Volume: gli agrumi

Sezione: storia e arte

Capitolo: cinema

Autori: Marco Spagnoli

“La California è un bel posto per vivere… se sei un’arancia.” Una delle battute più famose del celebre comico americano Fred Allen indica non solo la divertente ironia con cui gli artisti della East Coast prendevano bonariamente in giro i colleghi di Hollywood e dintorni, ma anche la vera e propria “magnifica ossessione” che il cinema statunitense e non solo dimostrano, da sempre, nei confronti degli agrumi. Pochissima altra frutta, infatti, ha avuto l’onore di essere citata così tanto spesso nei titoli dei film. Complice, certamente, la presenza di grandi quantità di agrumi nella cultura alimentare californiana che dedica il nome di una delle contee più famose proprio all’arancia citata da Allen stesso: Orange County ha visto addirittura un’intera serie di grande successo a lei dedicata con il titolo di O.C. che cattura l’immaginario degli adolescenti (e non solo) di tutto il mondo. Prima ancora, però, già nei tempi del cinema muto, le arance compaiono nei titoli di alcuni film che all’epoca riscossero grande attenzione al di là dell’Atlantico, ma anche qui a casa nostra. Nel 1917, infatti, Luigi Serventi con la supervisione di Lucio D’Ambra dirige il lungometraggio Le mogli e le arance. Sei anni dopo, negli USA, esce Oranges and Lemons che coinvolge due delle più grandi Star del cinema di tutti i tempi ovvero Stan Laurel & Oliver Hardy conosciuti da noi con l’affettuoso nomignolo di Stanlio & Ollio. La “comica”, ovvero il breve cortometraggio interpretato dai due attori, racconta del buffo scontro di due raccoglitori di arance prima con i loro datori di lavoro eppoi tra loro stessi. Un conflitto esilarante che si risolve in una fuga e un inseguimento rocamboleschi proprio sul mezzo utilizzato per la raccolta degli agrumi. Un anno dopo, nel 1924, il grande regista King Vidor, autore in seguito di Duello al sole e Guerra e pace firma Wild Oranges tradotto in italiano con Arance selvatiche. Il film dal titolo più emblematico legato agli agrumi e, ancora una volta, alle arance è, però, stato realizzato da un regista americano trasferitosi sin dagli inizi della sua carriera in Gran Bretagna. Nel 1971 Stanley Kubrick portò sullo schermo uno dei suoi titoli più famosi, Arancia meccanica, un grande classico della storia del cinema a lungo bandito nel Regno Unito per la violenza ritratta nel film che prendeva spunto da quanto stava accadendo in Europa alla fine degli anni ’60. Secondo l’autore del romanzo Anthony Burgess, l’espressione A Clockwork Orange (questo il titolo originale del film tradotto fedelmente in italiano) era tipica dello slang cockney, ovvero il dialetto dal caratteristico accento che si parla a Londra: “sballato come un’arancia meccanica” oppure “come un’arancia a orologeria” è l’espressione idiomatica per indicare una persona che reagisce meccanicamente. In una lettera scritta all’epoca al Los Angeles Times, Burgess affermò che il titolo e il tema dell’opera prendevano spunto da un grave episodio in cui era stato coinvolto lui stesso, allora residente a Giava. La sua compagna fu pestata e violentata da un gruppo di soldati americani ubriachi. L’autore commentò come l’uomo (urang in giavanese, ossia orango) sia un animale azionato da meccanismi a orologeria. Da ciò l’associazione fonetica tra la bestia e il frutto (orange). È possibile, tuttavia, che Burgess avesse inventato la frase come gioco di parole. L’attore Malcolm McDowell, protagonista del film, nato a Manchester, vissuto a Liverpool e trasferitosi in seguito per lungo tempo a Londra, interpellato a tal proposito dice di non avere mai sentito questa espressione prima di avere letto il romanzo che gli era stato dato dallo stesso Kubrick. “Anthony Burgess aveva scritto un capolavoro, e Kubrick è stato estremamente intelligente ad acquisirne i diritti e geniale a capire come trasformare quel materiale in un film”, spiega McDowell. “All’inizio quando ho letto il libro non avevo alcuna idea su come lo si potesse far diventare un film. Era qualcosa che andava oltre le mie facoltà e che mi spaventava un po’. È stata una grande avventura: io ero convinto che stessimo girando una black comedy. Arancia meccanica ci obbligava a riflettere sulla violenza: il film proponeva uno spunto per pensare al rapporto tra l’azione del governo e la libertà dell’individuo. La forza del libro di Burgess era proprio nel fatto che l’eroe protagonista è decisamente difficile da accettare per le sue scelte. È un personaggio poco appetibile: immorale e stupratore. Il mio lavoro è stato quello di renderlo ‘guardabile’.” Quale che sia la corretta interpretazione del singolare titolo, è certo che nel romanzo – a differenza che nel film – viene espressamente precisato più volte come A Clockwork Orange fosse il titolo del testo a cui stava lavorando lo scrittore vittima della visita a sorpresa che costituirà uno degli episodi salienti del ciclo “eroico” del protagonista Alex. Fortunatamente l’avventura cinematografica degli agrumi non è stata sempre così drammatica: Oranges Are not the Only Fruit (Non ci sono solo le arance) diretto dalla futura regista di Bridget Jones, Beeban Kidron, è tratto dal romanzo omonimo di Jeanette Winterson e racconta l’educazione sentimentale di Jess (Charlotte Coleman), figlia adottiva di una fanatica