Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: concimazione

Autori: Paolo Sambo

Introduzione

Il pomodoro è coltivato in un ampio range di condizioni pedoclimatiche sia in pieno campo sia in coltura protetta. A differenza di molte specie orticole (soprattutto da foglia), la cui raccolta avviene durante la fase di massimo accrescimento della pianta, il pomodoro fornisce frutti in diversi stadi di maturazione per le tipologie da mensa e frutti completamente maturi nel caso della coltura per l’industria. In funzione della destinazione del prodotto, anche il processo di fruttificazione ha una durata assai variabile; nel caso del pomodoro da industria, caratterizzato da piante prevalentemente ad accrescimento determinato, tutti i grappoli che contribuiscono alla resa commerciale si differenziano nell’arco di 2-3 settimane; mentre per il pomodoro da mensa, con piante di tipo indeterminato, questo processo può protrarsi anche per circa 30 settimane nel caso dei cicli più prolungati. Di conseguenza la produzione di biomassa e quindi le asportazioni di elementi nutritivi seguono andamenti estremamente diversificati.

Produzione di biomassa

In generale, per il pomodoro, la produzione di massa verde prodotta da un ettaro di coltivazione, di qualsiasi tipo, può tranquillamente superare le 150 t mentre, livelli delle produzioni molto variabili in rapporto all’ambiente, alla tecnica di coltivazione e alla tipologia di prodotto, risultano compresi tra 40-110 t per il pomodoro da industria e per il consumo fresco allevato in pieno campo e da 100 a 200 t per la produzione in serra. In ogni caso, con il miglioramento genetico e con l’introduzione degli ibridi molto più produttivi delle vecchie varietà, il carico di frutti è aumentato notevolmente tanto da avere la sensazione che le piante attualmente in coltivazione presentano più frutti che foglie. Infatti, se nelle vecchie varietà, la porzione di frutti rappresentava meno della metà del peso totale delle piante, con i nuovi ibridi può superare anche l’80%. Alla maggiore efficienza in peso si aggiunge anche la maggiore uniformità dei frutti e, di conseguenza, una minore percentuale di scarto. A ciò si aggiunge, inoltre, una maggiore contemporaneità di maturazione delle bacche sia nei grappoli delle tipologie da mensa ad accrescimento indeterminato che sulle piante delle tipologie da industria ad accrescimento determinato, favorendo, in questo modo, le operazioni di raccolta sia manuali che meccaniche, rispettivamente.

