Volume: il melo

Sezione:

Capitolo: concimazione e irrigazione

Autori: Bruno Marangoni, Elena Baldi

Concimazione

L’apporto di macro e micro-nutrienti, sia a livello dell’apparato radicale sia a livello della chioma degli alberi di melo, ha molteplici scopi: favorire la precoce entrata in produzione, migliorare le produzioni dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo, mantenere costanti questi parametri negli anni di produzione dell’impianto, rendere sostenibile la gestione del meleto nel rispetto delle condizioni ambientali.

Esigenze nutrizionali del melo
La conoscenza delle asportazioni e delle esigenze nutrizionali del melo è fondamentale per impostare un corretto piano di concimazione. In un esperimento condotto sulla cultivar Mondial Gala/M9, nei primi 6 anni dall’impianto, è risultato che il melo assorbe principalmente potassio (K) e calcio (Ca) e, in misura leggermente inferiore, azoto (N). La percentuale di nutrienti ripartita verso le foglie e quindi restituita al suolo con la filloptosi naturale è risultata massima (50%) nel caso del calcio, seguito dal magnesio (Mg, 39%), dal potassio (34%), mentre i frutti hanno asportato un’elevata frazione di potassio e relativamente meno fosforo (P), magnesio e azoto. Tali valori sperimentali permettono di definire gli apporti di nutrienti, considerando che solo gli elementi minerali presenti nel frutto e quelli fissati nello scheletro sono realmente asportati dal meleto, mentre quelli presenti nelle foglie e nel legno di potatura ritornano in gran parte al suolo ogni anno.

Valutazione dello stato nutrizionale delle piante
La frazione minerale del concime che effettivamente viene assorbita dall’apparato radicale può variare sensibilmente e i fattori che la condizionano sono la quantità di concime apportato, la disponibilità dell’elemento minerale nel terreno, l’esigenza nutritiva della pianta, le caratteristiche chimico-fisiche del terreno e del concime e le modalità di applicazione dello stesso. La conoscenza di questi parametri è fondamentale per poter effettuare concimazioni mirate, con lo scopo di massimizzare l’efficacia fertilizzante e quindi di ridurre l’apporto di elementi minerali di sintesi al suolo evitando le perdite per lisciviazione e il relativo inquinamento. In questo contesto si sono sviluppate diverse pratiche agronomiche aventi la funzione di valutare il livello nutrizionale delle piante e quindi di fornire indicazioni efficaci per applicare corretti programmi di concimazione. Le analisi del suolo e la diagnostica fogliare sono strumenti utili per impostare un corretto piano di concimazione anche se per entrambi è necessaria la presenza di valori di riferimento affidabili, ottenuti nel comprensorio di coltivazione. La documentazione cartografica dei suoli, unitamente all’analisi del terreno permettono di conoscere la potenziale fertilità del terreno. Le foglie sono molto sensibili e reagiscono con prontezza alle variazioni di fertilità del suolo per questo la diagnostica fogliare è un utile strumento per verificare il livello nutrizionale del meleto. Generalmente le analisi fogliari vengono effettuate su campioni prelevati dalla porzione mediana di rami di un anno, durante i mesi estivi (luglio-agosto), quando cioè la concentrazione degli elementi minerali delle foglie è stabile. I dati ottenuti dovranno essere poi confrontati con degli indici di riferimento, specifici per ogni specie arborea e riferiti al periodo in cui si vuole effettuare l’analisi. Analizzando i tessuti vegetali si può quindi rilevare quale elemento è presente in concentrazione non adeguata e intervenire con apporti mirati attraverso la concimazione. Gli indici di riferimento sono in genere riferiti ai mesi estivi e questo periodo, per la maggior parte delle colture arboree, coincide con l’ultima fase di sviluppo dei frutti. Ciò significa che i margini di intervento per recuperare eventuali carenze sono estremamente limitati soprattutto se vogliamo intervenire sulle caratteristiche produttive dell’anno. È necessario quindi avere a disposizione indici relativi a stadi fenologici precoci in modo da poter intervenire durante il ciclo vegeto-produttivo in corso e prevenire o migliorare eventuali carenze.

