Volume: la fragola

Sezione: coltivazione

Capitolo: coltivazione fuori suolo

Autori: Philip Lieten

Introduzione

Attualmente la superficie destinata alla coltura fuori suolo della fragola in Europa occidentale è stimata intorno ai 1500 ettari, su una superficie fragolicola complessiva di circa 50.000 ettari. A partire dalla metà degli anni ’80 la fragolicoltura su substrato si è concentrata principalmente in Olanda e in Belgio (500 ettari), con impianti coltivati intensivamente tutto l’anno in serra, in tunnel o anche in campo aperto. Negli ultimi dieci anni questa tecnica si è diffusa anche in Europa centrale, soprattutto nel Regno Unito, Francia, Spagna e Italia settentrionale. In seguito alla messa al bando del bromuro di metile, utilizzato per la fumigazione dei terreni da destinare a fragoleto, la produzione fuori suolo di fragole ha avuto un forte sviluppo, soprattutto nel Sud della Francia (dai 70 ha del 1999 ai 365 ha del 2007) e in Spagna (circa 130 ha nel 2007). Il Telone® (1,3-dicloropropene), usato per trent’anni in Belgio e in Francia, dal 2010 è in corso di messa al bando in tutta la UE: ciò potrebbe portare i produttori delle colture tradizionali in suolo a investire maggiormente nelle coltivazioni fuori suolo.

Produzione di fragole

Vantaggi e svantaggi
I sistemi fuori suolo su substrato hanno suscitato grande interesse presso i fragolicoltori di grandi coltivazioni intensive in serra e in tunnel. Inizialmente la coltura fuori suolo era un’alternativa a quella in terreno, sempre più contaminato da Phytophthora spp., Verticillium spp. e nematodi. Con questa tecnica viene eliminato l’impiego degli erbicidi e l’uso degli agrofarmaci può essere ridotto al minimo in quanto i danni da marciumi, larve o altri insetti risultano più contenuti, inoltre, poiché le malattie dell’apparato radicale sono limitate, la disinfezione del suolo non è più necessaria. La coltura fuori suolo sotto strutture protette offre la possibilità di adottare la gestione dei metodi di difesa integrata. Utilizzando piante delle stesse varietà, messe a dimora in date successive, si può realizzare una continuità di fornitura di fragole, prolungandone la vendita sui mercati. Rispetto alle fragole importate e a quelle coltivate tradizionalmente, in molti Paesi le fragole fuori suolo commercializzate in appositi canali di vendita spuntano prezzi migliori. Le migliori condizioni operative della coltura fuori suolo attraggono più facilmente la forza lavoro e aumentano la velocità e la resa di raccolta. La produzione di fragole fuori stagione permette alle aziende di frazionare la forza lavoro su uno spazio di tempo più lungo, riducendo i periodi di punta della raccolta. I sistemi colturali fuori suolo consentono anche di aumentare la densità di piantagione, grazie alla quale è possibile incrementare la produttività e la redditività dei fragoleti anche se i costi annuali e di installazione sono più elevati rispetto a quelli delle colture tradizionali in suolo. Tra gli svantaggi legati a questa tecnica è da annoverare la minore presenza e la ridotta formazione di radici, a causa dei quali le piante su substrato sono più sensibili alla qualità dell’acqua, ai programmi di concimazione e alle variazioni di temperatura. Elevate temperature estive possono accelerare la crescita radicale e vegetativa delle piante che può influire sui rendimenti produttivi, riducendoli. Per contro, le piante coltivate in sacchi o in contenitori sono più suscettibili al gelo invernale perché sia le radici sia i germogli vengono direttamente esposti alle basse temperature. Nei climi temperati e più freddi è necessario proteggere le colture dal gelo mediante impianti di riscaldamento o coprendole con film di tessuto non tessuto o di polietilene. Dal momento che, durante la notte, il substrato si raffredda di più rispetto al suolo, la fioritura e la raccolta possono essere ritardate di 3-8 giorni. La consistenza e la conservabilità dei frutti possono essere influenzate dai programmi di fertilizzazione e dal regime d’irrigazione, come pure dalla temperatura e dall’umidità all’interno delle strutture protettive. Un problema tipico delle colture su substrato è la formazione di frutti fessurati, come conseguenza dell’eccesso d’irrigazione e di condizioni climatiche estreme (elevata umidità e salinità). A causa della presenza di radici più piccole, la concentrazione e la composizione della soluzione nutritiva hanno una influenza e un effetto maggiori sulle piante coltivate su substrato di quanto non ne abbiano sulle piante coltivate su suolo. La qualità dell’acqua è di grande importanza e la soluzione nutritiva deve essere oggetto di un attento e continuo controllo. Occorre utilizzare fonti d’acqua di buona qualità con un basso valore di salinità. L’eccesso di boro (B), zinco (Zn), cloro (Cl) e sodio (Na) nella soluzione nutritiva può limitare in modo drastico la crescita e la produttività delle piante. Il pH e le concentrazioni di altri elementi (Mn e Fe) della soluzione nutritiva devono essere correttamente regolati con attenzione al fine di ottenere i migliori risultati.

