Volume: la fragola

Sezione: storia e arte

Capitolo: aspetti storici e artistici

Autori: Elvio Bellini, Stefania Nin

Origine del nome

Il nome Fragaria vesca, attribuito alla fragola di bosco, deriva dal latino fragus (dalla radice sanscrita ghra), che indica fragranza (ossia l’aroma), e vescus, che denota ciò che è molle (ossia il frutto); così dal latino derivano i nomi italiani fraghe e fragole, usati da Mattioli nel 1571, e fragola, citato da Theodor Zwinger nel 1696 (Theatrum Botanicum). Matthaeus Silvaticus (circa 1285-1342), professore di medicina a Salerno, è il primo ad attribuire il nome Fragaria (Fragraria) al genere nel suo Opus Pandectarum Medicine, una compilazione di materia medica con diligenti ed esatte ricerche intorno alla virtù delle erbe (edizione del 1526, British Library, Londra). I francesi chiamano questa pianta fraisier, dal nome del francese che introdusse la specie Fragaria chiloensis in Europa; i termini spagnoli fresa e fresera avrebbero la stessa origine francese. Tuttavia, nella sua De Natura Stirpium Libri (1536) il medico e botanico francese Jean Ruel, latinizzato in Johannes Ruellius (14741537), asserisce che la parola francese fresas è stata utilizzata in virtù dell’eccellente dolcezza e odore di questo frutto. Nel 1554 questa specie viene chiamata frayses dal naturalista amatoriale Amatus Lusitanus (1511-1568), ma la moderna parola fraise appare nella forma fraises grazie a Leonhard Fuchs (1501-1566) nel 1542 e Charles Estienne (1504-1564) nel 1545. È sempre Amatus Lusitanus (1554) a citare Servius, un filologo del XV secolo, che chiama il frutto terrestria mora; Dorstenius nel 1540 parla di fructus terrae et mora terrestria; nei versi di Virgilio troviamo humi nascentia fraga e nell’epiteto di Plinio terrestribus fragis. Alla caratteristica di produrre frutti vicino alla terra si devono probabilmente gli appellativi moderni eertbesien (belga), jord– beer (danese), erdbeere (tedesco), aerdbesie (olandese). Di dubbia origine invece il nome inglese strawberry e quello anglosassone streowberrie, citato da Turner nel 1538. Alcuni lo collegano a un’antica usanza, descritta da Browne nella sua Britania’s Pistoral, secondo la quale i bambini vendevano i frutti selvatici legati a fuscelli di erba o paglia, un costume ancora in atto tutt’oggi in alcune parti dell’Irlanda. Altri vedono nel nome un riferimento all’uso comune di pacciamare con paglia intorno alla pianta (streow = paglia). È stata anche avanzata l’ipotesi che la parola si riferisca alla somiglianza degli stoloni alla paglia, oppure al fatto che la pianta cresce comunemente tra l’erba secca di vecchi campi. Secondo un’altra teoria gli anglosassoni avrebbero usato questa parola perché il frutto matura nel periodo in cui i prati vengono falciati. Nessuna di queste ipotesi, tuttavia, è plausibile quanto quella secondo la quale strawberry deriverebbe dalla parola anglosassone streouberrie, a sua volta tratta da strae o strahen (to scatter = diffondere), riferita alla capacità degli stoloni di avanzare sul terreno, appunto anticamente strawed over the ground. Eloquente, pertanto, che la prima citazione negli scritti inglesi, di John Lydgate, sia straeberry.