Principali elementi della nutrizione


Azoto. L’azoto (N) rappresenta il più importante elemento per lo sviluppo e per l’attività produttiva delle piante arboree. L’azoto è alla base della sintesi proteica e, facendo parte della composizione della clorofilla, interviene indirettamente nella elaborazione dei carboidrati. La carenza di azoto determina una minore attività vegetativa, clorosi fogliari e influenza negativamente le produzioni, mentre eccessi causano una riduzione del sovraccolore, della consistenza della polpa e del contenuto zuccherino. L’assorbimento dell’elemento non è omogeneo durante tutta la stagione vegeto-produttiva ma varia durante le diverse fasi fenologiche degli alberi. Il melo è una specie in grado di rimobilizzare in primavera considerevoli quantità di riserve azotate precedentemente accumulate nelle radici, negli organi legnosi e nelle gemme. Alla fioritura, più del 95% dell’azoto presente nelle foglie delle lamburde, proviene dal ciclo interno. Al contrario, dopo la caduta dei petali e in corrispondenza con l’inizio del rapido accrescimento dei germogli, l’azoto assorbito dall’apparato radicale ha una sempre maggiore incidenza, arrivando a rappresentare fino a circa il 50% dell’azoto totale presente nelle foglie dei germogli. Per questo motivo, le concimazioni azotate non vanno effettuate prima della fase di “bottoni rosa” poiché apporti più precoci risultano poco efficienti. Successivamente, al momento della fioritura, – concentrazioni nel terreno di N-NO3 superiori alle 10 ppm (azoto minerale su terreno secco) sono sufficienti a garantire un corretto sviluppo dell’albero e quindi non sono necessari ulteriori apporti dell’elemento. Nel caso che vi sia una minore concentrazione di N si può rendere invece necessaria una prima applicazione con circa 20-30 kg N/ha. A partire dalla fase di post allegagione, in coincidenza con l’inizio della fase di espansione cellulare dei frutti e del massimo accrescimento dei germogli, si rende necessario l’apporto di circa il 60% dell’azoto utilizzato dall’albero durante l’anno, cioè circa 20-40 kg/ha (in funzione della fertilità del suolo). Verso la fine dell’estate, fino alla fine di settembre, sono consigliati apporti di N al fine di migliorare la formazione di riserve, utili per il risveglio vegetativo dell’anno successivo. Così, anche dopo la raccolta è importante garantire una certa disponibilità di N nel ter– reno che si aggira intorno a 8 ppm di N-NO3. La dose di N da apportare può venir calcolata sulla base delle asportazioni dei frutti, a loro volta funzione delle rese attese e della concentrazione di nutrienti dei frutti, oppure in funzione della disponibilità di azoto in forma minerale nel suolo.

Fosforo. Il fosforo, sotto forma di fosfato, è un componente di numerosi composti presenti nelle cellule vegetali come gli zuccheri fosfati (importanti per la respirazione e la fotosintesi) e i fosfolipidi che costituiscono le membrane vegetali. Il fosforo viene asportato in misura molto ridotta rispetto all’azoto e al potassio. In funzione della disponibilità nel terreno sono generalmente necessari apporti annui pari a 30-40 kg/ha di P2O5. L’apporto del fosforo dovrà essere effettuato in particolare all’inizio dell’attività vegetativa; in questa fase, la presenza di adeguati livelli di P in corrispondenza dell’apparato radicale, incrementa l’accrescimento delle giovani radichette, migliora l’assimilazione di altri nutrienti, favorisce lo sviluppo delle foglie e migliora la nutrizione degli organi riproduttivi.

Potassio. Il potassio gioca un ruolo essenziale in diverse funzioni fisiologiche come la fotosintesi, la biosintesi di proteine e carboidrati, l’osmoregolazione, l’espansione cellulare, il movimento delle cellule stomatiche e la regolazione di numerose attività enzimatiche. Nel caso la dotazione del suolo sia ritenuta normale, si consiglia di apportare la quota di elemento asportato annualmente dai frutti. Se invece la dotazione del suolo è bassa allora, la frazione asportata dai frutti dovrà essere integrata con una quota base (20-40 kg K2O/ha) al fine di ripristinare la fertilità del suolo. In ogni caso si preferisce distribuire l’intera quantità di K in primavera, frazionandola in due o tre apporti per non aumentare eccessivamente la concentrazione nella soluzione del terreno. Nei casi di apporti annuali superiori ai 100 kg/ha si può distribuire parte del K in post-raccolta, eventualmente utilizzando un formulato che contenga anche N. Laddove si manifestasse una disponibilità più elevata (per es. 180-200 ppm di K in un suolo di medio impasto) la fertilizzazione può essere ridotta a 40-50 kg/ha, mentre nel caso di dotazioni ancora maggiori (>200 ppm) essa può essere sospesa per alcuni anni. A tale proposito va sottolineato che un’eccessiva disponibilità di K nel terreno può comportare fenomeni di competizione con riduzione dell’assorbimento del Ca e del Mg.

