sardegna, caratterizzando il paesaggio primaverile delle campagne di questi luoghi in modo determinante ed esclusivo con i capolini di colore giallo-oro (in greco: chrysós = oro e ánthemon = fiori).

Camomilla comune (Matricaria chamomilla), il cui nome deriva dal concetto di “piccola pianta con odore di mela = camomilla che fa molto bene alle puerpere = Matricaria”, è ancora adesso coltivata e raccolta per ricavarne il tipico infuso. Si trova come pianta infestante del frumento principalmente nei campi del centro-nord. Come i crisantemi appartiene alla famiglia delle Composite e ha capolini con fiori di due tipi: tubulosi centrali e ligulati nelle parti distali (con una ligula ben evidente alla sommità del tubo basale); in questo caso i centrali sono gialli e quelli periferici sono bianchi.

Fiordaliso (Centaurea spp.) è una Composita con capolini formati solo da fiori tubulosi e ricoperti da brattee spinulose. I botanici che li hanno descritti li hanno dedicati al centauro Chitone che, secondo quanto scrivono gli antichi poeti, era precettore di Achille e di altri eroi mitologici e li usava per curare le ferite dei suoi assistiti. Il fiordaliso ha fiori cerulei o gialli o rosati, e si trova frequentemente nei campi del Piemonte (Centaurea cyanus) e della Sicilia (Centaurea napifolia e altri).

Centonchio rosso (Anagallis arvensis) è una Primulacea il cui fiore campeggiava sullo scudo araldico della famigerata “Primula rossa”, Sir Percy Blakeney, eroe di un romanzo popolare ambientato durante la Rivoluzione francese. È una pianta con portamento semiprostrato, foglie robuste e fusto a sezione quadrangolare. Pare che il fumo sprigionato dalle piante bruciate abbia proprietà esilaranti; il suo nome scientifico sottolinea questo fatto (dal greco anaghelào = rido). Si trova specialmente nelle colture del centro e delle isole maggiori; è presente anche una specie che produce fiori azzurri, il centonchio azzurro (Anagallis foemina).

Viola dei campi (Viola arvensis). Dà il nome a una intera famiglia: le Violacee. Pianta graziosa dai fiorellini ornamentali giallastri con sfumature violacee più o meno accentuate. Come infestante del grano ha una storia recente, infatti solo da qualche anno si è insediata nei campi, specialmente nelle regioni centrali del versante tirrenico. La sua diffusione aumenta sempre di più, tanto che in alcune zone, nonostante abbia un debole potenziale competitivo, rappresenta un discreto ostacolo alla produzione di granella.

 


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