Sistemi fuori suolo

Coltura NFT (Nutrient Film Technique) o idroponica. La coltura in acqua fu utilizzata come strumento di ricerca già a fine ’800 in Germania e, durante la Seconda guerra mondiale, fu sviluppata negli Stati Uniti per la produzione di ortaggi. La tecnica NFT fu introdotta nel 1970 da Cooper nel Regno Unito, poi comunemente usata per la produzione di ortaggi e fiori. Nei primi anni ’80 il sistema NFT fu adattato alle piante di fragola in Belgio e in Olanda. Si tratta di una tecnica colturale nella quale le piante a radici nude vengono coltivate in acqua con una soluzione nutriente ricircolante, che fluisce ininterrottamente lungo canaline orizzontali larghe 18-22 cm. La soluzione nutritiva messa in circolo viene leggermente riscaldata a 20 °C e rinnovata ogni 2 o 3 settimane. Grazie all’installazione di canaline a mobilità alternata è possibile portare la densità delle piante fino a 15 per m2. Utilizzando il sistema NFT le operazioni di piantagione e di raccolta risultavano migliorate rispetto alla coltura tradizionale in suolo, tuttavia le infezioni da Phytophthora fragariae rappresentavano un rischio per la rapida diffusione a tutte le piante. Nei primi anni ’80, allo scopo di ridurre tali infezioni e di migliorare lo sviluppo delle radici, nelle canaline vennero collocate lastre di diversi materiali come lana di roccia e poliuretano, ma questa soluzione, pur molto costosa, non sempre era efficace. A quel tempo non esistevano metodi efficienti ed economici per la disinfezione della soluzione nutritiva ricircolante nel sistema NFT.

Coltura in sacchi. Le prime esperienze di colture fuori suolo su substrato contenuto in sacchi risalgono alla metà degli anni ’70 in Belgio e nel Regno Unito. A metà degli anni ’80 questa tecnica fu perfezionata in Olanda e in Belgio, e nel decennio successivo la coltura in sacchi di torba divenne il metodo colturale più diffuso in Europa centrale. I sacchi, in materiale plastico, contengono da 8 a 18 litri di una miscela di torba, fibra di cocco, corteccia di pino o perlite. A causa dei loro costi elevati e dei problemi posti dal loro smaltimento al termine del ciclo colturale, l’interesse verso questo tipo di coltura, in Olanda e in Belgio, è scesa al 15%. In altri Paesi europei, dove la legislazione ambientale in materia di smaltimento dei rifiuti plastici è meno rigida, l’impiego dei sacchi è superiore. Grazie ai limitati costi di trasporto, in quanto i sacchi sono facilmente compattabili, la coltura su sacco è piuttosto diffusa in Francia, Spagna, Italia e Regno Unito. Molto spesso si usano anche tavole di substrato disidratato, che vengono poi idratate al momento della loro utilizzazione in coltura.

Vasi e contenitori per la coltura fuori suolo. La coltura in vaso si è sviluppata a partire dalla metà degli anni ’80 e rappresenta tuttora la tecnica più comune in Belgio e Olanda. I vasi, in polietilene, sono alti circa 22 cm, larghi 20 cm e possono contenere 5-7 litri di substrato. Oggi si tende a utilizzare vasi più piccoli (4 litri) che vengono appesi o collocati su una struttura di sostegno. Negli anni ’80, in Australia e a Malta, fu sviluppata una variante di questa tecnica, che prevedeva l’impiego di piccoli vasi, da 1,5-2 litri, posizionati in appositi fori praticati in canaline di PVC. Dalla metà degli anni ’90 tale sistema ha incontrato un rinnovato interesse: le piantine di fragola vengono messe a dimora in vasi da 2 litri con un diametro medio di 15 cm, contenenti una miscela di substrato e disposti nelle canaline lasciando uno spazio vuoto di circa 4 cm dal fondo di ciascuna canalina per evitare che le radici entrino a contatto con le acque di drenaggio (e prevenire così le patologie radicali). I vantaggi di questa tecnica sono rappresentati dal risparmio sui costi del substrato e dalla possibilità di far ingrossare le piantine direttamente negli stessi vasi che vengono poi conservati nelle celle frigorifere (con conseguente riduzione della manodopera) fino al momento in cui si intende farle fruttificare (colture programmate). L’alto costo dei sacchi di torba e i problemi legati al loro smaltimento hanno suscitato nell’Europa settentrionale un rinnovato interesse verso la coltura in vaso o in vaschetta. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 sono stati introdotti altri tipi di contenitori rettangolari, solitamente realizzati in polietilene bianco, alti 15 cm, larghi 20, lunghi 50-60, in grado di contenere da 10 a 20 litri di substrato. Oggi questi contenitori rappresentano il 60% della produzione fuori suolo dell’Europa settentrionale.