Calcio. Il calcio (Ca) svolge un importante ruolo nello sviluppo della pianta in quanto regola numerose funzioni cellulari, preserva l’integrità e la stabilità della membrana citoplasmatica e conferisce resistenza alla parete cellulare attraverso legami con le pectine della lamella mediana. Il Ca è un elemento molto importante per la qualità dei frutti: migliora la consistenza della polpa e riduce la suscettibilità a diverse fisiopatie come la butteratura amara, il disfacimento interno, il riscaldo, la plara e la tuberosi. La somministrazione di Ca, per la limitatissima mobilità di questo elemento nel terreno, non prevede apporti annuali al suolo ma solo concimazioni pre-impianto in caso di evidenti carenze. Durante gli anni di produzione si cerca di favorire l’assorbimento del Ca soprattutto durante le prime 4-6 settimane dalla fioritura quando, in seguito alla maggiore attività traspiratoria, si evidenzia un maggiore accumulo dell’elemento nel frutto. Durante le prime 4-6 settimane dopo la fioritura, è consigliato evitare o ridurre l’apporto di nutrienti come NH4+, K+ e Mg2+ che possano limitare l’assorbimento del Ca2+ a livello dell’apparato radicale mentre, per migliorare la traslocazione del Ca nei frutti attraverso i flusso xilematico, è necessario ridurre la competizione con i germogli controllandone la vigoria vegetativa. Un rapporto foglie/frutti troppo alto tende a favorire le dimensioni del frutto e quindi una diluizione di calcio nel frutto stesso riducendone la concentrazione.

Magnesio. Il magnesio svolge un ruolo importante nell’attivazione di enzimi coinvolti nella respirazione, nella fotosintesi e nella sintesi di DNA ed RNA. La somministrazione di magnesio è molto importante durante gli anni di elevata carica produttiva e generalmente le asportazioni annuali sono pari a circa 10-20 kg/ha. Una forte disponibilità di K nel suolo può determinare carenze di Mg nelle foglie; si rende quindi necessario prestare attenzione alle concimazioni potassiche e, in caso di elevate produzioni degli alberi, viene consigliato di apportare Mg al suolo con solfato di Mg. Elevate concentrazioni di Mg nel suolo possono ridurre l’assorbimento del Ca, si consiglia pertanto di effettuare eventuali apporti 4 settimane dopo la fioritura.

Microelementi. Il ferro (Fe) svolge importanti funzioni metaboliche nella foglia come per esempio la sintesi della clorofilla e la regolazione di molti sistemi di ossido-riduzione nei cloroplasti e nei mitocondri. La carenza di Fe si evidenzia con una tipica clorosi fogliare internervale la quale, se non viene controllata, può determinare una riduzione delle capacità vegeto-produttive della pianta. Il melo è una specie mediamente sensibile ma, in impianti posti su terreni calcarei, la clorosi ferrica si può manifestare penalizzando la produttività della coltura. Per prevenire le carenze ferriche è consigliato l’apporto di sostanza organica sulla fila, mentre, in caso di clorosi fogliari, è necessario l’apporto di chelati di Fe (Fe-EDTA, Fe-EDDHA, Fe-DTPA) al suolo, per migliorare la disponibilità e l’assorbimento di questo micro-nutriente, a livello degli apici radicali oppure attraverso irrorazioni fogliari. Il boro (B) ha un’importante ruolo nella sintesi, trasporto e accumulo degli zuccheri, soprattutto nel loro passaggio attraverso le membrane cellulari. Il boro interviene inoltre nel processo riproduttivo, influenzando la germinazione del polline, lo sviluppo del budello pollinico (e quindi la fecondazione del fiore) e l’attività meristematica degli apici dei germogli e delle radici; questo elemento risulta importante anche nel controllo dell’assorbimento e della mobilità del Ca. Eventuali carenze, rilevabili mediante le analisi fogliari, devono essere prontamente recuperate attraverso irrorazioni fogliari autunnali o primaverili. L’apporto di B è importante soprattutto in quei frutteti che manifestano problemi di allegagione e cascole di fiori; prima della fioritura (per es. a bottoni rosa) può essere quindi consigliabile l’utilizzo di concimi fogliari contenenti B al fine di aumentare la vitalità del budello pollinico. Un eccesso di boro, in seguito a trattamenti fogliari, può però accelerare la maturazione e lo sviluppo del colore rosso dei frutti e determinare un aumento dell’incidenza del disfacimento interno durante la conservazione. È necessario tuttavia prestare molta attenzione all’utilizzo di questo elemento perché le soglie di carenza e tossicità sono molto vicine tra loro. Il manganese (Mn) può risultare carente in suoli sciolti, calcarei, sub-alcalini e in presenza di elevate concentrazioni di Ca e Mg. Carenze di Mn possono comparire più facilmente in alcune varietà come Golden Delicious, Gala e Fuji, soprattutto se innestate su portinnesti vigorosi come M11 e MM106. I sintomi della carenza sono riconducibili a un ingiallimento internervale accompagnato, nei casi più gravi, da filloptosi (per es. Golden Delicious). Negli ambienti italiani dove si sviluppa la melicoltura non si osservano carenze di elementi come zinco (Zn) e rame (Cu) principalmente perché essi vengono somministrati con i trattamenti antiparassitari.

