Volume: gli agrumi

Sezione: coltivazione

Capitolo: configurazione dell'agrumeto

Autori: Francesco Intrigliolo, Giancarlo Roccuzzo

Il diffondersi del virus della tristeza (CTV, Citrus Tristeza Virus), sebbene contribuisca a incrementare lo stato di crisi dell’agrumicoltura italiana, rappresenta nel contempo un’opportunità per una massiccia riconversione degli impianti, realizzati in modo razionale con portinnesti tolleranti e nuove combinazioni d’innesto. Le scelte nella fase di definizione di un nuovo impianto sono molteplici e dipendono da numerosi fattori: i più importanti sono le condizioni pedoclimatiche, la combinazione d’innesto e l’agrotecnica. Oltre alla corretta impostazione iniziale dell’agrumeto, è indispensabile un’oculata gestione colturale dell’impianto per coniugare il contenimento dei costi, la salvaguardia e la rinnovabilità del suolo e la qualità della produzione. In tale contesto, per la sopravvivenza dell’agrumicoltura italiana, viste le attuali condizioni di mercato, colturali e culturali, è indispensabile continuare a destinare una parte consistente della produzione al consumo fresco, elevandone ulteriormente lo standard qualitativo.

Valutazione delle condizioni pedologiche

Prima dell’impianto risulta determinante valutare le caratteristiche del suolo e compiere le conseguenti scelte tecniche per indirizzare la configurazione dell’agrumeto, correggendo eventuali anomalie e difetti. Risultano, però, indispensabili alcune caratteristiche minime di base, associate a idonee condizioni climatiche e alla sufficiente disponibilità e qualità dell’acqua. Gli agrumi riescono ad adattarsi a condizioni estreme di tessitura del suolo, dai tipi sabbiosi e poveri ai tipi argillosi e pesanti, a quelli ricchissimi in scheletro. Tuttavia tali caratteristiche non ottimali, condizionando lo sviluppo e la produttività delle piante, comportano maggiori investimenti e interventi mirati di agrotecnica, che riducono ulteriormente la redditività dell’impianto. Nei terreni marginali la maggiore causa d’insuccesso risiede nell’agrotecnica inadatta alle effettive esigenze del sito di coltivazione. Come per molte colture arboree, anche per gli agrumi i suoli certamente più adatti sono quelli di medio impasto e profondi, perché garantiscono l’adeguato sviluppo dell’apparato radicale anche in profondità, il miglioramento degli aspetti legati alla nutrizione e all’irrigazione, il mantenimento di adeguati livelli di umidità e il migliore sgrondo delle acque in eccesso. È indispensabile conoscere le caratteristiche del suolo da impiantare, attraverso un’analisi preliminare e una valutazione del suo profilo. Tali determinazioni devono essere realmente rappresentative dell’intera superficie. L’agricoltore deve identificare il suolo non solo come il mezzo attraverso cui alimentare la pianta, ma come il vero motore della gestione colturale dell’agrumeto. Per esempio, questo è il presupposto base per la conduzione biologica.

Valutazione dei parametri climatici

Approfondite valutazioni iniziali dei parametri climatici dell’area dove realizzare l’agrumeto sono di fondamentale importanza: alcuni di questi parametri condizionano la sopravvivenza delle piante, altri sono indispensabili per ben definire quale agrume impiantare. È essenziale ricordare che gli agrumi sono piante con strutture anatomiche e fisiologia tipiche delle zone tropicali, che hanno trovato nelle aree subtropicali semiaride le migliori condizioni produttive, in particolare per l’aspetto qualitativo. È inoltre importante considerare che non tutte le specie e cultivar hanno la stessa plasticità nei confronti delle condizioni ambientali. Le temperature, i livelli di umidità relativa, l’insolazione, il vento, la piovosità e altri parametri, se non presenti congiuntamente in condizioni ottimali, sono fattori fortemente limitanti per uno sviluppo commercialmente sostenibile dell’agrumicoltura. Tuttavia le gelate invernali rappresentano il principale fattore che limita la coltivazione degli agrumi in molte aree dell’Italia meridionale e insulare. La loro gravità dipende dal periodo in cui avvengono: in pieno inverno il danno, con l’eccezione di temperature al di sotto di –2 °C, è prevalentemente limitato ai frutti pendenti. A fine inverno, con la pianta nella fase della ripresa vegetativa e conseguentemente in condizione di consistente idratazione dei tessuti, i danni alla nuova vegetazione e alle strutture legnose di diverso ordine, soprattutto quelle meno lignificate, possono essere devastanti. In questa fase fenologica l’evento è particolarmente negativo perché influenza in modo notevole non solo la fruttificazione dell’anno ma la sua regolarità futura, predisponendo la pianta all’indesiderato fenomeno di alternanza di produzione, non facilmente e prontamente risolvibile. L’incidenza delle gelate è maggiore oltre una certa distanza dalla fascia costiera e ad altitudine ridotta, in particolare se l’impianto è collocato nei fondovalle, dove sono più scarsi i movimenti dell’aria e maggiori le perdite di calore per irraggiamento durante la notte. È evidente come la scelta del sito sia ampiamente condizionata dalla frequenza dell’evento gelivo, per cui un’alta probabilità sconsiglia l’impianto dell’agrumeto. L’effetto dalle gelate può essere limitato agronomicamente con l’utilizzo come portinnesto dell’arancio trifogliato (Poncirus trifoliata L.), che induce una maggiore tolleranza al freddo. Incide anche la conduzione del suolo; nel caso non sia inerbito migliora la portanza termica del sistema, con maggior accumulo di calore durante il giorno e sua restituzione all’ambiente di notte, anche se ciò può comportare altre problematiche. È soprattutto l’uso dei ventilatori antigelo a svolgere un’azione di difesa dalle gelate, anche se deve essere considerato l’aspetto economico di tale intervento, sia per il costo iniziale dell’impianto sia per gli elevati costi di gestione, in primo luogo per il carburante.