Storia

Questa piccola “goccia” di nettare rosso era conosciuta e apprezzata già dall’uomo preistorico, come testimoniano alcuni reperti rinvenuti in zone montagnose e lacustri dell’Europa centro-occidentale. Nella Bibbia, nelle favole mitologiche e in alcuni dei più antichi trattati di medicina e botanica, si trovano elogi e menzioni di questo prelibato frutto. Alcuni storici naturalisti credono che la fragola fosse coltivata in Grecia e nei giardini Latini. In realtà non si trova in alcuna memoria che questa pianta fosse oggetto di coltivazione, da parte sia dei Greci sia dei Romani. Essa era allora conosciuta come pianta da frutto spontanea, tipica delle zone boschive, ma non era considerata come vivanda, né perciò ricercata. Non si hanno invero cenni antichi sul consumo di questo frutto, che non compare nel libro di cucina attribuito a Apicius Coelius, un autore che si presume sia vissuto nel 230 circa a.C. E non si trova alcuna traccia negli scritti di Teofrasto, Ippocrate, Dioscoride e del medico più famoso dell’antichità, Galeno Claudio di Pergamo, che possa ricondurre alla fragola. Così pure questo frutto non compare nelle liste delle piante coltivate e nei volumi sull’agricoltura dei quattro scrittori latini Catone, Varrone, Columella e Palladio. Sembra, però, che gli antichi Romani amassero questo frutto selvatico, che nel Medioevo divenne addirittura il simbolo della tentazione. La mitologia vuole che fosse spesso presente sulle tavole dei Romani, soprattutto durante le feste in onore di Adone, alla morte del quale, come narra la leggenda di Ovidio, Venere, dea dell’amore, pianse copiose lacrime che giunte sulla terra si trasformarono in piccoli e succosi frutti rossi a forma di cuore: le fragole, appunto! Non vi è dubbio, invece, che la pianta fosse conosciuta botanicamente, essendovene nota in Ovidio, Plinio e in qualche altro autore. Lucio Apuleio, o Apuleio da Madaura (125-180 circa), scrittore, filosofo, retore, mago e alchimista romano di scuola platonica, cita la fragola solo per il suo valore medicinale. Virgilio e Ovidio, invece, la menzionano, ma solo casualmente in poemi sulla vita di campagna dove il frutto viene associato con altri frutti selvatici. Così Virgilio include la fragola tra le bellezze del campo nei versi della terza egloga (delle Bucoliche), elogiandola e raccomandando ai ragazzini di stare attenti poiché nei luoghi freschi dove nasce si incontrano le serpi: “… qui legitis fiore set humi nascentia fraga frigidus, o pueri fugite hinc, latet anguis in herba”. Il poeta romano Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-18 d.C.) la cita due volte nella sua opera Metamorfosi; nel I libro descrivendo l’età dell’oro (“arbuteous fetus montanaque fragra legebant” – essi raccolsero frutti di corbezzolo e fragole di montagna); poi nel XIII libro nel canto che il ciclope Polifemo intona alla sua amata Galatea (“ipsa tuis manibus silvestri nata sub umbra mollia fraga leges” – raccogli con le tue mani la fragola nata all’ombra del bosco). Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) è l’ultimo scrittore antico ad accennare alla pianta nel libro XXI, c. 50 della Naturalis Historia includendola tra i naturali frutti dell’Italia. In seguito, nel libro XV, c. 28, si riferisce a terrestribus fragris per distinguere la fragola dall’Arbutus unedo. Il successivo richiamo alla fragola risale al tredicesimo secolo a opera di un dottore greco di nome Nicolaus Myrepsus il quale usa la parola phragouli; sarà poi Peter Forskal, viaggiatore svedese e naturalista del XVIII secolo, a evidenziare che la parola phraouli è in uso tra i greci per indicare la fragola. Il botanico tedesco dell’800 Karl Nikolaus Fraas assegna quest’ultima parola al greco moderno, mentre il botanico inglese del ’700 John Sibthorp elegge la parola kovkoumaria, che ricorda l’antica parola greca komaros o komaron, attribuita al corbezzolo, i cui frutti somigliano superficialmente a quelli della fragola. Né la fragola né la sua coltivazione sono menzionate da Ibn al-Awwam, autore del X secolo, tantomeno da Alberto Magno che morì nel 1280. Non esistono riferimenti nell’antico elenco delle arti culinarie inglesi The Forme of Cury, compilato circa nel 1390 da due cuochi mastri di re Riccardo II, e neppure nel libro di ricette Ancient Cookery del 1381. Con il tempo, tuttavia, vengono scoperte le sue qualità medicinali e a partire dal 1300 la fragola selvatica viene “rubata” al bosco per essere trapiantata nei giardini e diventare oggetto di coltivazione negli orti. Così nel Rinascimento fa la sua comparsa come pianta ornamentale negli orti di Francia, essendo considerata più decorativa per i suoi fiori che non utile per i suoi frutti. Risale al 1324 il primo documento, recuperato in un registro di un ospedale della Francia settentrionale, che attesta la pratica di coltivare le piantine di fragola per i loro frutti. Nel 1368 re Carlo V fa piantare oltre 1200 esemplari di fragola dal suo giardiniere Jean Dudoy nel giardino reale del Louvre a Parigi e nel 1375 lo Chateau de Couvres, vicino a Dijon, proprietà del duca di Burgundy, possiede ben quattro blocchi del magnifico giardino assegnati alla coltivazione della fragola. Pare che le fragole fossero così gradite dalla duchessa di Burgundy che le furono inviate anche quando era in visita nelle Fiandre. Anche in Inghilterra i primi tentativi di coltivazione risalgono intorno al 1400. Da notare che gli inglesi per tradizione sono golosissimi di fragole, tanto che le hanno anche nobilitate inserendole come ornamento in molte corone duttili. Negli scritti inglesi la fragola compare nel 1430, quando John Lydgate scrive una ballata intitolata London Lickpenny nella quale così imita il grido di strada dei venditori di Londra:
Then unto London I dyde me hye, Of all the land it bearyeth the pryse; “Gode pescode,” one began to cry – “Strabery rype, and cherry’s in the ryse.”
A partire dal 1500 i riferimenti alla fragola si fanno più frequenti; la pianta diviene comune nei giardini con la duplice funzione di ornamento e di piacere della tavola; medici e farmacisti riscoprono presunti usi medicinali e studiosi di botanica iniziano la nomenclatura delle diverse specie. La fragola è descritta abbastanza bene nel primo Hortus Sanitatis stampato a Venezia nel 1511 (c. 188), anche se mancano riferimenti alla coltivazione. The Grete Herball appare a Londra nel 1526, come la traduzione del lavoro francese sull’uso medicinale delle erbe pubblicato da Peter Treveris; qui la fragola viene descritta come un’erba che cresce bene nei boschi e in luoghi ombreggiati, ottima contro tutti i mali della milza. Nel 1530, quattro anni dopo la pubblicazione del The Grete Herball, secondo quanto riportato nel Privy Purse Expenses of Henry VIII, re Enrico VIII acquista “un boccale di fragole” per 10 scellini, certo della corrispondenza tra piacere reale e salute reale. Il boccale è molto piccolo, a forma di cono invertito, capiente meno di mezza pinta, quale evidenza della piccola pezzatura dei frutti a quel tempo. Anche Ruellius, botanico di quel periodo, descrive la fragola come una pianta che cresce bene, selvatica, in luoghi ombreggiati, capace di fornire frutti più grandi quando coltivata negli orti (De Natura Stirpium Libri, 1536). Pure Fuchs (1542) parla dei frutti più grandi che si producono negli orti, mentre Estienne (1545) riferisce di frutti grandi come nocciole e del loro gusto delizioso insieme alla crema. Verso la metà del ’500 l’elevata domanda di fragole stimola la regolare coltivazione, tanto che Thomas Tusser (1524-1580), scrittore di agricoltura e poeta, pubblica Five Hundred Points of Good Husbandry (1557) contenente molti proverbi in versi bizzarri. Si tratta di una collezione di istruzioni su coltivazione, giardinaggio e gestione della casa, associata a umorismo e massime astute, che include una lista di 21 specie da seme. Sotto la voce September’s Husbandry si può leggere:
“Wife into the garden and set me a plot With Strawberry roots, the best to be got; Such growing abroad among thorns in the wood, Well chosen and picked, proved excellent good.”
In Francia nel 1562 Bruyerin-Champier, medico di Enrico IV, include la fragola tra le piante introdotte di recente nei giardini francesi. Sedici anni dopo compaiono istruzioni per la sua coltivazione in L’Agriculture et Maison Rustique (1586), nel quale Charles Estienne e Jean Liebault raccomandano di reimpiantare i campi di fragole ogni 3 anni e di zappare e fertilizzare le colture annualmente. Gallo, nello stesso periodo, scrive che in Italia le fragole si possono ottenere in grande abbondanza. Le fragole coltivate sono rese famose da molti autori del XVI secolo, quali Dorstenius (1540), Mizaldus (1560), Pena e Lobel (1571), Porta (1592), Hyll (1593), Bauhin (1596). In particolare nel Gardeners’s Labyrinth (1593) Hyll scrive: “They be much eaten at all men’s tables the sommer time with wine and sugar, and they will grown in gardens until the bigness of the mulberry”. Giovanni Battista Porta, geniale esploratore italiano che si interessò anche di agricoltura, a proposito di fragole scriveva nel suo volume di botanica Villae (1592): “sono tra le delicatezze del giardino e la delizia del palato”. Alla fine del ’600 la fragola di bosco è assai comune in Inghilterra, ma non sono ancora apparse le varietà, e le coltivazioni vengono eseguite ancora trapiantando le piante selvatiche. Alla fine del secolo tutte e tre le specie europee di Fragaria (F. vesca, F. virdis e F. moschata) sono state citate in contesti botanici. Sono identificate due subspecie di F. vesca e la varietà bianca viene notata frequentemente. Ruellius è uno dei primi scrittori a dare il nome a diversi tipi di fragole e nel 1536 distingue tra F. vesca rossa e bianca. La fragola bianca (indicata come F. sylvestris alba o F. alba) sarà citata successivamente da una serie di scrittori, quali Gesner, Dodoens, Camerarius e Gerard che descrive tre tipologie di fragole (a frutti bianchi, rossi e verdi) nel testo The Great Herball del 1597. La fragola rifiorente, F. sylvestris semperflorens, è la seconda subspecie portata all’attenzione nel 1500, descritta da Jerome Bock nel 1532 e da Conrad Gesner nel 1553, ma non coltivata sino alla sua riscoperta nel 1764 da Fougeroux de Bondaroy. I botanici di quel tempo sono così completi nella descrizione e nella collezione di piante, che anche le varietà trovano una collocazione nei loro erbari. Una di queste curiosità è F. vesca sive sterilis descritta da Gerard, poi nel 1629 chiamata prickly strawberry da Parkinson. La seconda delle tre specie native, F. virdis, viene menzionata da Jean Thale nel 1588; Joachim Camerarius nel 1586 parla di una fragola tardiva (le fraisier tardif); sinonimi sono anche le petit fraisier di Leonhard Fuchs (1542) e le fraisier a fruit doux di Rembert Dodoens (1583), così come la fragola verdastra o F. subvirdis di John Gerard (1597). Anche Andrea Cesalpino, botanico, medico e filosofo aretino (1519-1603), considerato, con Aldrovandi e Mattioli, l’iniziatore della botanica sistematica, descrive una subspecie di F. virdis che ha trovato nelle Alpi francesi e che chiama F. bifera, per la contemporanea presenza di frutti primaverili ed estivi, nel suo trattato De Plantis Libri XVI (1583), in