Volume: il riso

Sezione: ricerca

Capitolo: Ente Nazionale Risi

Autori: Roberto Magnaghi

In Europa il consumo di riso ha sempre assunto grande importanza tanto che ogni anno venivano importati ingenti quantitativi di prodotto. Dalla sola India, infatti, venivano importati circa 14.000.000 di quintali di riso Burma per essere lavorati in Gran Bretagna, Germania, Olanda e Italia. Nonostante il notevole flusso di importazione, i Paesi europei non disdegnavano di consumare anche il riso italiano. L’eccedenza della produzione nazionale di riso, almeno un sesto rispetto al consumo interno, veniva dunque collocata, allo stadio di semigreggio e lavorato, sui mercati europei e in particolare su quello francese. La concorrenza dei risi d’importazione e la guerra doganale con la Francia crearono enormi problemi alla produzione del nostro Paese, tanto che nel 1887, nell’ambito del pacchetto daziario in difesa della cerealicoltura nazionale, i governanti furono costretti a istituire una tariffa doganale sul riso. Il nuovo regime doganale creò le premesse per una ripresa del settore e la produzione raggiunse livelli elevati. Il dazio sul riso, fortemente “protettore”, fu mantenuto inalterato fino alla Prima guerra mondiale. Con la legislazione di guerra, l’intervento dello Stato sul settore divenne più importante; esso, infatti, non si limitò a disciplinare i prezzi e la distribuzione del prodotto, ma arrivò a operare interventi sulla produzione requisendo le derrate, e sulla trasformazione requisendo alcuni dei più importanti stabilimenti industriali. Nel 1917 venne instaurato un regime di monopolio negli acquisti e nelle vendite, dalle sementi al raccolto, in cui lo Stato, attraverso la requisizione, fissava il prezzo al produttore. Le esigenze di approvvigionamento alimentare posero fine al lungo periodo protezionistico e determinarono l’abolizione delle protezioni tariffarie sul riso italiano, facendo registrare immediatamente una massiccia importazione di riso e una riduzione estremamente importante delle esportazioni. Le Commissioni militari di requisizione, che avevano avuto il compito di procedere alla raccolta del riso necessario all’approvvigionamento dell’esercito e della popolazione civile a prezzi calmierati, furono accusate di non aver operato secondo le logiche della trasparenza. Fu così che lo Stato, dopo aver proceduto alla loro liquidazione, trasferì le competenze del controllo sulla produzione e trasformazione a nuove forme di organizzazione e di aggregazione. Ogni potere decisionale riguardante i prezzi fu trasferito al Consorzio italiano per i cereali, all’interno del quale una sezione di industriali risieri fu investita del compito di procedere alla raccolta del prodotto requisito, alla sua lavorazione e distribuzione agli enti di consumo. I risicoltori, insoddisfatti dell’organizzazione data dallo Stato al settore, costituirono un sindacato di agricoltori a cui doveva essere obbligatoriamente consegnata la raccolta di tutto il risone prodotto al fine di poter così concentrare l’offerta ed essere in grado di concorrere alla formazione dei prezzi. Per superare queste divisioni, come avvenne per altre produzioni nazionali, nel 1919 venne costituito un organismo statale composto da risicoltori e da industriali trasformatori: il “Consorzio nazionale per il riso”. All’interno di questo Consorzio i produttori avevano il compito di procedere alla raccolta del risone precettato dal Sottosegretariato agli approvvigionamenti e ai consumi, di rilasciare i quantitativi necessari alle aziende per uso interno, e di consegnare il risone prodotto all’industria per la lavorazione; gli industriali avevano invece il compito di procedere alla trasformazione della materia prima e alla vendita attraverso i consorzi agrari provinciali. Il Consorzio nazionale per il riso non rappresentò però un effettivo passo avanti verso un riequilibro tra il settore agricolo e quello industriale; infatti, tra il 1919 e il 1920, nonostante la quasi invarianza dei prezzi del risone, si incrementò notevolmente il prezzo del riso lavorato. Aumentarono i contrasti e, in seguito a diverse vicende anche di carattere legale, il Consorzio fu sciolto. Nel corso degli anni Venti le esportazioni aumentarono notevolmente ma, corsi e ricorsi della storia, la situazione del mercato internazionale tornò a creare problemi alla produzione italiana. L’aumento delle superfici coltivate a riso si realizzò non solo in Italia bensì in tutti i principali Paesi produttori e questa situazione creò notevoli danni al nostro Paese, che da principale esportatore si trovò a dover affrontare la concorrenza di riso giapponese, nordamericano ed egiziano importato in diversi Paesi europei. Inoltre, Paesi come la Francia e l’Argentina, che avevano creato un’attività di trasformazione del risone, avevano imposto tariffe all’importazione particolarmente