Volume: il pomodoro

Sezione: coltivazione

Capitolo: coltivazione fuori suolo

Autori: Angelo Parente, Salvino Leoni

Introduzione

I sistemi di coltivazioni senza suolo o “idroponici” rappresentano un’alternativa alla coltivazione delle piante nel terreno. Con queste tecniche, che possono o meno prevedere l’utilizzazione di un substrato (tra i più comuni: perlite, lana di roccia, pomice, torba, fibra di cocco, da soli o in miscuglio), i nutrienti necessari alla crescita dei vegetali vengono veicolati con l’acqua (soluzione nutritiva). Salvo casi particolari, si tratta di coltivazioni realizzate in ambiente protetto, con tecnologia e investimenti di capitali elevati. Consentono però produzioni più alte rispetto a quelle che si ottengono su terreno, utilizzano con maggiore efficienza acqua, elementi nutritivi e spazio e, opportunamente gestite, possono presentare un impatto ambientale molto più basso. Ai sistemi senza suolo vengono ascritti numerosi vantaggi riconducibili alle migliori condizioni climatiche in cui le piante sono allevate, al loro migliore stato fitosanitario e all’apporto ottimale, rispetto alle esigenze, di acqua ed elementi nutritivi. Limitando l’elenco solo ai principali, i sistemi senza suolo consentono: – di coltivare anche in presenza di suoli marginali o non idonei alla normale coltivazione (infetti, contaminati, con caratteristiche fisico-chimiche scadenti); – di ottimizzare l’utilizzazione dello spazio in serra; – di aumentare l’efficienza d’uso di acqua e fertilizzanti, connessa con la possibilità di calibrare con precisione il momento dell’intervento irriguo, la quantità di soluzione nutritiva da distribuire, la concentrazione e i rapporti tra i diversi elementi nutritivi in funzione dello stadio fenologico della pianta. L’insieme di questi fattori porta a una maggiore uniformità e precocità di produzione, oltre che all’incremento della produzione stessa. Ovviamente, i sistemi idroponici presentano anche alcune criticità che vanno attentamente valutate per evitare di commettere errori grossolani che porterebbero al fallimento della coltivazione. Oltre agli elevati costi iniziali di investimento, infatti, richiedono personale specializzato e sono più esposti alla diffusione di patogeni per cui necessitano del rispetto di elementari norme igieniche all’interno dell’apprestamento.

Sistemi di coltivazione senza suolo

Uno dei criteri di classificazione dei sistemi senza suolo si basa sulla possibilità di riutilizzare o meno la soluzione nutritiva. Da questo punto di vista si distinguono: sistemi a ciclo aperto e sistemi a ciclo chiuso.

Sistemi a ciclo aperto. Sono tra i più diffusi perché più semplici da gestire in quanto la soluzione nutritiva non viene recuperata dopo la somministrazione alla coltura. Prevedono la coltivazione delle piante su un opportuno substrato, contenuto in vasi o in sacchi di polietilene, e la distribuzione della soluzione nutritiva tramite gocciolatori. La preparazione della soluzione nutritiva e la sua erogazione possono essere automatizzate. In questi ultimi anni la sostenibilità ambientale dei sistemi a ciclo aperto è però stata messa in discussione, perché per evitare l’accumulo di sali nel substrato, che potrebbero interferire negativamente con l’accrescimento della pianta, si ricorre a frazioni elevate di drenato (rapporto percentuale tra la quantità di soluzione che fuoriesce dalla unità di coltivazione e quella erogata nell’unità di tempo) che, a seconda della specie e dello stadio fenologico, possono variare tra il 20 e il 50%. Frazioni di drenaggio così elevate comportano perdite di acqua ed elementi nutritivi anche molto alte nelle condizioni tipiche del Bacino del Mediterraneo. Nei Paesi dove la coltivazione senza suolo è più diffusa, come per es. l’Olanda, si è assistito a una progressiva limitazione di questa modalità di gestione delle coltivazioni senza suolo a favore dei sistemi a “ciclo chiuso”, che riutilizzando la soluzione nutritiva, rilasciano nell’ambiente soltanto minime quantità di reflui.

