Volume: il melo

Sezione: storia e arte

Capitolo: aspetti storici e artistici

Autori: Alessandro Roversi, Maria Beniamina Venturelli, Erica Candioli

Origine e diffusione

Così come per le altre specie vegetali coltivate o spontanee, l’origine del melo si perde nella notte dei tempi e i possibili centri di origine, differenziazione e diffusione, sono spesso sfocati. I centri primari di origine della specie ancestrale (Malus sieversii) sarebbero stati più di uno, ovvero gli altipiani dell’India e del Pakistan, le regioni di Tien Shan, il Pamir-Alai, l’Asia Centrale Sovietica e l’Asia Minore. In seguito la specie si sarebbe estesa e diffusa all’Anatolia e alla Persia settentrionale attraverso il Caucaso. Ai pioneristici studi in merito di A.P. De Candolle (1778-1841), seguirono quelli di N.I. Vavilov (1887-1943), il quale, invece, circoscrisse il centro di origine del melo al Kazakistan, attorno alla cui capitale Alma Ata, che significa appunto “Padre delle mele”, esistono tuttora estesi boschi di meli selvatici. Più recentemente, secondo indagini di Ponomarenko degli anni ’80, i centri di origine del melo andrebbero estesi alle regioni montuose dell’Asia Centrale quali Tien Shan e Pamir-Alai. La successiva diffusione verso il Mediterraneo sarebbe avvenuta lungo la Via della Seta con i semi che, attraverso le deiezioni e i residui dei pasti, i carovanieri abbandonavano nelle numerose tappe del lunghissimo percorso. Anche se la presenza di meli si evidenzia dagli spettri pollinici sin dal Terziario e reperti documentali al riguardo datino anche dal Mesolitico, è per il Neolitico che si hanno i reperti più numerosi e importanti, soprattutto in siti di Italia, Francia, Svizzera e Svezia. Fra i frustula ritrovati dagli archeobotanici, si riscontrarono spesso preziose indicazioni sulla presenza del melo quali semi non carbonizzati, loro calchi su vasellame e frammenti di frutti carbonizzati o meno. In particolare, semi non carbonizzati risalenti al Neolitico si trovarono a Ehrenstein, in Germania, (cultura palafitticola Michelsberg), mentre impressioni (calchi) di semi di melo su vasellame di coccio vennero ritrovati a Windmill Hill (Inghilterra). Il diametro massimo delle mele carbonizzate selvatiche di allora, ritrovate a Bodman (Germania), in villaggi palafitticoli neolitici, non eccedeva i 3 cm, mentre quelle ritrovate a Bornholm (Danimarca), avevano una dimensione compresa tra i 15 e i 21 mm. Inoltre residui carbonizzati di mele vennero ritrovati nel Parmense, nelle palafitte della Lombardia, della Savoia e della Svizzera e se ne evince un grande uso delle mele tagliate a metà ed essiccate per consumarle durante l’inverno. Se ne ritrovano tracce nei siti neolitici e dell’età del Bronzo, nella ex Yugoslavia, in Ungheria, Repubblica Ceca, Austria, Polonia, Germania e Danimarca. Reperti dell’età del Bronzo in villaggi palafitticoli italiani (Valeggio sul Mincio, VR) e svizzeri (Robenbausen-Lago di Pfafikkon) evidenziano sovente la presenza del melo. Sempre in siti archeologici databili tra la fine del Neolitico e l’età del Bronzo, il melo appare nella lista delle specie ritrovate nei villaggi. Nel villaggio lacustre svizzero di Wangen, tra i frustula reperiti nel sito, appaiono bucce non digerite di mela che ben rappresentano il “marcomele” utilizzato per ottenere bevande alcoliche con la fermentazione. A parte questo esempio, in tempi preistorici i frutti di crab-apple venivano frequentemente tagliati a metà ed essiccati e, quindi, riuniti in collane tanto per un loro utilizzo alimentare durante l’inverno, quanto per scopi votivi. Mele tagliate a metà ed essiccate al fuoco, datate al III millennio a.C., vennero trovate fra le offerte nel cimitero reale di Ur in Mesopotamia.

Storia

Il sostantivo mela evoca una lunga e interessante serie di leggende, aneddoti e fatti storici molto noti: partendo da Eva si ricorderanno Paride, Biancaneve, Guglielmo Tell e Newton. Qui di seguito, invece, riporteremo alcuni aneddoti relativi alla storia del melo attraverso epoche e luoghi. Fin dai tempi preistorici il melo sarebbe comunque stato presente, selvatico o coltivato, in un’ampia area compresa tra il mar Caspio e l’oceano Atlantico. Evidentemente, assieme ad altre specie vegetali, il melo ha sempre accompagnato l’uomo dagli albori della sua storia all’età contemporanea. Il potere delle mele di assicurare “lunga vita” incuriosì anche Alessandro Magno che durante le sue spedizioni avrebbe trovato mele capaci di prolungare l’esistenza di qualche centinaio di anni; purtroppo però egli morì piuttosto giovane… In Europa il melo esisteva da molto tempo, allo stato selvatico o coltivato su larga scala, infatti segnalazioni di nomi di cultivar appaiono sin dal 100 a.C. La sua coltivazione da parte dei Greci e dei Romani sembrerebbe aver avuto inizio qualche secolo a.C. e, a seguito della colonizzazione romana, la sua coltivazione si diffuse in Europa e Asia. La mela Appiola venne importata a Roma, dal Peloponneso, nel III sec. a.C. da Claudio Appio. Nell’antica Roma, introdotte dagli Etruschi, alcune cultivar di melo vengono citate da Catone (II sec. a.C.) e quindi da Columella (I sec. d.C.). Sempre nel I sec. Plinio ne cita almeno due dozzine. Teofrasto nel III sec. descrive sei varietà di melo. Nell’Old Saxon Manuscript (primo millennio) vengono citate numerose cultivar di mele da sidro, mentre le prime citazioni scritte dell’epoca moderna al riguardo si riscontrano nell’Encyclopedia di Bartholomeus Anglicus che risale alla seconda metà del 1400. Il melo coltivato venne introdotto in America dopo circa 2000 anni dall’inizio del suo impiego in Europa. I primi coloni inglesi arrivati nel Nord America trovarono soltanto crab-apples che erano le uniche mele native degli USA; la prima spedizione di semi di cultivar europee nel Massachussets avvenne tra il 1630 e il 1638. L’impiego dei frutti di tali cultivar nate da seme, così come quelli dei crab-apples locali, era soprattutto destinato alla produzione di sidro. Mentre l’innesto dei meli è già documentato in Grecia nel IX sec. a.C., in Le Opere e i Giorni di Esiodo, il miglioramento genetico vero e proprio del melo data dagli inizi dell’Ottocento con Knight che per primo introdusse l’impollinazione incrociata controllata.