Scelta della combinazione d’innesto

L’agrumeto è un impianto arboreo a ciclo poliennale lungo, tuttavia rispetto al passato, per la rapida dinamicità nei cambiamenti varietali e per i mutati assetti colturali, la vita produttiva di un agrumeto si è consistentemente ridotta e l’impianto non può considerarsi un investimento per diverse generazioni. Le scelte da compiere all’impianto sono fortemente condizionate sia dallo sviluppo che la pianta raggiungerà a maturità, per la combinazione d’innesto scelta, sia dal diverso portamento delle differenti specie e cultivar. Per un problema di risanamento delle varie accessioni di agrumi dalle malattie da virus e virus-simili, è stata fortemente seguita la via delle progenie nucellari. Queste sono caratterizzate, anche se in modo alquanto diverso, da una più lunga fase giovanile e dal rilevante sviluppo vegetativo; nei casi estremi si possono avere consistenti condizionamenti sul sesto d’impianto e sulla conduzione dell’agrumeto. Si dovrà, invece, incentivare sia l’utilizzo del risanamento attraverso il microinnesto sia l’uso di nuovi portinnesti che riducano lo sviluppo finale delle piante, a tutto vantaggio dell’assetto colturale dell’agrumeto. Gli agrumi, con l’eccezione del pompelmo, fruttificano prevalentemente all’esterno della chioma, raramente a una profondità interna superiore a un metro e comunque in forte dipendenza dei livelli di luminosità. Di conseguenza, nella parte superiore della chioma si ha una maggiore insolazione rispetto a quella inferiore, soprattutto nei sesti troppo stretti in cui si verifica un eccessivo ombreggiamento. In numerosi studi poliennali e in varie condizioni di campo, è stato dimostrato che esiste una correlazione positiva tra lo sviluppo della superficie fogliare e la produttività. In ciascuna situazione puntuale, anche in relazione a considerazioni economiche legate alle operazioni colturali richieste (per esempio potatura, diradamento, raccolta), si dovrà tendere a ottimizzare lo sviluppo della parete fruttificante, mediante la densità d’impianto più utile per la combinazione d’innesto ritenuta idonea per le specifiche condizioni pedoclimatiche. In una situazione di costante crisi, legata in prevalenza alla mancata realizzazione di efficienti strutture di mercato, all’impianto di un agrumeto si deve considerare principalmente la vocazionalità del sito produttivo, più che inseguire spasmodicamente l’innovazione varietale. La scelta di specie e varietà, combinazione d’innesto e sesto d’impianto è semplicemente la conseguenza dell’attenta valutazione delle condizioni pedoclimatiche locali e dell’esperienza pregressa nella zona, per massimizzare l’intercettazione dell’energia luminosa e l’assimilazione della CO2 in un prodotto di qualità.