Strutture di supporto

Sistemi orizzontali. In genere si utilizzano strutture di supporto orizzontali che possono essere appese, nelle serre o nei tunnel in plastica, o sostenute con apposite strutture fissate a terra, nei tunnel più piccoli o all’aperto nelle colture estive. Queste strutture sono realizzate in materiali diversi: tubi in ferro con o senza cavi, canaline e tubi in PVC (in Belgio, nel Regno Unito e in Olanda) o telai in ferro (in Francia, Spagna e Italia). Le strutture, appese o sostenute, di solito sono distanziate 1,2-1,3 m l’una dall’altra e poste a un’altezza di 1,2-1,5 m da terra.

Sistemi verticali e a forma di A. A cavallo tra gli anni ’60 e ’70, in Italia e in Belgio sono stati sperimentati i cosiddetti sistemi di tubi verticali. Le piante venivano collocate in cubi di lana di roccia e inserite all’interno di fori praticati in tubi verticali di PVC, consentendo un’elevata densità di piantagione (25-30 piante/m2). In Italia, in particolare, negli anni ’60 si è sperimentato l’uso di vasi impilati verticalmente. Recentemente sono in corso test con sistemi a piramide a forma di A, con 5 piani su cui vengono poste la piante a fruttificare. La densità è aumentata fino a 33-45 piante/m2 (10 piante per metro lineare). Nel Sud della Francia alcuni coltivatori hanno realizzato un sistema a gradini costituito da due strutture orizzontali disposte una sull’altra, così da ottenere una maggiore densità di piantagione.

Sistemi fuori suolo senza strutture di supporto. In tempi più recenti alcuni fragolicoltori belgi hanno messo a punto un sistema a terra preparato a macchina. Si tratta di un’alternativa a basso costo per i coltivatori che intendono trasformare i loro tradizionali campi di fragole in colture fuori suolo, senza investire in costose strutture di sostegno metalliche. La canalina fatta a macchina, larga 25 cm e profonda 15 cm, poggia su una prode di terreno ben baulato, alta da 10 a 30 cm e larga 60 cm. La prode è coperta da uno spesso film plastico e sul fondo della canalina è praticato un foro di drenaggio, poi coperto da un foglio di MyPex® (tessuto non tessuto) per evitare lo sviluppo di radici nel sistema di drenaggio. La canalina è riempita con un substrato di torba o fibra di cocco su cui saranno messe a dimora le piante. Questa tecnica funziona bene su terreni perfettamente livellati e ben baulati in prode da coltivare sotto tunnel. La durata di questi sistemi – che possono rientrare fra le alternative alla disinfezione del terreno – è stimata in 5-7 anni.

Substrati
In Europa il prodotto di base per la fragolicoltura fuori suolo è la torba. I vantaggi di questo substrato sono la sua elevata capacità di trattenere l’acqua, il suo basso contenuto di sostanze nutritive e di pH. La fibra di cocco oggi costituisce circa il 25% del mercato e viene usata talvolta come substrato puro, più spesso mescolata con torba. In Italia esiste una produzione naturale di perlite, il che spiega l’alta diffusione di questo substrato in alcune regioni. Malgrado consenta di ottenere buoni risultati, l’impiego della lana di roccia nella coltivazione delle fragole è molto limitato a causa delle difficoltà di radicazione delle piante e dei problemi di smaltimento che essa comporta in quanto non è biodegradabile e in alcuni Paesi le normative ambientali non permettono che venga interrata nel terreno. D’altra parte, per contrastare lo sfruttamento delle torbiere, sono allo studio altri substrati sostenibili composti di materiali organici quali le fibre di legno, il compost di corteccia di pino, sughero e tralci di vite, la polvere e le fibre di cocco, considerati fonti rinnovabili che non presentano problemi dal punto di vista ecologico. In Belgio e in Olanda il compost di giardino e di rifiuti di coltivazioni viene utilizzato su piccola scala come alternativa alla torba. Talvolta, però, questo tipo di compost può essere caratterizzato da scarsa porosità e da un elevato tenore di salinità. Il substrato di cocco è più aerato e trattiene meno l’acqua rispetto alla torba, ma ha il vantaggio di essere comprimibile in mattonelle e facilmente reidratabile, con un considerevole risparmio per il trasporto. Per contro, questo materiale può contenere alte concentrazioni di potassio (K), sodio (Na) e cloro (Cl), e determinare la fissazione di calcio (Ca), magnesio (Mg) e ferro (Fe), condizioni che possono comportare disseccamento dell’apice delle foglie, frutti di qualità inferiore e sintomi di carenza di ferro e di tossicità da sodio. Per questi motivi, prima della piantagione occorre lavare il substrato di cocco con una soluzione di calcio, magnesio e ferro. Molti substrati naturali possono contenere elevate fonti di carbonio soggette ad attività microbica, che può portare a un eccesso di azoto. I substrati organici dovrebbero essere compostati per un tempo abbastanza lungo e in alcuni casi pre-fertilizzati. La fibra di legno, oltre a possedere un’alta porosità, un basso potere tampone e un contenuto d’acqua facilmente utilizzabile, è caratterizzata da una rapida riduzione di volume e da un elevato contenuto di sostanza organica. Il compost di tralci di vite si distingue per l’alta capacità di scambio cationico (CSC). Allo stesso modo dei tralci, anche la corteccia di pino presenta un’alta porosità e una capacità piuttosto bassa di trattenere l’acqua, pertanto richiede frequenti irrigazioni. Qualora il substrato venga riutilizzato per un secondo ciclo di coltivazione sarà necessario sottoporlo a lavaggi con acqua per eliminare l’eccesso di sali. Le gelate invernali che congelano i substrati in torba ne migliorano le proprietà fisiche. Tuttavia la torba riutilizzata, specialmente nelle piantagioni estive, in genere riduce il vigore e la produttività delle piante dell’8-10%. Il riutilizzo delle miscele di cocco talvolta è più vantaggioso per via della loro composizione più stabile. Per concludere, a causa delle specifiche proprietà fisiche e chimiche di ogni tipo di substrato, dovranno essere adottati opportuni programmi di irrigazione e fertirrigazione in base al singolo substrato e al suo eventuale riutilizzo per successivi cicli colturali.