Sistemi a ciclo chiuso. In questo caso la soluzione nutritiva distribuita in eccesso viene recuperata e riutilizzata nelle fertirrigazioni successive. Possono essere ulteriormente distinti in “sistemi continui”, quando la soluzione nutritiva viene riutilizzata per tutta la durata del ciclo colturale, e “discontinui”, quando, invece, la soluzione viene periodicamente sostituita con soluzione di nuova preparazione. Il principale vantaggio dei sistemi a ciclo chiuso è rappresentato dalla maggiore efficienza d’uso di acqua e fertilizzanti, che si traduce in consumi minori e, quindi, nel minore impatto ambientale, legato anche all’assenza di rilascio nell’ambiente di sostanze potenzialmente inquinanti (sali fertilizzanti, in particolare). Il risparmio di risorsa idrica, inoltre, assume particolare importanza nei paesi del Mediterraneo caratterizzati da limitate disponibilità di acqua di buona qualità per uso irriguo. L’adozione del ciclo chiuso, però, rende più complessa la gestione del sistema, perché l’assorbimento selettivo degli elementi nutritivi da parte delle piante comporta la riduzione della quantità di ioni utili nella soluzione (quali l’azoto) e l’accumulo di ioni poco assorbiti dalla pianta (soprattutto sodio, cloro e zolfo). In generale, l’acqua di partenza condiziona la riutilizzazione della soluzione nutritiva: acque di buona qualità non comportano grossi vincoli, mentre il ricircolo è problematico quando la conducibilità elettrica dell’acqua di partenza supera 1 dS/m. Altre criticità dei sistemi a ciclo chiuso sono rappresentate dall’accumulo di essudati radicali a livello delle radici e dalla maggiore esposizione delle piante alla proliferazione di patogeni dell’apparato radicale, ragion per cui è buona norma prevedere sistemi di disinfezione della soluzione nutritiva. Tra i principali sistemi a ciclo chiuso utilizzati nella coltivazione del pomodoro si ricordano l’NFT (Nutrient Film Technique) e la subirrigazione.