Storia antica e moderna della mela in Italia

L’Italia, anche grazie alle sue favorevoli caratteristiche pedoclimatiche, è una terra da sempre fortemente vocata alla frutticoltura, e pertanto anche alla produzione delle mele. Molte Regioni italiane si sono infatti distinte nei secoli nella coltivazione di numerose varietà di melo. Una delle varietà più antiche di mela è quella citata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia e indicata come Mala orcula, per la sua provenienza da Pozzuoli, zona famosa per le solfatare e definita l’ingresso degli Inferi (Orco). Da qui il nome orcola, che si evolverà in anorcola e annorcola fino ad arrivare al nome “Annurca” che compare ufficialmente nel Manuale di Arboricoltura di G.A. Pasquale nel 1876. La mela Annurca è infatti legata alla Campania da una storia millenaria: la sua raffigurazione nei dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano, e in particolare nella Casa dei Cervi, testimonia infatti l’antichissimo legame con il mondo romano e la Campania felix. Quinto Orazio Flacco (65 a.C.), nelle sue satire, cita testualmente: “Quanto a sapore, le mele di Tivoli sono inferiori a quelle del Piceno, che però fanno più figura”, riferendosi alla mela rosa dei monti Sibillini, presente nelle piccole vallate pedemontane delle Marche, che prende il nome forse dalla tipologia della sfaccettatura rosa della buccia o forse dall’origine del profumo del fiore, simile a quello della rosa. Anche in Friuli i primi grandi produttori di mele furono i Romani. La creazione della prima varietà di mela autoctona friulana, infatti, si deve a loro. Dagli scritti di Ateneo si rileva che la definizione di “malum matianum” (mela “maziana”) riguarda un particolare tipo di mela che prese il nome da Caio Mazio, appassionato di arboricoltura e contemporaneo di Cesare. Le mele maziane vennero così portate a Roma e furono tanto apprezzate da essere citate negli scritti oltre che di Ateneo, anche di Columella e di Plinio il Vecchio. La diffusione della mela nel territorio veronese ha origini che risalgono anch’esse all’epoca romana: era segnalata la coltura delle mele conosciute come mele lanate poiché ricoperte da una leggera lanuggine. In epoca romana arrivò anche la tecnica dell’innesto, che accompagnò la diffusione dell’albero da frutta nella campagna romana. Ne troviamo traccia anche nella poesia di Virgilio, che parla di innesto nelle sue Georgiche: “in un tempo non lungo, grande n’è uscito un albero al cielo con i suoi rami felici e si rimira le fronde nuove e i frutti non suoi”. In seguito, le invasioni barbariche causarono un profondo decadimento dell’agricoltura, che si protrasse per oltre un millennio. L’uomo tornò a cibarsi di frutti selvatici e preferì dedicarsi alla coltivazione di cereali. Per secoli furono prevalentemente gli ordini monastici a occuparsi di coltivare e migliorare le varietà del periodo romano sopravvissute alle invasioni barbariche. Soltanto con il Rinascimento si assiste a un forte impulso verso la frutticoltura, soprattutto in Toscana, dove sorsero, presso la corte Medicea e presso le ville ducali, frutteti con varietà di pregio e condotti con tecniche innovative. Alcuni indizi di espansione delle mele nelle Alpi si hanno attorno al 1400: quando i Conti del Tirolo trasferirono la loro residenza da Merano a Innsbruck e iniziò l’esportazione del vino e delle mele dell’Alto Adige, anche se in modeste quantità. La coltivazione del melo, nonostante fosse ancora legata a un mercato ristretto o all’autoconsumo, assumeva per l’economia locale un’importanza cruciale: testimonianza antica e significativa riguarda la Carta di Regola della Villa di Dardine (provincia di Trento) del 1564. Le Carte di Regola furono, fino al 1805, lo strumento legale e democratico dell’autogoverno delle comunità rurali trentine. Appare interessante richiamarne il testo: “Item statuerunt et ordinaverunt quod nulla persona villæ Ardeni sive forensis audeat neque præsumat incidere alias arbores fructiferas supra commune Ardeni, videlicet nucum, pomorum, cærasorum, persicorum ac omnium aliarum fructiferum...” (Parimenti statuirono e ordinarono che nessuno, né vicino di Dardine, né forestiero, osi né presuma tagliare alcun albero da frutto sopra il comune di Dardine, quali noci, meli, ciliegi, peschi e alberi da frutto di ogni genere...) Tale Regola derivava dalla necessità di limitare la consuetudine di tagliare gli alberi per gli usi quotidiani, poiché questa pratica stava minacciando la sopravvivenza degli alberi da frutto, fondamentali per l’alimentazione della popolazione. La coltivazione della mela proseguì in tutta Italia nell’ambito di un’economia locale di sussistenza. I frutteti erano di solito disposti in orti o in piccoli appezzamenti, detti “broli” in Trentino, “buinten” in Alto Adige, “bröli” in Valtellina, “broli” in Veneto ecc. Proprio in Veneto, la mela di Zevio, sempre presente nei broli famigliari, fu declamata per la sua bontà nei quattrocenteschi sonetti dello stravagante poeta Corno da Soncino. Nel XVIII sec. si assistette a un rinnovato interesse scientifico per la pomologia. In quasi tutti i Paesi europei, e in Piemonte presso gli Orti della Crocetta, in seguito divenuti orti del Valentino e dipendenti dall’Accademia di Agricoltura di Torino, si sperimentarono nuove specie, si conservarono e si diffusero le migliori varietà fruttifere del momento. Agli inizi dell’Ottocento, Giuseppe Carlo Cernazai, botanico udinese, annotava nei suoi scritti un riferimento a una varietà da egli costituita, che volle denominare “Friulana” e che fece certificare dai più grandi esperti europei di frutticoltura. Nella seconda metà dell’Ottocento, il modellatore Francesco Garnier Valletti, che riprodusse nella forma, nel peso e nei colori naturali più di 1200 varietà di frutti e 600 varietà di uve, descriveva così la sua tecnica: “Frutti artificiali si fanno con polvere d’alabastro sciolta nella cera e nel mili e nella gomma damar i quali restano duri come pietre bianchissimi nel spacarli cioé facendoli in due e inalterabili anche al calore. Scoperta del 5 marzo 1858 in un sogno nella stessa notte (…) cosi che spero poco per volta ritrovare il metodo d’imitarli che riescirano inconoscibili dai veri”. La collezione, dal febbraio 2007, è ospitata presso il Palazzo degli Istituti Anatomici, nuova sede del Museo della Frutta di Torino. Ma è tra la fine del 1700 e con la seconda metà del 1800 che la coltivazione della mela diventa di tipo “imprenditoriale”. In Friuli verso il 1885 si parlava apertamente di esportazione: dal Goriziano e dall’alto Pordenonese, le mele prendevano la via dell’Europa asburgica e dell’Egitto. La frutticoltura piemontese nacque sul finire del 1700 quando, grazie ai contadini che varcarono le Alpi in cerca di lavoro, arrivarono dalla Francia nuovi innesti e nuove tecniche colturali. Un notevole contributo all’espandersi della frutticoltura nascente provenne dall’attività dell’Accademia di agricoltura, fondata nel 1785 a Torino. Importantissimi per la frutticoltura piemontese furono, nel 1800, i vivai Burdin, sorti nel 1779 a Chambéry: coi loro cataloghi, oltre a far conoscere l’ampio assortimento varietale di cui disponevano (oltre 800 varietà), i proprietari, i fratelli Burdin, offrivano ai coltivatori istruzioni e suggerimenti di tecnica frutticola. Percorso analogo accadde in Trentino, dove ci si rese conto che la coltivazione delle mele non poteva essere affidata alla improvvisazione ma che era necessaria l’acquisizione di una competenza specifica in termini di conoscenza del terreno, delle varietà di piante, della concimazione, della potatura, degli innesti, della lotta contro le malattie e i parassiti animali. A questo si cercò di fare fronte, fin dal 1884, con la creazione della figura del “maestro ambulante di agricoltura” cui fu affidato il compito di diffondere le pratiche di “allevamento” delle piante. Per far circolare meglio le nuove idee e fornire materiale, anche cartaceo, da leggere e approfondire, si diede l’avvio a “Il bollettino agrario” e fu potenziata l’attività e la presenza dell’Istituto Agrario Provinciale di San Michele. Fu incoraggiata la diffusione dei vivai privati, come quello di Livo in Val di Non, dal quale sembra siano partite le piante che hanno costituito il famoso giardino Tolstoj nella sua tenuta di Yasnaya Polyana, e di quelli consorziati, fino ad arrivare alla realizzazione di un vivaio centrale, curato direttamente dai tecnici. In Trentino-Alto Adige, con la fondazione, nel 1823, della prima scuola di pomologia a Bressanone (BZ) e, nel 1874, del già citato Istituto Agrario di San Michele all’Adige (TN), si assiste all’avvio della coltura del melo su larga scala: risalgono infatti a quell’epoca le prime importanti mostre frutticole organizzate a livello regionale e la partecipazione alle mostre internazionali. Nel 1851 fu istituita a Bolzano la Camera di Commercio e Industria, che si mise in prima linea nella diffusione della frutticoltura, organizzando esposizioni e incentivando gli agricoltori. La promozione mirata della coltivazione degli alberi da frutto e la lavorazione della frutta furono incentivate con apposite sovvenzioni. Dopo la costruzione della Ferrovia del Brennero (1866) anche il commercio della frutta, e con esso la diffusione della coltura, subirono un notevole incremento. A Trento, al fine di trovare “piazze di smercio”, fu costituita, nel 1895, la prima Società per lo smercio cumulativo di frutta trentina, che contribuì non poco a far conoscere la produzione locale, a generalizzare e a diffondere sani criteri di lavorazione e imballo della frutta e, di conseguenza, a incrementare la diffusione delle coltivazioni di melo. Per la produzione su larga scala della mela di Verona bisogna attendere i primi del Novecento, quando la coltura del melo nel veronese risulta essere seconda solo alla peschicoltura. Dal 1950 a oggi parliamo di frutticoltura moderna, che ha visto tecniche di coltivazione e varietà succedersi in rapidissima evoluzione. Ricordiamo la “rivoluzione” introdotta dai portinnesti nanizzanti, che hanno progressivamente soppiantato gli impianti tradizionali con filari sostenuti da adeguate palificazioni. Ancor più innovativa fu, per certi versi, l’introduzione delle due “nuove” varietà che hanno costituito, per quasi un cinquantennio, il perno della melicoltura in Italia, come in molti altri Paesi: la Golden Delicious e la Stark Delicious. Solo nell’ultimo quindicennio i due pilastri della frutticoltura italiana hanno iniziato a cedere il passo alle più intriganti nuove varietà (Gala, Fuji ecc.), mentre altre varietà sono rimaste relegate tra le minori. Nella frutticoltura italiana più recente dobbiamo anche registrare un progressivo spostamento delle coltivazioni dalle zone di pianura alle aree pedemontane e montane dell’arco alpino, che, negli ultimi anni, hanno complessivamente affermato la loro elevata vocazionalità per la produzione della mela.