Nutrizione
L’acqua e i nutrienti vengono somministrati alle piante coltivate in fuori suolo mediante irrigazione a goccia. Di norma i concimi vengono forniti in soluzioni concentrate, poi diluite in un serbatoio di miscelazione o iniettate direttamente nei tubi d’irrigazione. Il pH della soluzione nutritiva viene mantenuto a un valore di 5,2-5,6 con apporti di acido nitrico o acido fosforico, mentre la conducibilità elettrica deve oscillare tra 1,2-1,8 mS/cm secondo la varietà, lo stadio di crescita delle piante e le condizioni climatiche. Una salinità eccessiva della soluzione nutritiva può causare necrosi del margine fogliare e stimolare il disseccamento delle foglie e dei fiori. Una conducibilità elettrica elevata può inoltre influenzare negativamente la crescita e la produttività delle piante, mentre un basso valore può ridurre la consistenza e la conservabilità dei frutti nonché causarne la fessurazione. Nella coltura su substrato le piante di fragola sono sensibili a concentrazioni eccessive di elementi minori, in particolare di ferro, boro e zinco. Per contro, una carenza di tali elementi può provocare il mancato sviluppo dei fiori o la malformazione dei frutti. Un aumento dei livelli di calcio diminuisce il tenore di acidità e aumenta la consistenza e la conservabilità dei frutti. Un assorbimento di calcio insufficiente dà luogo a fenomeni di disseccamento dei fiori e a frutti deformati o con semi troppo pronunciati. Elevati livelli di potassio possono causare un maggior contenuto di zuccheri e di acidi nei frutti. In generale nella soluzione nutritiva sono presenti ioni nella seguente misura: 7-10 mmol/l di nitrato (NO3–), 1-1,5 mmol/l di diidrogeno fosfato (H2PO4–), 1-1,5 mmol/l di solfato (SO4=), 4-6 mmol/l di potassio (K), 3,5-4,5 mmol/l di calcio (Ca), 1,25-1,5 mmol/l di magnesio (Mg), 10-20 μmol/l di ferro e manganese (Fe e Mn), 8 μmol/l di zinco (Zn), 10-15 μmol/l di boro (B), 0,75 μmol/l di rame (Cu) e 0,5 μmol/l di molibdeno (Mo). La soluzione nutritiva viene adattata in base alla fase di crescita delle piante, al tipo di substrato, ai valori di analisi delle acque e alla varietà da coltivare.

Soluzione percolata
Nella coltura su substrato la soluzione nutritiva è fornita tramite sistemi di irrigazione a goccia, avendo cura che la distribuzione sia uniforme per garantire un apporto sufficiente a tutte le piante. In questi sistemi fuori suolo il 25% circa del percolato va perso attraverso il drenaggio. Per una coltura primaverile di Elsanta sono necessari circa 2700 m3/ha di soluzione nutritiva, il che si traduce in circa 970 m3/ha di percolato. Una produzione precoce di serra di Gariguette richiede circa 2300 m3/ha di soluzione nutritiva, corrispondenti a circa 900 m3/ha di percolato. Il consumo annuale di soluzione nutritiva è di circa 5000 m3/ha per due cicli di coltivazione e di circa 8000 m3/ha per tre. Il contenuto dei nutrienti nelle acque di drenaggio dipende da molteplici fattori: il tipo di substrato, l’aggiunta di fertilizzanti al substrato prima della piantagione, la fase di crescita delle piante e le condizioni climatiche. In generale, nella soluzione percolata possono accumularsi magnesio, calcio e solfati in seguito allo scarso assorbimento di questi elementi bivalenti, soprattutto nelle fasi di fioritura e di fruttificazione. Durante la crescita vegetativa delle piante, il percolato contiene una concentrazione più elevata di potassio. Elementi minori, quali ferro, boro e manganese, vengono dissolti in misura inferiore; il rame forma dei complessi con la materia organica del substrato e si trova solo in concentrazioni molto basse nel percolato. Se al substrato si aggiungono fertilizzanti prima della piantagione, nelle prime otto settimane successive si registra un eccesso di percolamento, in particolare di solfati e potassio. Per i substrati organici (corteccia di pino, fibre di legno, compost di sughero ecc.), la conducibilità della soluzione percolata rimane di norma relativamente bassa, soprattutto per il livello di sodio. L’acqua di drenaggio del substrato di cocco spesso contiene concentrazioni minori di calcio e maggiori di potassio, cloro e sodio, mentre dalla lana di roccia si disciolgono maggiormente calcio, manganese, boro e in misura minore ferro. Un elevato drenaggio aumenta la lisciviazione di sodio, cloro, solfato e manganese in particolare. Nei periodi di alte temperature, elevata umidità e bassa traspirazione l’assorbimento di calcio da parte delle piante diminuisce, il che può tradursi in una maggiore quantità di questo elemento nel percolato.

