Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: coltivazione in nord Italia

Autori: Mario Di Candilo

Introduzione

Il Nord Italia rappresenta una delle due principali macroaree nazionali dove la coltura del pomodoro si è maggiormente diffusa e affermata sin dalla nascita dell’industria conserviera nel nostro Paese. In tale macroarea le condizioni ambientali particolari, rappresentate da terreni per lo più argillosi e da maggiore piovosità rispetto al Sud, impongono l’adozione di un modello colturale specifico, in grado di superare le criticità. Di seguito, vengono brevemente illustrati gli aspetti di tecnica colturale alla base del metodo stesso.

Avvicendamento

Per motivi fitosanitari, oltre che per il contenimento della flora infestante, è vivamente sconsigliata la ripetizione della coltura sullo stesso terreno per più anni consecutivi, così come la rotazione con altre specie della famiglia delle solanacee (melanzana, peperone, patata, tabacco) e delle cucurbitacee (melone, anguria, cetriolo). Si evitano così accumuli di parassiti (funghi, batteri, virus, nematodi) e di composti fitotossici (essudati radicali autointossicanti) nel suolo, nonché un aggravamento del problema riguardante il controllo delle erbe infestanti. A quest’ultimo riguardo va pure sottolineato che una corretta rotazione, rendendo le piante più sane e vigorose, le rende anche più competitive nei confronti delle infestanti. Definire la rotazione significa stabilire la sequenza con la quale le colture si devono susseguire in un appezzamento e il tempo che deve intercorrere tra due ritorni della medesima specie in uno stesso terreno. Di solito, la coltura del pomodoro viene inserita in un avvicendamento triennale o, meglio ancora, quadriennale, in successione a un cereale o a una oleaginosa.

Esigenze pedoclimatiche

Nel Nord Italia il pomodoro fornisce i migliori risultati produttivi nei terreni di medio impasto, profondi e freschi, con pH compreso fra 6 e 7,5. Tuttavia, la coltura si adatta anche in terreni sciolti o argillosi a condizione che ne vengano attenuati i difetti con opportune operazioni colturali. I terreni sabbiosi in genere sono poco fertili, inoltre hanno scarsa ritenzione idrica, pertanto richiedono concimazioni appropriate e interventi irrigui con volumi più contenuti e più frequenti. D’altra parte, tali terreni sono più prontamente praticabili dopo le piogge, anche se il prodotto spesso lascia a desiderare sotto il profilo qualitativo (principalmente per inadeguata pigmentazione). I terreni argillosi rispetto ai precedenti sono indubbiamente più fertili e trattengono maggiormente l’acqua, tuttavia richiedono un’accurata sistemazione superficiale o in alternativa il drenaggio. Tali interventi vengono realizzati per facilitare lo sgrondo delle acque in eccesso, evitando così che le bacche basali vengano a trovarsi in ambiente eccessivamente umido (con insorgenza di patologie), ma anche per consentire il movimento e il lavoro delle raccoglitrici anche nei giorni immediatamente successivi a quelli di eventuali precipitazioni estive. Dal punto di vista climatico è necessario tenere presente che la temperatura minima di germinazione è di 12 °C, con optimum di 20-26 °C. La minima letale è di 0-2 °C, mentre la minima biologica è di 10 °C (zero di vegetazione). I valori termici ottimali per la crescita della pianta sono di 25 °C durante il giorno e almeno 13-14 °C di notte. Per la fioritura e in particolare per l’allegagione sono richiesti almeno 12 °C. Per la maturazione, infine, la temperatura ottimale diurna è di 26 °C, mentre quella notturna è di 18 °C circa. Livelli termici superiori a 32-35 °C influiscono negativamente sulla formazione del licopene e sulla colorazione delle bacche.

Livellamento e sistemazione superficiale

Generalmente negli ambienti settentrionali il livellamento superficiale del terreno rappresenta un fattore di grande importanza ai fini della meccanizzazione delle operazioni colturali e della produttività della coltura. Infatti, un terreno ben livellato assicura una buona uniformità nell’interramento del seme, inoltre nei terreni argillosi agevola lo sgrondo delle acque in eccesso, evitando i ristagni negli strati superficiali che, oltre a menomare le caratteristiche fisico-chimiche del terreno, non consentono di realizzare con tempestività le operazioni meccaniche e rallentano il ritmo di sviluppo delle piante. Sempre a questo riguardo di solito viene realizzata una rete di scoline e capifossi, le cui distanze vengono stabilite in relazione al contenuto di argilla del terreno e al fatto che incrementando la lunghezza degli appezzamenti si possono conseguire notevoli aumenti di produttività del lavoro delle macchine, grazie alla riduzione dei tempi morti necessari per le svolte.