cui stabilisce un sistema di classificazione e di nomenclatura dei vegetali e descrive 840 specie raggruppate in 15 classi. F. moschata o F. elatior, la terza specie notata in questo secolo e terza specie indigena d’Europa, è ricordata unicamente dal botanico fiammingo di origine francese Matthias Lobelius nella sua opera Stirpium Adversaria Nova (1571), in cui descrive circa 1500 specie del mondo in modo preciso. Essa non sarà citata nuovamente fino al 1613, anno in cui compare l’Hortus Eystettensis di Besler, contenente disegni di piante coltivate nel famoso orto botanico di Eichstätt in Germania. Egli chiama questa pianta bigfruited strawberry per la pezzatura del frutto comparabile a quella di alcune susine, descrizione che porterà Gaspar Bauhin nel 1623 e poi Simon Paulli nel 1640 a definire questa pianta “strawberry with large fruit as large as small plum”. Pubblicato nel 1613, il grande florilegio di Basilius Besler di Norimberga, è uno dei più ambiziosi e splendidi libri mai prodotti sulle piante ornamentali da fiore. In oltre un migliaio di disegni di pregevole fattura e con una straordinaria freschezza di colori Besler ha registrato, stagione dopo stagione, ogni varietà di pianta del favoloso giardino che egli aveva collaborato a creare per Konrad, vescovo-principe di Eichstätt. Alla fine del 1500 sono due le fragole coltivate nei giardini: F. vesca e F. moschata; ma con il XVII secolo inizia l’introduzione in Europa di altre specie provenienti dal Nuovo Continente (America del Nord e America del Sud). Un avvenimento importante nella storia della fragola è l’introduzione in Europa, nel 1600, di F. virginiana dalla zona orientale del Nord America, poiché sarà questa specie a costituire il genitore maschile della fragola odierna a frutti grossi. La vera storia di come essa sia giunta in Europa non è ancora conosciuta. Ci sono solo due lavori che testimoniano l’arrivo di F. virginiana in Europa agli albori del XVII secolo. Il primo di questi è rappresentato dal Pinax di Gaspar Bauhin (1623), nel quale sono descritte 5 tipologie di fragole; il secondo è il catalogo Musaeum Tradescantianum, pubblicato a Londra nel 1656 dal britannico John Tradescant il Giovane, figlio del grande viaggiatore e botanico John Tradescant il Vecchio, contenente una vasta collezione di piante esotiche e altre curiosità provenienti da tutto il mondo, collezionate probabilmente dal padre. Si pensa, infatti, che il catalogo fosse stato scritto in realtà già nel 1616 dal padre, proprio nel periodo dei suoi viaggi esplorativi, sebbene pubblicato postumo dal figlio. Una fragola americana, F. americana, è citata nel 1624 da Jean e Vespasien Robin, padre e figlio, giardinieri del Jardin du Roi a Parigi, presso Luigi XIII, nel loro Manuel Abrege des Plantes. Cinque anni dopo John Parkinson designa in inglese “the Virginia Strawberry” nel Paradisus in Terrestris Sole; al 1629 viene del resto tradizionalmente attribuita l’introduzione di F. virginiana in Inghilterra. Dopo Parkinson i riferimenti a F. virginiana si susseguono numerosi e veloci. Guy de la Brosse, medico di Luigi XIII e ideatore del Jardin du Roi a Parigi, nel 1636 include una Fragaria americana magno fructo rubro nel suo catalogo del giardino Description du Jardin Royal des Plantes Médicinales, contenant le catalogue des plantes qui y sont à présent cultivées et le plan du jardin. Solitaire (1612) fornisce le direttive per la piantagione e Parkinson (1629) annota un discreto numero di varietà; Plat (1653) descrive il frutto di grandezza pari a 2 pollici. Sarà John Ray a fornire una traduzione latina di Parkinson e sarà Robert Morison, primo professore botanico a Oxford, nella sua Historia Plantarum Oxoniensis (1670) a indicare che la pianta produce frutti scarlatti (da cui Virginia strawberry with scarlet fruit). Con questa designazione Tournefort, Boerhaave e altri botanici la citano in latino nei loro cataloghi. Alla fine del ’600 F. vesca ancora predomina tra i produttori di fragole, mentre le tipologie di fragola moscata, verde e virginiana sono coltivate in minore quantità. Nessun serio tentativo di ottenere nuove varietà da seme è stato compiuto sino ad allora. I giardinieri dell’epoca si accontentano di allevare le specie selvatiche e le poche varietà apparse spontaneamente. La diffusione di nuove specie è molto graduale e sarà poco apprezzata sino alla metà del XVIII secolo. La fragola moderna (F. grandiflora o Fragaria × ananassa) ha infatti origine in Francia, nel 1766, come incrocio tra due tipologie selvatiche americane, Fragaria virginiana, degli Stati Uniti orientali, e Fragaria chiloensis, della costa del Pacifico, che i conquistadores chiamano frutilla. È Amédée-François Frézier (1682-1773), ingegnere ufficiale francese, matematico, spia ed esploratore, spedito in Sud America nel 1712, a presentare la fragola cilena (già da tempo coltivata dalle popolazioni indigene del Sud America: i Mapuche e gli Huilliche) a Luigi XIV, conosciuto anche come Re Sole per lo splendore del suo regno, quale uno dei risultati positivi della sua missione in Cile, nella baia di Concepcion. In seguito, per volontà del sovrano che incoraggiò le arti, le scienze e la ricerca nei settori più diversi, essa viene coltivata nei giardini di Versailles. Si racconta che Luigi XIV avesse un grandissimo appetito, pare dovuto all’intestino più lungo del normale; tra panettieri, pasticceri, macellai, cuochi, rosticcieri, cantinieri e ortolani erano oltre 500 le persone addette a soddisfare i suoi desideri. Egli aveva una vera passione per le fragole e sembra che alla corte del monarca francese i frutti di Venere fossero al centro di giochetti amorosi. La dama invitava il cavaliere alla tenzone notturna mangiando lascivamente fragoline arricchite di zucchero e panna. Sempre agli albori del XVIII secolo forme di fragola con foglie variegate vengono citate nel Institutiones Rei Herbariae (1719) dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708), che su ordine del Re Sole, parte alla ricerca di erbe nei Pirenei dove raccoglie numerose specie. Un certo numero di varietà è elencato da Mawe nel 1778, mentre Don nella sua A General History of the Dichlamydeous Plants (1832) descrive numerose forme variabili di F. vesca (con frutti rossi, bianchi e neri, senza stoloni, a fiori doppi, con stami trasformati in fiori, senza petali, con sepali fogliacei), F. majaufea (a frutti verdi, rossi, purpurei), F. breslingea (con foglie pentalobate), F. elatior (con foglie arricciate), F. grandiflora (con foglie variegate), F. chiloensis (con frutti a polpa rossa e bianca). Johann Georg Gmelin (1709-1755), naturalista tedesco ed esploratore della Siberia, autore di Flora Sibirica (1768), menziona 3 varietà di F. vesca, una con fiore e frutto più grandi, una con frutto bianco e una terza con picciolo alato e frutto lungo un pollice; quest’ultima sembra rispondere alle forme di fragola notate da molti altri antichi scrittori, quali quelle provviste di foglioline supplementari sullo stelo del picciolo. A partire dalla seconda metà del ’700 inizia lo sviluppo della fragola commerciale e dalla fine del ’700 al 1820 le varietà introdotte aumentano da tre a circa trenta. Nel 1766 Duchesne cita la prima varietà distinta nella sua monografia sulla fragola: Fressant, varietà favorita dal mercato vicino a Parigi, inizialmente chiamata Chapiron o Cappron da Lobelius (1576) e La Quintinye (1672), un semenzale di F. vesca, con un frutto grande e pallido. Poi, nel 1826 Barnet descrive 26 varietà, tutte di buon sapore ma di pezzatura poco superiore rispetto alle selvatiche. La pianta destinata a divenire progenitore della coltura moderna appare in Europa intorno alla metà del XVIII secolo, inizialmente descritta nel Dictionary of Gardening (1759) da Philip Miller, e la cui origine è tuttora oscura. Le teorie più accreditate la ritengono un semenzale di F. chiloensis oppure un ibrido tra F. chiloensis e F. virginiana. Secondo le cronache, le prime varietà a frutto grosso sarebbero apparse solo nell’Ottocento, a opera degli inglesi che raccoglievano un po’ tutto quello che capitava loro sottomano. Dalle piccole fragole europee, nel corso di trecento anni circa e attraverso una lunga serie di ibridazioni, si arriverà alle grosse fragole che troviamo sulla nostra tavola. In Inghilterra, quindi, si hanno i primi successi dell’attività di breeding. Andrew Knight è il primo a impegnarsi nel lavoro di miglioramento genetico ottenendo intorno al 1816 due varietà fondamentali, Downton ed Elton. Da queste, qualche anno dopo, Michael Keens ottiene Keens Imperial e, nel 1824, Keens Seedling. Atkinson nel 1820 diffonde Grove End Scarlet. Durante il ventennio dal 1810 al 1830 viene prodotta in Inghilterra non più di una mezza dozzina di varietà, ma Myatt ben presto diffonde la sua British Queen, che rimarrà la varietà leader del Paese per mezzo secolo. Seguono altri breeder inglesi quali Williams, Salter e Thomas Laxton, che avvia il più ampio programma d’incrocio mai intrapreso in Inghilterra, da cui scaturiscono varietà come Noble, King Earlies e Scarlet Queen e, infine, nel 1892 la squisita Royal Sovereign, ancora considerata la fragola dal sapore migliore. Francesi, tedeschi e belgi e altri botanici del continente presto seguono la stessa strada, tanto che oggi la fragola rappresenta uno dei frutti più popolari in Europa come in America. In Francia per molto tempo si continua a coltivare Fragaria × ananassa fino a quando non vengono introdotte le varietà Keens Seedling ed Elton. Di scarso rilievo la fragolicoltura nella storia italiana e quasi assente il lavoro di miglioramento genetico. Nel 1810 Filippo Gallizioli descrive botanicamente 4 specie di fragola coltivate. Filippo Re nella sua opera L’Ortolano Dirozzato afferma l’esistenza in Italia di una quarantina di varietà e sotto-varietà e descrive i sistemi di coltivazione. Nel 1828 Giuseppe Moretti, nel suo volume Precetti Teorico Pratici sul Coltivamento degli Orti, cita la fragola di Knight dai frutti molto grossi, come noce o albicocca. Varietà inglesi e francesi, 8 in tutto, compaiono nella prima Enciclopedia Agraria scritta dai fratelli Roda nel 1882. Numerose varietà sono descritte da Muliè (1887), Piardi (1912), Battista Tirocco (1929), Bertolaso (1914), Braschi (1936), Branzanti (1969), fino ad arrivare a tempi più vicini ai nostri con le varietà descritte nei manuali La Fragola (1980), a opera di più mani e parte della collana diretta da Baldini e Scaramuzzi, L’ABC della Moderna Fragolicoltura di Giorgio Sitta (1975), La Fragola di Edoardo Branzanti (1985), La Fragola di Faedi e altri numerosi collaboratori (1994). Di grande rilievo la Monografia delle Principali Cultivar di Fragola Rifiorenti (Baldini e Branzanti, 1964) e Non Rifiorenti (Bazzocchi, Branzanti, Cristoferi e Rosati, 1972), in cui sono descritte con rigore metodologico le principali cultivar di fragola di una collezionecatalogo appositamente costituita presso un’azienda a Imola. Il miglioramento genetico inizia nel nostro Paese intorno al 1960 con l’attività svolta dal prof. Lalatta a Roma e dal prof. Baldini a Bologna. I risultati non sono eclatanti, ma la strada viene aperta ad altri ricercatori tanto che in questi ultimi decenni l’Italia ha raggiunto gli altri Paesi leader.