Ricircolo della soluzione
A causa dei vincoli ambientali, in Europa c’è un maggiore controllo sulla qualità delle acque di drenaggio, in particolare per quanto riguarda nitrati, fosfati e solfati. Dal punto di vista ecologico i sistemi fuori suolo a ciclo chiuso possono essere considerati buone pratiche agrarie (GAP, Good Agrarian Practice), perché evitano l’inquinamento ambientale e consentono di risparmiare acqua. Ricorrendo al riutilizzo della soluzione ricircolante si può risparmiare fino al 25% dell’acqua e fino al 35% dei fertilizzanti, con indubbi vantaggi economici. In seguito alle leggi ambientali in Belgio e in Olanda, diversi sistemi fuori suolo a ciclo aperto sono stati convertiti in sistemi chiusi e molte nuove installazioni sono state progettate tenendo conto della raccolta e della riutilizzazione dell’acqua di drenaggio. La soluzione percolata proveniente da coltivazioni di fragole fuori suolo può essere riciclata o utilizzata per altre colture; generalmente possiede una conducibilità elettrica di 1,5-2,5 mS/cm, da analizzare ed eventualmente diluire prima di essere riutilizzata, in modo da ottenere livelli accettabili di elementi chimici. Solitamente quasi tutti gli elementi sono disponibili in quantità sufficiente: abitualmente si ritrovano quantità adeguate di calcio e magnesio anche dopo la diluizione, mentre fosforo, potassio e nitrato devono essere aggiunti. Se al substrato sono stati aggiunti fertilizzanti prima della piantagione, durante le prime sei settimane del ciclo di produzione i valori di solfato, ferro e boro potranno raggiungere i livelli massimi di tolleranza. Il pH della soluzione percolata generalmente supera di una unità quello del substrato, e occorre aggiungere acido nitrico o acido fosforico per abbassarne il valore nella soluzione da ricircolare. Durante la fase di crescita vegetativa delle piante si può aggiungere azoto ammoniacale per diminuire il pH del substrato. Contenuti eccessivi di sodio, solfato, cloro e boro limitano la qualità dell’acqua, al punto da non consentire il ricircolo del percolato. Prima di disperdere la soluzione percolata nell’ambiente l’acqua deve essere purificata mediante biofiltrazione. In diversi Paesi, per eliminare le sostanze inquinanti e nutritive in eccesso dalle acque reflue delle colture fuori suolo, si utilizzano colonne filtranti a flusso verticale o sistemi a flusso superficiale. In vasche appositamente costruite, le piante di palude (Phragmites australis, Typha sp., Iris pseudoacorus ecc.) e i microrganismi svolgono un ruolo attivo nell’assimilare azoto, fosforo e altre sostanze nutritive dalle acque reflue.

Disinfezione del percolato
Il riciclaggio comporta rischi di diffusione di malattie fungine (Phytophthora fragariae, Fusarium, Verticillium), batteriche (Xanthomonas) e da nematodi che possono facilmente provocare perdite di prodotto. Nei sistemi a circolo chiuso la soluzione percolata deve essere disinfettata prima del riutilizzo. In Europa la maggior parte dei fungicidi non è registrata per l’applicazione nelle acque di irrigazione. I metodi di sterilizzazione più comuni impiegabili in orticoltura sono l’applicazione di radiazioni ultraviolette, la filtrazione lenta con sabbia e quella con lava e lana di roccia. In Belgio, Svizzera, Spagna, Regno Unito e Francia si stanno sperimentando sistemi di disinfezione alternativi. I fragolicoltori ottengono buoni risultati con la filtrazione lenta con sabbia per il trattamento di soluzioni percolate contaminate da Phytophthora cactorum. Questa tecnica è valida per gli ortaggi e i fiori, grazie a una notevole flessibilità in termini di dimensioni, di semplicità, affidabilità e di costi d’installazione relativamente bassi. L’impiego di raggi UV con lampade a vapori di mercurio che emettono principalmente a una lunghezza d’onda di 254 nm UV-C può essere un altro metodo efficace e poco costoso. Un’irradiazione di 100 mJ/ cm2 è efficace contro Phytiaceae, Fusarium, nematodi e batteri, mentre per controllare i funghi del genere Verticillium è necessaria un’intensità di 600 mJ/cm2. Per le fragole coltivate su substrati di torba è possibile ottenere buoni risultati, ma è essenziale filtrare il percolato prima di sottoporlo a radiazioni. La sterilizzazione con raggi UV-C rende inattivi i chelati di ferro, che precipitano.