cattolica (Geraldine McEwan), che vive rigidamente secondo i precetti biblici. Diventata adolescente, Jess incontra Melanie, la cui amicizia si trasforma presto in un’appassionata storia d’amore; inevitabile alla fine lo scontro con la madre che la crede posseduta dal demonio e la costringe a terapie antilesbiche. Agrumi come frutto della passione? Probabilmente sì. Nello straordinario classico del romanticismo moderno, l’imperdibile Notting Hill, è proprio una spremuta “galeotta” che William (Hugh Grant) versa inavvertitamente su Anna (Julia Roberts) invitandola, candidamente, a cambiarsi nel suo appartamento dove inizierà una grande storia d’amore. Amore, passione, violenza, comicità: sono grandi pulsioni e sentimenti associati agli agrumi. Tra loro, indimenticabili, sono film provenienti dal Mediterraneo, culla, sin dall’Odissea e dai leggendari “pomi delle Esperidi”, di frutti squisiti e, è proprio il caso di scriverlo, “mitici”. Arance amare di Michel Such è ambientato ad Algeri, nel maggio del 1945, dove si festeggia la fine della guerra e la sconfitta della Germania. Paco e Alice, lui spagnolo, lei italiana, sono sposati, gestiscono una panetteria e hanno un ulteriore motivo per festeggiare: è nato il loro secondogenito. Interpretato da Sabrina Ferilli e Bruno Todeschini, il film è una riflessione sull’Algeria in cui si leggono i primi drammatici segni del conflitto che esploderà di lì a poco. Lo stesso tipo di emozioni che si respirano ne Il giardino di limoni dell’israeliano Eran Riklis, interpretato dalla straordinaria attrice palestinese Hiam Abbas che porta sullo schermo l’iconica figura di Salma Zidane che vive in Cisgiordania, ha 45 anni ed è rimasta sola da quando suo marito è morto e i suoi figli se ne sono andati. Quando il Ministro della difesa israeliano si trasferisce in una casa vicina a quella di Salma, la donna ingaggia una battaglia legale con gli avvocati del Ministro che, per motivi di sicurezza, vogliono abbattere i secolari alberi di limoni che sono nel suo giardino. Ma Salma non lotta da sola. Infatti, oltre al supporto del suo avvocato – un trentenne divorziato con cui nasce un profondo sentimento amoroso – la donna trova inaspettatamente anche quello della moglie del Ministro che, stanca della sua vita solitaria per gli impegni del marito, prende a cuore il caso della sua vicina di casa palestinese. Certamente meno impegnativo, ma non per questo non altrettanto riuscito, un celebre titolo della commedia sexy all’italiana per la regia di Luciano Salce. L’Anatra all’arancia nel 1975 raccontava, grazie al talento di Ugo Tognazzi, Monica Vitti e Barbara Bouchet di una coppia in crisi che trascorre un ultimo fine settimana insieme nella loro villa al mare, invitando anche l’amante di lei JeanClaude, con cui il marito ostenta di voler diventare amico. A questo punto però Lisa non può impedire che anche Livio porti una compagnia femminile: quindi si unisce ai tre Patty, la disinibita segretaria e amante di lui. Nell’incontro a quattro, che ufficialmente dovrebbe consacrare civilmente e senza traumi una separazione consensuale, la gelosia cresce tra i due consorti e ognuno cerca di screditare l’altro agli occhi del rispettivo amante. Lisa, in cuor suo furiosa per la relazione di Livio con la giovane e sexy Patty, è costretta a controllarsi per rimanere all’altezza dell’apparente calma del marito. Livio prepara una sua specialità culinaria, l’anatra all’arancia, specificando che è il pasto del loro viaggio di nozze e che il suo tocco personale è il piticarmo, presunta spezie afrodisiaca. Amori e passioni sono anche al centro di due film interpretati da grandi attori inglesi. Jim, figlio del più famoso papà regista Ken Loach, dirige Emily Watson in Oranges and Sunshine. Ispirato a uno degli scandali più recenti della storia del Regno Unito, il film narra la storia di Margaret Humphrey, assistente sociale di Nottingham, che ha saputo svelare un segreto nascosto per anni dal governo britannico: 130.000 bambini inglesi indigenti inviati all’estero, nei paesi del Commonwealth e principalmente in Australia, alla fine degli anni ’50. Piccoli di poco più di quattro anni, a cui fu detto che i loro genitori erano morti, rinchiusi in istituti agli antipodi e spesso oggetto di terribili abusi. A questi bambini era stata promessa un’esistenza migliore “piena di arance e sole”, ma hanno incontrato privazioni, orfanotrofi, preti poco evangelici. L’ex Dottor House, Hugh Laurie è, invece, il protagonista del decisamente più leggero The Oranges, in cui l’amicizia tra due famiglie è messa a dura prova quando una delle figlie ritorna a casa e intreccia una relazione proprio con il più grande amico dei suoi genitori. Il film più significativo sul potere “magico” degli agrumi è un piccolo grande cortometraggio diretto dalla talentuosa australiana Anna McGrath intitolato The Peel of Mandarin ovvero “La buccia del mandarino”, il succoso frutto nella secca campagna australiana. Un titolo commovente che segna uno dei passaggi più recenti dell’ormai secolare legame tra cinema e agrumi, con la consapevolezza che il rapporto tra entrambi continuerà nelle storie raccontate in futuro dai cineasti di tutto il mondo che in arance, mandarini, limoni e bergamotti vedono i simboli di qualcosa di forte e irrinunciabile.


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