Altri trattati e contributi sulla fragola

Come per altre specie da frutto, la letteratura sulla fragola è molto ampia e i contributi sulla sua conoscenza sono stati offerti da molti autori. Duchesne, giardiniere reale presso Luigi XVI, è il primo a dedicarsi allo studio della fragola; egli scrive la Histoire Naturelle des Fraisiers (1766), con la descrizione minuziosa di 18 varietà coltivate a Versailles, ognuna accompagnata da bei disegni. Henri Louis Duhamel du Monceau (1700-1782), botanico e agronomo francese, annovera 17 specie di fragole e così scrive nel suo Traité des Arbres Fruitiers (1768): “…Vantaggiose agli ortolani sopra tutte le altre sono le fragole d’ogni mese; cioè che tutto l’anno, tranne l’inverno, mettono fiori, e maturano i frutti …”. Dodici tipologie di fragole sono descritte dall’abate Rozier nell’opera Corso Compiuto di Agricoltura pubblicata a Parigi nel 1788 e tradotta in italiano nel 1795. Tra queste troviamo: fragaria d’ogni mese delle Alpi o fragaria semper florens, fragaria de’ boschi o comune o fragaria vulgaris fructo rubro, fragaria coltivata detta fressant o fragaria hortensis, fragaria senza filetti o fragaria flagellis, fragaria di Versailles o fragaria monophylla, fragaria verde o fragaria viridis, Capiton o Caprone maschio e femmina o fragaria moschata, frutilier o fragaria del chilì o fragaria chiloensis, fragaria ananas o fragaria ananassa. Della fragola si parla nel Manuel du Naturaliste del 1771 di A.M. De Buffon, decorato in carta marmorata, nonché nel trattato di Thomas Haynes, A Treatise on the Improved Culture of the Strawberry, Raspberry and Gooseberry, del 1814. Ampiamente vengono descritte varie specie di fragola nel Nuovo Corso Completo di Agricoltura Teorica e Pratica, opera del 1818, ornata da 60 tavole in rame e compilata sul metodo di quella del fu abate Rozier, conservandone anche tutti gli articoli riconosciuti come buoni dall’esperienza dei membri della sezione d’agricoltura dell’Istituto di Francia. Così, per esempio, in una sola frase il comportamento degli stoloni viene spiegato dai vari autori, tra i quali Thouin, De Candolle ecc.: “… Il contrassegno d’arbusto erbaceo conviene esattissimamente a un vegetabile, il di cui pedale sodo, senza essere veramente legnoso, si allunga a poco a poco nel suo stato salvatico, e resta unico strascinandosi sulla terra. Vi prende egli uno o due piani di radici, di modo che dopo la produzione della sua fronda fruttificante, il pollone di sostituzione si fa vedere con una giovinezza sempre rinnovata, frattanto che altri polloni trasportati vengono in qualche distanza da rami, d’un’esistenza per lo meno tanto fugace, quanto quella delle fronde fiorite, giacché esse periscono, tosto che delle altre sopravvenienti radici pervengono a nutrire sufficientemente questi polloni, ai quali esse servirono di strisce, nome che vien data effettivamente a questi decorrenti, che chiamati sono anche corsoj, viticcj, ritorte; vegetabile, che d’altronde, quando approfitta dei benefizj della coltivazione, suscettibile si rende di moltiplicare eccessivamente il numero, e d’accrescere straordinariamente la dimensione di tutte le sue parti, di modo che i suoi cesti di stipiti approssimati, diseccandosi in forza della loro direzione resa verticale per violenza, non hanno che pochi anni di sussistenza. …” E sulla cura di sopprimere i corsoj: “… So bene, che l’assidua soppressione dei corsoj è stata dichiarata da Rozier una pratica difettosa. ‘I corsoj, dic’egli, sono per le fragole, ciò che i rami sono per gli alberi, e ciò che i bottoni sono per i rami. Si costringe l’abbondanza del sugo a sfogarsi da per tutto, ove può, e a gettare in polloni ciò, che sarebbe stato prodotto soltanto nell’anno seguente’. …” Poi ancora: “…Qualche tempo dopo un viaggiatore, più geografo che naturalista, il sig. Frezier, sorpreso dalla grossezza delle fruttiglie, coltivate vicino alla Concezione, al piede delle Cordeliere, portò secon in Europa cinque individui di questo superbo Quoimio del Chilì, conservati vivi in vaso, e divisi fra lui e il suo sopracarico, per prezzo dell’acqua dolce, con cui volle farli annaffiare. Dei tre piedi sbarcati a Marsiglia, uno fu dato al ministro Souzy, uno al professore A. Jussieu, e il terzo trasportato da Frezier a Brest, d’onde si propagò sopra tutta la costa occidentale con miglior successo, di quello che in tutto il resto dell’Europa, ove discreditato venne …”. Nel 1818, davanti alla Società Orticola di Londra, T.A. Knight legge il suo lavoro Upon the variations of the Scarlet Strawberry (Fragaria virginiana) when Propagated by Seeds, che verrà poi pubblicato nel 1820 in Transactions of the Horticultural Society of London. Segue nel 1826 la pubblicazione An Account and Description of the Different Varieties of Strawberries which have been cultivated and examined in the garden of the Horticultural Society of London di J. Barnet. Le varie specie di fragole sono citate e descritte nel Traitè d’Agronomie, d’Agriculture et d’Èconomie Agricole del professore agronomo J. Burger (1832). Nel 1857 M.J. Gay, da considerarsi il secondo maggiore botanico studioso della fragola dopo Duchesne, descrive dettagliatamente negli Annales des Sciences Naturelles le specie considerate migliori a quel tempo, dandone anche la distribuzione geografica. Sempre francesi sono i volumi Description des Plantes Potagères di M.M. Vilmorin-Andrieux, pubblicato nel 1856, con la descrizione di numerose varietà di fragole e Le Fraisier in Le Jardin Fruitier du Musèum di J. Decaisne e È. Vilmorin, nono di una serie di volumi pubblicati tra il 1862 e il 1875, in cui sono inclusi disegni e illustrazioni a colori delle più importanti varietà a opera di A. Piocreux, molto simili a quelli di Duchesne, nonché il manuale generico Les Fruits à Cultiver di M.F. Jamin (1868). Una rassegna delle specie e della loro distribuzione geografica appare nel 1863 nel volume Le Fraisier, sa Botanique, sou Histoire, sa Culture, il più completo lavoro sulla fragola mai apparso sino ad allora, prodotto dal conte Léonce de Lambertye, il quale passa diversi anni in ritiro campestre coltivando tutte le possibili varietà di fragola. Franz Goeschke nel 1874 compie per la Germania quello che Lambertye aveva fatto per la Francia, pubblicando il suo autorevole libro sulla fragola dal titolo Das Buch der Erdbeeren, di oltre 100 pagine illustrate con disegni dotati di grande bellezza. Sempre in Francia Augustin Pyrame de Candolle (1778-1841), botanico e micologo svizzero, compie studi approfonditi sull’origine della specie. Nel suo Prodromus Systematis Naturalis Regni Vegetabilis, completato e pubblicato a posteri dal figlio nel 1875, egli descrive con molta cura 10 specie di fragola e numerose varietà. Alla fine del secolo compare Les Fraisiers di A. Millet (1898), contenente storia, origini, coltivazione e varietà, poi nel 1903 segue Les Meilleurs Fruits au Début du XXe Siècle, redatto dalla Società Nazionale d’Orticoltura di Francia, con storia, descrizione, origine e sinonimi di molte varietà e con disegni monografici. Nel 1920 esce The Vegetable Garden, libro di M.M. VilmorinAndrieux, come edizione americana di un volume pubblicato precedentemente in Francia da questa famiglia di sementieri, il cui nome spicca ancora oggi. Stampato la prima volta nel 1885, è una raccolta di notizie sulla biodiversità dei semi commerciali a quel tempo diffusi fra i due continenti e descrive centinaia di vegetali con cura meticolosa, riportando anche informazioni sui loro usi culinari e sulla cultura a cui erano legati. Ampio spazio è dedicato alle varietà di fragole, con numerose bellissime incisioni monocromatiche. Mentre in Germania appare un volume dedicato alle malattie dei piccoli frutti a opera di Appel Otto, Taschenatlas der Krankheiten des Beeren- und Schalenobstes (1929), anch’esso corredato da tavole a colori appositamente disegnate da August Dressel, in Francia Félicien Lesourd si prepara alla pubblicazione di Le Fraisier (1931), con storia e coltivazione della fragola in pieno campo e in coltura protetta. Ancora in Francia esce Les Fraisiers di Pierre Trioreau del 1961, con oltre 400 pagine comprendenti sistematica, botanica, moltiplicazione e selezione, coltivazione, ricerca e miglioramento, nonché monografie delle principali cultivar. Anche in Italia molti scrivono di agricoltura e vengono tradotti nella nostra lingua i lavori dei più accreditati scrittori agronomi degli altri Paesi. Tra questi vi è Elementi d’Agricoltura di Lodovico Mitterpacher, tradotto e pubblicato per ordine del R. Governo nel 1784: “…La fragola (fragaria vesca Lin) ama un luogo soleggiato e opaco, e un terreno piuttosto grasso naturalmente che letamato. Si propaga co’ getti. Abbiasi cura di recidere e potare di tanto in tanto la ramificazione, che troppo spargersi e nuoce alle piante e al frutto. Ogni tre o quattr’anni bisogna trapiantarle in altro luogo.” La specie Fragaria compare poi in diversi manuali generici, quali il Dizionario di Agricoltura, compilato in base a sicure osservazioni da Ignazio Ronconi Fiorentino (1771), che così scriveva delle primizie: “… Trapiantando le fragole in autunno a piè d’un muro ben esposto, e troncando alla primavera i fiori che vengono gli ultimi, perché i primi si fortifichino, e s’ingrossino, si può avere bellissime fragole primaticcie. …” Quindi, durante il secolo successivo, si parla della coltivazione della fragola nel Manuale dell’Abitatore di Campagna e della Buona Castalda di G.B. Margaroli del 1851, nel Catechismo Agrario dell’illustre professore agrario C. Pollini del 1854, nell’Orto e il Frutteto di Giulio Cappi del 1869 e ancora nel Vero Tesoro delle Campagne, ossia i segreti più preziosi dell’agricoltura di Antonio Balbiani del 1873, nonché nell’Enciclopedia Agraria Italiana del 1882. Nel 1887 appare Le Fragole Cultivar e Varietà, traduzione di E. Montorsi, con numerose aggiunte, del volume Le Fraisier di Th. Mulié; le fragole sono considerate come piante fruttifere da Angiolo Pucci nel suo manuale Piante e Fiori sulle Finestre sulle Terrazze e nei Cortili del 1892 e, qualche anno dopo, si parla dello sviluppo notevole raggiunto dalla coltura della fragola nel capitolo Tra fiori e frutta dell’Annuario Agricolo Illustrato del 1898 (premio degli Associati della Gazzetta Agricola). Tra i volumi dei primi del ’900, Le Fragole, nella collana I libri del campagnolo di G. Piardi del 1912, conclude la sua rassegna con la curiosa influenza dei raggi diversamente colorati nella coltura delle fragole. Sempre del 1912 è il volume di G. Martelli La Coltivazione delle Fragole, cui segue nel 1914 Le Fragole e la loro Coltivazione di G. Bertolaso. Nel 1922 compare il Trattato Completo di Agricoltura, a uso delle scuole e degli agricoltori italiani, redatto da Domenico Tamaro, ampiamente arricchito con incisioni e tabelle. Tamaro tratta vari argomenti, quali economia rurale, climatologia e meteorologia, agrologia, agronomia, nonché la coltivazione delle piante erbacee e industrie annesse, ove tra gli ortaggi da campo figura la fragola. Ampio spazio viene riservato alla fragola, sempre da Tamaro, nel trattato di orticoltura industriale Ortaggi di Grande Reddito edito nel 1937. Interamente dedicati alla fragola sono invece i testi generici La Fragola del Cav. Gio. Battista Tirocco (1929), La Fragola di Bruno Braschi (1936), La Fragola di Marco Basini (1976). Anche in America la coltura inizia a ricevere maggiore attenzione attorno al 1750, soprattutto da parte di amatori. Nel 1790 compare il primo libro nordamericano New England Farmer, contenente molte informazioni sulla coltura a opera di Samuel Dean. Nel 1804 esce il primo libro indigeno completamente dedicato all’orticoltura, The American Gardener di John Gardiner e David Hepburn, che tuttavia dà scarsa considerazione alla fragola. American Gardeners’ Calendar di Bernard McMahon, vivaista di Filadelfia, viene pubblicato nel 1806; in esso sono riconosciute sei tipologie di fragole, tra cui F.× ananassa (o F. grandiflora), e molte altre derivanti da queste e differenziate principalmente per il colore del frutto. Un catalogo edito nel 1810 da William Booth di Baltimora offre, in aggiunta alle tipologie elencate da McMahon, due varietà di F. virginiana: Large Early Scarlet e Hudson’s Bay. Esse manterranno una posizione predominante per 50 anni, fino a quando non apparirà la varietà Wilson. Della fragola si parla nei libri Ration Fruit Culture (1918) di H.C. Davidson e The A B C of Fruit Growing (1938) di W.E. SchewellCooper. Nel 1854 viene pubblicato il volume A Complete Manual for the Cultivation of the Strawberry a opera di R.G. Pardee (18111869), uno dei primi trattati americani con specifiche direttive per la coltivazione e con la descrizione delle 24 migliori varietà. Del 1870 è il volume The Strawberry and its Culture di J.M. Merrick, corredato di un catalogo descrittivo di tutte le varietà conosciute a quel tempo, mentre del 1899 è il tascabile A Condensed Treatise on the Culture of Berries di Jacob Biggle, anch’esso ampiamente illustrato con tavole a colori. Con l’arrivo del nuovo secolo il volume Strawberry Culture (1902) di M. Crawford viene offerto al prezzo di 10 cent. Sempre del 1902 è il testo pubblicato nell’Ohio The A B C of Strawberry Culture for Farmers, Village People, and Small Growers da T.B. Terry e A.I Root, contenente anche vari suggerimenti per spuntare più elevati prezzi di vendita al mercato, cui si aggiunge il volume The Book of the Strawberry di E. Beckett. Celebri anche i volumi The Illustrated Strawberry Culturist (1911) a opera di Andrew S. Fuller, a cui seguirà nel 1914 la nuova edizione ampliata e ben illustrata The Small Fruit Culturist, e The Strawberry in North America (1917) di S.W. Fleccher, contenente moltissime notizie su storia, origine, botanica e miglioramento della fragola.