Tecniche di applicazione
La concimazione del melo può essere distinta in funzione del momento (concimazione d’impianto e di copertura) e della modalità (concimazione tradizionale, fertirrigazione e concimazione fogliare) con cui essa viene effettuata.

Concimazione di impianto. La concimazione d’impianto o di “fondo” ha lo scopo di costituire nel suolo un’adeguata e omogenea riserva di elementi nutritivi indispensabili al ciclo della coltura. Questa concimazione deve essere impostata dopo un’analisi attenta delle caratteristiche fisico-chimiche del suolo e in particolare della disponibilità degli elementi minerali. L’apporto della sostanza organica e degli elementi minerali cambia a seconda che si intervenga su terreni “pesanti” oppure su quelli a scheletro prevalente o in quelli sabbiosi. Nel primo caso è opportuno calcolare la dose di potassio e fosforo da apportare in base alla dotazione del terreno mentre, nel caso di terreni sciolti, è opportuno limitarsi all’apporto della sola sostanza organica. La sostanza organica, apportata nell’ordine di circa 60-80 t peso fresco/ha, contribuisce a migliorare la stabilità della struttura, la solubilizzazione degli elementi minerali nonché una loro più facile assimilazione da parte degli apparati radicali degli alberi e permette di stimolare l’attività microbica del terreno. In presenza di terreni sciolti, dove il fenomeno della mineralizzazione è piuttosto intenso, è consigliato l’apporto di sostanza organica ogni due-tre anni. L’apporto degli elementi minerali nella fase di pre-impianto dovrà essere effettuata tenendo conto della dotazione del terreno. Con dotazioni elevate non sono necessari apporti, mentre con una disponibilità normale vengono consigliati apporti di P2O5 pari a 200-250 kg/ha e di K2O pari a 150-200 kg/ha. Se invece la dotazione del terreno risulta bassa sono necessarie reintegrazioni pari a 300-350 kg/ha di P2O5 e 250-300 kg/ha di K2O. Nell’ambito della concimazione d’impianto, l’apporto del fosforo localizzato in corrispondenza dell’apparato radicale (a contatto con le giovani radichette) dei giovani astoni di melo, è un operazione importante per l’effetto starter: stimolazione della crescita radicale e migliore differenziazione a fiore.

Concimazione di copertura. La concimazione di copertura ha lo scopo di accelerare l’entrata in produzione degli alberi, riducendo la fase di allevamento, e di garantire adeguati livelli produttivi dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo durante la fase di piena produzione. La concimazione di copertura si esegue mediante l’applicazione degli elementi fertilizzanti al suolo e può essere affiancata dalla concimazione fogliare e dalla fertirrigazione. La scelta della modalità dipende dalle necessità dell’albero, dalle caratteristiche dei nutrienti da distribuire e dall’obiettivo che vogliamo raggiungere. Le dosi, i tempi e le modalità con cui i vari fertilizzanti devono essere apportati possono variare di anno in anno in funzione delle necessità nutrizionali delle piante. Per raggiungere una precoce potenzialità produttiva, è necessario favorire una rapida formazione della struttura scheletrica. La concimazione al suolo (granulare e/o mediante fertirrigazione) viene effettuata per apportare macro-elementi come N, P, K, Mg e micro-elementi come il Fe, mentre la concimazione eseguita attraverso irrorazioni fogliari viene utilizzata per apportare macro-nutrienti come l’N e il Ca e micro-nutrienti come Fe, Mn, B, Zn e Cu.

