Volume: il riso

Sezione: storia e arte

Capitolo: aspetti artistici

Autori: Francesca Trecroci, Attilio Giacosa, Mariangela Rondanelli

In Oriente il patrimonio culturale è imperniato su numerose tradizioni locali dove il rapporto uomo-natura risulta essere elemento ricorrente, inteso come un’integrazione dell’uomo nell’ambiente naturale. Il riso proprio in queste aree ha trovato espressione e spazio per un insediamento e una diffusione colturale e culturale divenendo, a tutt’oggi, emblema identificativo degli usi appartenenti al mondo orientale. Questo tipo di coltivazione anche nel nostro Paese ha avuto un aspetto interessante affermandosi nel tempo come identità storica e culturale territoriale. Le mondine hanno rappresentato, dagli inizi dell’Ottocento, un’immagine importante dal punto di vista socio-economico per l’Italia di quel periodo; il loro durissimo impegno che spesso le costringeva a trasferirsi per alcuni mesi verso le zone più a ovest della Pianura Padana, nel Vercellese, nel Novarese e nel Pavese, il loro particolare abbigliamento necessario per sopravvivere in situazioni di lavoro in alcuni casi precarie, le lotte e gli scioperi per rivendicare e ottenere condizioni lavorative eque hanno generato in pittori, poeti, registi, musicisti il bisogno e la volontà di riprodurre, ciascuno attraverso la propria arte, questo spaccato di verità. Il riso nel mondo non costituisce soltanto un alimento, “è società, cultura, politica, economia, bellezza del paesaggio e senso d’appartenenza, entra nella vita della gente come cibo quotidiano, entra nelle feste religiose e nei riti nuziali, nei quadri e nelle canzoni. Persino nelle nazioni ‘nuove’ al riso la coltivazione di questo prodotto ha modificato i paesaggi, introdotto nuovi piatti e ha fornito ai contadini nuove fonti di reddito”. Le motivazioni e le osservazioni sopra esposte vengono perfettamente espresse attraverso il motto proposto dalla FAO: “il riso è vita”.