Soluzione nutritiva

Per la crescita e la produzione, le piante richiedono 16 elementi minerali: carbonio (C), idrogeno (H), ossigeno (O), forniti dall’aria o dall’acqua, azoto (N), fosforo (P), potassio (K), calcio (Ca), zolfo (S), ferro (Fe), magnesio (Mg), boro (B), manganese (Mn), rame (Cu), zinco (Zn), molibdeno (Mo) e cloro (Cl) che devono essere forniti con i fertilizzanti. Altri elementi non essenziali, quali silicio (Si), sodio (Na) e selenio (Se), possono essere aggiunti alla soluzione nutritiva per particolari scopi. In letteratura si possono reperire numerose “ricette” nutritive anche riferite a una stessa specie. La capacità delle piante di assorbire gli ioni minerali secondo rapporti funzionali alle proprie esigenze consentirebbe di definire una soluzione nutritiva “universale” con un rapporto pari a 60:5:35 tra NO3–, H2PO4– e SO42–, rispettivamente, e 35:45:20 tra K+, Ca2+ e Mg2+ (espressi in milliequivalenti). Il rapporto di ciascun ione, comunque, può variare anche sensibilmente all’interno di un intervallo abbastanza ampio. In realtà, numerose sono le variabili coinvolte nella formulazione della soluzione nutritiva tanto che non esiste una formula generale. Le principali sono: – cultivar e forma di allevamento. Per esempio, le cultivar di pomodoro ciliegino, caratterizzate da notevole vigoria, richiedono quantità minori di N, soprattutto nelle prime fasi vegetative, così come l’allevamento a più branche comporta l’adozione di una soluzione nutritiva diversa rispetto alla forma di allevamento monostelo; – stadio di crescita della coltura. La soluzione nutritiva dovrebbe avere rapporti tra i nutrienti pari a quelli con cui sono assorbiti dalla pianta. Tali rapporti possono modificarsi soprattutto quando la durata del ciclo colturale è piuttosto lunga. Nel pomodoro, quando il primo palco è in fiore il rapporto tra K+ e N deve essere di 1,2:1. Quando però la fioritura raggiunge il nono palco fiorale, il rapporto aumenta e può raggiungere anche 2,5:1. Questo perché la richiesta di K+ aumenta in proporzione alla carica di frutti: circa il 70% del K+ assorbito, infatti, si trova nei frutti. La corretta nutrizione minerale consente di aumentare la produzione, migliorando spesso le caratteristiche qualitative. Sempre per il pomodoro, con l’aumentare della concentrazione di K+ nella soluzione nutritiva la produzione aumenta fino a raggiungere il massimo in corrispondenza di 150 mg/l e poi, per dosi crescenti, diminuisce ma la colorazione delle bacche migliora nettamente. Nella pratica, la formulazione dei nutrienti viene modificata in funzione dello stadio fenologico della pianta. Nel caso del pomodoro di solito si utilizzano almeno tre ricette; – ciclo colturale. Per migliorare la nutrizione delle piante sulla base delle condizioni ambientali si può aumentare la conducibilità elettrica della soluzione nutritiva durante condizioni di radiazione solare bassa. Anche il rapporto K+/N è importante: durante il periodo primaverile-estivo, con elevata radiazione e molte ore di sole, la pianta ha bisogno di più N e meno K+ rispetto all’inverno, con giornate corte e buie. È comune quindi aumentare il rapporto K+/N durante l’inverno; – sistema senza suolo utilizzato. La tipologia di sistema utilizzato condiziona la formulazione della soluzione nutritiva. A parità di specie, la concentrazione degli elementi nutritivi è più alta quando la soluzione viene distribuita dall’alto (per esempio nei sistemi con gocciolatori) rispetto a quando è distribuita dal basso (subirrigazione), poiché in quest’ultimo caso non c’è l’effetto dilavante e i sali si concentrano nel substrato per risalita capillare. Con l’NFT le piante tollerano livelli di nutrienti molto più bassi rispetto ad altri sistemi in quanto gli ioni asportati dalle radici sono ripristinati in continuo. Le soluzioni nutritive per i sistemi di allevamento a ciclo chiuso hanno quindi una concentrazione ionica inferiore in confronto alle soluzioni nutritive utilizzate nei sistemi a ciclo aperto.