Lavorazioni del terreno

Il pomodoro, così come altre colture da rinnovo, richiede una lavorazione profonda del terreno per favorire l’approfondimento radicale e l’immagazzinamento dell’acqua. Tuttavia, in Pianura Padana si ricorre sempre meno all’aratura profonda poiché, oltre a essere un’operazione energivora e perciò costosa, influisce negativamente sulla fertilità del terreno, per ossidazione della sostanza organica e distruzione della microflora. Sempre più frequentemente, invece, viene eseguita la lavorazione a due strati, ovvero una ripuntatura a 50-60 cm, seguita da un’aratura superficiale (25-30 cm). Tale tipo di lavorazione offre diversi vantaggi, quali: – frantumazione degli strati compatti del sottosuolo e della suola di lavorazione, favorendo così la penetrazione dell’acqua e dell’aria a profondità superiori a quella dell’aratura; – interramento meno profondo dei residui organici, tale da favorirne l’umificazione; – formazione di una minore zollosità, in modo da facilitare le successive lavorazioni per la preparazione del letto di semina; – maggiore sostenibilità economica e ambientale della lavorazione. Con riferimento alla disponibilità idrica, in particolare, la lavorazione a due strati facilita il deflusso in profondità dell’acqua in eccesso, riducendo, quindi, i fenomeni di ristagno e i problemi fitopatologici che ne conseguono, mentre in condizioni di carenza idrica favorisce la risalita capillare dell’acqua dagli strati profondi. La lavorazione a due strati può avvenire in due tempi (prima con un passaggio per la sola frantumazione profonda e poi con un secondo passaggio per l’aratura superficiale), oppure in un unico intervento tramite aratro ripuntatore. Per avere i migliori effetti dalla ripuntatura è importante intervenire con terreno sufficientemente asciutto, in modo da provocare il dirompimento del terreno nelle zone laterali agli scarificatori. La preparazione del letto di semina comprende le lavorazioni superficiali, successive all’aratura, aventi lo scopo di pareggiare e affinare il terreno e di eliminare le infestanti, in modo da consentire il corretto impianto della coltura, attraverso semina di precisione o trapianto di piantine. Lo sminuzzamento delle zolle può essere eseguito già nel tardo autunno tramite erpici a dischi o a denti; a fine inverno poi la preparazione del terreno può essere completata con un’erpicatura leggera, diretta all’interramento del concime e dell’eventuale diserbante distribuito in presemina. Il criterio generale seguito in quest’ultima fase è quello di ridurre al minimo il numero dei passaggi delle macchine agricole sul terreno e la profondità di lavorazione, sia per evitare di calpestare eccessivamente lo strato superficiale del suolo, sia per impedire la dispersione di umidità.