Vivai di fragole su substrato

In Europa centrale si è fatto uso di piante prodotte su substrato in contenitore per oltre 25 anni e numerosi sono i vantaggi rispetto alle piante di fragola moltiplicate in suolo. Nel fuori suolo è ridotto al minimo il rischio di infezioni, e la nutrizione delle piante può essere interamente controllata. Le piante tray plant (TP) sono facilmente movimentabili in caso di gelo e di pioggia. L’apparato radicale resta sempre integro e più completo rispetto a quello delle piante a radice nuda prodotte in suolo. Ciò migliora la conservabilità e la capacità di ripresa delle piante dopo un lungo periodo di conservazione in celle frigorifere. In Europa, nell’ultimo decennio, la coltivazione di piantine in contenitori è diventata un elemento importante dei sistemi di coltivazione. In base alle dimensioni del tray (contenitore) e all’età delle piante vengono usati i termini di plug plant (cime radicate) e di tray plant.

Produzione di stoloni su substrato
Come piante madri si usano quelle certificate, messe a dimora in marzo in sacchi o contenitori ripieni di un substrato di torba, tal quale o miscelata con fibra di cocco. Le piante madri possono essere coltivate sotto tunnel o in serre, tuttavia è più comune produrre gli stoloni all’aperto per ridurre i costi, su sistemi orizzontali o verticali. La nutrizione viene fornita mediante irrigazione a goccia.

Sistemi verticali. Il sistema verticale è costituito da una struttura di sostegno alta circa 1,5 m sulla quale vengono disposti i contenitori o i sacchi, di solito a una distanza interfilare di 1,2-1,5 m: gli stoloni risultano sospesi e non vengono a contatto con il suolo. L’inconveniente di questo sistema è che, a causa del vento e della bassa umidità, gli stoloni presentano pochi abbozzi radicali rendendo, di fatto, la loro radicazione più lenta e meno efficace. Inoltre, poiché gli stoloni sono sospesi assumendo una forma un po’ piegata (per cercare la luce solare), rendono più difficoltoso fare radicare le piantine nei tray in modo eretto. Per di più, gli stoloni sospesi possono farsi ombra l’uno con l’altro e, a causa di questo trattamento di fotoperiodo breve accidentale, non è raro che in alcune tray plant possa apparire già a ottobre o novembre una prima infiorescenza che va quindi sprecata.

Sistemi orizzontali. Quasi tutti i fragolicoltori preferiscono produrre gli stoloni utilizzando un sistema orizzontale, nel quale i sacchi o i contenitori sono disposti su prode di terreno rialzate e ben drenate, e dove la distanza interfilare è generalmente di 1,5 m. La copertura del terreno con film plastico evita che gli stoloni vengano a contatto col terreno e quindi siano soggetti a patologie radicali. Di solito si mettono a dimora 2 o 3 piante madri per contenitore o sacco, con una densità di 3-4 piante/m2. In aprile si asportano le infiorescenze prodotte dalle piante madri in modo da favorire la formazione di stoloni. Tra i filari va posto uno strato di paglia al fine di trattenere l’umidità stimolando così lo sviluppo degli abbozzi radicali sugli stoloni. Per la varietà Elsanta, da ogni pianta madre si ricavano solitamente da 12 a 20 piantine da porre successivamente in radicazione nei tray.

Dagli stoloni alle piantine

Tray (contenitori alveolati). Per le piante di fragola sono stati sviluppati vari tipi di tray (contenitori alveolati) di diversi materiali: polistirene (PS o polistirolo), polietilene (PE o polietene) e polipropilene (PP o polipropene). Il materiale sembra avere un’importanza di modesta entità nella radicazione e nella crescita delle piantine di fragola, ma influisce sulla durata e sul costo dei tray. Le piantine di fragola prodotte in polistirene sono più sensibili ai danni da gelo poiché non beneficiano dell’irradiamento del terreno. La durata del polistirene varia da 3 a 5 anni, in base alla densità del materiale; quella del polipropilene si aggira tra i 7 e i 10 anni, mentre quella del polietilene solitamente non va oltre i 2-3 anni. Il colore dei tray ha effetto sulla temperatura della torba, che a sua volta può influenzare la crescita e lo sviluppo delle radici. Le piante di fragola nei tray bianchi talvolta risultano più compatte, grazie alle temperature più basse, rispetto a quelle prodotte nei tray neri. La base dei contenitori dista circa 3 cm da terra, in modo da evitare il contatto delle piantine con il suolo e con l’acqua di drenaggio.