Substrati di coltivazione

Nelle coltivazioni senza suolo una delle scelte fondamentali che operatori e tecnici devono compiere riguarda l’individuazione del substrato di coltivazione. Un qualsiasi materiale per essere utilizzato a tale scopo deve essere in grado di sostenere la pianta, fornire aria, acqua e nutrienti alle radici ed essere esente da patogeni o sostanze fitotossiche. Non esiste un substrato universale, valido in tutte le situazioni di coltivazione, ma è opportuno esaminare le caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, dei singoli materiali in modo da effettuare la scelta corretta. Caratteristiche fisiche Le principali sono: – Porosità: è determinata dal volume complessivo dei pori presenti nella massa del substrato che possono essere riempiti da acqua o aria. Un buon mezzo di coltura deve essere in grado di garantire un’aerazione sufficiente per le radici. In un substrato ideale la porosità totale dovrebbe raggiungere almeno l’85% del volume. In generale, i substrati minerali granulari (perlite per es.) presentano un’elevata capacità per l’aria e drenano con facilità, trattenendo poca acqua; i substrati fibrosi (come torba, lana di roccia, fibra di cocco) tendono a presentare una porosità libera relativamente ridotta ed elevata capacità di ritenzione idrica. – Densità apparente: esprime il peso del substrato secco riferito all’unità di volume apparente. I valori ottimali oscillano tra 400 e 500 g/l. Vi è una correlazione diretta tra densità e porosità espressa con la formula: P = 98 – 36,2 d (dove P e d rappresentano, rispettivamente, porosità e densità). La densità apparente influenza le caratteristiche idriche del substrato, l’aerazione, la porosità, l’ancoraggio dell’apparato radicale, la stabilità del contenitore, la facilità di trasporto. – Capacità di ritenzione idrica: cioè la quantità di acqua che permane nel substrato, in precedenza saturato, dopo lo sgocciolamento. – Curva di ritenzione idrica: è specifica per ciascun materiale, e rappresenta la relazione che lega la “forza” con cui l’acqua è trattenuta dal materiale (tensione) al suo contenuto in acqua. La curva di ritenzione dipende dalla presenza di macro e micropori al suo interno. Convenzionalmente, sulla curva si identificano tre punti caratteristici: – acqua facilmente disponibile: è la percentuale del volume di acqua che il substrato rilascia nell’intervallo di tensione da 1 a 5 kPa e rappresenta la quantità di acqua che la pianta può assumere con il minimo dispendio di energia; – acqua di riserva: è il volume di acqua che il substrato rilascia nell’intervallo da 5 a 10 kPa. Rappresenta la quantità di acqua che la pianta può assumere (quindi ancora “disponibile”) ma con un impegno energetico maggiore. La somma dei due valori precedenti determina il volume di acqua utilizzabile, cioè la quantità di acqua che le piante hanno a disposizione per le proprie esigenze idriche. Oltre 10 kPa il volume di acqua presente è acqua non utilizzabile; – capacità per l’aria: è la percentuale del volume occupato dall’aria alla tensione 1 kPa. Un adeguato contenuto di ossigeno nel mezzo di coltivazione è indispensabile per l’attività metabolica delle radici. La capacità di ritenzione idrica di un substrato varia non solo in funzione delle caratteristiche intrinseche ma anche con l’altezza del contenitore in cui è contenuto. In generale, a parità di substrato, minore è l’altezza del contenitore, maggiore è la frazione di porosità occupata dall’acqua e minore quella occupata dall’aria.

Caratteristiche chimiche

Tra le principali caratteristiche chimiche dei substrati rivestono una particolare importanza il pH e la conducibilità elettrica, anche perché sono caratteristiche facilmente misurabili in azienda. Il pH influenza la disponibilità degli elementi nutritivi per le piante. La maggior parte degli elementi nutritivi presenta la massima disponibilità in corrispondenza di valori compresi tra 5,5 e 6,0. È buona norma, quindi, controllare spesso durante la coltivazione questo parametro nel substrato in quanto tende a salire a causa dell’uso di acque di irrigazione ricche di carbonati e bicarbonati di calcio e magnesio. La conducibilità elettrica misura la quantità totale di sali presenti nel substrato e rappresenta l’altro parametro da monitorare sia all’inizio, per valutare l’utilizzazione di alcuni lotti di substrati organici che possono presentare elevate quantità iniziali di sali solubili (in particolare compost, fibra di cocco, posidonia), sia durante il ciclo colturale. Può capitare, infatti, di trovare in commercio compost con livelli di conducibilità elettrica così elevati da risultare incompatibili con la coltivazione di molti vegetali. Un altro parametro che va valutato, per i substrati organici, è il rapporto C/N, che fornisce indicazioni circa la stabilità e maturità della sostanza organica. La fibra di cocco, per es., può presentare un elevato C/N responsabile di processi che portano nel corso del ciclo colturale alla sottrazione di azoto nei confronti delle piante.

Caratteristiche biologiche

Riguardano soprattutto le condizioni di sterilità del materiale e di stabilità della sostanza organica. Mentre per i materiali derivati da processi industriali (perlite, lana di roccia, vermiculite) vi sono garanzie di sanità in virtù dei trattamenti termici subiti durante il ciclo di lavorazione, per molti substrati di origine naturale (terricci di foglie, compost, torba ecc.) la possibile presenza di patogeni e/o sostanze fitotossiche rappresenta un problema reale e può limitarne l’utilizzazione per cui è bene accertarne preventivamente l’assenza, eseguendo dei semplici saggi biologici. Questi consistono nel porre il substrato in vaso e nel coltivare una specie idonea (per esempio crescione) oppure, più rapidamente, nell’imbibire con l’estratto acquoso, puro o diluito, ottenuto dal substrato la carta assorbente posta nelle piastre Petri su cui vengono fatti germinare semi di crescione.