Concimazione

Il Disciplinare di produzione integrata della Regione Emilia-Romagna prevede che le dosi di fertilizzanti da somministrare alle singole colture di pomodoro da industria siano definite sulla base delle asportazioni delle piante, in relazione alla produzione attesa, e tenendo conto della disponibilità di elementi minerali nel suolo (da accertare tramite apposite analisi); le epoche e le modalità di distribuzione, invece, devono essere definite tenendo conto delle caratteristiche dei fertilizzanti e della cinetica di assorbimento degli elementi nutritivi da parte delle piante. In sostanza chi aderisce al Disciplinare deve approntare un piano di concimazione con il quale, in pratica, si giustifica la concimazione nelle dosi, nelle epoche di applicazione e secondo le modalità riportate nelle norme tecniche del Disciplinare stesso, nonché nel rispetto della legislazione vigente in materia di salvaguardia delle acque dall’inquinamento (D. Lgs. 152/99 e D. Lgs. 99/92 e loro modificazioni). Tale metodo di calcolo degli apporti di fertilizzanti (bilancio) viene indicato come “metodo ordinario”, in alternativa il Disciplinare prevede l’adozione del metodo “dose standard”. Quest’ultimo prevede l’individuazione di una dose massima “standard” di fertilizzante, che per l’azoto, in condizioni normali e per una produzione attesa di 70 t/ha, è pari a 100 kg/ha, per semine e/o trapianti effettuati dopo il 5 maggio, e di 130 kg/ha per impianti effettuati prima del 5 maggio. Dosi che possono essere diminuite o aumentate di 30 kg/ha in relazione alle condizioni specifiche di ciascuna coltivazione (produzione attesa, dotazione di sostanza organica, vigoria della varietà impiegata). In ogni caso, per ridurre al minimo le perdite di azoto per lisciviazione non è ammesso in pre-semina un apporto superiore ai 60 kg/ha del nutriente. Per dosaggi superiori è obbligatorio frazionare almeno in due interventi (per esempio 50% all’impianto e la parte rimanente in copertura). Per il fosforo e il potassio, in terreno scarsamente dotato, il Disciplinare consiglia un arricchimento della quota di mantenimento calcolata per la dotazione normale; nel caso di terreno a dotazione normale sono ammessi apporti pari alle asportazioni della coltura per P2O5 e al 70% delle asportazioni per K2O. Nei terreni a elevata dotazione sono consentiti apporti non superiori a 80 kg/ha per P2O5 e 100 kg/ha per K2O. Anche per questi due elementi, in alternativa al metodo ordinario può essere adottato il metodo dose standard. Quest’ultimo, per una produzione di 70 t/ha, prevede dosi di P2O5 pari a 120, 60 e 180 kg/ha, rispettivamente in terreno mediamente dotato, altamente dotato e scarsamente dotato. Tali dosi possono essere diminuite o incrementate di 30 kg/ha, a seconda delle condizioni specifiche di ciascuna coltivazione (produzione attesa, contenuto di sostanza organica nel terreno, epoca d’impianto). Per il potassio la dose “standard” di K2O è di 300 kg/ha in terreno scarsamente dotato, 200 kg/ha in terreno mediamente dotato e 100 kg/ha in terreno altamente dotato, con possibilità di riduzione (–60 kg/ha) o aumento (+40 kg/ha) in funzione delle diverse condizioni colturali. Sia i fertilizzanti fosfatici sia quelli potassici vengono interrati alla preparazione del letto di semina, salvo una piccola quota di fosforo normalmente localizzata sulla fila alla semina o al trapianto.

Evoluzione delle varietà coltivate

Fino agli anni ’60 nelle regioni del Nord Italia sono state impiegate varietà le cui piante erano di tipo tradizionale, ovvero caratterizzate da: accrescimento indeterminato, chioma espansa con branche a portamento strisciante, scalarità di maturazione dei frutti e scarsissima consistenza di questi ultimi. Tale tipologia di pianta imponeva forti impieghi di manodopera per la messa in opera dei sostegni (tutori) e per la raccolta manuale del prodotto, che richiedeva numerosi interventi. Negli anni ’70, poi, grazie alla costituzione di varietà con piante a sviluppo determinato, nelle quali l’accrescimento del fusto viene interrotto dalla differenziazione di una infiorescenza apicale, è stato possibile il passaggio alla coltivazione a terra. Successivamente il miglioramento genetico ha reso possibile ridurre sensibilmente il numero delle raccolte, mettendo a disposizione varietà a maturazione più concentrata dei frutti. Più recentemente, poi (fine anni ’80), grazie all’acquisizione di varietà caratterizzate da piante di dimensioni contenute, a portamento raccolto delle branche, con fioritura abbondante ed esaurentesi in breve tempo e con frutti consistenti e resistenti alla sovrammaturazione, è stato possibile passare alla raccolta meccanica in unica soluzione e al trasporto alla rinfusa del prodotto. Con riferimento alla concentrazione della fase di maturazione delle bacche va considerato che l’espressione di questo carattere, oltre che dal genotipo, può essere sensibilmente influenzata dall’andamento climatico, nel corso della maturazione, e dalle tecniche colturali. Le piogge frequenti e le temperature relativamente basse possono, infatti, causare un peggioramento del carattere per rivegetazione delle piante e per rallentamento della maturazione, oltre che per aumento dei frutti marcescenti. Al contrario, andamenti climatici troppo caldi possono anticipare la maturazione, con peggioramento qualitativo del prodotto. Sotto il profilo agronomico, è noto che il trapianto, rispetto alla semina diretta, aumenta la concentrazione di maturazione. Inoltre, per una buona espressione di questo carattere è molto importante evitare gli eccessi di azoto nel terreno e gli apporti tardivi di tale nutriente. Di norma, alla raccolta la percentuale di bacche commerciali (mature e sane) varia dall’80 al 90% e, nelle annate particolarmente favorevoli, caratterizzate da decorso stagionale asciutto e relativamente caldo, può risultare anche più elevata. La gamma varietale attualmente adottata nel Nord Italia è rappresentata interamente da ibridi.