Fitoterapia e alimentazione

Le proprietà medicinali e terapeutiche delle mele ricorrono nel Corpus Hippocraticum (V-IV sec. a.C.) e le loro proprietà curative sono citate anche nel I sec. a.C.; Galeno e Ippocrate (II sec.) raccomandavano le mele come aiuto alla digestione e rimedio alla costipazione. Nove secoli dopo anche la Scuola Medica Salernitana discuteva del valore terapeutico delle mele per i disturbi intestinali. Molti testi dietetici del Medioevo consigliavano la mela per mantenersi in salute e per difendersi dalle epidemie e tale frutto era una coltura protetta e la sua esportazione, se in esubero rispetto alle necessità alimentari locali, era concessa solo previo pagamento di un dazio. Inoltre in epoca medievale la frutta veniva consumata a fine pasto e la mela era considerata la “frutta” per eccellenza; Carlo Magno, dopo il pasto principale, era abituato a consumare aliquid pomorum. Pier De’ Crescenzi (XIV sec.) nel suo Liber ruralium commodorum scrive che agli animali domestici ammalati, tra l’altro, “…si dia a bere l’acqua delle mele agre...”. Secondo il Theatrum Sanitatis (XIV sec.) le mele (mala dulcis) sono “nature c(alide) et h(umide) in 2°” e gioverebbero al cuore, al respiro e allo stomaco. Quelle agre, invece, (mala acetosa) sono “nature f(rigide) in 2° h(umide) in 1°” e per tali loro caratteristiche servirebbero a riscaldare il fegato. Nei monasteri la frutta per l’autoconsumo era generalmente prodotta in proprio mentre l’acquisto risultava piuttosto sporadico. In particolare, in uno dei tanti “Libri di introito ed esito” (seconda metà del Cinquecento) del monastero di S. Maria del Carmine di Putignano, l’unico frutto che figura tra gli acquisti alimentari è la mela. Nel XVI secolo il medico J. Caius suggeriva ai propri pazienti ammalati il consumo di mele dolci per recuperare le forze. Anche Shakespeare, nello stesso secolo, cita le mele servite come dessert. Da un libro di “Stime e locazioni” (1647) relativo a una famiglia signorile (Frangipani?) del Friuli, tra i fruttiferi elencati, il melo figura al primo posto. Nel Settecento, nel monastero di S. Chiara di Lanciano, le mele consumate dalle monache erano prodotte dai numerosi alberi presenti nei frutteti e nelle masserie di pertinenza. Dall’esame del dettaglio delle spese di cucina della famiglia Doria e del Monastero di San Girolamo di Quarto (GE), emerge che, tra le 15 specie da frutto abitualmente consumate, per la famiglia Doria le mele rappresentavano solo l’1%, mentre per il Monastero tale percentuale arrivava a coprire il 43% della frutta consumata annualmente. Ciò a causa della relativa povertà delle mense monastiche e del fatto che le mele (seconda metà del Settecento) costassero meno della metà delle pere e ancor meno delle ciliegie. Negli archivi di tale famiglia sono citate le varietà di melo “Granate”, “Fior di Cascia” e “Pipine”.

