Volume: il grano

Sezione: ricerca

Capitolo: attività sementiera

Autori: Bruna Saviotti

Introduzione

Nei capitoli precedenti è stato ampiamente illustrato come si ottiene una nuova varietà e come si sono evolute le metodologie negli anni recenti. Pochi infatti sapevano che a monte di “un bel campo di grano” non vi sono solo l’esperienza e la capacità dell’agricoltore ma anche un’intensa attività scientifica. Il frumento è il cereale più importante ed è la fonte principale di alimentazione dell’uomo. Ne consegue che il fabbisogno di cereali nel mondo è in continuo aumento e va di pari passo con l’aumento della popolazione. Nell’ultimo decennio il consumo annuo ha spesso superato la produzione, facendo scendere il livello degli stock sotto ai limiti minimi di prudenza.

Ottenimento di nuove varietà

L’attività dei ricercatori assume un’importanza rilevante per: - l’ottenimento di varietà potenzialmente più produttive e geneticamente caratterizzate per rispondere alle esigenze della trasformazione industriale e soddisfare i gusti dei consumatori; - la costituzione di nuove linee “sane” e quindi meno bisognose di interventi chimici e di importanti investimenti tecnici; - la creazione di cultivar capaci di “donare” maggiore contenuto proteico a parità di produzione e di superficie. Accanto ai costitutori vi è poi una intensa attività di supporto fatta dagli sperimentatori che hanno il compito di portare l’innovazione al mondo agricolo: - individuando gli ambienti e le condizioni pedo-climatiche più idonee per la coltivazione del nuovo ritrovato genetico; - verificando le tecniche di coltivazione da adottare per ogni singola varietà, al fine di consentirle di estrinsecare il suo potenziale massimo. Infatti ogni varietà ha, intrinsecamente, una sua precisa capacità produttiva e qualitativa. Compito dello sperimentatore è quindi quello di individuare: - la densità di semina in funzione della capacità di accestimento e della resistenza all’allettamento; - l’epoca di semina ideale in considerazione dell’ambiente di coltivazione e del ciclo vegetativo; - la diversa capacità di adattamento alla semina su terreno non lavorato; - la necessità di difesa fungicida in base all’avvicendamento colturale e alla resistenza o sensibilità alle malattie; - l’eventuale sensibilità a principi attivi diserbanti; - la fertilizzazione, con particolare riferimento all’azoto, per l’innalzamento del contenuto proteico a seconda della varietà e della destinazione finale del prodotto. Un intenso lavoro di équipe nell’ultimo ventennio ha portato all’utilizzo di varietà sempre più “performanti”, produttive e ben caratterizzate e ha consentito un rapido ricambio varietale che ha contribuito a migliorare anche lo stato sanitario delle derrate agricole ottenute. Per il frumento tenero tutto questo, purtroppo, è avvenuto più in altri Paesi che non in Italia. A favorire, per esempio, lo sviluppo della ricerca varietale in Francia (maggiore produttore europeo) è stata l’importante superficie ricoperta dalla coltura (4.800.000 ha circa contro i 600.000 ha italiani). Accanto a questo, però, si è avuta e si ha tuttora una maggiore comprensione delle esigenze del settore, supportata dall’attenzione dell’amministrazione pubblica francese, che ha fortemente incentivato la ricerca favorendo innanzitutto il rapporto fra pubblico e privato, al fine di ottimizzare e rendere più produttivi gli importanti investimenti che una moderna attività scientifica richiede. La conseguenza inevitabile è che oggi in Italia, fra le varietà di frumento tenero più coltivate, ve ne sono parecchie di origine francese mentre, in passato, era l’Italia a far produrre le proprie varietà all’estero. Se di per sé l’obiettivo del miglioramento quali-quantitativo della produzione è stato comunque raggiunto, di fatto, i diritti di brevetto dovuti al costitutore per la produzione della “sua opera di ingegno” vanno a potenziare la ricerca francese impoverendo ulteriormente la nostra. Qualche cosa di più è stata fatta per il frumento duro, grazie soprattutto all’importante superficie che, fino a due anni fa, la coltura rivestiva in Italia: circa 1.700.000 ha. Sono italiane molte delle varietà coltivate in Spagna, Grecia e Turchia. L’ottenimento di una nuova varietà, in una specie autogama quale il frumento, nonostante l’applicazione delle moderne tecnologie descritte nei capitoli precedenti, è tutt’altro che rapida. I tempi di selezione per ottenere l’omozigosi sono lunghi e spesso le linee ottenute necessitano di reincroci per migliorarne le caratteristiche qualitative, sanitarie o quantitative. Le nuove varietà create vanno poi testate in più areali e confrontate con quelle già esistenti. Possiamo quindi quantificare l’iter della costituzione di una nuova varietà in 10-12 anni dal momento dell’incrocio. Un periodo molto lungo, soprattutto se si tiene conto che le necessità dell’industria e i gusti dei consumatori cambiano molto rapidamente. Ne è stato un chiaro esempio la richiesta che l’industria ha fatto alla ricerca negli anni ’80 di avere varietà di frumento duro ad “alto indice di giallo” tali da produrre una semola e quindi una pasta di colore giallo. La richiesta dell’industria era dettata da necessità di marketing, dalla verifica che il consumatore, sugli scaffali della grande distribuzione dove erano collocate paste bianche (le tradizionali paste italiane) e paste più gialle, istintivamente sceglieva quelle gialle (forse perché più simili alla pasta fatta in casa dalla nonna con l’aggiunta dell’uovo), dalla necessità di produrre per l’esportazione in Paesi dove normalmente viene consumata come contorno e dove il colore giallo è più piacevole all’occhio rispetto a quello bianco. Legittima e degna di ampia considerazione la richiesta dell’industria, ma l’indice di giallo si può ottenere solo intervenendo geneticamente sulla varietà, aumentando il contenuto in β-carotene e, quindi, la risposta italiana è arrivata solo parecchi anni dopo. L’ottenimento è poi solo la prima fase dell’iter. La varietà costituita deve essere registrata presso il catalogo nazionale e quello europeo, brevettata come nuovo ritrovato, mantenuta in purezza e moltiplicata al fine di ottenere la quantità di seme sufficiente per soddisfare le esigenze degli agricoltori.