Come programmare la fertirrigazione

Riuscire a ottimizzare la fertirrigazione significa massimizzare la crescita e la produzione delle piante ma anche ottenere prodotti di qualità elevata. Per riuscirci bisogna definire in modo preciso due parametri: la frequenza degli interventi fertirrigui e la quantità di acqua da distribuire per ciascuno di essi. La programmazione con temporizzatori, anche se molto semplice, avviene su base empirica ed è svincolata dalle reali richieste evapotraspirative dell’ambiente di coltivazione per cui è necessaria la continua presenza dell’operatore per adeguarne di volta in volta i settaggi. Un altro modo, spesso abbinato al precedente, di gestire la fertirrigazione consiste nella misura del drenato. Molto semplicemente, a ogni irrigazione si distribuisce una quantità di soluzione superiore rispetto alle esigenze della pianta in modo da avere almeno il 15-20% della stessa che fuoriesce dal modulo di coltivazione alla fine dell’intervento irriguo. Il rilievo del surplus di soluzione può avvenire manualmente o automaticamente. Quando la quantità di drenato si discosta dal valore impostato, si interviene sul numero di interventi giornaliero e/o sulla durata. Oltre alla semplicità, questa procedura evita che all’interno del vaso si accumuli un eccesso di sali che potrebbe interferire con la nutrizione della pianta. Come già detto, presenta lo svantaggio dell’eccessivo spreco di acqua e fertilizzanti e della scarsa ecosostenibilità determinata dall’immissione nell’ambiente di reflui ricchi di sali minerali inquinanti (soprattutto azoto e fosforo) se utilizzata con sistemi a ciclo aperto. In alternativa, si può fare ricorso a sistemi che consentono di individuare con precisione il momento migliore per eseguire l’irrigazione in funzione delle esigenze della pianta e delle condizioni ambientali, basati sulla misura dell’umidità nel substrato o, anche, sul calcolo della evapotraspirazione. Nei sistemi basati sulla misura dell’umidità del substrato, la variabile misurata è il potenziale idrico o il contenuto volumetrico. Nel primo caso lo strumento è rappresentato dal tensiometro che fornisce misure accurate entro l’intervallo compreso tra 0 e 80 kPa, più che sufficiente per i substrati di coltivazione che, come detto, rilasciano l’acqua disponibile nell’intervallo tra 0 e 10 kPa. Abbinando lo strumento con opportuni sensori di pressione elettronici si può avviare l’irrigazione in modo automatico al raggiungimento della tensione impostata. Valori di tensione ottimali cui avviare l’irrigazione, nel caso del pomodoro, sono compresi tra 4 e 5 kPa. Per il pomodoro ciliegino allevato con la subirrigazione in canaletta in vasi con il miscuglio torba:pomice (v:v 1:3), è invece necessario spingersi parecchio oltre 10 kPa per ottenere bacche piccole e sapide, più apprezzate dal mercato. L’uso dei tensiometri è ostacolato dalla difficoltà di individuare un luogo della serra abbastanza rappresentativo, dalle imperfezioni costruttive che li contraddistinguono e dalla incoerenza di alcuni materiali. Occorre ricordare che affinché il tensiometro funzioni bene è necessario garantire l’adesione del substrato alla capsula porosa. Inoltre, in presenza di substrato molto asciutto l’aria entra all’interno della capsula alterando il funzionamento dello strumento. La misura del volume di acqua nel substrato si basa sull’uso di sensori che determinano indirettamente la quantità di acqua attraverso la misura della permettività dielettrica del mezzo. Si tratta di sensori che, come per i tensiometri, possono essere inseriti e lasciati all’interno dei vasi. Connessi a programmatori consentono di gestire in automatico l’irrigazione e di monitorare in continuo l’umidità del substrato. In alternativa si può fare ricorso a sonde mobili che danno la misura istantanea dell’umidità e, per alcuni tipi, anche della conducibilità elettrica e della temperatura. A differenza del tensiometro, questi sensori hanno bisogno di calibrazione prima di poter essere utilizzati. Un accorgimento da seguire, comune sia ai tensiometri sia alle sonde volumetriche riguarda il corretto posizionamento all’interno del vaso (rispetto al gocciolatore e al bordo), la profondità di inserimento nel contenitore (non troppo superficiale o troppo profonda) e la scelta della pianta da monitorare che deve essere collocata in una posizione rappresentativa della serra. Meglio sarebbe effettuare misure in più punti della serra e mediarne i dati, in modo da ottenere informazioni il più possibile rappresentative dell’intera area di coltivazione. Il calcolo dell’evapotraspirazione (ET) prevede la misura di alcuni parametri atmosferici: il deficit di pressione del vapore (VPD; rappresenta l’abilità dell’aria di trattenere acqua) e la radiazione solare. Per via del ridotto volume di substrato contenuto nel vaso, l’ET va stimata a intervalli molto brevi (un’ora). Attraverso il calcolo dell’ET, mediante opportuni coefficienti colturali o, eventualmente, la determinazione del LAI (Leaf Area Index) si determina l’ETE. Nell’ipotesi che tutta l’energia solare sia utilizzata per l’evaporazione dell’acqua, e considerando che la radiazione solare può variare da 1 a 30 MJ/m2, che all’interno di una serra passa circa il 70-80% dell’energia e che per evaporare 1 mm di acqua (pari a 1 l/m2) sono necessari 2,5 MJ/m2, l’ETE in serra, può variare da 0,3 a 8 mm. Per esempio, nel caso del pomodoro vengono indicate quantità di acqua pari a 120-130 ml per 1 MJ/m2 per pianta. Ovviamente i sistemi più avanzati di programmazione irrigua fanno ricorso ad approcci integrati che prevedono, per es., la determinazione contemporanea della tensione dell’acqua nel substrato con un tensiometro, della temperatura e dell’umidità relativa dell’aria, con uno psicrometro, e della radiazione solare, con un piranometro e, eventualmente, anche del drenato. Sulla base di questi dati un computer programma frequenza e durata degli interventi irrigui e, in funzione della fase fenologica della coltura e delle condizioni ambientali, l’impiego di soluzioni nutritive a conducibilità elettrica diversa, maggiore durante le condizioni di radiazione solare bassa, minore quando la temperatura è molto alta.