Arte

Dall’anonimo autore degli affreschi di Ercolano a Cézanne molti artisti hanno raffigurato le mele nelle loro opere, soprattutto in “nature morte”. Al riguardo delle tele del Bimbi (1648-1730) va segnalato che esse sono un esempio dei “campionari di frutta” della prima metà del Settecento, che rappresentavano veri e propri status symbol, a vanto e orgoglio del committente, con una forte valenza documentaria, culturale e scientifica con spiccati riflessi didattici. Infatti, ognuno dei frutti rappresentati porta un numero e, nel relativo cartiglio, a ogni numero corrisponde il nome di una cultivar. Anche il Munari (1667-1720), allo stesso modo, effigia in 2 tele le “Pere di agosto” e “Le pere del mese di giugno e di luglio”. Le loro tele costituivano una specie di “catalogo” della piattaforma varietale dell’epoca, cui ricorrere per riconoscere e classificare le cultivar. Entrambi gli Autori, a causa dell’interesse, del realismo, della raffinatezza e del numero di frutti illustrati, possono considerarsi dei veri e propri antesignani delle moderne pomologie. Per pomologie si intendono libri illustrati che riportano l’immagine del frutto intero e delle sue sezioni, trasversale e verticale, accompagnate talvolta da quella di foglie e fiori. Di ogni cultivar vengono anche riportate, nell’apposita scheda pomologica, notizie sulla storia, sulla diffusione e sulle caratteristiche agronomico-colturali delle cultivar presenti in un certo territorio. A dispetto del nome, le pomologie non trattano solo di pomi, ma dei frutti delle diverse specie. Tra di esse, a eccezione della “Pomona Britannica”, le mele sono sempre presenti e spesso in prima posizione. Se il prof. Baldini scrive di “Arte e Scienza al Servizio di Pomona” con particolare riguardo alle antiche pomologie italiane, in quelle cromo-litografate tra Settecento e Ottocento, talvolta la scienza e la tecnica prendono il soppravvento sull’arte, per arrivare alle aride quadricromie di molte delle pomologie contemporanee. Ovviamente esistono delle eccezioni fra le quali, per citarne solo alcune, le famose tavole del Gallesio, quelle della Pomona Britannica e della Magyar Pomologie ove scienza e arte convivono ancora meravigliosamente. A partire dalla fine del Settecento sino al Novecento inoltrato, molte nazioni, soprattutto europee, fecero a gara per avere la propria Pomologia nazionale. Tra di esse ne ricorderemo alcune per il numero delle cultivar illustrate, quali la Deutsche Pomologie (1883) e la Ceske Ovoce (1924), rispettivamente con 150 e 120 varietà. Altre pomologie si distinguono per le grandi dimensioni (in folio grande) delle tavole quali quelle della Pomona Italiana (1817) e la Magyar Pomologie (1900) oppure per quelle più piccole e tascabili (20 × 12 cm) dei numerosi volumi della Lidovà Pomologie. Per l’antichità del testo vanno ricordate la Pomologia di J.H. Knoop (1758) e, dello stesso Autore, Beschrijving van Vruchtboomen en Vruchten (1790). Grande raffinatezza delle tavole si riscontra in diverse pomologie quali Pomona Britannica (1817), Le Jardin Fruitier du muséum (1871), Svenska Fruktsorter e Svensk Frukt, entrambe del 1924. Tra le pomologie extraeuropee va certamente ricordata l’opera in 2 volumi del Beach The Apples of New York (1905) nella quale delle 3213 cultivar elencate oltre 650 sono descritte; delle stesse, 136 sono illustrate a colori e 78 in bianco e nero. Le mele sono raffigurate in numerose tele, nature morte per la grande maggioranza, di differenti artisti, di diversi Paesi e di diverse epoche storiche. Tra di essi ricorderemo P. Aertsen, G. Arcimboldi, J. Beuckelaer, Campi, Caravaggio e L. Cranach per il XVI sec.; un Anonimo spagnolo, B. Bimbi, P. Claesz, J.D. de Heem, P. de Vos, L. Forte, Munari, G. Ruoppolo, R. Ruysch, F. Snyders, J. van Kessel e A. van Utrecht per il XVII sec. Per il XIX sec. vanno citati Cézanne e, infine, G. De Chirico, A. Savinio e Warhol per il XX. Da una ricerca inedita dell’ ICA di Piacenza emerge la diversa frequenza con la quale la mela, rispetto agli altri tipi di frutta, viene raffigurata in alcune delle tele dei succitati artisti. Tali frequenze risultano piuttosto variabili tra gli Autori, variando da poco più del 10% per van Kessel e Spadino, al 37% per “Il Fruttivendolo” di Aertsen, sino al 53% per Claesz. La frequenza con cui vengono raffigurate le mele varia anche a seconda delle tele, per uno stesso autore. Infatti, citando solo alcuni casi emblematici, il numero delle mele sul totale dei frutti varia dal 7 al 17% per Snyders, dal 15 al 31% per Ruoppolo e dal 7 al 30% per van Utrecht. La mela è stata caricata, nei secoli, di forti simbolismi religiosi. Nella tradizione cristiana, infatti, la mela è il frutto proibito: l’assonanza con in termine latino malum, che significa mela ma anche sofferenza, punizione, castigo, interpreta la condizione umana dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre. Si possono annoverare molte rappresentazioni artistiche della scena di Adamo ed Eva nell’atto di raccogliere la mela dall’albero della conoscenza del bene e del male. Troviamo raffigurazioni della scena di Adamo ed Eva intenti a cogliere il frutto o nel momento della cacciata dal Paradiso Terrestre in numerosi autori che attraversano epoche storiche differenti: da Wiligelmo a Dürer, da Tiziano a Rembrandt, da Michelangelo a Lucas Cranach. La mela è però un simbolo ambivalente, infatti, quando viene consegnata dalla Vergine al Bambino, rimanda al tema del peccato originale del quale il Figlio si farà redentore, rappresentato in molteplici opere sacre. Per quanto riguarda la scultura, si può menzionare la Madonna degli annegati, di Adamo d’Arogno (Duomo di Trento), che regge una mela nella mano destra. Il quadro deve la sua denominazione alla consuetudine, in voga al tempo, di esporre ai suoi piedi gli annegati nell’Adige per il riconoscimento. Troviamo poi la mela come simbolo di salute, abbondanza e bellezza del creato nei festoni che decorano le pale d’altare, i pulpiti e i fonti battesimali della Val di Non e della Val di Sole, nelle ghirlande affrescate nei palazzi, scolpite sui mobili, dipinte su ceramiche e porcellane, sbalzate sui piatti di rame e sugli stampi per dolci. Il tema mitologico e simbolico continua a ritrovarsi nelle opere di soggetto non religioso: Paolina Bonaparte come Venere Vincitrice, famosa scultura neoclassica di Canova, è rappresentata con una mela in mano, simbolo legato all’amore, alla seduzione e alla fecondità. E ancora, il quadro di Raffaello Ritratto di giovane con pomo, che ritrae il giovane duca Francesco Maria della Rovere. La ricchezza delle vesti bordate di pelliccia riconduce a un personaggio di alto lignaggio, la posizione di erede, non ancora investito del potere, ha riscontro nel particolare delle mani prive di anelli e nella presenza del pomo che potrebbe richiamare il globo del potere a cui è destinato il giovane. Doveroso è citare Arcimboldo e i suoi ritratti: nell’Autunno, mentre una pera succosa forma il naso bitorzoluto del personaggio rude e grossolano, la guancia rigonfia è una mela matura e il mento un melograno. Era la mela il frutto prediletto di Cézanne, soggetto di tante nature morte, al punto da dire: “Voglio stupire Parigi con una mela”. La sensazione di Cézanne, al di là degli impressionisti, non sta nel gioco libero della luce e del colore (impressioni), ma, al contrario, nel corpo, anche di una mela. Ciò che viene dipinto sulla tela è il corpo (la mela) non in quanto rappresentante un oggetto, bensì quella particolare sensazione che Lawrence, a proposito di Cézanne, definiva “l’essere melesco di una mela”. Il tema è stato ripreso da altri impressionisti e postimpressionisti come Sisley, Renoir, Gauguin, fino all’art nouveau di Gustav Klimt. René Magritte, rappresentante del surrealismo, ha più volte utilizzato una mela nei suoi dipinti: nel quadro che raffigura l’uomo con la bombetta e il vestito scuro, a mezzo busto (Il figlio dell’uomo, 1964), l’uomo ha il volto coperto da una mela verde che funge da maschera. L’effetto è quello di un ritratto inconsueto in cui il centro della scena, che dovrebbe essere dominato dal volto del personaggio, è occupato da un oggetto, la mela appunto, che ha l’effetto di cancellare la sua reale identità. La sovrapposizione crea un effetto di smarrimento: non facciamo nemmeno caso al fatto che il busto dell’uomo copre una porzione di cielo, ma una mela che ne copre il volto salta subito all’occhio e ci colpisce. È come se l’uomo fosse invisibile, poiché di lui ci è dato di conoscere soltanto l’apparenza del suo corpo, mentre non riusciremo mai a scorgere il suo volto. È la mela il costante elemento identificativo e l’icona simbolica della produzione artistica del pittore contemporaneo Vanni Viviani. Le mele di Viviani sono un ricettacolo di sensualità, di fertilità e di eleganti sinuosità che si intrecciano a disegnare figure nuove.