Registrazione dei nuovi ritrovati

L’attività sementiera, compresa la costituzione varietale, è regolata dalla Legge del 25 novembre 1971 n. 1096, la cosiddetta “Legge sementiera”. Questa norma sia l’attività di costituzione sia quelle di produzione e commercializzazione delle sementi. Infatti, dal 1971 il seme ha una rintracciabilità completa attraverso la certificazione ENSE (Ente Nazionale Sementi Elette), che garantisce l’utilizzatore sull’identità della varietà che sta seminando, sulla sua provenienza, sulle caratteristiche di purezza e germinabilità del seme contenuto nel sacco. La Legge 1096 al capo VI, art. 19, prevede che le varietà di nuova costituzione debbano essere testate e iscritte su appositi registri varietali istituiti presso il Ministero delle politiche agricole e forestali. La registrazione ha lo scopo di permettere l’identificazione e la conseguente certificazione delle varietà stesse. In ogni Paese dell’Unione Europea è stato quindi predisposto un apposito registro così come, più recentemente, ne è stato istituito uno cumulativo a livello comunitario. Il nuovo ritrovato genetico, prima di essere commercializzato, deve quindi essere iscritto al Catalogo nazionale o al catalogo di un Paese appartenente all’Unione Europea. L’iscrizione al registro può essere chiesta dal costitutore della varietà o dai suoi aventi causa o, in mancanza di essi, da un istituto o altro soggetto operante in campo sementiero che offra le necessarie garanzie del mantenimento in purezza della varietà. L’iscrizione è disposta dal Ministro delle politiche agricole e forestali, sentito il parere di un’apposita Commissione di esperti nominata dal Ministro stesso, e integrata, di volta in volta, da specialisti della specie esaminata. La commissione, ai fini dell’iscrizione, deve accertare che ogni varietà si distingua per uno o più caratteri importanti da quelle già esistenti, che sia sufficientemente omogenea e stabile nei suoi caratteri essenziali e che abbia un valore agronomico e di utilizzazione soddisfacente. La commissione decide sulla base di prove agronomiche, che vengono condotte per due anni in più ambienti italiani, e di prove descrittive per la verifica dei caratteri di differenziabilità di varietà esistenti, stabilità della varietà stessa e uniformità nei caratteri distintivi. La corrispondenza della varietà e il suo valore agronomico e/o qualitativo ne consentono l’iscrizione. Dal momento della registrazione, il costitutore si impegna formalmente a mantenere la varietà in purezza negli anni successivi e a consentire ai funzionari del Ministero la verifica della sua idoneità a esercitare l’attività di conservazione. La perdita di una delle caratteristiche o condizioni richieste per l’iscrizione comporta la cancellazione della varietà dal registro.