Cataloghi

La fragola è da sempre presente tra le piante ortive nei cataloghi commerciali di sementi, piante e attrezzature agricole varie, che non solo ne propongono le diverse varietà, ma spiegano anche come e quando seminare e trapiantare. Molto spesso provvisti di copertine con bellissimi disegni monocromatici o a colori, a uscita annuale o semestrale, con spedizione in abbonamento postale, a volte essi riportano diciture che riescono ancora a farci sorridere. Nel suo catalogo datato 1884 Valerio Agostino, negoziante di sementi in Torino, sulla copertina scriveva “Tutti i semi offerti sono freschissimi e di primissima qualità”. Divertente anche quello dei Fratelli Sgaravatti (1912) in cui nel capitolo dedicato alla fragola si tiene a precisare che un ettaro di terreno coltivato a fragole può dare L. 2000 di reddito annuo. Ancora, nel catalogo dei Fratelli Ingegnoli (1951) si legge delle fragole d’ogni mese, la cui fruttificazione è continua da maggio ai geli, vi sono poi quelle riproduttive a frutto più o meno grosso, oppure quelle a frutto grosso non riproduttive e vengono elencati i seguenti prezzi: 25 piantine L. 225; 100 piantine L. 800; 1000 piantine L. 7300.

Santi e poeti hanno scritto di lei …

Nella storia sacra si parla spesso della fragola come alimento benefico e incomparabile dono di Dio: si sa che era un cibo prediletto da San Giovanni Battista, convinto vegetariano, che si nutriva quasi esclusivamente di frutta, ma anche dall’austero San Francesco di Sales (1567-1622), che ne lodava la fresca innocenza e il meraviglioso sapore. Così scriveva il vescovo di Ginevra e grande maestro di spiritualità degli ultimi secoli: “Noi conosciamo e ammiriamo la fresca innocenza della fragola perché, mentre cresce nel terreno ed è continuamente schiacciata dalle serpi, dalle lucertole e da altri rettili velenosi, essa si mantiene pura e non s’imbeve delle spregevoli velenosità di questi animali, né assorbe le loro minori cattive qualità”. Analogamente, succube della sua malìa, William Shakespeare (1564-1616), drammaturgo e poeta inglese, scriveva: “La fragola, che cresce sotto l’ortica, rappresenta l’eccezione più bella alla regola, poiché innocenza e fragranza sono i suoi nomi. Essa è cibo da fate”. La regola a cui Shakespeare cercava di sottrarre il suo frutto preferito condannava le piante ad assorbire il bene e il male dell’ambiente in cui vivevano. Si dice che uno dei più celebri scrittori francesi, Jacques-Henry Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814) concepì il progetto di scrivere una storia generale della natura, emulando opere classiche e moderne. Ma una fragola, che per caso era cresciuta sulla sua finestra, lo fece desistere da un disegno tanto vasto; osservò la fragola e, colte le infinite meraviglie, capì che una sola pianta e le piccole creature che la abitano possono da sole riempire la vita di più saggi. Abbandonò dunque il suo progetto e rinunciò all’ambizioso titolo della sua opera che, più modestamente, chiamò Ètudes de la Nature, nella quale si può leggere con immenso piacere la storia della fragola. Nel 1752 padre G.B. Roberti pubblica un poemetto in due canti in ottava rima, dedicato alle nozze di un Mocenigo, ove elegantemente e amabilmente celebra le fragole. In questo lavoro, di vivo interesse per il brio con cui è scritto e per come illustra la considerazione in cui erano tenute le fragole presso le tavole signorili del tempo, il poeta insegna il modo di coltivarle, accennando anche alle maniere di condirne i frutti. Quanto al medico Boteler, ebbe a dire che solo Dio avrebbe potuto creare una bacca migliore, ma non lo fece. Questo vecchio detto inglese pone la fragola dove è giusto che sia, al posto più alto tra i frutti della terra. Così una filastrocca inglese esorta con ironia a evitare le domande sciocche: “Quell’uomo vestito da giullare mi chiese: ‘Ci son fragole nel mare?’ Gli risposi, ed era seccato: ‘Tante quante le aringhe in un prato’”. Nel XIX secolo, la fragola viene usata per descrivere la bocca di una donna dal celebre e importante poeta e scrittore francese Charles Pierre Baudelaire (1821-1867), nella poesia La metamorfosi del vampiro. Essa fa parte di una raccolta poetica, dal titolo I Fiori del Male, pubblicata nel 1857 in una tiratura di 1320 esemplari comprendente cento poesie divise in cinque sezioni. L’opera venne immediatamente censurata perché la forma poetica e i temi trattati fecero scandalo, ma oggi è considerata uno dei classici della letteratura francese e mondiale. La fragola viene menzionata da Giovanni Pascoli (1855-1912) nella poesia Il gelsomino notturno, scritta nel 1901 in occasione delle nozze dell’amico Gabriele Briganti, con delicati accenni simbolici alla prima notte della nuova coppia, e pubblicata nei Canti di Castelvecchio. Non vanno poi dimenticate le poesie e le canzoni popolari che traggono ispirazione dalla fragola per decantare la bellezza femminile.