Colture senza suolo in Sardegna

Gli impianti in coltura senza suolo sono stati adattati, in Sardegna, alle diverse situazioni di coltivazione esistenti. In particolare, nelle aree con inverno più rigido e nelle colture in serra fredda, vengono utilizzati in doppio ciclo di coltivazione. Il primo con trapianto in agosto e fine produzione in gennaio, il secondo con trapianto a dicembre, inserendo la nuova piantina a lato della pianta adulta, e fine raccolta a luglio. I due cicli, se condotti con un minimo di capacità e conoscenza tecnica, consentono di superare agevolmente un totale di 30-35 kg/mq di prodotto commercializzabile, di elevata qualità. Le aziende che garantiscono minime termiche intorno ai 10 °C utilizzano più di frequente la coltura in ciclo unico, con impianto a fine settembre e fine raccolta a luglio. Le produzioni ordinarie, in questo caso, si attestano intorno ai 25-30 kg/ mq. Le tipologie di prodotto ottenute in coltura senza suolo sono in prevalenza quelle con frutto medio – grosso, quali cuore di bue, ramato, insalataro. Queste tipologie varietali risultano più facili da gestire, anche dai meno esperti, rispetto alle tipologie ciliegino, san marzano e datterino. Queste ultime sono infatti, in generale, molto più sensibili agli squilibri idrici e agli stress colturali provocati da eventuali errori nella gestione degli impianti, cui fa seguito la perdita di importati quote di prodotto per la comparsa di spaccature sui frutti e/o necrosi apicale.