Scelta delle distanze e del sesto d’impianto

Obiettivo primario nella definizione della configurazione d’impianto, come conseguenza della densità di piante per ettaro e dell’orientamento dei filari, è quello di dare la possibilità alle piante, nella stazione di maturità, di intercettare la massima quantità di luce e mantenere uno spazio sufficiente nell’interfilare per il movimento di operatori e macchine operatrici. Tuttavia, nella maggioranza delle condizioni di campo è da preferire il sesto a rettangolo con orientamento degli interfilari nord-sud. Un errore di valutazione dello sviluppo finale della pianta porta, se in eccesso, a un minore sfruttamento della superficie coltivata e a conseguenti riduzioni di produzioni per ettaro. Al contrario, densità troppo elevate comportano un aumento di produzione per ettaro nei primi anni, ma nella fase di maturità rese inferiori, scadimenti della qualità dei frutti, oltre a indispensabili drastiche potature per ridurre l’eccessiva competizione tra le piante. Distanze e sesto d’impianto, variando anche in modo consistente in funzione della combinazione d’innesto, delle condizioni pedoclimatiche e di reimpianto, non sono definibili in modo rigido. Per alcune tra le più comuni varietà dell’agrumicoltura italiana si possono orientativamente proporre, con l’uso di portinnesti a vigoria media, le seguenti distanze d’impianto:
– 6 × 5 m per i cloni nucellari di arancio Tarocco TDV, 57-1E-1, per diversi cloni di limone Femminello (Siracusano 2Kr e altri); – 6 × 4 m per gran parte dei cloni risanati e nucellari di arancio, per i limoni a sviluppo più contenuto, mandarini, ibridi triploidi e bergamotto; – 5 × 4 m per i clementine Comune, Fedele, Hernandina, Spinoso, per l’arancio Navelina e Newall, per i mandarini Nova e Primosole; – 5 × 3 m per i clementine Caffin e ClemenRuby, il satsuma Miyagawa, il cedro Diamante. È stato considerato, anche per le varietà a sviluppo contenuto, un intervallo nell’interfilare di 5 m come l’ampiezza minima per consentire uno spazio sufficiente per la movimentazione di tutte le macchine operatrici. Nei sesti dinamici, invece, si prevede fin dall’impianto la possibilità di una coesistenza, per un numero di anni non definibile a priori, di un elevato numero di piante per ettaro, per arrivare nel tempo al sesto definitivo. Anche in questo caso è importante mantenere, fin dall’impianto, un interfilare agevolmente percorribile dai mezzi meccanici. L’inizio del diradamento, e dei relativi interventi preparatori di riduzione della chioma delle piante da eliminare, dipende da diversi fattori, tuttavia queste operazioni devono precedere l’insorgenza di un’eccessiva competizione tra gli alberi. Nel medio-lungo periodo, infatti, la produttività e l’utile netto dell’agrumeto non sono legati alla densità d’impianto, bensì all’efficienza della parte produttiva.