Impianto della coltura

Per la buona riuscita della coltivazione uno dei presupposti fondamentali è quello di impiegare seme di buona qualità. Al riguardo, le caratteristiche più importanti da considerare sono la purezza, la germinabilità e il vigore germinativo. Tanto più la germinazione è pronta, tanto migliori saranno i risultati della coltura, in quanto le piante risulteranno più robuste e uniformi nello sviluppo: conseguentemente anche la maturazione del futuro prodotto risulterà più precoce e più contemporanea, rendendolo più idoneo per la raccolta meccanica. La coltura può essere impiantata per semina diretta o per trapianto di piantine allevate precedentemente in vivaio. Nel Nord Italia i due metodi d’impianto vengono adottati in combinazione fra loro, ai fini della differenziazione delle epoche di maturazione delle coltivazioni, per poter pianificare meglio le raccolte.

Semina diretta

Tale sistema d’impianto richiede un accurato letto di semina, indispensabile per un’uniforme emergenza delle plantule. La profondità di semina varia da 1,5-2 cm, per i terreni argillosi, a 2,5-3 cm, per quelli sciolti. I quantitativi di seme impiegati variano da 0,3 a 0,6 kg/ha, a seconda del tipo di terreno. L’epoca di semina consigliata nel nord della Penisola è compresa fra la terza decade di marzo e la seconda di aprile. La disposizione di semi singoli a distanziamento definitivo comporta un certo rischio soprattutto nei terreni che tendono a formare crosta superficiale. Il seme può essere disposto sia su file singole sia su file binate. Le distanze normalmente adottate nel caso della fila singola sono di 13-16 cm sulla fila e di 130-150 cm tra le file, corrispondenti a densità d’investimento di 40.000-60.000 piante/ha, mentre nel caso della fila binata le distanze sono di 17-20 cm sulla fila, di 30-40 cm tra le due file della bina e di 150 cm fra le bine, per investimenti pari a 60.000-80.000 piante/ha.

Trapianto

Il trapianto presenta vari vantaggi rispetto alla semina diretta. In particolare, tale metodo d’impianto consente: – l’ottenimento di investimenti più regolari e uniformi; – la semplificazione del diserbo, con relativa riduzione del costo, grazie al ciclo più breve della coltura; – un anticipo della maturazione; – la possibilità di migliorare la concentrazione di maturazione e di ottenere una pianificazione più elastica della coltura. L’epoca consigliata per la realizzazione del trapianto va dalla metà di aprile a fine maggio. In questo caso, le distanze d’impianto consigliate per la fila singola sono di 20-26 cm sulla fila e 130-150 cm tra le file, per investimenti pari a 25.000-30.000 piante/ha; per la fila binata invece vengono suggerite distanze di 26-38 cm sulla fila, 30-40 cm fra le due file della bina e 150 cm fra le bine, per investimenti di 35.000-50.000 piante/ha.