elevate. Ovviamente, tutto questo creò in Italia un’eccedenza di offerta del prodotto nazionale con la conseguente riduzione delle quotazioni di mercato. La difficile situazione di mercato spinse il governo a ricercare uno strumento in grado di affrontare una crisi così importante per il settore che, tra l’altro, vedeva in grande contrapposizione gli interessi dei produttori che privilegiavano il mercato interno sostenendo i prezzi e gli interessi degli industriali che privilegiavano il mercato estero. Questi contrasti spinsero le autorità di governo a creare una struttura in grado di regolamentare il mercato e di ridefinire i rapporti con l’industria. Fu così istituito a Milano nel 1931 l’Ente Nazionale Risi, ente di diritto pubblico su base intercategoriale e dotato di poteri impositivi che gli permettevano di autofinanziarsi. Lo Stato delegò all’Ente il potere di determinare il prezzo del risone e d’imporre all’acquirente (commerciante, intermediario o grossista) un “diritto di contratto” attraverso il quale venivano sovvenzionate le esportazioni. Nella fase d’avvio (1931-33), l’Ente Nazionale Risi elaborò un programma articolato in alcuni punti strategici che lo stesso Ente realizzò nonostante i grandi problemi economici che si presentarono all’epoca: difesa dei prezzi; costruzioni di impianti a uso collettivo per essiccare e stoccare il prodotto raccolto, al fine di regolarne l’offerta nel corso della campagna di commercializzazione; sovvenzionare le esportazioni per mettere gli operatori in grado di affrontare la concorrenza asiatica; fornitura, previe contrattazioni dirette, di grossi quantitativi a organismi statali stranieri; intensa propaganda per l’incremento del consumo interno; opere sociali per lavoratori fissi e stagionali impiegati in risaia (circa 150.000 mondine) e per i loro figli. Nel 1933 fu avviata una riforma istituzionale dell’Ente che, di fatto, si limitò a prevedere la costituzione di un Comitato di presidenza, avviando l’Ente Nazionale Risi verso una gestione sempre più dirigistica e autocratica, consolidando la propria presenza come unico organismo di gestione del settore che lo portò a essere ricompreso nei cosiddetti “enti economici” paralleli. Nella seconda metà del 1932 l’Ente Nazionale Risi aveva intrapreso attività che lo avevano portato ad attuare una vera e propria direzione commerciale del settore, dalla produzione di riso da seme, alla compravendita del prodotto all’interno e all’estero. L’Ente Nazionale Risi costituì una serie di società controllate (per es. la SAPRI – Società anonima produttori riso – s’impose sul mercato anche come una diretta concorrente delle imprese private), di cui assunse la maggioranza prima e la totalità poi del capitale azionario, per poter esercitare in modo diretto diverse attività mutando di fatto la propria fisionomia da organo di disciplina di settore in ente pubblico imprenditoriale. Dall’azione multiforme dell’Ente la risicoltura italiana trasse tangibili benefici che determinarono aumenti produttivi sia in termini di ettari investiti sia in termini di resa. A interrompere, però, la parabola evolutiva, giunse purtroppo la guerra che portò con sé una drastica riduzione delle superfici coltivate, per penuria di mezzi tecnici e di mano d’opera, nonché uno scadimento qualitativo del prodotto, mentre l’Ente Nazionale Risi dovette trasformare l’ammasso del risone che era attuato a vantaggio dei produttori in ammasso obbligatorio per conto dello Stato. Cessate le ostilità belliche, anche la risicoltura risentì gravemente dello stato di disagio tecnico-economico, come la deficienza della mano d’opera, quella gravissima dei fertilizzanti, dei carburanti, degli altri mezzi e servizi della coltivazione. Iniziò così la contrazione della coltura del riso: dai 165.000 ettari coltivati nel 1941/42 ai 97.000 ettari nel 1945. La produzione diminuì ancor di più… dagli 8.500.000 quintali del 1941 si precipitò ai 3.500.000 del 1945. Già un anno dopo, però, nel settembre 1946, L’Italia e i Cereali poteva annunciare: “Secondo le ultime previsioni, il raccolto di risone ammonterà a 5.500.000 quintali, con una resa di 3.740.000 quintali di riso mondato. Questo miglioramento è dovuto in gran parte al fatto che le superfici coltivate a riso sono aumentate quest’anno del 29%: infatti sono passate dai 97.000 ettari del 1945 ai 130.000 di quest’anno”. La rapida “ricostruzione” riconfermava di quanta tenace intraprendenza fossero dotati i risicoltori, i quali nel frattempo avevano chiesto e ottenuto che l’Ente Nazionale Risi, anziché seguire il destino di tutti gli altri enti economici agricoli, rimanesse a capo del settore, integro nelle sue funzioni e attribuzioni. Negli anni successivi, l’Ente Nazionale Risi seppe adattare duttilmente la propria linea di condotta alle diverse congiunture determinate da vicende politiche ed economiche