Fragola nella pittura artistica

Non è da escludere che in epoca medievale siano stati i monaci i primi a disegnare la pianta di fragola, per la sua forma graziosa e per il colore puro o semplicemente perché proprio allora essa stava diventando ampiamente conosciuta. Il re francese Carlo V (1338-1380), il cui Giardino Reale contava 12.000 piantine di fragole nel 1386, fu patrono dei miniaturisti. Verso la fine del ’300 i monaci erano dei veri artisti, occupati con l’“illuminazione” dei libri di preghiera e con la realizzazione di piccole illustrazioni, le cosiddette “miniature”, per i testi religiosi che loro copiavano a mano. Ispirati da san Francesco da Assisi, essi iniziano a guardarsi intorno, a cercare i dettagli della natura e a disegnare quello che per loro è bello. Simultaneamente, nel desiderio di avvicinarsi alla Vergine Maria e di glorificarla, essi si perdono nella venerazione della Vergine e la dipingono adornata con tutto quello che per loro è raro e prezioso. Così, la fragola, che appare loro amabile e pregiata, è degna di essere offerta alla Vergine Maria. In una miniatura francese del 1400 vediamo la fragola nella mano di Giuseppe, che la porge al piccolo Gesù Cristo per convincerlo a fare il suo primo passo; in un’altra ancora, troviamo Maria, su uno sfondo di fiori, che tiene suo Figlio sulle ginocchia insieme ad angeli che raccolgono fragole, presumibilmente per l’Infante. La pittura tardogotica europea, che ben esemplifica l’attenzione verso i dettagli più minuti, è caratterizzata da una diffusione piuttosto uniforme in tutta Europa, favorita dai frequenti scambi di oggetti d’arte e di artisti stessi tra i centri dell’Italia settentrionale, della Francia, della Germania. L’influenza dei miniaturisti si diffonde verso nord, nella regione del Reno, ed è lì che il tema della Vergine Madre e del Bambino Gesù riceve i più attraenti ritratti. Arriviamo così ai toccanti dipinti della scuola di Colonia: La Madonna del roseto, celebratissima nella letteratura anglosassone, di Stephan Lochner (circa 1400-1451) dipinta intorno al 1440, ora al Wallraf-Richartz Museum di Colonia; La Madonna nel roseto di Martin Schongauer (circa 1448-1491), considerato il più abile incisore su rame della prima scuola tedesca e conosciuto in Italia con il nome di Bel Martino o Martino d’Anversa, dipinto circa trent’anni più tardi per uno sportello d’altare e oggi nella chiesa di San Martino a Colmar; La Madonna e santi nel giardino del Paradiso, un dipinto a tecnica mista su tavola di un ignoto maestro di Francoforte che risale al 1410 circa, conservato allo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno. La Madonna è sempre una giovane fanciulla, composta ma radiosa, seduta in un giardino fiorito cinto da alte mura merlate (a indicare la sua verginità), con il suo Bambino benedetto tra le braccia. La rosa, il fiore della Vergine, è predominante; tuttavia, una costellazione di fiori e piantine di fragole di bosco con i loro frutti rossi e fiori bianchi formano l’intera decorazione, oppure una singola pianta è posta come segno importante ai piedi della Madonna o nella mano del Bimbo. Le fragole sono botanicamente esatte e perfettamente uguali all’originale fragolina di bosco europea Fragaria vesca. Verso i primi del ’500 si assiste a un’ulteriore evoluzione dell’uomo e dell’arte. Il Rinascimento porta allo sviluppo di uno stile più laico e terreno che rimpiazza il genere mistico. Alla soglia tra il Medioevo e il Rinascimento Albrecht Dürer (1471-1528) della scuola tedesca realizza il dipinto Maria e molti animali, che rappresenta una delle ultime pitture simboliche in cui si vede la fragola. Esso mostra una Madonna più sofisticata seduta nel suo giardino con animali intorno a lei e un piccolo Bambino Gesù che si sporge dal grembo della Madre per afferrare la foglia tripartita di una pianta di fragola, quale simbolo della Sacra Trinità. In epoca rinascimentale la fragola è presente in molte scene della natività, dell’adorazione dei pastori o dei Magi, nonché in dipinti sulla Sacra Famiglia. Tra questi ricordiamo l’opera raffigurante la Madonna delle Fragole (1490) di Aimo Volpi (XVI sec.), pittore e scultore di Casale, e quella realizzata dal pittore, disegnatore, incisore e xilografo tedesco Hans Baldung detto Grien (circa 1485-1545), intitolata Sacra Famiglia in un paesaggio (circa 1514, Gemäldegalerie der Akademie der Bildenden Künste, Vienna), in cui le fragole, considerate cibo dei beati, richiamano l’immagine del Paradiso e i loro fiori bianchi evocano la purezza della Vergine. Il Giardino delle Delizie è un trittico dipinto dal maestro fiammingo Hieronymus Bosch (circa 1450-1516), conservato nel Museo del Prado di Madrid, realizzato tra il 1503 e il 1504 quando Bosch aveva 50 anni, ritenuto il capolavoro e l’opera più ambiziosa dell’artista. La fragola si trova raffigurata nel pannello centrale, dedicato al tema della lussuria: l’uso del colore rosso si riferirebbe al culmine del processo creativo e per estensione al culmine del peccato. Svariate sono anche le opere appartenenti al genere pittorico della natura morta, che si afferma nel ’600, e numerosi sono i pittori che si dedicano con particolare fortuna a ritrarre fiori e frutta, tra cui le fragoline. Databile agli anni 1593-1594 la tela Fanciullo con canestro di frutta (olio su tela, cm 70×67, Galleria Borghese, Roma) realizzata da Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610), considerato il primo grande esponente della scuola barocca e uno dei più celebrati pittori del mondo. Nel dipinto, che risale al primo periodo della sua attività, si può notare la tecnica delle luci e delle ombre molto utilizzata da Caravaggio, nonché la sua abilità nel raffigurare ogni singolo dettaglio. Tra i principali protagonisti di questo periodo anche il Maestro di Hartford (nome di comodo assegnato all’anonimo autore di una serie di dipinti) e il Maestro della natura morta Acquavella, oggi identificabile col grande caravaggesco Bartolomeo Cavarozzi (1586-1625), a cui viene attribuita la Natura morta con vaso di fiori e frutta (collezione privata). Del Maestro di Hartford ricordiamo un dipinto ben noto, uno dei primi capolavori della natura morta italiana, ossia l’olio su tela Fiori, frutti e vegetali (cm 105×184, Galleria Borghese, Roma). Su un largo piano di pietra sono posati in apparente disordine zucca, cavolo, cipolle, uve diverse, agrumi, noci, melagrane, fragoline di bosco, carciofo, cardo e altri vegetali; al centro un vaso di fiori in ceramica; accanto un ramarro e una lucertola; a destra una cesta di vimini contenente frutta varia. Diverse le composizioni con frutti (fra cui fragoline) e vasi disposti su più piani eseguite da Giovanni Battista Crescenzi (1577-1635), pittore che per molti aspetti si collega al Maestro di Hartford, ma se ne distingue per una visione alquanto più evoluta, specie nella concezione delle ombre e nella costruzione prospettica. Tra le sue opere si ricordano la Natura morta di fiori, frutti e ortaggi (olio su tela, cm 104,8×139,7, North Carolina Museum of Art, Raleigh, NC), la cui impeccabile prospettiva ci fa ricordare che il pittore era anche architetto, e la Natura morta di fiori, frutti, ortaggi e vaschetta con pesci (olio su tela, cm 92×126, collezione privata). Famoso il dipinto di Pietro Paolo Bonzi detto anche Il Gobbo dei Frutti o Il Gobbo dei Carracci (circa 1576-1636), in cui su due piani di pietra sovrapposti è disposta in senso orizzontale una serie di frutti sia di bosco sia dell’orto; il fondo è scuro e uniforme, mentre la luce naturalistica, ma morbidamente avvolgente, pienamente caravaggesca, giunge da sinistra (Fichi, ciliegie, mele, nocciole, fragoline di bosco, pere, cetrioli, prugne su due piani di pietra; olio su tela, cm 61,2×74,5, collezione privata). Tra i principali esponenti della natura morta romana dei primi decenni del Seicento vi è il pittore Agostino Verrocchi (notizie dal 1619 al 1636), a cui è ricondotta l’opera intitolata Natura morta con uva, melone, pesche, prugne, corbezzoli e frutti di bosco (olio su tela, cm 72×95, collezione privata). Probabilmente del veneziano Carlo Saraceni (circa 1579-1620) è la Natura morta di frutti e vaso di fiori (olio su tela, cm 63×78, collezione privata), con l’innovativa introduzione del vaso di vetro in posizione non assiale tipica del secondo e terzo decennio. Di Luca Forte (circa 1600/1605-ante 1670), primo pittore napoletano di natura morta, è l’opera Natura morta con ciliegie, fragole e pere (olio su tela, 26×35 cm, Museo Duca di Martina, Napoli), probabilmente parte di una serie, che appartiene alla prima fase di attività dell’artista. La tela raffigura, con grande naturalismo, della frutta che risalta su fondo scuro, variamente disposta su un unico piano d’appoggio e resa con estrema minuzia. Il pittore stesso, in alcune lettere inviate a un committente, descrive la sua tecnica, affidata a pennelli sottilissimi, e si paragona a un miniaturista. Sempre assegnati a Luca Forte sono la Natura morta con vaso di fiori, frutta, limoni e cedri (olio su tela, cm 78×128,8, collezione privata) e la Natura morta di frutti e fiori (olio su tela, cm 64×78, collezione Molinari Pradelli, Marano di Castenaso). La luce naturale, chiarissima e ferma, illumina la frutta, dai colori nitidi, costruita per contrasto, attraverso le ombre. I volumi sono corposi, i contorni ben definiti e la composizione, seppur molto semplificata, non tralascia quella ricerca della profondità spaziale tipica della scuola caravaggesca dei primi anni del secolo, di cui il Forte fu convinto seguace. Della celebre miniaturista Giovanna Garzoni (1600-1670), richiestissima nelle maggiori corti italiane da Torino a Napoli, è la Coppa azzurra con fragole, pere e cavalletta che mangia chicchi di grano (guazzo su cartapecora, 25×33 cm, Galleria Palatina, Firenze), eseguita con uno stile assolutamente personale, a metà fra l’illustrazione per i trattati di botanica, la miniatura e il quadretto virtuosistico. Tra i pittori fiamminghi dell’era barocca troviamo Osias Beert (1580-1624), specializzato in fiori e prima colazione con la sua Natura morta con ciliegie e fragole (Gemäldegalerie, Berlino), in cui le fragole sembrano rimandare al Paradiso. Nel concludere il passaggio da Caravaggio al Settecento ricordiamo il dipinto Vaso con fiori e fragole (olio su tela, cm 54×126, collezione privata), che reca la firma di Margherita Caffi (circa 1650-1710), pittrice lombarda, le cui composizioni floreali sono riconoscibili da una pennellata rapida e vibrante che già preannuncia il rococò. Nella seconda metà dell’Ottocento prende vita in Francia il movimento artistico dell’Impressionismo che durerà fino ai primi anni del Novecento. A questo periodo pittorico appartiene il dipinto Le fragole (olio su tela, cm 23×39, Musée des Beaux-Arts di Bordeaux), realizzato nel 1908 da Pierre-Auguste Renoir che, partendo da un’esperienza di pittura su porcellana, studiò poi con particolare passione i giochi della luce, i riflessi e i movimenti dell’acqua, rendendoli vivi con rapide pennellate. Innumerevoli le nature morte realizzate in epoca più recente da pittori contemporanei sul tema delle fragole, di cui è impossibile citare i nomi.