Letteratura agricola italiana

Nella letteratura agricola italiana, tra il Seicento e il Settecento, sono frequenti i fruttiferi in generale e il melo in particolare. Tra i vari autori citeremo il Crescenzio, che nel suo famoso trattato (MDLXIIII) parla dell’innesto, della potatura e cita le caratteristiche di alcune cultivar nonché le proprietà mediche e l’impiego terapeutico dei frutti del melo. L’agronomo bresciano M. Agostino Gallo cita e descrive brevemente 9 (“Le vinti giornate dell’agricoltura et de’ piaceri della villa”, MDLXXXIIII ) cultivar di pomi fra cui Appioli, Paradisi e S. Pietro. Analogamente anche il Tanara, ne L’Economia del Cittadino in Villa (MDCLXXIV), descrive brevemente 7 cultivar di melo, fornendo altresì indicazioni sulla sua coltivazione, sul terreno e sulle condizioni climatiche di cui necessita. Marco Bussato (Giardino di agricoltura, MDXCIII) tratta della potatura e dell’innesto dei fruttiferi. Pur non parlando espressamente di melo, indica graficamente il modo di prelevare le marze da piante di cui sia stato osservato il frutto. Nella relativa illustrazione (cap. XXXVI) i frutti sono quasi certamente delle mele. Il Battarra (Pratica Agraria distribuita in vari dialoghi, MDCCXCVIII), nel classico stile di un catechismo rurale, parla della migliore epoca per la piantagione dei meli e, a proposito della potatura, scrive: “… ai Meli quanto meno taglierai, tanto te li conserverai fruttiferi. Tutta quella simetria, che vorrai loro procurare, dagliela nel terzo, quarto, o quint’anno al più di sua vita, e non farci altro...”. M. Africo Clemente nel suo Della Agricoltura (MDCXCVI) dedica l’intero capitolo XLVII al melo e rifacendosi abbondantemente a Palladio e a Crescenzio descrive la preparazione del terreno, l’impianto, la concimazione organica con urina umana e l’impiego di quest’ultima, assieme a sterco di porco e di pollo, per combattere “i vermi” delle mele. Parla, quindi, della migliore epoca per potare e innestare il melo, tenendo conto della luna. A riguardo della fruttificazione, citando Plinio, esplicita chiaramente il fenomeno dell’alternanza scrivendo: “... fãno frutto vn’anno sì, e l’altro nò”.

Mela tra mitologia e simbolismo

Nella mitologia greca, uno degli episodi più significativi riguarda la mela della discordia. Eris (o Era, dal greco antico Ερις, «conflitto, lite, contesa»), dea della discordia, furiosa per l’esclusione dal banchetto nuziale di Peleo e Teti, per vendicarsi dell’affronto giunse sul luogo in cui si teneva il banchetto e fece rotolare una mela d’oro, dichiarando che era destinata “alla più bella” fra le divine convitate. Le tre dee che la pretesero furono Era, Atena e Afrodite. Giove, non sapendo a chi consegnarla, stabilì che la decisione di chi fosse la più bella spettasse all’uomo più bello, cioè Paride principe di Troia (giudizio di Paride). Ogni dea allora promise a Paride una ricompensa in cambio della mela: Atena, grazie al dono della sapienza, lo avrebbe reso capace di modificare eventi e materia a suo piacimento, Era lo avrebbe reso ricco, potente e glorioso e Afrodite avrebbe appagato i suoi desideri amorosi concedendogli in sposa la donna più bella, Elena. Paride favorì quest’ultima scatenando l’ira delle altre due. La dea dell’amore aiutò quindi Paride a rapire Elena, moglie del re di Sparta Menelao, ponendo le basi che portarono alla guerra di Troia.

Nel mito di Atalanta e Ippomene, Atalanta, fanciulla bellissima e velocissima, essendo stata richiesta in moglie da molti eroi, fece questo patto con i suoi pretendenti: l’avrebbe sposata solo chi l’avesse vinta in una corsa. Ippomene, consigliato da Venere, portò con sé tre pomi d’oro che fece cadere uno dopo l’altro durante la gara. La giovane, allettata dai pomi, si fermò per raccoglierli, permettendo a Ippomene di vincere la gara e sposarla. Nel mito di Tantalo, le mele, le pere e i fichi che oscillano davanti al viso di Tantalo e che si allontanano da lui quando questi tenta di afferrarli, furono considerati dal mitografo Fulgenzio “frutti del Mar Morto”. Di essi Tertulliano scriveva che, appena sfiorata con un dito, la mela si trasformava in cenere.