Riso in pittura

Immaginando un possibile collegamento tra la cultura del riso e le arti figurative, il pensiero e la memoria fotografica conducono all’Ottocento, epoca nella quale si afferma in Francia il Realismo, teso, appunto, alla rappresentazione della realtà nella sua complessità naturale e sociale. La volontà dei pittori realisti di cogliere l’oggettività avrà eco anche in Italia dove la pittura legata a tale movimento artistico verrà denominata “verista”. Il pittore livornese Giovanni Fattori (1825-1908) afferma nel 1903 che la pittura del Verismo italiano “porta lo studio accurato della società presente… mostra le piaghe da cui è afflitta”, dando così minore attenzione alla ricerca del colore e mettendo in maggiore evidenza il soggetto sociale. Uno dei pittori italiani che nella seconda metà dell’Ottocento attraverso i protagonisti dei suoi dipinti – gli umili, i lavoratori – racconta sulla tela i grandi temi esistenziali della vita umana è Pellizza da Volpedo. Nato nel 1868 a Volpedo, paese in provincia di Alessandria, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri, incentra la propria attività su una ricerca verista. La società, la famiglia e la naturale configurazione del paesaggio che circonda il luogo d’origine giocheranno un ruolo fondamentale nella definizione di ciò che per lui è realtà, verità e quindi soggetto d’arte. In principio Pellizza predilige per le sue opere il genere figurativo, ponendo in secondo piano il paesaggio, ma nel 1888 frequentando come allievo l’Accademia di belle arti a Firenze conoscerà Giovanni Fattori, il quale gli consiglierà di compiere studi in campagna nel corso dei suoi soggiorni a Volpedo per cogliere l’emozioni visive e gli effetti di luce che solo il motivo dal vero suscita e trasmette. Negli anni successivi alla sua formazione in Accademia, il tema sociale diventa protagonista di una delle sue opere più note, Il quarto stato (1901). Pensato e studiato attraverso disegni e bozzetti per circa dieci anni, il quadro rappresenta uno sciopero come conseguenza della condizione di miseria in cui vertevano i lavoratori dell’epoca. Nasce come soggetto sociale anche l’ultima tela di Pellizza da Volpedo che in questa sede risulta per noi quella di maggior interesse: Membra stanche (1903-1906). L’opera illustra la dura vita dei lavoratori nelle risaie, spesso costretti a migrazioni stagionali: il paesaggio della profonda vallata del Curone sullo sfondo, illuminato da un sole prossimo a tramontare, ospita quattro figure sintetizzate (a causa dell’incompiutezza del quadro) ma visibilmente stanche e provate. L’intensità del colore, cioè la concentrazione cromatica rossa dei toni, si contrappone alle vette azzurre della catena montuosa all’orizzonte, accentuando il senso di profondità, ed è proprio in questa cornice naturale che si estende lo stato d’animo dei soggetti in primo piano, simboli del dolore, della vita, del lavoro e dell’amore. Ecco che cos’è per Pellizza l’arte, meglio esemplificata con l’espressione “arte per l’umanità”: secondo l’artista la condizione primaria è che l’idea venga compresa da tutti, altrimenti sarebbe privata del suo valore espressivo; il pittore sostiene che l’epoca in cui vive richieda un’arte pensosa, suggestiva e, sulla base dell’emozione e dell’impressione che desidera i suoi quadri trasmettano e generino a chi li osserva, Pellizza utilizza linee, forme e colori differenti. Il percorso creativo di Pellizza da Volpedo parte sempre da un’emozione prodotta dall’osservazione della realtà e lo stesso principio sembra essere anche alla base dell’attività artistica del contemporaneo e soprattutto amico Angelo Morbelli, il quale, attraverso il dipinto In risaia, ci regala un’immagine dettagliata dell’attività delle mondariso o mondine e del loro caratteristico abbigliamento. Nello specifico la rappresentazione di Morbelli è un vero e proprio fermo immagine su una delle attività fondamentali svolte in risaia denominata fase di monda che consisteva nell’estirpare le piante infestanti che soffocavano altrimenti la crescita normale del riso, compito alquanto difficile e delicato determinato dal fatto che le erbe infestanti potevano confondersi con le piantine di riso, a volte simili tra loro. Le donne si presentano curve su loro stesse, una a fianco dell’altra, con le mani e i piedi immersi nell’acqua; vestivano con abiti che consentivano loro di rimanere libere nei movimenti, ma nello stesso tempo che proteggevano il corpo dal sole e dalle punture degli insetti. Le mondine portavano gonne corte oppure lunghe e quindi, perché non si bagnassero, venivano rimboccate attorno alla vita creando un caratteristico rigonfiamento; scalze e con un fazzoletto in testa per proteggere il capo dal caldo sole dei mesi di giugno e luglio (periodo nel quale generalmente si effettua la monda), fin dalle primissime ore del mattino immergevano le loro gambe e le loro mani nella risaia. Un altro prestigioso uomo del panorama artistico italiano della seconda metà del Novecento sarà il pittore Renato Guttuso. Nato a Bagheria nel 1911 Guttuso si avvicinerà giovanissimo al mondo della pittura, e la sua naturale predisposizione per l’arte lo porterà nel corso degli anni a spostarsi dalla sua Sicilia verso città come Milano, Roma, e soprattutto quest’ultima eserciterà su di lui un grande fascino. La frequentazione di tali ambienti permetterà all’artista di conoscere illustri personaggi dell’arte, della letteratura e della poesia, della politica, del cinema: per citarne solo alcuni ricordiamo Pablo Picasso, Pablo Neruda, Elsa Morante e il regista Giuseppe De Santis. La conoscenza di De Santis porterà Guttuso a collaborare con lo stesso regista proprio in occasione della celebre produzione di Riso amaro, infatti nel 1948 eseguirà una serie di disegni e raffigurazioni per la brochure del film. Le mondine non potevano che essere un tema per nessun altro pittore che non fosse Guttuso: il loro rapporto con il lavoro, la carica di sensualità che emanavano in tutti i loro atteggiamenti, i loro sguardi e i loro comportamenti, erano tutte componenti di un universo femminile e umano che appartenevano solo al modo di fare pittura di Guttuso. L’artista siciliano sostiene che dipingere significa essere ispirati da ciò che si vede, si scopre e si pensa. Guttuso si mostra molto interessato al lavoro dell’uomo in campagna, alla fatica che l’attività richiede, alle ribellioni dovute alle ingiuste condizioni di sfruttamento cui le donne e gli uomini erano sottoposti, tutte osservazioni e pensieri che emergono evidenti nel quadro Scene di vita agricola: le mondine. La grande espressività trasmessa dal dipinto rientra nella fase della pittura realista di Guttuso. L’esigenza di dipingere aspetti della vita quotidiana e tematiche sociali d’accusa è la conseguenza della politica di soppressione negli anni della guerra.