Esigenze nutrizionali

Dai dati disponibili, è possibile affermare che una buona coltura di pomodoro da industria, capace di fornire oltre 100 t/ha di bacche, deve poter contare su circa 250 kg/ha di N, 65 kg/ha di P2O5 e 350 kg/ha di K2O disponibili nel terreno. Le velocità di crescita delle piante e dell’assorbimento degli elementi sono alquanto differenziati durante il ciclo colturale. Dal trapianto al 20° giorno, l’assorbimento giornaliero di azoto è trascurabile, tanto da non superare i 100 grammi per ettaro con punte di mezzo chilo negli ultimi giorni del periodo considerato, mentre è di 20 e 50 g per P2O5 e di 100 e 300 g per K2O. Nei venti giorni successivi – periodo caratterizzato dal completamento dell’allegagione dei frutti – l’assorbimento medio giornaliero passa da un chilo di N nei primi dieci giorni a quasi tre chili nei restanti giorni e, rispettivamente, da 150 a 200 g/ha per P2O5 e da 2,5 e 3,0 kg/ha per K2O. Dal 40° al 60° giorno le piante esprimono i più alti incrementi di accrescimento e di assorbimento di elementi: in questo stadio, l’assorbimento giornaliero medio è di 7-8 kg/ha per N, 1,5-2,0 kg/ha per P2O5 e 10-12 kg/ha per K2O. Rispetto alle esigenze totali, in questo periodo le piante assorbono il 65% dell’azoto, il 45% del fosforo e il 55% del potassio. Nel periodo che va dal 60° all’80° giorno si completa l’ingrossamento dei frutti e le piante assorbono un ulteriore 15% di azoto e 30% degli altri due elementi, ovviamente quasi esclusivamente a favore dei frutti. Fisiologicamente questo periodo è caratterizzato da un declino dell’accrescimento delle radici che limita la loro efficienza. Questo fenomeno fa si che, con l’inizio dell’accrescimento dei frutti, alla ridotta efficienza radicale supplisce la migrazione degli elementi nutritivi accumulatisi negli steli e nelle foglie soprattutto. Nel caso della coltura del pomodoro da mensa allevato in serra, capace di fornire 200 t/ha di frutti, le asportazioni risultano più regolari e non raggiungono mai i picchi dei valori osservati per la coltura da industria. Infatti, per l’azoto, sono normali asportazioni medie giornaliere per ettaro di circa un chilo per i primi trenta giorni dopo il trapianto, di 2,5 kg per i successivi cinquanta giorni, per ridiscendere a 1,0-1,5 kg per il restante periodo colturale. Per il fosforo (P2O5), invece, nei primi trenta giorni, l’asportazione giornaliera è di circa 100g; passa a 200 g nei successivi dieci giorni; aumenta a 400 e a 600 g nelle due decadi successive; si stabilizza intorno a 300 g nel successivo periodo di un mese per ridiscendere a 100-200 g per la restante parte del ciclo colturale. Nel caso del potassio (K2O) si hanno le seguenti asportazioni medie giornaliere per ettaro: 2, 9 kg per i primi dieci giorni; 3,5-4,0 kg per il mese successivo; 5,5-6,0 kg per i due mesi successivi, per ridiscendere a 1,0-1,5 kg fino alla fine del ciclo colturale e riutilizzare l’eccesso accumulato nella pianta. Nel caso di ripresa vegetativa della pianta, gli assorbimenti medi giornalieri osservati alla fine del ciclo per i tre elementi possono anche triplicarsi nel giro di pochi giorni. Oltre alla conoscenza delle asportazioni dei nutrienti, per una corretta gestione della fertilizzazione di una coltura è indispensabile conoscere quali sono le funzioni principali dei singoli elementi nel metabolismo generale della pianta e nella formazione del prodotto commerciale. Tra i diversi elementi minerali, potassio e calcio sembrano essere molto importanti per la qualità dei prodotti. Il rapporto di assorbimento del potassio cambia comunque in accordo al carico di frutti presenti sulla pianta spostandosi da K:N 1.2:1 a 2.5:1 in corrispondenza di un grande carico di frutti. Un eccesso di azoto nelle prime fasi del ciclo colturale in condizioni di scarsa intensità luminosa comporta una maggiore predisposizione della pianta ad attacchi di patogeni e una riduzione del numero di fiori e della pezzatura delle bacche. La crescita della pianta può essere rallentata aumentando il rapporto K:N nel fertilizzante e aumentando il processo evapotraspirativo tramite turni irrigui più lunghi e con ridotti volumi. Con riferimento al calcio, il contenuto relativo nelle foglie non sempre è indice di un corretto equilibrio minerale. In condizioni di bassa umidità dell’aria, infatti, la maggior parte dell’acqua assorbita giunge nelle foglie, per mantenere un sufficiente livello di traspirazione, di conseguenza solo una piccola quantità di calcio viene veicolata nei frutti, i cui tessuti si necrotizzano in corrispondenza nella parte distale (marciume apicale). In condizioni di ridotte disponibilità di calcio (conseguenti anche a consistenti apporti di concimi ammoniacali, potassici e magnesiaci) e di acqua (stress idrico o salino) tale alterazione può determinare una significativa riduzione della produzione commerciabile.