Concimazione tradizionale di produzione. La concimazione tradizionale consiste nell’applicazione di fertilizzanti granulari al suolo generalmente rappresentati da concimi organici e minerali. La distribuzione dei concimi viene eseguita a spaglio con distribuzione su tutta la superficie del frutteto oppure può essere localizzata in corrispondenza dell’asse del filare. L’efficacia della distribuzione dei fertilizzanti sulla superficie del terreno è legata alla velocità con cui il fertilizzante raggiunge la zona di suolo occupata dagli apparati radicali degli alberi. L’efficienza di questa tecnica dipende quindi da particolari fattori come la solubilità in acqua del concime applicato, l’umidità del terreno, il verificarsi di piogge oppure l’uso di irrigazione in grado di poterlo veicolare verso le radici assorbenti e la densità di impianto. Le dosi e i tempi di applicazione dei concimi granulari sono in funzione del nutriente da distribuire. Per l’azoto sono previste 2-3 applicazioni annuali con dosi variabili in funzione dello stadio fenologico mentre, per elementi come il P e il K, viene effettuato un unico intervento annuale. L’apporto unitario del nutriente è quindi caratterizzato da dosi piuttosto alte che, in condizioni favorevoli, possono determinare concentrazioni eccessive dell’elemento e quindi “consumi di lusso” da parte degli alberi e, nel caso dell’azoto, possono essere causa di perdite per dilavamento e conseguente inquinamento delle falde. Con la concimazione “tradizionale” non sempre si eseguono interventi coincidenti con le fasi di maggiore richiesta dell’elemento da parte dell’albero.

Fertirrigazione
La fertirrigazione è una tecnica agronomica che fornisce gli elementi nutritivi, necessari alla vita delle piante, attraverso l’acqua d’irrigazione e presenta innumerevoli vantaggi rispetto alla concimazione tradizionale. Essa rappresenta il sistema più adatto a una nutrizione mirata del melo, specie quando si adottano portinnesti nanizzanti (M9) ed elevate densità d’impianto. Con questa tecnica è inoltre possibile l’acidificazione della soluzione fertilizzante attraverso l’uso di acidi inorganici, permettendo una temporanea riduzione del pH della soluzione del suolo e quindi aumentando la disponibilità di alcuni elementi altrimenti trattenuti dal terreno. La fertirrigazione permette inoltre una maggior flessibilità nella gestione della nutrizione del frutteto determinata dalla possibilità di intervenire con la massima tempestività a fronte delle reali esigenze nutritive delle piante in modo da sincronizzare le esigenze della pianta con la somministrazione di nutrienti. La possibilità di poter frazionare l’applicazione dei diversi nutrienti permette di ridurre le inefficienze tipiche della concimazione tradizionale. Allo scopo di ottimizzare l’efficienza del fertilizzante è importante che il formulato si sciolga rapidamente nella soluzione del suolo, che gli elementi minerali giungano in soluzione alle radici e che quest’ultime siano in attiva crescita e quindi ricche di peli radicali, particolarmente attivi nell’assorbimento minerale. La fertirrigazione facilita questa prima fase attraverso la miscela del concime granulare con l’acqua di irrigazione, la quale veicola verso le radici degli alberi gli elementi nutritivi in essa disciolti. Tuttavia, la fertirrigazione è una tecnica i cui effetti benefici sono subordinati a un’attenta conoscenza di tutti i fattori che condizionano le caratteristiche vegeto-produttive del frutteto e, se impropriamente applicata, può essere causa di danni alle piante, quali fenomeni di salinità o squilibri nutrizionali. Per evitare eccesso di salinità nel terreno i valori di conducibilità della soluzione erogata non devono superare i 1500-2000 µS/cm, in genere corrispondenti a un rapporto tra concime e acqua pari a circa 1:500. Le acque d’irrigazione possono avere valori medi di conducibilità elettrica variabili tra 250 e 750 µS/cm (0,25 e 0,75 dS/m). Un altro aspetto importante è rappresentato dal pH della soluzione erogata, che si deve mantenere al di sotto di 7 per evitare che si formino sali insolubili come quelli di Mg e di Ca che possono occludere i gocciolatori e quindi per preservare più a lungo la funzionalità dell’impianto. Valori ottimali sono compresi tra pH 5,5 e 7, nel caso in cui sia necessario abbassare il pH della soluzione fertirrigata viene consigliato l’uso di acidi.