Substrato. Come substrato da mettere negli alveoli dei tray si preferisce adottare una miscela con una bassa percentuale di torba nera e un’alta percentuale di torba di sfagno. Al fine di garantire una buona radicazione delle piantine, il substrato, sia di torba sia di cocco, non deve essere di natura fibrosa, ma ben saturo e compatto. Spesso la torba nera pura provoca uno sviluppo ridotto delle radici e maggiore incidenza delle malattie radicali. I tray possono essere riempiti di substrato meccanicamente (circa 700/ora).

Plug plant (cime radicate). A partire dagli anni ’80 si utilizzano contenitori alveolati appositamente progettati per la fragola. Le cime degli stoloni vengono trapiantate nei tray (una per ogni alveolo) dalla fine di maggio alla fine di luglio. Le cime, pronte dopo aver sviluppato l’apparato radicale in circa sei settimane dal trapianto, vengono messe a dimora in agosto nei campi di produzione all’aperto (in alternativa agli impianti di piante fresche a radice nuda). Recentemente negli Stati Uniti è stata introdotta questa tipologia di piante sia per le varietà unifere (brevidiurne) sia per le rifiorenti (neutrodiurne). Nei tray le dimensioni di ogni alveolo variano di norma da 100 a 150 cc per le cultivar unifere e arrivano fino a 200 cc per quelle rifiorenti. Queste ultime varietà vengono solitamente trapiantate nei fragoleti dopo il 20 agosto al fine di evitare un’eccessiva intensità di fioritura nella primavera successiva.

Tray plant (TP). Le cime degli stoloni di varietà rifiorenti vengono trapiantate negli alveoli dei tray a luglio. Le piante TP vengono mantenute nei tray fino alla fine di novembre o agli inizi di dicembre, quando vengono poste in celle frigorifere. A causa del lungo periodo di accrescimento (4-5 mesi) gli alveoli (a forma di coppa conica) contengono un volume di substrato di circa 280 cc (profondità 9 cm, diametro 8 cm). I tray, larghi 20 cm e lunghi 60 cm o 1 m, contengono rispettivamente 8-9 o 15-16 alveoli. I trapianti precoci spesso danno luogo a piante con numerosi germogli che produrranno un eccessivo numero di frutti. Per contro, le cime messe in radicazione nei tray dopo il 5 agosto non attecchiscono bene e rimangono poco sviluppate, con una ridotta capacità produttiva. Queste piante frigoconservate TP vengono usate per la coltivazione ritardata in serra o in tunnel per produrre frutti da settembre a gennaio. Esse rappresentano un’alternativa alle piante frigoconservate WB (Waiting Bed), o A+. Si stima che in Belgio e in Olanda il 90% del materiale utilizzato per il raccolto autunnale in tunnel e in serre riscaldate sia costituito da piante TP. Questo tipo di pianta sta guadagnando una notevole popolarità anche in altri Paesi europei, come Francia, Regno Unito, Italia e Germania. Le piante TP producono frutti del 10-20% più grossi rispetto alle piante a radice nuda (WB); poiché il loro sviluppo vegetativo procede più lentamente, le piante TP hanno un più ampio apparato fogliare e la raccolta è ritardata di 3-5 giorni. I costi di raccolta sono più bassi perché possono essere raccolti più frutti; infatti, un operatore può raccogliere circa 20 kg/ora dalle piante TP contro i 12-15 kg/ora delle piante WB.

Trapianto degli stoloni

Preparazione delle piantine. I filamenti stoloniferi vengono raccolti dalle piante madri la mattina, poi suddivisi e preparati per il trapianto. La piantina ideale formatasi lungo il filamento stolonifero è quella di medie dimensioni, con abbozzi radicali ben visibili, preferibilmente di lunghezza da 0,5 a 1 cm; le cime degli stoloni prive di abbozzi radicali non vengono utilizzate. A ogni piantina va lasciato un pezzetto di stolone di circa 1,5-2 cm, così da poterla fissare nel substrato di torba fino a quando non si sviluppano le radici. In genere le piantine si trapiantano nei tray la sera dello stesso giorno di asportazione degli stoloni, ma possono essere anche conservate in frigorifero ( 1÷5 °C) per un paio di giorni: in questa condizione gli abbozzi radicali iniziano a sviluppare le radici e le piante rimangono fresche senza appassire. La dimensione delle piantine da radicare non ha quasi nessuna influenza sulla produttività finale delle piante TP, mentre può incidere sul tasso di sopravvivenza delle piantine in fase di radicazione. Le prime piantine del filamento stolonifero (le più grosse) tendono a sviluppare poche nuove radici e quindi a essere soggette a mortalità. Inoltre, le piantine troppo piccole (più giovani) possono avere una scarsa sopravvivenza se non hanno sufficienti abbozzi radicali. L’asportazione delle foglie riduce il tasso di sopravvivenza delle piantine durante la fase di radicazione e comunque comporta un ritardo di diversi giorni nella crescita nonché una riduzione del diametro finale della corona della pianta e del suo rendimento produttivo potenziale. Tuttavia lasciare tutte le foglie alle piantine da radicare può causare uno squilibrio tra radici e foglie, altra condizione che diminuisce il tasso di sopravvivenza. È dunque preferibile lasciare due o tre foglie a ogni piantina, eliminando solo le foglie molto lunghe o danneggiate. La resa oraria di questa operazione è di 600-700 piantine e in genere è possibile trapiantare nei tray 500 piantine per persona.