Nelle tradizioni celtiche, il pomo è un frutto di scienza, di magia e di rivelazione ed è anche un nutrimento meraviglioso. Il melo, aval in bretone, occupa un posto di grande rilievo nella mitologia celtica: in alcuni racconti bretoni, mangiare un pomo costituisce il prologo di una profezia. La donna dell’Altro Mondo, rappresentato come un’isola sulla quale crescono i meli i cui frutti hanno un sapore dolce che ricorda quello del miele, viene a cercare Condle, il figlio del re Conn dalle cento battaglie, e gli consegna un pomo che lo nutre per un mese e non si consuma mai. La mela viene quindi ad avere uno stretto legame con l’Aldilà, quasi un frutto dell’immortalità, della scienza e della saggezza, un mezzo per entrare in contatto con l’Altro Mondo. Il dio gallico Lugh impone ai figli di Tuireann, in espiazione dell’omicidio del proprio padre, la ricerca di alcuni oggetti meravigliosi, tra cui figurano 3 mele del giardino delle Esperidi: chiunque ne mangi non avrà più fame né sete, né dolore né malattie ed esse non si consumeranno mai. Nelle Triadi d’Irlanda si dimostra quanto importante fosse ritenuto l’albero sacro delle mele, tanto che sembra richiedere la pena di morte per chi l’avesse abbattuto illegalmente: “Tre cose che non respirano risarcibili solo con cose che respirano: un melo, un nocciolo, un bosco sacro”. Nelle Leggi di Brehon, leggi di classificazione arborea atte a stabilire la pena per chi abbatteva illegalmente alberi di una determinata specie, il melo è annoverato tra i Sette alberi Signori. Il potere delle mele è detto essere la salvezza del poeta, come risulta dalla leggenda gallese di Sion Kent che il Principe dell’Aria cercò di rapire: Kent, ottenuto il potere mangiando qualche boccone di mela, si afferra saldamente al melo, rifugio che gli garantisce assoluta protezione. “Essendo troppo carico di colpe per il cielo, ma al sicuro dall’inferno, egli continua a vagare sulla terra restando inafferrabile”, in altre parole, si assicura l’immortalità poetica. Nel ciclo arturiano Morgana è una maga, la grande sacerdotessa dell’isola delle mele. Il simbolismo della mela è infatti direttamente relazionato alla dea. Nella mitica “isola delle mele” ad Avalon (insula pomorum) ove si era rifugiato Re Artù, il mago Merlino insegnava sotto un albero di melo. Se Avalon è l’isola delle mele, la mitica terra celtica dei trapassati, sembra che anche l’Averno, l’inferno greco-romano, debba la derivazione del nome dal celtico abellio che significa appunto melo, da cui l’inglese apple e il tedesco apfel. Presso diverse culture la mela è quindi presente quale elemento caratteristico della sede ultraterrena. Nella mitologia scandinava troviamo invece la mela dell’eterna giovinezza che Indhunn teneva ad Asgard, e quella lanciata da una donna dell’Isola della Vita a Conle, che lo nutrì per un mese facendolo spasimare d’amore. Perfino presso gli Irochesi, indiani del Nord America un tempo fra i più potenti, che sopravvivono oggi in piccole riserve, un albero di mele è ritenuto il centro del cielo. Credenze che superano qualsiasi confine geografico e culturale, come nei Paesi del Nord Europa, nei misteriosi riti vudu dell’America Centrale, la mela serviva e serve per preparare potenti filtri d’amore. Esiste anche un antico mito persiano: racconta che Meshia e Meshiana erano vissuti di sola frutta fino a quando il demone Ohrimen li ebbe persuasi a rinnegare il Signore. Persero purezza, tagliarono gli alberi, uccisero gli animali e commisero altri peccati. Il nome latino della mela “malum” è esattamente lo stesso che indica il male e i maghi dell’antichità se ne servivano per gettare incantesimi. Per secoli, a ondate successive, i musulmani condussero la guerra santa, nell’intento di conquistare la «mela d’oro» (cioè Vienna), nome dovuto alle cupole dorate delle molte chiese, e la mitica «mela rossa» (Roma), due frutti ambiti che, secondo antiche profezie, un Sultano avrebbe prima o poi afferrate e strette saldamente in pugno. I racconti medievali sono fitti di mele fatate o che donavano l’immortalità, simboli di potere durante il Sacro Romano Impero o, secondo Dante Alighieri, di Dio stesso. Attraverso numerosi miti e leggende di diverse culture ed età, il frutto del melo, la mela, è la rappresentazione dell’archetipo della Grande Madre e dei suoi triplici aspetti di Vergine, Madre e Anziana. Infatti, tagliando una mela a metà secondo l’asse equatoriale, si osserva un Pentacolo o Pentagramma, la stella a cinque punte. Il pentagramma ha sempre rappresentato per l’uomo antico le leggi dell’armonia essendo strettamente legato al numero che per eccellenza interpreta questo concetto: la sezione aurea o proporzione divina, che si esprime col numero d’oro, il numero dell’armonia e della perfezione, che si ritrova ovunque nella natura e che storicamente nasce appunto dal pentagramma, o stella a cinque punte. Il pentagramma ha la particolarità che tutti i suoi segmenti sono un’applicazione della divina proporzione, rendendolo un perfetto simbolo di sintesi dell’armonia. In breve, la mela può essere considerata come un simbolo universale su tutti i livelli del dare e ricevere amore, anche da un punto di vista fisico. Infatti su di un piano materiale la mela è un simbolo di amore sensuale, del matrimonio che viene consumato, della bellezza, della gioventù e della fertilità. Trasportando questa interpretazione su di un piano spirituale, la mela viene a rappresentare il Potere dell’Amore, la devozione agli dei, il superamento della dualità e la comunione con gli dei. In altre parole, il nostro amore umano, anche nella sua espressione sensuale, è un prototipo, o parallelo, per l’unione tra un singolo individuo con il divino. Nel simbolismo biblico il melo rappresenta l’albero della conoscenza del bene e del male; questa associazione simbolica si verificò nel Medioevo cristiano, quando l’albero della conoscenza venne spesso raffigurato con il melo e il frutto del peccato originale con la mela. Nella Genesi, Dio aveva riservato per sé i rossi frutti dell’albero. Eva, non resistendo al suo fascino, ne ha fatto il frutto della tentazione per eccellenza. Anche per questo la mela è così spesso associata alla figura della donna e al suo potere di seduzione. La mela richiama inoltre la sapienza poiché Eva la raccolse dall’albero della conoscenza del bene e del male; ciò che è sbagliato è il gesto di raccoglierla, la mela in sé non ha connotazione negativa. La mela è anche il simbolo dell’unità della Chiesa, ma anche degli apostoli uniti in un solo segno per la salvezza dell’umanità. La mela in mano al Bambin Gesù indica che egli prende su di sé i peccati del mondo; associata alla Madonna col Bambino, indica salvezza.

Nel Cantico dei Cantici la mela rappresentava il verbo divino. 3 Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato. 4 Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore. 5 Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore.