Concimazione fogliare
Le piante sono in grado di avvalersi della concimazione epigea, grazie alla capacità dei nutrienti di essere assorbiti dalle foglie. L’assorbimento da parte delle foglie avviene in tre passaggi: dopo che i nutrienti si sono depositati sulla superficie fogliare, essi devono 1) penetrare la cuticola e l’epidermide per diffusione; 2) venire assorbiti sulla superficie delle membrane citoplasmatiche; 3) passare attraverso le membrane ed entrare nel citoplasma. L’ambiente e la luce possono influenzare l’assorbimento fogliare agendo sullo sviluppo della cuticola e/o sui processi fisiologici legati ai meccanismi di assorbimento. In primavera la velocità di espansione delle foglie è superiore alla deposizione di cere, quindi la quantità di cera per unità di superficie è minore e l’assorbimento è perciò facilitato. Affinché la concimazione fogliare determini una risposta positiva è necessario: – che l’albero sia carente di un dato nutriente, se invece lo stato nutrizionale è adeguato, l’apporto di concime fogliare non solo sarà inutile ma addirittura può divenire pericoloso per l’effetto antagonistico verso altri nutrienti; – che la quantità di nutriente apportato soddisfi le esigenze del momento. Come nel caso della fertirrigazione anche la concimazione fogliare permette di sincronizzare la disponibilità di nutrienti con le richieste della coltura. Questa caratteristica si esplica indipendentemente dalle condizioni del terreno, anzi il ricorso alla somministrazione fogliare di nutrienti è giustificato proprio nei casi in cui, a causa di difficili condizioni pedologiche (per es. pH elevato, presenza di carbonati, elevata capacità di scambio cationico), si assiste a un’insolubilizzazione dei nutrienti che renderebbe poco efficiente l’apporto di concime al terreno. L’azoto assorbito per via fogliare deve essere metabolizzato nella pianta prima di poter essere utilizzato; il metabolismo coinvolge diverse reazioni come l’idrolisi dell’urea, la riduzione del nitrato e l’inserimento dell’ammonio negli aminoacidi: in pratica, almeno per l’azoto, sono state evidenziate differenze tra il metabolismo dell’elemento assorbito per via radicale e quello assorbito per via fogliare. Occorre tenere in considerazione le forme di N somministrato per via fogliare. Molti formulati contengono tutte e tre le forme di azoto (urea, ione nitrato, ione ammonio). Considerando il controllo dell’ammonio sulla riduzione del nitrato, risulta che i nitrati non vengono utilizzati dalle foglie finché non viene assorbito tutto l’ammonio. Allo stesso tempo l’ammonio viene rapidamente a formarsi dall’urea. Le applicazioni fogliari di urea tecnica sono particolarmente indicate in presenza di un’elevata allegagione, quando le riserve dell’albero sono ormai esaurite e se contemporaneamente l’assorbimento radicale è limitato dalle basse temperature e dall’elevata umidità del suolo. In questa fase le somministrazioni di urea possono determinare un incremento del contenuto di clorofilla nelle foglie con effetti positivi sull’attività fotosintetica e il trasferimento di metaboliti dalle foglie ai semi e ai frutti. Le applicazioni di urea risultano essere efficaci anche in post-raccolta in quanto permettono: – di ristabilire le riserve azotate; – un positivo effetto sullo sviluppo delle gemme a fiore; – una migliore allegagione e produzione nella stagione successiva. Sebbene la maggior parte del calcio presente nei frutti provenga da assorbimento radicale, i trattamenti alla chioma sono spesso necessari per aumentarne la concentrazione di Ca nel frutto. Durante la prima fase del ciclo vegeto-produttivo il frutticino compete con i germogli per l’accumulo di Ca per cui, sebbene la cuticola del frutto sia molto permeabile ai sali di Ca, nella pratica si preferisce eseguire i trattamenti fogliari nella seconda fase di sviluppo del frutto, quando la frazione di Ca proveniente da assorbimento radicale è limitata. Tra i diversi formulati in commercio, il CaCl2 ha spesso dato ottimi risultati, con dosi variabili tra 0,1 e 0,6 g/l di Ca (500-1000 l/ha d’acqua) meglio se miscelato a un bagnante. Anche il nitrato di Ca può trovare un utile impiego in quanto consente di somministrare contemporaneamente Ca e N, mentre il ricorso a chelati o complessati di Ca, pur presentando un costo più elevato, non ha offerto in genere risultati migliori rispetto al CaCl2. Risultati incoraggianti sono stati ottenuti trattando Golden Delicious con peptidati di Ca, che si sono mostrati efficaci nell’abbassare il rapporto K/Ca. Spesso si ricorre anche alla somministrazione fogliare di Mg e Mn allo scopo di prevenire indesiderati sintomi di carenza. Somministrazioni di Mn in primavera (per es. con solfato o complessato di Mn) alla dose di 0,2-0,5 g/l di Mn sono risultate efficaci nel contrastare la filloptosi e possono avere effetti positivi anche sul colore di fondo del frutto e sulla composizione minerale di foglie e frutti. In caso di carenza di Mg si consiglia il ricorso a concimazioni fogliari con solfato o ossido di Mg alla dose di 0,25-0,50 g/l di Mg. Solfati di Mn e Mg possono essere somministrati insieme senza che vi sia una riduzione di assorbimento dei singoli elementi o la comparsa di rugginosità sull’epicarpo di Golden Delicious. L’apporto di B per via fogliare è importante soprattutto in quei frutteti che manifestano problemi di allegagione e cascole di fiori. Numerosi e noti sono i formulati per la cura della clorosi ferrica, tra essi, oltre ai chelati sintetici (Fe-DTPA), merita maggiore considerazione il solfato di Fe (FeSO4) utilizzato da solo o miscelato con acidi organici (citrico o ascorbico) come chelanti naturali, mentre gli acidi applicati da soli hanno dato risultati poco incoraggianti.