Fragola nella pittura botanica

Particolarmente lunga è la storia dell’illustrazione, o pittura, botanica realizzata ad arte per libri o trattati, che aveva spesso funzione didattica e, con la precisione dei dettagli, aggiungeva dignità al testo. Spesso colorati a mano, i disegni erano eseguiti da grandi professionisti e artisti. In particolare, nel Rinascimento l’osservazione del mondo vegetale dà vita a illustrazioni che riproducono fedelmente la natura all’interno dei cosiddetti erbari, che costituirono la base della fitoterapia. Una delle prime illustrazioni botaniche si trova nel Herbarius Latinus Moguntiae, pubblicato da Peter Schöffer (circa 1425-1503), tipografo impiegato di Gutenberg nel 1484, in cui mancano riferimenti alla coltivazione mentre sono descritte le supposte proprietà medicinali. Lo schizzo è rudimentale e schematico, ma riconoscibile. Nel 1485 questo erbario sarà ulteriormente ampliato, in tedesco, da Schöffer sotto il titolo Hortus Sanitatis o Gart der Gesundheit (Mainz Herbarius), volume che sarà destinato a occupare un posto insuperabile nell’ambito della storia naturale tedesca per oltre mezzo secolo. Qui la fragola di bosco è chiaramente illustrata a colori, probabilmente da esemplari coltivati per scopi medicinali nei giardini di Magonza o Francoforte. A quel tempo, infatti, la fragola è ritenuta molto importante per la salute dell’uomo e viene coltivata con cura nei giardini dei farmacisti: foglie, fiori, frutti e radici sono usati per la preparazione di tisane, sciroppi, tinture e pomate. Edizioni concorrenziali dell’Hortus Sanitatis, alcune in latino, iniziano ad apparire grazie alla stampa in varie città europee. Le illustrazioni di queste edizioni sono spesso schematiche ed eseguite senza cura da disegnatori motivati più dal profitto della vendita del libro che non dall’accuratezza dell’esecuzione. Sarà Otto Brunfels (1489-1534), uno dei padri della botanica tedesca e maestro dell’illustrazione botanica, a descrivere e illustrare con estrema precisione la fragolina di bosco nel suo famoso lavoro Contrafayt Kreutterbuch (1534). Abbiamo già avuto modo di ricordare molti volumi scientifici corredati da disegni analitici di grande precisione e bellezza, qui ci limiteremo a ricordare alcune tra le opere più recenti. Alcune belle tavole sono state disegnate dal vero e dipinte appositamente da pittori contemporanei per l’opera Fiori Selvatici di Henri Romagnesi e Jean Weill (1987). Nel 1995 appare Les Fruits, con disegni a colori di P. Liška, a opera di J. Dlouhà, M. Richter e P. Valicek. Del 1999 è il volume del tedesco G. Schaal dal titolo ˇ Obstsorten, contenente 8 splendide tavole a colori sulla fragola. Un incontro tra i meravigliosi illustratori che furono i pittori naturalistici di una volta (P.A. Poiteau, Duhamel, W. Fitch, J.A. Risso, F.R. de Tussac, M.E. Descourtilz, Sir W.J. Hooker) e l’autore contemporaneo J. Brosse viene realizzato nel volume I Frutti del 2001; qui la tavola relativa alla fragola è a opera di G. Brookshaw e tratta dalla Pomona Britannica (1804-1812).

Fragola nell’arte delle pietre dure

Nell’arte della lavorazione delle pietre dure la fragola non è tra i frutti prediletti. Essa, tuttavia, si può scorgere come particolare in un piano di tavolo con fiori, frutta e uccelli (Manifattura di Napoli 1749-1763, Museo del Prado, Madrid), una produzione considerata minore, poiché ancora fondata su ornati di frutta e fiori su fondo nero, a cui i commessi napoletani rimasero fedeli fino agli anni Ottanta del Settecento, quando ormai queste composizioni e la loro accesa cromia barocca apparivano obsolete per via del nascente gusto neoclassico. Un Cabinet (1765-70) appartenuto al duca d’Amont, con bronzi dorati a opera dell’ebanista Joseph Baumhauer, impiega sul fronte e sui fianchi 25 pannelli fiorentini seicenteschi, con il canonico motivo del mazzo di fiori e dell’uccellino su ramo di frutta (Château de Versailles). Provenissero da mobili smontati o venissero cercati nell’ancora ben fornita Firenze, fatto sta che, come conseguenza della nuova moda, sul mercato parigino comparve un discreto numero di questi pannelli. Un magistrale cesto di frutta e fiori si trova al centro di un mobile neoclassico francese, anch’esso a documentare il gusto per il reimpiego di mosaici e rilievi in pietre dure di epoca precedente. Trattasi del Commode (fine XVIII secolo) di un altro celebre ebanista, Adam Weisweiler (1744-1820), con mosaici e rilievi della manifattura dei Gobelins, che fu acquistato dal principe di Galles, il futuro Giorgio IV (Buckingham Palace, Londra). Per finire, ricordiamo il tavolo ottagonale con coppa ricolma di frutti, circondata da 8 formelle, ciascuna dedicata a una specifica frutta (tra cui la fragola), realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze nel 1878 (autore sconosciuto, Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, Firenze) su commissione della Corte. Il tavolo fu consegnato nel 1863 a Costantino Nigra, ministro della Real Casa.

Fragola nelle leggende, nelle credenze popolari e nel simbolismo cristiano

Leggenda vuole che questo sia un frutto solare. Mentre lo mangiamo, magari in spiaggia sotto l’ombrellone o in montagna all’ombra di un pino, ricordiamoci che potremmo essere accecati dalla sua luce. Benché non siano gialle come il sole ma rosse, di un bel rosso acceso, le fragole da sempre sono state considerate simbolo solare e in molte favole simboleggiano la stagione della luce, la primavera. Nelle fiabe, non a caso, sono spesso tramutate in oro zecchino. E nella tradizione germanica diventano addirittura carrozze solari verso il Regno Celeste. Proprio in virtù di questo simbolismo le mamme che avevano perso un bambino non potevano, nel giorno di San Giovanni Battista (il 24 giugno), mangiare fragole perché avrebbero distrutto la carrozza destinata a portare il loro figlio in Paradiso. Stessa allusione che troviamo per esempio in un canto popolare inglese nel quale si racconta che i pettirossi coprono i loro figlioletti morti con le foglie di fragola in attesa che tornino alla luce come i rossi frutti nella bella stagione. Ma non è tutto. Nei manoscritti medievali la fragola compare spesso come ornamento in quelle pagine dove si narra delle sofferenze di Cristo e dei martiri. Come mai? Secondo l’iconografo francese Louis Charbonneau-Lassay (1871-1946) la fragola sarebbe stata utilizzata come simbolo della Passione per ben due ragioni: innanzitutto il suo colore ricorda quello del sangue, tanto che si può scorgere nelle rappresentazioni della Crocifissione o della Deposizione, in secondo luogo le sue qualità medicinali richiamerebbero la funzione salvifica del Salvatore. Ma ciò potrebbe derivare anche dall’interpretazione di un passo delle Metamorfosi del poeta romano Publio Ovidio Nasone, in cui si dice che durante l’Età dell’Oro (in seguito paragonata al giardino del Paradiso) l’uomo si cibava dei frutti offerti spontaneamente dalla terra, tra cui la fragola. La fragola avrebbe finito per alludere a episodi religiosi quali l’Annunciazione e la relativa Incarnazione di Cristo, che avvengono in primavera, perché frutto che matura in quella stagione. Le sue foglie tripartite potrebbero alludere alla Trinità, mentre il piccolo fiore bianco viene interpretato come immagine di innocenza, purezza e umiltà. Esso simboleggia stima e amore, sentimenti cui alludevano le fragole ricamate sul fazzoletto che Desdemona aveva ricevuto in dono da Otello e che le costò la vita per averlo perduto. I frutti, rivolti verso il basso, ricorderebbero le gocce di sangue di Cristo, dove i cinque petali del fiore rappresenterebbero le sue cinque ferite. In questa arretrata epoca, la fragola è chiamata “frutto cuore” per analogia con la sua forma e per le sue doti di placare il male che strazia indifferentemente tutti gli animi: la passione d’amore. La tradizione popolare attribuisce, invece, alla fragola virtù magiche: per evitare, ad esempio, il morso dei serpenti, si devono raccogliere le sue foglie il 24 giugno, magico giorno di San Giovanni Battista (del quale era il frutto prediletto), farle essiccare al sole e confezionarne una cintura. Nessuna serpe oserà avvicinarsi a chi la indossa. Per la tribù degli Ojibwa, popolazione indiana stanziata nel sudovest dell’Ontario, che oggi conta solo poche migliaia di sopravvissuti, le fragole sono un cibo estivo, simbolo della buona stagione. Secondo il loro credo, quando un uomo muore la sua anima resta cosciente, va verso il Paese dei morti finché raggiunge un’enorme fragola (non dimentichiamo che le loro fragole, anche allo stato selvatico, sono più grosse delle nostre); se l’anima del defunto gusta questo frutto, scorderà il mondo dei vivi e non le sarà più possibile ritornarvi, mentre se non lo tocca tornerà sulla terra.