Irrigazione

Nel Nord Italia la coltura del pomodoro da industria si avvantaggia sensibilmente dell’irrigazione. Le fasi in cui la pianta è maggiormente sensibile ai deficit idrici sono la fioritura, l’allegagione e l’ingrossamento delle bacche. In generale, la scarsa disponibilità di acqua è causa di riduzione di resa. D’altro canto, anche gli eccessi idrici sono assolutamente da evitare, poiché possono provocare situazioni patologiche, eccessi di lussureggiamento vegetativo, a scapito della fioritura, dell’allegagione e dell’accrescimento dei frutti, nonché della qualità del prodotto. La frequenza degli interventi irrigui e il volume stagionale da erogare variano notevolmente in funzione di vari fattori, quali: epoca d’impianto, andamento termopluviometrico, riserva idrica iniziale del terreno, modalità di somministrazione dell’acqua, profondità della falda ecc. In Emilia-Romagna il Disciplinare di produzione integrata ammette una restituzione idrica come di seguito indicato: – per colture a semina precoce (15/3) è ammessa l’irrigazione nel periodo compreso fra la formazione dei frutti del secondo palco (30/5) e la comparsa del 25% di frutti rossi (5/8), considerando una restituzione idrica giornaliera di: 4,2 mm dal 30/5 al 9/7; 3,8 mm dal 10/7 al 24/7; 2,3 mm dal 25/7 al 5/8; – per colture a semina tardiva (30/4) è possibile irrigare dalla comparsa dei primi frutti (30/5) alla comparsa del 25% di frutti rossi (15/8), con restituzioni giornaliere di: 3,3 mm per il periodo 30/5-14/6; 4,4 mm per il periodo 15/6-19/7; 3,7 mm per il periodo 20/7-4/8; 2,1 mm per il periodo 5/8-15/8; – per colture trapiantate precocemente (20/4) si può irrigare dal 10/5 all’1/8, calcolando una restituzione giornaliera di: 1,5 mm per il periodo 20/4-9/5; 2,4 mm per il periodo 10/5-24/5; 4,3 mm dal 25/5 al 4/7; 3,8 mm dal 5/7 al 19/7; 2,3 mm dal 20/7 all’1/8; – per colture trapiantate in epoca consueta (10/5) è ammessa la restituzione idrica dal 10/5 al 10/8, calcolando una restituzione giornaliera di 1,8 mm per il periodo 10/5-29/5; 3,3 mm per il periodo 30/5-9/6; 4,4 mm per il periodo 10/6-14/7; 3,8 mm per il periodo 15/7-30/7; 2,1 mm per il periodo 1/8-10/8; – per trapianti tardivi (30/5) il calcolo della restituzione idrica è ammessa per il periodo 30/5-20/8, considerando fabbisogni giornalieri di: 2,5 mm dal 30/5 al 9/6; 3,3 mm dal 10/6 al 19/6; 4,5 mm dal 20/6 al 24/7; 3,8 mm dal 25/7 al 9/8; 2,1 mm dal 10/8 al 20/8. I volumi irrigui ammessi per ciascun intervento possono variare da un minimo di 23 mm nei terreni argillosi (70% di argilla) fino a un massimo di 65 mm nei terreni molto sciolti (70% di sabbia).

Controllo integrato delle infestanti

Le infestanti tipiche del pomodoro da industria nel Nord Italia sono le dicotiledoni Solanum nigrum (erba morella), Amaranthus retroflexus (amaranto comune), Chenopodium album (farinello comune), Polygonum persicaria (poligono persicaria) e Portulaca oleracea (porcellana comune); fra le monocotiledoni invece vanno ricordate Sorghum halepense (sorghetta), Echinochloa crus-galli (giavone) e Digitaria sanguinalis (sanguinella). I mezzi adottati per contenere la flora infestante sono: – l’avvicendamento colturale; – la tecnica della preparazione anticipata del letto di semina (falsa semina), in modo da facilitare l’emergenza e la distruzione della maggior parte delle infestanti prima dell’impianto; – la filtrazione delle acque di irrigazione per evitare la diffusione di semi e/o altri organi di propagazione della flora infestante; – le lavorazioni meccaniche; – il diserbo chimico. Per il controllo chimico delle malerbe, i trattamenti sia di pre- sia di post-emergenza vengono normalmente localizzati sulla fila per ridurre la superficie trattata e le quantità dei prodotti impiegati. Nelle interfile invece le malerbe vengono eliminate con le lavorazioni meccaniche.

 

Principali avversità e difesa

In Pianura Padana le principali avversità del pomodoro sono rappresentate da malattie fungine (peronospora, alternariosi, septoriosi e oidio), malattie batteriche (maculatura batterica, macchiettatura batterica e cancro batterico), insetti (elateridi, afidi), acari (ragnetto rosso) e nematodi galligeni. La difesa dalla peronospora (Phytophthora infestans) viene condotta sulla base delle informazioni fornite dai Bollettini Provinciali settimanali. Tali Bollettini sono realizzati tenendo conto del modello previsionale IPI (Indice Potenziale Infettivo), dei rilevamenti aerobiologici e dei campi spia. Nelle fasi iniziali del ciclo colturale vengono preferibilmente impiegati prodotti rameici che oltre a combattere la peronospora hanno azione anche contro alternariosi, antracnosi, septoriosi e batteriosi. In condizioni di elevata umidità si ricorre a prodotti sistemici, mentre in prossimità della raccolta si ricorre normalmente a prodotti a breve intervallo di carenza. Contro gli elateridi (Agriotes spp.) vengono eseguiti trattamenti localizzati ove sia stata accertata la presenza di larve. L’intervento chimico contro il ragnetto rosso (Tetranychus urticae) normalmente viene praticato solo in presenza di focolai precoci di infestazioni con evidenti aree decolorate delle foglie. Nei confronti dei nematodi galligeni (Meloidogyne spp.), presenti nei terreni prevalentemente sabbiosi, per la difesa si ricorre a varietà geneticamente resistenti.