Irrigazione

L’irrigazione riveste un ruolo fondamentale nella melicoltura moderna in quanto è in grado di incrementare le rese produttive, migliorare la qualità dei frutti, stabilizzare la produzione nelle diverse annate, consentire la coltivazione in ambienti prima non adatti, difendere le colture dagli abbassamenti termici (antibrina) e veicolare i concimi minerali aumentando l’efficienza della nutrizione (fertirrigazione). Tuttavia, una gestione inefficiente dell’irrigazione può essere la causa di gravi forme di degrado ambientale come la salinizzazione e l’alcalinizzazione dei suoli, l’inquinamento delle acque superficiali e di falda e contribuire alla rapida mineralizzazione della sostanza organica. La conoscenza della composizione chimica dell’acqua utilizzata a scopi irrigui è necessaria ma non sufficiente per valutare la sua idoneità all’irrigazione. Per evitare il rischio di salinizzazione e alcalinizzazione è necessario considerare anche altri fattori quali il clima, le caratteristiche del suolo, il metodo irriguo e il drenaggio del terreno. La maggior parte dei meleti è dotata di sistema irriguo e la scelta fra i vari tipi dipende da diversi fattori: disponibilità di acqua, struttura del terreno e necessità di utilizzare l’impianto per altri scopi (antibrina, fertirrigazione). La microirrigazione sotterranea (sub-irrigazione) permette di distribuire l’acqua direttamente a livello radicale. Questa tecnica è in fase di diffusione e si presta particolarmente in terreni dotati di buona struttura e tessitura. Il risparmio idrico che si ottiene con questa tecnica deriva principalmente dalla riduzione della evaporazione a livello del terreno. Individuare con precisione la quantità di acqua da somministrare agli alberi e il momento di intervento è decisivo per l’ottenimento di buoni risultati di gestione del frutteto. La maggior richiesta di acqua da parte degli alberi avviene nella fase in cui si sviluppano contemporaneamente germogli e frutticini (periodo in cui aumenta anche la temperatura dell’aria); è inoltre importante conoscere l’umidità del terreno (utilizzando tensiometri o calcolando l’evapotraspirazione) al fine di compensare le perdite e non indurre uno sviluppo vegetativo eccessivo. Per una corretta gestione della irrigazione è inoltre necessario conoscere l’architettura della chioma. In generale, le foglie si dividono in foglie di luce e foglie d’ombra; le foglie di piena luce, nonostante traspirino di più rispetto a quelle situate all’interno della chioma, presentano un’efficienza d’uso dell’acqua (WUE = Water Use Efficiency) circa 10-12 volte superiore a quella delle foglie d’ombra. In generale, per foglie di luce si intendono quelle foglie che ricevono fino al 30% della radiazione solare incidente, mentre per foglie d’ombra quelle che sono sotto questo valore. In un frutteto è quindi importante la conoscenza dell’evoluzione dell’area fogliare negli anni e nel corso della stagione vegetativa al fine di stabilire i volumi e i turni di adacquamento. Il rapporto foglie di luce/foglie d’ombra si stabilizza, nei frutteti in piena produzione, nel mese di luglio, quando si arresta lo sviluppo dei germogli; questo rapporto è tuttavia in relazione alla forma di allevamento e alla vigoria della pianta. Nella scelta della forma di allevamento risulta quindi molto importante considerare l’aspetto relativo all’efficienza di uso dell’acqua, che aumenta all’aumentare del rapporto foglie di luce/foglie d’ombra; un aumento di tale rapporto è possibile riducendo la taglia degli