Brevetto per i nuovi ritrovati vegetali

L’attività di ricerca si finanzia attraverso gli introiti derivati dal pagamento del diritto di brevetto dovuto al costitutore o ai suoi aventi causa, dalle aziende sementiere che moltiplicano, a scopo di farne attività di commercio, la nuova varietà. Perché il costitutore possa vantare questo diritto è necessario che la varietà, oltre a essere iscritta al catalogo nazionale, venga anche brevettata come nuovo ritrovato genetico. La richiesta di brevettazione deve avvenire dopo l’iscrizione e, comunque, prima della commercializzazione. Purtroppo il nostro Paese non ha mai creato un “Ufficio brevetti vegetali” e il proprietario della varietà è costretto a depositare il proprio ritrovato presso l’Ufficio brevetti industriali. Quest’ufficio, nei primi anni di applicazione della Legge, ha rilasciato, con molto ritardo, alcuni brevetti e negli ultimi anni non ne ha più rilasciato alcuno. Il comportamento dell’Ufficio brevetti industriali è comprensibile: è ben diverso l’iter di valutazione di una nuova attrezzatura industriale in rapporto a un frumento. Ne consegue che la richiesta agricola “vaga” da una scrivania all’altra e viene rimandata nel tempo. Inevitabilmente oggi il costitutore italiano si trova costretto a richiedere la brevettazione della varietà direttamente all’Ufficio brevetti vegetali istituito a livello comunitario con non poche difficoltà, nuove valutazioni, alti costi e lunghi tempi di attesa. Nonostante ciò, il creatore di una varietà deve poter incassare i diritti di brevetto, pena l’impossibilità di finanziare la sua attività. Il grafico a lato mostra quale abisso esista fra l’autofinanziamento italiano e quello degli altri Paesi. Il grafico mette in evidenza come negli altri Paesi, oltre a un diritto riconosciuto ai sementieri moltiplicatori, è stato istituito un sistema di raccolta anche presso gli agricoltori che utilizzano il seme riprodotto in azienda da precedenti colture derivanti dalle varietà brevettate. A oggi in Italia non esiste nulla di simile, sia perché per fare ciò occorre una precisa volontà politico-sindacale, sia perché la dimensione delle aziende agricole italiane è per la stragrande maggioranza piccola e questo rende molto più complicato mettere a punto un sistema di controllo e di raccolta delle “royalty” che non penalizzi o premi nessuno. In futuro occorrerà prestare molta attenzione al problema della ricerca nazionale se vogliamo mangiare pane, pasta e dolciumi italiani fatti con varietà italiane, sane e ben controllate.

Mantenimento in purezza della varietà

Perché una varietà possa mantenere nel tempo le caratteristiche rilevate al momento dell’iscrizione occorre mettere in atto un preciso programma di mantenimento in purezza. Mantenere in purezza una varietà significa fare in modo che, anno dopo anno, il coltivatore si ritrovi nel campo piante aventi sempre le caratteristiche di taglia, colore e sanità e spighe con le caratteristiche rilevate al momento dell’iscrizione. È questa l’attività più impegnativa che il costitutore deve affrontare dopo la creazione varietale. In sintesi deve, ogni anno, scegliere nell’ambito di un nucleo di conservazione, seminato su un piccolo appezzamento, un numero di piante assolutamente corrispondenti a quelle registrate. Le spighe scelte da queste piante verranno raccolte una a una, sgranate una a una in modo isolato e seminate, l’anno successivo, in file distanziate perché l’operatore possa, in primavera in fase di spigatura, passare tra le file ed effettuare “l’epurazione” di eventuali piante “disgiuntive”. Da questa prima semina nascerà la purezza che, messa in campo l’autunno successivo, darà il primo nucleo commerciale: il pre-base. Questa attività è quindi molto delicata perché un errore in questa fase può compromettere tutto il lavoro svolto in precedenza. Si pensi, per esempio, a una varietà resistente alla ruggine bruna. Se in questa fase viene raccolta una pianta che invece ha denotato sensibilità a questo tipo di ruggine, in due anni la varietà coltivata risulterà sensibile alla suddetta malattia. Tale procedimento si rivela molto impegnativo anche perché più la varietà è diffusa, più file-spighe dovranno essere selezionate.