Mela nell’epoca moderna


The Beatles. Il famoso gruppo musicale britannico The Beatles, originario di Liverpool e in attività dal 1962 al 1970, ha segnato un’epoca non solo nella musica ma anche nel costume, nella moda e nella moderna pop art. Celebre la mela rappresentata sui loro dischi, da cui il nome della casa discografica da loro fondata nel 1968, la Apple Corps.

New York: the big apple. L’espressione “Grande Mela” è utilizzata in tutto il mondo per definire la città di New York. Nel 1909 Edward S. Martin, nel libro The Wayfaver in New York, paragona lo stato di New York a un melo, con le radici nella valle del Mississippi e il frutto a New York. Negli anni Venti il termine venne riproposto dal cronista sportivo John J. Fitzgerald, che aveva sentito definire così l’ippodromo di New York. Riferendosi ancora all’ippodromo, il cronista riportò come, per gli scommettitori di corse dei cavalli, New York fosse il circuito (“la mela”) più ricco a livello di guadagni. Lo slogan passò poi nelle mani dei musicisti jazz di Chicago che, finita l’epoca del proibizionismo, si trasferirono a New York in cerca di un nuovo pubblico e di nuova fortuna; spesso usavano questa definizione come una metafora del successo. Quando i concerti erano lontano da New York, si suonava “sui rami”; al contrario, suonare a New York significava suonare nella “Grande Mela”. Il soprannome è stato riproposto negli anni Settanta in una campagna di promozione turistica della città. Nel 1997 il sindaco Rudolph Giuliani battezzò Big Apple Corner l’angolo tra la 54 West Street e Broadway, dove John J. Fitzgerald abitò dal 1934 al 1963, per rendere omaggio al giornalista che rese famosa la definizione.

Apple Computer Inc. Il computer Macintosh, detto comunemente Mac, deve il suo nome a una popolare varietà di mela (apple in inglese), la McIntosh. La scelta del nome è attribuita a Jef Raskin, l’esperto di interfacce di computer che ne sviluppò il progetto. Molte sono le ipotesi sull’origine del logo della Apple: la maggior parte delle teorie racconta che Steve Jobs, nell’estate del 1975, lavorasse in una piantagione di mele in Oregon e fosse rimasto particolarmente colpito dalla copertina di un LP dei Beatles rappresentante appunto una mela. Un’altra versione, forse più suggestiva, collega il logo al suicidio di Alan Turing, matematico e logico britannico, avvenuto, secondo alcune versioni, tramite una mela intinta nel cianuro, a imitazione della mela di Biancaneve. Un’altra leggenda narra che nel periodo della fondazione di Apple, Steve Jobs fosse appena diventato vegetariano e il suo frutto preferito fosse proprio la mela. Altra ipotesi è che scelsero come logo e nome la mela per far capire che utilizzare prodotti della Apple sarebbe stato facile quanto mangiare una mela. Si dice anche che Steve Wozniak avesse scelto il nome Apple anche per farla risultare tra le prime aziende nella lista nell’elenco telefonico. Infine, un’ultima ipotesi (confermata anche in un documentario da Steve Jobs) narra che mentre stavano scegliendo il nome della casa, videro, poggiata su un tavolo, una mela morsicata.

Mela nella mitologia moderna
Guglielmo Tell. Le gesta di Tell si concentrano in pochi fatti salienti: l’onesto cacciatore Guglielmo Tell, abitante a Uri, è onorato padre di famiglia ed eccellente balestriere. Il 18 novembre del 1307, il protagonista si reca nel capoluogo regionale, Altdorf. Passando sulla piazza, l’orgoglioso montanaro ignora il cappello imperiale collocato su un’asta e non concede la dovuta riverenza. Il cappello, posto dal balivo locale Gessler, è simbolo dell’autorità imperiale; chi non si inchina rischia la pena di morte o la confisca dei beni. Il giorno dopo, in cambio della vita, il balivo Gessler gli impone la prova della mela, posta sulla testa del figlioletto Walter. La prova riesce ma, nel caso qualcosa andasse storto, Guglielmo ha nascosto una seconda freccia sotto la giacca, pronta per il tiranno. Per questo Tell viene arrestato e portato in barca verso la prigione. Improvvisamente si scatena una tempesta e i suoi carcerieri lo liberano per farsi aiutare. Arrivati alla riva, Tell riesce a scappare e, con una possente spinta, rimanda l’imbarcazione verso il largo. Il terzo giorno, nascosto dietro a un albero ai lati della «Via cava», che dal Gottardo conduce a Zurigo, Tell si vendica uccidendo Gessler.

Mela di Newton. La tradizione vuole che Newton fosse seduto sotto un albero di mele quando una mela cadde sulla sua testa e questo gli fece capire che la forza gravitazionale terrestre e celeste erano la stessa cosa. Questa in realtà è un’esagerazione di un episodio narrato da Newton stesso secondo il quale egli sedeva a una finestra della sua casa (Woolsthorpe Manor) e vide una mela cadere dall’albero. In ogni modo si ritiene che anche questa storia sia stata inventata dallo stesso Newton, più avanti negli anni, per dimostrare quanto fosse abile a trarre ispirazione dagli eventi di tutti i giorni. Uno scrittore suo contemporaneo, William Stukeley, registrò, nelle sue Memoirs of Sir Isaac Newton’s Life, una conversazione con Newton a Kensington, il 5 aprile 1726, nella quale Newton ricordava «quando per la prima volta, la nozione di forza di gravità si formò nella sua mente. Fu causato dalla caduta di una mela, mentre sedeva in contemplazione. Perché la mela cade sempre perpendicolarmente al terreno, pensò tra sé e sé. Perché non potrebbe cadere a lato o verso l’alto ma sempre verso il centro della terra.» L’episodio divenne famoso quando fu ripreso da Voltaire nella quindicesima delle sue Lettres philosophiques (1734).

Mela nella poesia

Ode alla mela (Pablo Neruda)
Te, mela, voglio festeggiarti riempiendomi col tuo nome la bocca, mangiandoti. Sempre sei nuova come niente o nessuno, sempre appena caduta dal Paradiso: piena e pura guancia arrossita dell’aurora! Che cosa difficile sono paragonati a te i frutti della terra, le cellulari uve, i manghi tenebrosi, le ossute prugne, i fichi sottomarini: Tu sei pomata pura, pane fragrante, formaggio della vegetazione. Quando mordiamo la tua rotonda innocenza torniamo per un istante a essere anche creature appena create... ... Io voglio una abbondanza totale, la moltiplicazione della tua famiglia, voglio una città, una repubblica, un fiume Mississipi di mele, e alle sue rive voglio vedere tutta la popolazione del mondo unita, riunita, nell’atto più semplice della terra: mordere una mela.