Trattamenti maturanti

Il Disciplinare di produzione integrata della Regione Emilia-Romagna prevede l’impiego di prodotti ad azione maturante (Ethephon) solo sulle colture a maturazione precoce, le cui raccolte sono previste entro il 15 agosto. L’Ethephon libera etilene che, com’è noto, rallenta notevolmente l’attività vegetativa delle piante di pomodoro, le quali vanno rapidamente in senescenza, incrementando la precocità e la concentrazione di maturazione dei frutti. Ciò consente di agevolare la pianificazione e le operazioni di raccolta. La dose d’impiego di prodotto commerciale (1,5-4 l/ha) varia in relazione allo sviluppo delle piante, allo stato sanitario della coltura, alle temperature e all’umidità medie giornaliere. La dose da applicare viene distribuita in una o due soluzioni, allorché la quota di bacche mature raggiunge il 30% circa.

Raccolta

Da oltre un decennio ormai nel Nord Italia il pomodoro da industria viene raccolto interamente a macchina. Per tale operazione vengono impiegate raccoglitrici di tipo trainato o semovente. Entrambe le tipologie presentano un pick-up che provvede al taglio delle piante a livello del terreno; tramite un elevatore le piante tagliate con i frutti ancora attaccati vengono convogliate a un battitore a raggi vibranti che provoca il distacco delle bacche. La massa verde, priva di frutti, viene quindi convogliata sulla parte posteriore della macchina e scaricata a terra. Le bacche, invece, vengono inviate, a mezzo di nastro elevatore, al piano di cernita, dove gli operatori addetti (6-8 nel caso delle raccoglitrici trainate) provvedono alla selezione del prodotto eliminando lo scarto (frutti verdi, marci, zollette di terra, parti di stelo). Le macchine trainate hanno una capacità operativa piuttosto contenuta (circa 80 t di pomodoro al giorno). Le raccoglitrici semoventi spesso sono dotate di avanzamento idrostatico, che consente la massima graduazione della velocità, e sono generalmente fornite di 4 ruote motrici sterzanti. In queste macchine la selezione del prodotto è affidata sempre più a sistemi elettronici automatici, i quali dopo aver individuato il colore delle bacche provvedono alla separazione dei frutti rossi da quelli verdi, con possibilità di regolare l’indirizzo delle bacche gialle verso l’una o l’altra categoria. Tali raccoglitrici, tecnologicamente molto avanzate, hanno una capacità operativa di 20-40 t/h e consentono di ridurre notevolmente la presenza dello scarto nel prodotto raccolto (<5%).

Trasporto e stoccaggio del pomodoro in fabbrica

La profonda evoluzione della pomodoricoltura da industria nel Nord Italia, nell’ultimo trentennio, ha interessato anche il sistema di trasporto del prodotto in fabbrica. Infatti, si è passati dall’impiego delle tradizionali cassette di legno (con capienza di 20-25 kg) ai cassoni da 4-5 q e infine al trasporto alla rinfusa su rimorchi o autocarri predisposti per lo scarico idraulico. Ambedue questi ultimi sistemi di trasporto consentono il grosso vantaggio di un risparmio di manodopera. D’altro canto, però, tali metodi di trasporto comportano pure degli svantaggi, prima di tutto con riguardo all’integrità dei frutti, che vengono sottoposti a una maggiore pressione di stivaggio. Per il contenimento dei danni provocati dal trasporto è necessario, innanzitutto, scegliere varietà a bacche sufficientemente consistenti, inoltre bisogna evitare che la raccolta intervenga in uno stadio troppo avanzato della maturazione dei frutti, infine acquista notevole rilievo il contenimento dello spessore dello strato dei frutti sui camion. Lo stoccaggio del prodotto in attesa della lavorazione, presso l’industria, può avvenire in due modi, entro gli stessi cassoni utilizzati per il trasporto (nel caso del trasporto in cassoni) o in apposite vasche d’acqua (piscine). Ovviamente, il trasporto alla rinfusa ha come conseguenza obbligata quella dello stoccaggio in piscina; è questa la soluzione attualmente adottata nella quasi totalità degli stabilimenti nel Nord Italia.


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