Moltiplicazione e attività sementiera

La diffusione delle varietà avviene attraverso l’attività delle aziende sementiere, che spesso sono detentrici delle varietà in quanto esse stesse costitutrici. Diversamente esercitano la loro attività acquistando il “seme tecnico” dal costitutore moltiplicandolo allo scopo di ottenere un prodotto commerciale. Quante sono le aziende sementiere italiane e come sono dislocate sul territorio è possibile rilevarlo dai due grafici successivi. È evidente come la stragrande maggioranza delle aziende italiane è impegnata nella moltiplicazione del seme di cereali a paglia (frumento tenero, frumento duro e orzo). Per quanto riguarda il frumento, le aziende del nord Italia concentrano la loro attività nella produzione di seme di tenero e quelle del centro-sud in quella del frumento duro. La nuova politica agricola comunitaria, entrata in vigore nel 2005, ha spostato la corresponsione dei premi europei dalla coltivazione, in particolare quella di frumento duro, all’azienda agricola come tale, indipendentemente dalla specie seminata. Questo ha radicalmente cambiato la geografia produttiva del nostro Paese disincentivando la coltivazione del frumento duro al centro-sud a favore di altre colture e spostandone parte della superficie negli areali del centro-nord. Questa nuova situazione sta costringendo le aziende sementiere a riconversioni rapide, antieconomiche e, spesso, tutt’altro che semplici.

Quanto seme viene prodotto in Italia

Nei grafici viene evidenziata la produzione commerciale italiana di seme e si evincono chiaramente i mutamenti intervenuti dopo l’applicazione della nuova politica agricola comunitaria. Per quanto riguarda il seme di frumento tenero e duro il nostro Paese è, oggi, autosufficiente. Vale però la pena di ricordare che l’autosufficienza italiana per il frumento tenero è ottenuta, come detto, attraverso la moltiplicazione di parecchie varietà costituite in Francia.

La certificazione e la commercializzazione del seme

Come già anticipato, il seme può essere messo in commercio solo se certificato dall’ENSE (Ente Nazionale Sementi Elette). Le sementi commerciali appartengono alle seguenti categorie: Pre-base con cartellino dell’Ente certificatore bianco barrato di viola Base con cartellino bianco 1° Riproduzione con cartellino azzurro 2° Riproduzione con cartellino rosso

La semina di pre-base produce seme di base e così via fino alla seconda riproduzione. Quello che si ottiene da quest’ultima categoria è il prodotto destinato al consumo. Il pre-base proviene direttamente dal costitutore, le altre categorie sono liberamente commercializzate a seconda degli accordi che le società sementiere hanno stipulato con il costitutore. Per poter ottenere seme certificato, la società sementiera deve sottoporre la coltura al controllo da parte dell’Ente certificatore. È compito dell’ente certificatore: - verificare, attraverso i cartellini esibiti dall’agricoltore moltiplicatore, che la categoria impiegata nella semina sia quella precedente a quella richiesta in certificazione; - verificare le condizioni della coltura in atto: rispondenza varietale sanità, isolamento da altre colture non appartenenti alla stessa varietà, eventuale infestazione da malerbe. Se al termine del controllo l’appezzamento risulta idoneo, l’ENSE rilascia alla ditta sementiera un certificato di avvenuto controllo in campo, il quale consente all’industria sementiera di ritirare il seme dall’agricoltore e, sempre sotto il controllo ENSE, trasformarlo. Nello stabilimento, l’ENSE preleva campioni di seme già confezionato per l’analisi di germinabilità e purezza. Se tutto corrisponde, rilascia i cartellini di certificazione che vengono applicati sui sacchi. L’azienda sementiera è tenuta poi ad annotare su un apposito registro di carico e scarico tutta la movimentazione del seme, sia prima sia dopo la trasformazione. Negli ultimi anni, anche grazie alla professionalità raggiunta dalle imprese sementiere di tutta Europa, dopo alcuni anni di verifica e in seguito alla preparazione di operatori aziendali da parte degli enti certificatori, l’UE ha accreditato a esercitare tutti i controlli afferenti l’attività di certificazione le aziende che hanno dimostrato di avere personale qualificato e laboratori attrezzati. Presso queste aziende l’ENSE esercita un’attività di controllo sull’operato degli addetti ed effettua campionamenti di verifica su un’ingente quota di prodotto messo in commercio.

 


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