Trapianto. Le piantine da radicare possono essere trapiantate nei tray in serra o sotto tunnel di plastica, ma poi vengono di solito coltivate in campo aperto ben livellato e ben drenato, coperto con plastica e con un foglio di tessuto non tessuto (TNT). I tray vengono disposti in file con una spaziatura interfilare di 20-25 cm, necessaria per le operazioni di passaggio, per la rimozione di nuovi stoloni e il trapianto di eventuali fallanze. In pratica, una densità di 30-35 piante/m2 è considerata ottimale per la radicazione e lo sviluppo di piante di qualità. Nella fase di induzione a fiore e di differenziazione delle gemme – in autunno – la densità può avere un’influenza decisiva sul diametro della corona e sulla capacità produttiva delle piante TP. In passato, sono state condotte prove con piante ottenute con varie densità di piantagione – da 32 fino a 215 piante/m2 − utilizzando tray di 8-40 alveoli ognuno. È stato osservato che un aumento della densità da 32 a 64 piante/m2 riduce la produzione dei frutti di oltre il 10%, mentre la densità di 215 piante/m2 riduce la capacità produttiva del 30%. A fronte del calo produttivo si è sempre osservato un aumento delle dimensioni dei frutti. Le piantine da radicare sono inserite e fissate nel substrato con un pezzetto di stolone attaccato. Il fissaggio avviene posizionando le foglie verso il centro del tray. La produzione di nuovi stoloni da queste piantine sarà diretta verso l’esterno del tray e potrà così essere rimossa facilmente. Nei primi 10-14 giorni dopo il trapianto delle piantine nei tray è fondamentale garantire costantemente un’umidità del 90-100% per evitare che le piantine si disidratino e per favorire lo sviluppo radicale. L’impianto idrico di nebulizzazione va programmato per numerosi interventi giornalieri. In alternativa le piantine possono essere coperte con un film di plastica bianca (spessa 50-70 μ) per due settimane. Con temperature elevate la radicazione risulta accelerata, tuttavia è necessaria, come minimo, una temperatura di 20 °C per favorire lo sviluppo rapido delle radici. Non appena le piante nei tray sono sufficientemente radicate possono essere alimentate da un sistema di irrigatori di piccole dimensioni (sprinkler). Secondo la fase di sviluppo delle piante e le condizioni meteorologiche, la frequenza degli interventi irrigui varia da 5 a 25 volte al giorno. Alle piante TP viene somministrata una soluzione standard di sostanze nutritive, mantenendo una conducibilità elettrica di 1,2-1,4 EC (mS/cm a 25 °C). Valori di conducibilità più bassi di 0,4-0,8 EC fanno diminuire la crescita vegetativa e il diametro della corona delle piante. Tuttavia, bassi livelli di nutrienti durante il periodo di induzione e differenziazione fiorale riducono al minimo la percentuale di frutti malformati. Valori più elevati, dell’ordine di 1,8-2,0 EC, promuovono lo sviluppo vegetativo e della corona, che comporta un maggior numero di frutti. L’aggiunta di nitrato d’ammonio alla soluzione nutritiva contribuisce a migliorare la crescita vegetativa, il diametro della corona e incrementa quindi la capacità produttiva delle piante.

Conservazione delle piante TP
I nuovi stoloni emessi dalle piante TP in radicazione vengono asportati in genere con due interventi, uno all’inizio di settembre e l’altro in ottobre, utilizzando un tosaerba appositamente progettato. Non appena le piante entrano in dormienza – vale a dire quando hanno ricevuto una buona quantità di ore di freddo invernale e hanno accumulato sufficienti carboidrati – possono essere conservate per lunghi periodi. In genere le piante TP restano in campo nei tray sino a fine novembre-metà dicembre, per poi essere conservate in celle frigorifere. Le piante vengono tolte dai tray, confezionate dentro sacchetti di polietilene (spessi 30 μ) e imballate in casse. La temperatura di conservazione va mantenuta a –1,5 °C. Prima delle fasi di confezionamento si esegue un trattamento fungicida preventivo, necessario perché durante la frigoconservazione le piante TP sono a rischio di infezione da Rhizoctonia e Botrytis a livello della corona.

 


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