alberi e lo spessore della chioma e orientando in maniera corretta i filari. Inoltre, una corretta gestione della chioma, attraverso potature verdi e altri interventi finalizzati a ridurre la crescita vegetativa (stress idrico controllato) permette di migliorare l’efficienza d’uso dell’acqua ed evitare quindi sprechi. Anche la conoscenza del volume di suolo esplorato dalle radici e delle sue caratteristiche idrologiche permettono di calcolare la capacità di ritenzione idrica di tale volume e la quantità di acqua che la pianta è in grado di utilizzare. È importante considerare che lo sviluppo delle radici varia notevolmente nei primi anni di impianto e dipende dal portinnesto, dalla fertilità del suolo e dalle tecniche agronomiche adottate. Combinando la conoscenza della fisiologica della pianta con i rapporti che si instaurano fra pianta, suolo e ambiente è possibile creare dei piani irrigui che permettono di ridurre i consumi idrici e aumentare l’efficienza d’uso dell’acqua da parte del meleto. Il melo, visto il lungo ciclo produttivo e di conseguenza l’elevata traspirazione, risulta una delle specie con i fabbisogni irrigui maggiori. Questi si aggirano attorno a 200-300 m3/ha per stagione. Negli ultimi anni la necessità di risparmiare acqua, combinata con la ricerca di produzioni sempre maggiori sia in termini produttivi sia qualitativi, ha permesso di sviluppare strategie di irrigazione a basso consumo di acqua come la tecnica dello stress idrico controllato. Questa tecnica consiste nel somministrare una quantità di acqua inferiore a quella di cui la coltura necessita per il suo ottimale sviluppo. Da prove recentemente effettuate è emerso come lo stress idrico controllato, con la restituzione del 50% dell’evapotraspirato, porti a consumi di acqua dimezzati senza conseguenze sulla capacità produttiva della pianta. Sembra inoltre esistere una relazione tra colorazione dei frutti e livelli irrigui: la migliore colorazione dei frutti, in alberi sottoposti a bassa intensità irrigua, può essere ricollegabile al loro minore contenuto di azoto. Anche il minore vigore vegetativo delle piante contribuisce, attraverso la migliore illuminazione, all’ottenimento di frutti con una colorazione più intensa. Una corretta gestione dell’irrigazione conferisce ai frutti una migliore serbevolezza e maggiori garanzie di conservabilità e influenza la composizione minerale dei frutti. Nel melo, nelle aree soggette a basse temperature primaverili, viene applicata l’irrigazione antibrina che costituisce la principale tecnica di difesa nelle zone frutticole a rischio di gelate tardive e consiste nel ricoprire la pianta con uno strato di ghiaccio, in continua formazione, fino al termine della gelata. La protezione della coltura è ottenuta dal calore liberato dall’acqua al momento della sua trasformazione in ghiaccio (80 calorie/g). È una tecnica molto efficace che viene adottata nelle zone con sufficienti disponibilità idriche. Per prevenire i danni da abbassamenti termici è importante fare avviare l’impianto irriguo quando la temperatura dell’aria a 30-40 cm dal suolo è vicina a 1°C. L’incremento della temperatura dei tessuti della pianta rispetto a quella dell’aria dipende dalla portata dell’impianto e dall’uniformità di distribuzione dell’acqua sulle piante. Di norma viene utilizzata l’irrigazione per aspersione con ugelli aspersori in grado di distribuire acqua finemente nebulizzata e con volumi ridotti al fine di minimizzare le perdite di acqua.


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