Rapporto con il mercato

Le produzioni in coltura senza suolo, accolte anni addietro con diffidenza soprattutto da alcune grandi catene di distribuzione, sono riuscite finalmente a dimostrare il loro elevato livello di qualità e di sanità globale. Attualmente, non soltanto vengono accettate senza problemi sui banchi vendita anche della grande distribuzione ma sono spesso espressamente richieste. I controlli qualitativi e sanitari effettuati hanno giocato un ruolo determinante a favore di queste produzioni. L’elevato livello qualitativo medio dei frutti e la sanità dei prodotti, sono stati sempre confermati dalle dettagliate e numerose analisi fisico-chimiche effettuate ormai di routine dalle maggiori catene di distribuzione.

Prospettive future

La recrudescenza delle patologie spesso citate, e la diffusione su ampie superfici di cultivar attinte dal patrimonio genetico locale, quali cuore di bue e altre simili, spesso prive di resistenze genetiche efficaci, ha determinato un nuovo e crescente interesse verso l’adozione delle tecniche di coltivazione senza suolo. Nelle ultime stagioni si sono rilevati in Sardegna importanti incrementi di superfici su paglia marina e, più di recente, su fibra di cocco. Nell’ultimo triennio si è rilevato, non soltanto un costante incremento delle superfici investite, che attualmente vengono valutate intorno ai 100 Ha, ma una notevole evoluzione delle tecnologie impiegate. Si è registrata infatti una sensibile espansione delle superfici realizzate con impianti dotati di tecnologie sofistiche ed elevati livelli di automazione. L’esperienza condotta da molti imprenditori su impianti semplici ed economici, ha consentito loro di acquisire le conoscenze tecniche necessarie a effettuare il “salto di qualità” rischiando capitali importanti in nuovi e più sofisticati impianti. Inoltre, la pressante necessità di incrementare in modo importante le rese medie unitarie della coltura, attualmente estremamente basse se condotta con sistemi tradizionali, avrà inoltre un ruolo di primo piano sulla futura diffusione delle colture senza suolo ciò permetterà anche di contrastare in modo adeguato la concorrenza sempre più agguerrita delle produzioni provenienti da Olanda e Spagna, oltre che da Paesi extra comunitari emergenti quali Turchia, Marocco e Senegal.

Conclusioni

I sistemi di coltivazione senza suolo rappresentano uno dei modi più avanzati e versatili di coltivazione dei vegetali. Trovano applicazione soprattutto quando la coltivazione nel terreno è impraticabile a causa di problemi fitosanitari o, anche, per valorizzare risorse altrimenti non utilizzabili (o addirittura potenzialmente dannose se usate nel terreno) come nel caso delle acque salmastre. Con il senza suolo queste acque, opportunamente gestite, migliorano la qualità, perché, per es., inducono l’aumento della sostanza secca, dei solidi solubili, degli zuccheri riduttori, dell’acidità titolabile, dei caroteni e della vitamina C nelle bacche di pomodoro. I sistemi senza suolo trovano reali possibilità di applicazione anche per la produzione di cibo in situazioni estreme, quali le missioni spaziali, nelle postazioni in Antartide, in presenza di terreni contaminati (Chernobyl). Inoltre, alcuni di questi sistemi si dimostrano utili per la depurazione delle acque reflue. Per estrinsecare al meglio le potenzialità, però, non è sufficiente adottare un determinato sistema piuttosto che un altro ma è indispensabile rispettare i precetti alla base della coltivazione senza suolo, realizzare questi sistemi in strutture di protezione sufficientemente evolute da assicurare il regolare condizionamento ambientale sia durante i periodi freddi sia durante la stagione estiva e rispettare rigorosamente le norme igienico-sanitarie al fine di evitare clamorosi insuccessi.


Coltura & Cultura