Impianto dell’agrumeto

Quanto finora riportato non è sufficiente per il buon esito dell’impianto; alcuni interventi operativi, che partono tuttavia da queste preliminari considerazioni, sono altrettanto indispensabili. Nell’agrumicoltura italiana sono decisamente più frequenti i reimpianti, per cui il primo intervento consiste nell’eliminazione del preesistente agrumeto, con contestuali lavori di scasso e sistemazione del terreno. La profondità dello scasso è funzione anche dello spessore del terreno e degli strati indesiderati da non portare in superficie. In condizioni normali dovrebbe aggirarsi intorno a 80-120 cm, con un’azione di rivoltamento e mescolamento. Seguono l’eliminazione dei residui di radici della precedente coltura e l’eventuale spietramento e livellamento del terreno. Nei terreni poco profondi o con strati da non portare in superficie è più conveniente ricorrere ad attrezzi discissori (ripper), che non hanno una funzione di rimescolamento ma solo quella di tagliare più o meno in profondità il suolo. In questa fase, in funzione delle risultanze analitiche, si può procedere a interventi di ammendamento, correzione e concimazione di fondo. Con l’utilizzo di adeguati mezzi meccanici e l’adozione di sistemi irrigui localizzati sono cambiate le operazioni d’impianto, ma soprattutto sono venuti meno i minuziosi livellamenti e la formazione delle conche o di opere murarie per l’adduzione dell’acqua, interventi dai costi oggi improponibili. Nei terreni pianeggianti è fondamentale l’eliminazione degli eccessi di acqua piovana, con la realizzazione di fossati e/o drenaggi capaci di allontanare le acque in opere di bonifica aziendali o consortili. È anche possibile modellare il terreno a formare baulature di vario tipo e dimensione, sempre che le condizioni di campo lo rendano affettivamente necessario. Questi interventi sono, infatti, sconsigliabili nei terreni in pendenza, in cui potrebbero aumentare i fenomeni di erosione e, in generale, dove il drenaggio naturale del suolo è sufficiente per lo sgrondo delle acque piovane. Inoltre, essi possono avere un costo iniziale consistente e condizionare, anche negativamente, molti interventi di agrotecnica, in particolare la gestione del suolo. Nei terreni declivi le operazioni consistono, in funzione dei molteplici fattori tecnici ed economici, in movimenti di terra per definire e addolcire le pendenze, predisporre i siti di piantagione lungo le curve di livello o, nel caso di pendenze rilevanti, per la formazione di ampi bancali a ciglionatura. Il movimento e il modellamento di grandi quantità e superfici di suolo portano, se mal gestiti, alla riduzione dello strato attivo di terreno agrario e all’affioramento di terreno non agrario, pietrame e orizzonti con caratteristiche indesiderate. Ancora più pericolosi sono i cambi di pendenza e di livello, che comportano enormi rischi di fenomeni erosivi su un substrato non ancora assestato e sovente privo di copertura vegetale, fenomeno aggravato anche da eccessive lavorazioni dopo l’impianto. In fase di pre-impianto deve essere valutata con molta oculatezza la realizzazione delle opere “infrastrutturali” utili per migliorare la gestione agronomica di un impianto (impianti irrigui, stradelle, frangivento, impianti antigelo, drenaggi, affossature, baulature ecc.). Per quanto riguarda l’approvvigionamento idrico, le scelte tecniche e impiantistiche (qualità e quantità dell’acqua irrigua, vasche di raccolta dell’acqua, sistema irriguo, impianto di fertirrigazione ecc.) sono di primaria importanza e devono essere previste e valutate con scrupolo e precisione estremi. La realizzazione di alcuni interventi dipende da un’effettiva esigenza: i frangivento vivi o morti possono essere di reale utilità in aree ventose, mentre in altre condizioni possono essere inutili se non pregiudizievoli, limitando lo sviluppo di interi filari (nel caso di frangivento vivi) o riducendo la circolazione dell’aria nelle aree soggette a gelate. Infine, assestato il terreno, si procede alla messa a dimora delle piante; l’epoca dell’impianto, visto l’utilizzo corrente di piante in fitocella, riveste minore importanza rispetto al passato.

Potatura

La potatura deve essere condotta tenendo conto di molteplici fattori; tuttavia, pur nel rispetto della fisiologia della pianta, deve essere sempre più valutata l’incidenza economica sull’intera gestione dell’agrumeto. Gli interventi sono indirizzati ad assecondare la fisiologia della pianta, riducendo i fattori di stress per raggiungere un buon equilibrio tra la fase vegetativa e quella produttiva. È soprattutto l’età della pianta, se non intervengono particolari esigenze, a giocare un ruolo rilevante nel tipo d’intervento da praticare.

Piante giovani
Gli agrumi, nella iniziale fase di formazione, vanno curati soprattutto per ottenere un’impalcatura robusta ed equilibrata, costituita in genere da 3-4 branche principali che si svilupperanno a 30-50 cm dal colletto. Le piantine che in vivaio hanno ricevuto una buona impalcatura nei primi anni dall’impianto necessitano di limitati interventi; sviluppandosi liberamente, assumeranno l’habitus vegetativo tipico della cultivar. Il più grave e comune errore in questa fase è la soppressione dei rami apicali, anche se ben posizionati, e di quelli più penduli; con questo intervento si elimina un’eccessiva quantità di materiale vegetale, si limita fortemente lo sviluppo in altezza della pianta, si sopprime la parte bassa della chioma (la prima a entrare in produzione) e si allunga la fase giovanile. Tuttavia, si può ricorrere a qualche intervento al fine di regolare meglio l’impalcatura definitiva della pianta, riducendo eventuali successivi tagli drastici.