Concimazione

È evidente che a ogni modello di pianta corrisponde una differente strategia di allevamento e, nel nostro caso, di apporti di elementi nutritivi considerato che raramente le esigenze nutrizionali della coltura del pomodoro, nelle sue diverse fasi fenologiche, possano essere soddisfatte dalla fertilità del suolo, intesa come disponibilità di elementi assimilabili da parte delle radici. La conoscenza della dotazione di nutrienti del terreno di coltivazione sulla base dell’analisi del terreno è un valido strumento per ridurre l’impiego di fertilizzanti senza indurre carenze nutrizionali. In generale, tale tecnica normalmente è utilizzata solamente per definire gli apporti di fosforo e potassio mentre la somministrazione dell’azoto è normalmente standardizzata assumendo che gran parte viene dilavato dal terreno durante il periodo invernale. Oltre alle tradizionale analisi del terreno, negli ultimi anni sono state sviluppate nuove tecniche in grado di suggerire i momenti più opportuni per l’apporto di nutrienti permettendo di intervenire in modo mirato a seconda le necessità e riducendo gli apporti di elementi nutritivi in pre-trapianto. Tali tecniche fanno riferimento all’analisi del succo linfatico o all’utilizzo di misure di riflettenza fogliare che, in genere, completano le informazioni fornite dalla diagnostica fogliare, cioè le analisi delle foglie nei diversi stadi vegetativi e produttivi per conoscere le concentrazioni dei principali elementi nutritivi nei tessuti e indicare, eventualmente, le correzioni da apportare per superare specifiche carenze nutrizionali. In termini generali, la concimazione deve essere basata sul criterio della restituzione e quindi è necessario apportare non tanto tutti gli elementi nutritivi che vengono assorbiti dalla coltura quanto soltanto quelli che vengono asportati dal campo raccogliendo il prodotto agrario utile. Per ogni 10 tonnellate di prodotto, mediando i dati riportati da diversi autori l’asportazione orientativamente può essere indicata in: 20-30 kg per azoto; (P2O5) 6-7 kg per anidride fosforica; ( K2O) 35-40 kg per l’ossido di potassio; (CaO) 38 kg per l’ossido di calcio e (MgO) 7 kg per l’ossido di magnesio. Nelle bacche però è presente mediamente solo il 25% dell’azoto assorbito dalle piante, il 75% del fosforo e il 60% di potassio. Stimando quindi la produzione potenziale dell’ambiente di coltivazione è possibile quindi valutare gli apporti necessari per la coltura. Quando ci si trova a operare con soli concimi granulari o solidi è necessario creare nel terreno le condizioni ottimali per favorire lo sviluppo della piantina. In teoria sarebbe necessario favorire lo sviluppo dell’apparato radicale della giovane piante prima di distribuire i concimi o quanto meno eseguire una distribuzione localizzata ad almeno 15-20 cm dalla fila. Operando in questa maniera si stimola inizialmente l’allungamento radicale favorendo un accrescimento bilanciato della pianta. Nella pratica, però, per motivi prettamente operativi si procede sempre, anche nel caso in cui sia prevista la fertirrigazione, alla distribuzione su tutto il terreno di una quota dei fertilizzanti. Buoni risultati sono stati ottenuti poi distribuendo al trapianto o nelle prime fasi di sviluppo in campo una concimazione fosfatica, meglio se liquida, per favorire l’attecchimento delle piantine e metterle in condizione di riprendere al più presto lo sviluppo vegetativo interrotto al momento del trapianto. Dal punto di vista pratico delle indicazioni attendibili sulle quantità di nutrienti richiesti dalla coltura del pomodoro possono essere rinvenuta nei Disciplinari di coltivazione integrata emanati dalle diverse Regioni. In tutti i casi considerati viene fortemente consigliato di eseguire l’analisi del terreno prima di pianificare la concimazione al fine di tenere conto della fertilità residua e della presenza di nutrienti disponibili. Normalmente non dovrebbero mai essere superate le soglie massime indicate dalle Norme di buona pratica agricola approvate dalla Comunità Europea. Per quanto riguarda le diverse modalità di distribuzione esistono poi notevoli differenze in funzione del nutriente preso in considerazione. Per quanto riguarda il fosforo e il potassio tutti gli autori sono d’accordo sulla possibilità di applicarlo tutto nella fase di preparazione del letto di semina o di suddividere la distribuzione 50% in pre-trapianto e 50% durante il ciclo colturale. Per quanto riguarda l’azoto invece i migliori risultati si ottengono applicando il 25-30% in pre-trapianto e il rimanente in 2 o 3 interventi a partire dall’allegagione del primo palco. I quantitativi di azoto sono di solito mantenuti relativamente bassi fino alla formazione dei frutti al fine di stimolare la fase riproduttiva, poi sono innalzati. Le dosi appena descritte possono essere ridotte, fino al 25-30%, qualora si faccia ricorso alla fertirrigazione. Esperimenti condotti con questa tecnica hanno però evidenziato anche la sua grande utilità essenzialmente per l’azoto, il nutriente maggiormente lisciviabile, ma non hanno evidenziato grandi differenze quando si consideravano gli altri due macronutrienti (P e K). La decisione quindi di procedere alla distribuzione tramite l’impianto di irrigazione del fosforo e del potassio rimane quindi più una scelta legata all’organizzazione aziendale, all’esperienza dell’agricoltore e al diverso costo dei concimi granulari e solubili. In ultima analisi bisogna sempre tenere presente che fornire fertilizzati a una pianta coltivata – sia su suolo che in fuori suolo – implica soddisfare le asportazioni della coltura il più accuratamente possibile. In altre parole è necessario che gli apporti di fertilizzanti siano tarati il più possibile sulle asportazioni della coltura. Quando queste condizioni sono rispettate sarà possibile non solo soddisfare le esigenze nutrizionali della coltura e ottenere un prodotto di migliore qualità ma anche ridurre i costi di produzione e prevenire sia l’incremento della salinità del suolo che inutili perdite (per percolazioni o gassificazione) di elementi nutritivi.


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