Fragola: bella da vedere, buona da mangiare

Il grande Carlo Linneo (1707-1778), fondatore della moderna botanica, ma anche valente medico ed erborista, definisce la fragola “bene di Dio”, affermando che, secondo la sua diretta esperienza, il suo frutto è incomparabile rimedio contro la gotta. Sembra, inoltre, che fosse il segreto della lunga vita di Bernard le Bovier de Fontenelle (1657-1757), filosofo e scienziato morto centenario e che nutriva per lei un’autentica passione. La nobiltà inglese stravede per la fragola, tanto che Tobias Venner (1638), un famoso fisico di Bath, la loda così nel suo delizioso libro Via Recta ad Vitam Longam (La giusta strada per una lunga vita): “… delightsome to the tast, acceptable to the stomack, exciting to the appetite, quenching to thirst, repressing to the ebullient crimony and excellently cooling…”. Sir Hugh Plat nel 1632 scopre come preparare la marmellata di fragole e Thomas Austin (1888), un’autorità tra i primi cuochi inglesi, fornisce antiche raffinate ricette, risalenti al ’500, per la preparazione di budini. Anche la medicina dei semplici tiene in gran conto la fragola selvatica. Il suo rizoma e le sue foglie erano largamente adoperati come diuretici e astringenti, mentre il frutto delicato e saporoso era molto raccomandato ai tubercolotici, agli anemici e ai gottosi. Così si racconta dell’episodio significativo nel quale fu protagonista Francesco di Paola, Santo protettore della Calabria e della gente di mare, che in virtù della sua fama di mago e taumaturgo nel 1483 fu chiamato alla corte di Francia per curare re Luigi XI, gravemente ammalato: “Secondo la testimonianza di Giacomo Curtí da Paterno, sua cognata Donna Angela abitante a Figline ‘era infirma ad morte per non havire possuto orinare tre dì’. Essendosi rivolto il teste per conto dell’ammalata a padre Francesco per implorargli la guarigione ‘dicto frate... se stringia nelle spalli scusandole che non sapia che fare, ché se trovava in loco de dove non havia che mandare alla patiente’. Poi distese la mano a terra e colse delle fragole mature... ‘et facto dicto fascicolo lo mandao per un famiglio alla paziente che lo pigliao sì per devotione, quale pigliato et magnato diete fragole subito orinao, et fo sana’.” Il grande medico e botanico, Pietro Andrea Mattioli (1501-1578), ce la raccomanda anche per altre virtù:”… le fraghe, oltre a essere deliziose, spengono la sete e sono utili agli stomaci colerici”. Dal punto di vista nutrizionale il “frutto cuore” incrementa la riserva alcalina dell’organismo, regala vitamine e antiossidanti, vanta proprietà dissetanti, diuretiche, antiuriche, antinfiammatorie, rinfrescanti, astringenti, antigottose ed è riconosciuta la sua benefica azione depurativa sul sangue. Lenisce il bruciore delle scottature e rende elastica e vellutata la pelle. Ottimo alleato per chi vuole dimagrire, non contiene grassi saturi, né colesterolo e sodio e, inoltre, fornisce un apporto calorico ridottissimo, essendo costituito per il 90 per cento di acqua: 100 grammi di fragole contengono solo 27 calorie. In via sperimentale, contenendo acido ellagico, le fragole sono considerate un anticancerogeno. I frutti svolgono azione benefica anche in caso di reumatismi e sciatiche. Il rizoma ha qualità astringenti, calmanti, depurative, le foglie sono antidiarroiche, antiemorragiche, cicatrizzanti e astringenti cutanei.

Fragola nel cinema

Ricordiamo il film diretto da Ingmar Bergman e intitolato Il posto delle fragole (Svezia, 1957), che ha ricevuto numerosi premi tra cui l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, il premio della critica a Venezia, il National Board of Review statunitense, la candidatura all’Oscar per il miglior soggetto originale, il Golden Gate della stampa estera di Hollywood, il Pemio Bodil danese per il miglior film europeo, il Gran Premio della cinematografia norvegese, il premio dell’Associazione Critici Britannici, il primo premio al Festival Argentino del Mar de la Plata, nonché il Nastro d’Argento Italiano. Si tratta di una storia di conversione e di serena meditazione sulla vita e sulla morte, è un film che esalta gli affetti come valori primari dell’esistenza. Esso è costruito in modo perfetto tra l’intrecciarsi dei ricordi e della realtà e, a differenza di altri film dello stesso autore, non ha nulla di oscuro e i pochi simboli che lo percorrono sono molto chiari. Bergman in questo film si serve del topos del posto delle fragole, frutto che in Svezia rappresenta a pieno la primavera, per simboleggiare i ricordi infantili. Il posto delle fragole è un film sul tempo, protagonista del racconto, sul cambiamento, sulla paura e sulla maschera che l’uomo indossa per risolvere le proprie crisi. Più recente è il film drammatico sulle diversità intitolato Fragola e cioccolato, dei registi Tomas Gutierrez Alea e Juan Carlos Tabio (Cuba, 1992), tratto dal racconto El lobo, el bosque y el hombre nuevo di Senel Paz. Ambientato in Avana nel 1979, è la storia dell’amicizia tra un giovane di origine contadina, comunista militante, e un omosessuale cattolico, raffinato cultore della cultura nazionale. Orso d’Argento a Berlino, quattro premi al 15° Festival dell’Avana, è il primo film cubano che trova distribuzione sul mercato italiano grazie alla Bim di De Paolis. Commedia agrodolce, briosa, ironica, leggera nell’enunciare la sua tesi antidogmatica e in favore della libertà di idee. Il gelato alla fragola e il cioccolato vengono utilizzati nel film per simboleggiare da una parte una diversità ostacolata dal regime e dall’altra una sofferenza della vita da parte di un ragazzo pieno di illusioni che ancora crede nel sogno di un mondo perfetto.

Fragole e curiosità

Sognare fragole significa un guadagno inaspettato o anche un aiuto inaspettato da persona sconosciuta. Giocare al lotto il numero 20.

Polpa di fragole sciolta nell’acqua del bagno per una pelle elastica e vellutata: sembra fosse uno dei segreti della bellissima Madame Tallien (1773-1835), ninfa dei Giacobini, durante la Rivoluzione Francese.

Bagno di fragole: fragole 2 kg. Schiacciate le fragole e versatele nella vasca da bagno con dell’acqua tiepida e immergetevi per circa un’ora, leggendo il vostro libro preferito, ascoltando della buona musica e bevendo un tè al gelsomino. Al termine del bagno frizionate la pelle con una spugna imbevuta di latte, proprio come Madame Tallien. La vostra pelle ringrazierà per il tenue colorito rosa e la vostra mente per il relax procurato.

Con l’infusione delle foglie di fragola leggermente seccate al sole, si ottiene una bevanda gradevole che assomiglia al tè.

Fragolino (Pagellus erythrinus) è un pesce della famiglia degli Sparidi, oblungo, che misura fino a 50 cm e ha un bel colore roseo argenteo. Il suo nome deriva appunto dalla fragola a causa del colore. Le sue carni sono bianche e di ottimo sapore, predilige fondali arenosi e viene pescato in buon numero, figurando tra i più comuni pesci sui mercati.

Adesso vogliamo riportarvi la descrizione di una delle celebri feste di Versailles. Correva l’anno 1664, Luigi XIV aveva incaricato Molière di realizzare la sceneggiatura di un banchetto campestre, che rievocasse “I piaceri dell’isola incantata” descritti dall’Ariosto. Nel menù di tre servizi, con sessanta portate ciascuno, figuravano i più deliziosi alimenti provenienti dalle campagne e dalle foreste francesi: carni di cervo, prosciutti di cinghiale, paté di fagiano, tartufi, torte ripiene di marmellate. Il banchetto innaffiato da vini, sciroppi, bevande profumate e sorbetti, si concluse con arance del Portogallo, ciliegie e fragole di serra.

Testimonianze pittoriche, in particolare un’incisione di Bartolomeo Pinelli (1781-1835) risalente al 1822 e raffigurante Il trionfo delle fragole alla Rotonda (il Pantheon), documentano l’esistenza di una festa delle fragole che si teneva nella città di Roma e poi trasferita a Nemi, borgo incontaminato dei Castelli Romani. La sagra si svolge ancora oggi, annualmente, la prima domenica di giugno e come da tradizione la festa inizia con la sfilata delle fragolare, le donne che da sempre coltivano il dolce frutto intorno a Nemi e che per l’occasione sono abbigliate con l’antico costume tradizionale: gonna rossa, bustino nero, camicetta bianca e la mandrucella, il tipico copricapo di pizzo con fiocchi rossi. L’evento si conclude con la distribuzione a tutti i partecipanti delle famose fragoline di Nemi.

Francesco Tricarico, originario di Gallipoli, divenuto famoso tra il grande pubblico nel 2000 con la canzone Io sono Francesco, ha partecipato nel 2009 al cinquantanovesimo Festival di Sanremo con Il bosco delle fragole, brano surreale, poetico e melanconico.

 


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