Arte in cucina

Pieter Bruegel, maestro fiammingo del Cinquecento, nella fase iniziale della sua vita artistica si esprimerà soprattutto attraverso l’incisione. Purtroppo le scarse notizie documentarie non ci permettono di affermare con sicurezza l’anno di nascita dell’artista, così come la sua formazione; la prima data certa è il 1551, anno in cui Bruegel risulta iscritto come libero maestro nei registri della gilda di San Luca ad Anversa. Uno dei suoi quadri più celebri è La torre di Babele, soggetto tratto dall’omonimo episodio biblico e considerato anche, secondo la cultura fiamminga, simbolo della superbia e della follia dell’uomo che aveva osato sfidare la grandezza di Dio. L’opera racchiude in sé un messaggio di riflessione sulla vita e sulla storia, significato che il pittore sembra voler trasmettere anche con altre grandi opere: i Proverbi fiamminghi (1559) e il Combattimento fra Carnevale e Quaresima (1559). Nel primo quadro (ispirato a uno scritto del 1550 di Erasmo da Rotterdam, gli Adagia, contenente numerosi esempi che descrivono lo scarso equilibrio umano tra saggezza e follia), Bruegel ha avuto la capacità di inserire all’interno di un’unica scena circa centoventi proverbi o modi di dire, prodotti della saggezza popolare. Nel secondo dipinto contrappone il personaggio di Carnevale, raffigurato grasso mentre cavalca una botte sulla quale c’è infilzato un prosciutto tenuto da un coltello, alla figura che impersonifica la Quaresima, magrissima con un’arnia sulla testa, in quanto il miele era un tipico cibo quaresimale, e con la croce di cenere sulla fronte. Una pittura dunque ricca di simbologia a testimonianza di come Pieter Bruegel fosse particolarmente attratto e ispirato dal mondo contadino e popolare. Tale interesse viene avvalorato dal quadro intitolato Banchetto nuziale, festa di nozze alla quale Bruegel è presente e individuato, secondo la tradizione, nell’uomo posto sulla destra del dipinto nell’atto di confessarsi a un frate. Il quadro in oggetto, come del resto buona parte delle rappresentazioni di Bruegel, è affollato di personaggi e di azioni rivolte principalmente alla celebrazione del cibo. Il riso, per diversi anni utilizzato in svariate ricette, dai primi piatti passando per i secondi e sino ad arrivare ai dolci, è una materia prima che rende possibile la preparazione di diversi alimenti e bevande, e tale tendenza sembra oggi non solo rinascere ma crescere. Un semplice vocabolario della lingua italiana alla definizione di arte cita: “qualsiasi forma di attività dell’uomo in quanto riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva”.

 


Coltura & Cultura