internazionali, pur facendo costante riferimento a quella che è la sua ragione d’essere: il progresso della risicoltura italiana e la tutela degli interessi di quanti operano nel suo contesto. L’Ente Nazionale Risi rappresentava infatti, allora come oggi, il più valido strumento di difesa sia per le categorie produttrici sia per il consumatore. In effetti, la difesa economica del settore costituiva fin dalle origini, come abbiamo visto, la funzione preminente dell’Ente Nazionale Risi, esplicantesi, in sintesi, nell’assicurare prezzi di sostegno ai produttori – sia che vigesse l’ammasso del risone sia poi la libera contrattazione – e nell’accordare congrui “rimborsi” agli esportatori, per consentire loro di presentare offerte competitive sui mercati stranieri. La dinamica attività dell’Ente, però, non si esauriva nell’assolvimento di tale compito primario. Interpretando nel significato più ampio la dizione della legge che lo aveva istituito, l’Ente Nazionale Risi aveva ripreso, nell’immediato dopoguerra, a svolgere intense campagne promozionali; a moltiplicare le strutture ricettive, sparse in tutte le province risicole, per la conservazione del prodotto; a sottoporre ai collaudi più rigorosi macchine, attrezzi, concimi, diserbanti che potessero sveltire le operazioni colturali e diminuirne i costi; a sollecitare, soprattutto, l’assiduo miglioramento delle varietà coltivabili. La risicoltura italiana si presentò così all’appuntamento con il Mercato Comune come settore organizzato e in grado di affrontare una nuova avventura. L’inserimento del riso fra i prodotti comunitari “protetti” – con una regolamentazione specifica e diversa dagli altri cereali – permise alla filiera italiana di incrementare la produzione triplicando, al contempo, il collocamento all’estero grazie anche alle “restituzioni” accordate dalla CEE. L’Ente Nazionale Risi ha continuato a farsi carico di ogni possibile miglioramento qualitativo del prodotto e delle tecniche di produzione, consolidando gradualmente quel trinomio “ricerca – sperimentazione – divulgazione” che, per l’autonomia funzionale e operativa che lo distingue, rappresenta uno strumento di grande importanza per la filiera. Fulcro delle attività in cui si articola il trinomio è stato, come lo è tutt’ora, il Centro Ricerche sul Riso, nel quale genetisti, agronomi, chimici, fitopatologi si dedicano al perfezionamento del patrimonio varietale, alla ricerca di nuove varietà e nuove tecnologie di produzione. In molti appezzamenti sparsi nelle diverse province risicole vengono condotte dai tecnici dell’Ente prove comparative di fertilizzazione, diserbo con nuove sostanze o diverse formulazioni. Allorché i dati sperimentali risultano suffragati dai ripetuti controlli svolti nei campi del Centro Ricerche sul Riso e nelle periferiche risaie-pilota, i risicoltori vengono dettagliatamente informati delle innovazioni e degli accorgimenti che è consigliabile adottare, tramite i “tecnici di zona”, i quali adempiono alla funzione divulgativa loro demandata visitando le singole aziende produttrici. Negli anni Novanta, in considerazione di un aumento della produzione e di una progressiva riduzione della disponibilità della Commissione Europea a voler sovvenzionare le esportazioni, il settore conosce un periodo di crisi che dà luogo all’attivazione del meccanismo “dell’intervento”. L’Ente Nazionale Risi inizia così un’intensa attività di gestione dei ritiri della produzione offerta dai risicoltori e alle successive rivendite disposte dai regolamenti comunitari. Questa situazione, anche se a fasi alterne, interessa tutti gli anni Novanta e cessa nel 2004, per quanto riguarda i ritiri della produzione invenduta, e nel 2007 per quanto riguarda le rivendite del prodotto stoccato. Il settore, infatti, grazie alla nuova organizzazione del mercato risicolo varata con il regolamento CE 1785/2003 e all’allargamento dell’UE, conosce un momento favorevole potendo collocare sul mercato tutta la produzione nazionale. Nel corso degli anni di intervento, l’Ente Nazionale Risi ha comunque mantenuto fede ai propri obblighi gestendo contemporaneamente le attività per conto dell’Unione Europea, senza dimenticarsi di dare attuazione a tutti i compiti che sono previsti sia nella legge istitutiva sia nello statuto (modificatosi da ultimo nel 2006). Le attività di carattere statistico, l’attento monitoraggio delle vendite, la predisposizione dei bilanci preventivi e consuntivi di collocamento hanno permesso al settore di poter dialogare in modo puntuale con tutte le istituzioni preposte alle decisioni strategiche ottenendo risultati positivi per tutta la filiera. La storia e l’attualità dimostrano, quindi, che l’Ente Nazionale Risi continua a proporsi, come quando nacque, un obiettivo essenziale: essere utile al divenire della risicoltura italiana.


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