Mela nella filatelia

Alle numerose tematiche care ai filatelisti, non sono estranee quella della botanica e della frutta e di quest’ultima, oltre ad altre numerose specie, figura anche la mela. I relativi francobolli, emessi generalmente da Stati europei o dagli USA, vanno da edizioni semplici e piuttosto primitive quali alcune della Bulgaria, evolutesi in seguito in ottimi bozzetti, sino a vere e proprie tavole pomologiche, in alcune delle quali è addirittura possibile riconoscere la cultivar. Tra gli Stati con emissioni filateliche raffiguranti la mela, vanno ricordati l’Austria, l’Italia, l’Inghilterra, la Polonia, la Romania, la Moldavia, San Marino, l’Ungheria. Anche Stati extraeuropei nei quali la coltura del melo è del tutto secondaria quali Afghanistan, Repubblica Malgascia e Yemen hanno emesso francobolli raffiguranti mele. Di un certo particolare interesse il francobollo che le poste inglesi hanno dedicato a Newton (nel ricordo della famosa mela e nell’anniversario dei Principia) e quello che gli USA dedicarono a John Appleseed.

Mela nei proverbi

Se i proverbi rappresentano massime, norme, consigli e detti, spesso arguti, della sapienza popolare e sono una sinossi delle tradizioni, dei costumi di vita, degli eventi climatici, dell’alimentazione e del comune buon senso dei nostri antenati, la mela, che li ha accompagnati e nutriti sin dal Paleolitico, non poteva mancare nelle loro enunciazioni. Qui a lato, senza commento, ne riportiamo una dozzina relativi a “mela” e una mezza relativa a “pomo”.

Mela nelle fiabe

Nelle fiabe l’alimento magico per eccellenza è rappresentato dalla rossa e seducente mela. Nella fiaba Biancaneve e i sette nani dei fratelli Grimm una mela avvelenata viene offerta a Biancaneve dalla strega cattiva, gelosa della bellezza della giovane. La mela avvelenata corrisponde a una sorta di rito iniziatico: porta solo simbolicamente alla morte della protagonista, per poi rinascere a una situazione di equilibrio che permette di sconfiggere l’antagonista. La mela presa dal proprio giardino da una fata o da un mago e offerta in dono a una regina, permette alla sovrana di più d’una fiaba di concepire il figlio tanto desiderato. Ecco come nascono Pomo e Scorzo nell’omonima fiaba veneziana: «Una volta c’erano marito e moglie, gran signori. Avrebbero voluto un figliolo, e non ne avevano. Un giorno quel signore era per via e incontra un Mago. “Signor Mago, mi insegni un po’, come posso fare ad avere un figlio?”. Il Mago gli dà una mela e dice: “La faccia mangiare a sua moglie e in capo a nove mesi le nascerà un bel bambino”. Il marito torna a casa con la mela e la dà a sua moglie. “Mangia questo frutto e avremo un bel bambino: me l’ha detto un Mago”. La moglie tutta contenta chiamò la fantesca e le disse che le sbucciasse la mela. La fantesca gliela sbucciò ma si tenne le scorze che poi mangiò. Nacque un figlio alla padrona e lo stesso giorno nacque un figlio alla fantesca: quello della fantesca bianco e rosso come una buccia di mela, e quello della padrona bianco come una polpa di mela».

“La ragazza mela” di Italo Calvino
«C’erano una volta un re e una regina, che non riuscivano ad avere figli. La regina esclamò: “Perché non posso fare figli, come il melo fa le mele?”. Risultato: le nacque una mela, che misero sul terrazzo in bella mostra. Il re che abitava di fronte un giorno vide sul terrazzo una bellissima fanciulla che si lavava e poi tornava nella mela, se ne innamorò e insisté tanto presso i vicini che questi gliela diedero. Il re cominciò a passare tutto il tempo con quella mela, solo nella sua camera, tanto che la sua matrigna, gelosa, si insospettì. Quando il re partì per la guerra, affidò la mela, chiusa in camera, a un servitore. Ma la matrigna drogò il servitore, rubò le chiavi e perquisì la camera del re; capì così che doveva essere la mela la cosa che occupava tanto il figlio. Così la pugnalò, e dalla mela uscì molto sangue. Poi, rimise a posto le chiavi; quando il servitore tornò in camera, la trovò allagata di sangue. Disperato, andò da una zia fata, che gli diede una polverina formata da una polvere per le ferite e una per le ragazze incantate. Il servitore la versò sulla mela, che si trasformò in una ragazza incerottata e bendata; quando il re tornò, lui e la ragazza si sposarono e la matrigna scappò. E vissero per sempre felici e contenti.»

La principessa che non voleva sposarsi (fiaba bulgara)
Macienka, la principessa bellissima, non voleva saperne di sposarsi. Alle richieste matrimoniali che le facevano i più nobili, ricchi e potenti personaggi della terra, rispondeva con un diniego. Il re, suo padre, perdette la pazienza. E un giorno le parlò con severità: “Non sei più una bimba. L’ora delle nozze, per te, è giunta. Fra tre giorni, qui nella reggia, si riuniranno mille giovani aristocratici! Re, principi, duchi. Potrai scegliere. Eccoti una mela d’oro. La offrirai al pretendente che più ti garba. E questi diventerà il tuo sposo”. Macienka non osò manifestare il proprio rammarico, ma corse subito in giardino e, senza essere vista, gettò la mela nella vasca. Il giorno fissato per la grande scelta, la fanciulla confessò al padre di non aver più, ormai, la mela d’oro. Figurarsi il re! “Possibile che tu abbia perduto la mela magica? Solo con la mela tra le mani avresti capito quale degli aristocratici giovani avrebbe potuto amarti, quale renderti felice!” Macienka capì di aver commesso una sciocchezza enorme. “Padre mio, la mela d’oro devo averla perduta in giardino. Ora vado a cercarla”. La fanciulla raggiunse la vasca, sedette sul bianco parapetto e incominciò a lamentarsi: “Povera me! Dovrò scegliere uno sposo a casaccio e commetterò, senza dubbio, un enorme sbaglio. Mela, piccola mela d’oro, ritorna a galla. Tu puoi guidarmi, illuminarmi, spingermi verso la felicità”. Le acque si agitarono, un pesce verde raggiunse, con un guizzo, il grembo della principessa e vi depose la mela d’oro. “La mela l’hai lanciata a me, dunque sposerai me.” “Sposarti?” s’indignò la ragazza. “Sposare una bestia? È follia.” “Mi sposerai. E saprò renderti felice.” Il pesce si rituffò in acqua e Macienka, con la mela d’oro, si recò nel salone degli smeraldi. Guardò a uno a uno i giovani che vi stavano raccolti, ma non sapeva decidersi. Finalmente sussultò. Era entrato nella stanza un giovane pallido, vestito di velluto nero, che portava un bizzarro cappello verde a forma di pesce. La fanciulla, seguendo un impulso subitaneo, gli lanciò la mela. E subito venne proclamato il suo fidanzamento col misterioso personaggio, potentissimo re di un gran reame. Una strega maligna l’aveva trasformato in pesce e gettato nella vasca; la mela d’oro lo aveva liberato dal malvagio incantesimo. Con lui, sapientissimo, bello, dal nobile animo e cuore tenero, Macienka visse molti e molti anni in perfetta felicità.


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