Piante adulte
Gli agrumi per diversi anni dopo l’impianto non necessitano, in genere, di interventi pesanti. Non è facile stabilire l’inizio e la frequenza di interventi regolari, perché condizionati da fattori come la specie, la cultivar, la densità d’impianto, le condizioni pedoclimatiche e, in modo più rilevante, dall’ottimale equilibrio vegetoproduttivo della pianta. Esiste una complementarietà tra intensità e frequenza degli interventi: a intervalli più lunghi corrispondono potature più drastiche, con tagli più grossi e conseguenti risposte vegetative più vigorose. Intervalli più brevi permettono di ottenere un maggior equilibrio tra tempi d’intervento, produzione e qualità dei frutti. Nei sesti più larghi il progressivo esaurimento della parte più interna della chioma può essere compensato da un’espansione laterale e verticale, che inizialmente conserva costante la produzione per il mantenimento di una sufficiente parete fruttificante, per cui i primi interventi possono essere procrastinati. Con l’avanzare dell’età degli alberi, regolari operazioni di potatura, congiuntamente al corretto uso delle altre tecniche colturali, diventano necessarie per mantenere un buon vigore vegetativo e un elevato standard produttivo. La potatura è praticata indifferentemente da febbraio a giugno e sovente è seguita da un secondo intervento a fine agosto-settembre, soprattutto per l’eliminazione della vegetazione più vigorosa e assurgente (succhioni) che si sviluppa sulle branche secondarie, a seguito di una prima drastica operazione e/o di carichi produttivi ridotti. Le cultivar precoci vengono potate prima di quelle tardive, per l’anticipata raccolta dei frutti e perché di norma coltivate in zone non soggette a gelate. Queste devono considerarsi il maggior deterrente per una precoce epoca di potatura; infatti, eliminando parte del fogliame si espone maggiormente le piante al freddo e, inoltre, si stimola l’anticipata emissione di germogli, che possono essere più facilmente danneggiati dalle basse temperature. Gli interventi di piena estate possono risultare utili per limitare lo sviluppo delle piante, mentre le potature in primavera stimolano una migliore ripresa vegetativa. Per le specie e le cultivar a portamento raccolto l’intervento di potatura ha la funzione di aumentare l’arieggiamento e la luminosità all’interno della chioma, oltre a rendere più agevoli ed economiche altre pratiche colturali, mentre per quelle a portamento assurgente la potatura deve essere meno drastica. Vegetazione assurgente tendente allo scapigliato è quella di molte cultivar di limone con rami lunghi, poco stabili e soggetti anche a frequenti sbrancature. Per queste piante è necessario un raccorciamento dei rami che ne limiti lo sviluppo in altezza, favorendone l’irrobustimento. Gli interventi di potatura come profilassi e cura per l’eliminazione delle infezioni da “malsecco” si eseguono a fine estate; per le infezioni più gravi non si può seguire nessuno schema di potatura, ma si devono solo eliminare le parti infette. Interventi drastici sono praticabili per impianti che richiedano il ringiovanimento, per quelli danneggiati da eventi atmosferici o da cause di ordine fitosanitario. In questi casi si deve valutare diligentemente la convenienza a mantenere l’impianto e, comunque, intervenire dopo avere eliminato quelle condizioni di stress biotico o abiotico che hanno condotto l’impianto a condizioni di decadimento.

Meccanizzazione della potatura
Gli interventi di potatura meccanica, anche integrata dallo sfoltimento dell’interno della chioma, hanno fornito risposte ampiamente positive in diversi paesi e, in determinati ambienti, anche in Italia. Nelle varie aree agrumicole del mondo la potatura meccanica differisce per tipologia di potatrice, di organo di taglio e per schemi operativi utilizzati. L’ultima generazione di attrezzature utilizzata in Italia è risultata efficiente e conforme con le esigenze legate alla sicurezza. Tuttavia, l’intervento manuale risulta ancora oggi quello più praticato non solo nell’agrumicoltura italiana, ma in tutta l’area mediterranea. La meccanizzazione integrale si propone di coniugare esigenze di ordine fisiologico delle piante e consistente contenimento dei costi. L’intervento non effettua un lavoro selettivo e di diradamento, ma opera con schemi rigidi che tengono conto, attraverso tagli laterali (hedging) e sulla parte superiore delle piante (topping), delle caratteristiche dell’intero appezzamento. Si dimostra valida nel ridurre l’ombreggiamento, nello stimolare l’attività vegetativa, nel formare una parete fruttificante e nel mantenere adeguati spazi negli interfilari per una buona agibilità da parte dei mezzi meccanici. Nel caso della potatura agevolata, realtà consolidata in Italia, le attrezzature tradizionali sono sostituite da utensili azionati pneumaticamente, per cui si incide solo sulla riduzione dei tempi di lavoro, che aumenta proporzionalmente alla drasticità dell’intervento. Il risparmio nei tempi di lavoro delle varie tipologie di potatura meccanizzata rispetto alla tradizionale è dell’ordine del 30-40% per la potatura agevolata, sale a circa il 60-70% se integrata alla meccanica e arriva al 90% per quella totalmente meccanizzata. L’associazione razionale della meccanizzata con l’agevolata può rappresentare la formula vincente “risparmio + risposta agronomica”. La meccanizzazione, l’applicazione di tecniche d’irrigazione volte al risparmio d’acqua e, in generale, la razionalizzazione della tecnica colturale sono sempre più un imperativo, per le valutazioni economiche e ambientali necessarie prima dell’impianto di un nuovo agrumeto.

 


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