Volume: il pomodoro

Sezione: storia e arte

Capitolo: aspetti artistici

Autori: Margherita Zalum Cardon

Aspetti artistici

Sconosciuto agli europei fino alla metà del ’500, il pomodoro è forse l’ultimo arrivato nella lista delle piante di importanza alimentare e commerciale mondiale; il tortuoso cammino che ha portato dai primi “assaggi” di questo frutto alla sua vasta diffusione in ambito agricolo si rispecchia anche nella sua storia iconografica, che riflette le incertezze degli europei, la loro grande curiosità e le molteplici sperimentazioni di cui fu oggetto. La prima notizia dell’arrivo del pomodoro in Italia si trova nel trattato di Pier Andrea Mattioli, medico senese che fu archiatra dell’arciduca Ferdinando del Tirolo, figlio dell’imperatore Ferdinando d’Asburgo. Egli è autore di uno dei pilastri della storia della botanica moderna, i Discorsi sul De Materia Medica di Dioscoride, in cui non solo il testo originario è tradotto, ma anche sottoposto al vaglio attento dello studioso, emendato e integrato con la notizia di molte piante sconosciute nell’antichità: già nella prima edizione (pubblicata a Venezia nel 1544) si legge che “Portansi à tempi nostri d’un’altra spetie [di frutti] in Italia schiacciate come le mela rose, & fatte à spichi, di colore prima verdi, & come sono mature, di colore d’oro, le quali pur si mangiano nel medesimo modo”, cioè fritte con sale, olio e pepe, come i funghi, oppure secondo una ricetta di Avicenna. La prima edizione di quest’opera non era illustrata, e solo nelle edizioni successive agli anni ’50, quando essa è stata nel frattempo tradotta in latino e notevolmente ampliata, si cominciano a trovare immagini del pomodoro. Le immagini svolgono infatti un ruolo fondamentale nel processo di diffusione e acquisizione di conoscenze in tutti gli ambiti del sapere nell’Europa del ’500, ma ciò si rivela vero in modo particolare per le scienze naturali. L’avida curiosità dei primi scienziati pone tutte le piante di provenienza esotica al centro di un’attenzione febbrile, e li spinge a commissionare ad artisti di fiducia un numero sempre crescente di immagini botaniche, che poi sono scambiate, copiate, imitate, con lo scopo di sopperire alla mancanza di esemplari difficilmente ottenibili, nel continuo sforzo di raggiungere una conoscenza il più possibile esaustiva del mondo naturale in tutte le sue espressioni. Questa incessante attività di scambio di notizie, raffigurazioni e materiali vegetali e l’entusiasmo nell’indagare il mondo naturale contraddistingue i primi scienziati europei e, in modo particolare, uno dei pionieri assoluti della botanica e della zoologia, Ulisse Aldrovandi. Nel corso di molti anni di infaticabile attività, egli radunò, tra l’altro, uno stupefacente erbario, contente più di cinquemila esemplari botanici raggruppati in 15 volumi. La sua sterminata raccolta di immagini di piante e animali provenienti da ogni angolo del mondo comprende anche una pianta di pomodoro, anche se di essa sono presenti solo lo stelo e le foglie, mentre mancano fiori e frutti. Lo stesso impegno nel descrivere tutte le specie che si disvelavano agli occhi degli europei nel corso del secolo informa i numerosi trattati botanici pubblicati nel giro di pochi anni. Tra questi, la Plantarum seu stirpium historia di Matthias L’Obel è la prima a fornire una trattazione più articolata del pomodoro, dandone una descrizione accurata, dibattendo ampiamente il problema della sua classificazione rispetto alle altre specie più familiari e – ciò che più importa – offrendone un’accurata raffigurazione. L’opera di L’Obel è stampata nel 1576 ad Anversa, nell’officina tipografica di Christophe Plantin, dai cui torchi usciranno le più importanti opere di botanica e zoologia scritte a cavallo tra ’500 e ’600. Plantin ebbe l’enorme merito di concedere ampio spazio alle nascenti scienze della natura, ma al tempo stesso aveva chiare le finalità commerciali della propria attività: le stesse matrici potevano essere riusate in più di un’opera, anche se redatte a distanza di tempo e da autori diversi. È il caso anche dell’immagine del pomodoro realizzata per il trattato di L’Obel, che ricorre identica in testi successivi, come l’edizione delle opere del medico e botanico fiammingo Rembert Dodoens, che va sotto il nome di Stirpium historiae pemptades sex sive libri XXX (Anversa, 1583). Del resto, non era infrequente che le immagini venissero “prese a prestito” anche da altri autori ed editori: la stessa rappresentazione si trova anche nell’Herball of general Historie of Plants dell’inglese John Gerard, anche nell’edizione rivista e ampliata a cura di Thomas Johnson, stampata a Londra nel 1633. Diversa da quella di Plantin è invece l’immagine pubblicata nell’Herbario nuovo di Castore Durante, stampato a Roma nel 1585. Questo è infatti corredato dalle belle xilografie di Leonardo Parasole da Norcia, che anche nel ritratto del pomodoro riesce a mantenere una certa sobrietà, a rendere con cura le proporzioni della pianta e a convogliare quasi a livello tattile la sensazione della sua consistenza. Le notizie fornite da Durante, un medico di origine umbra ma stabilitosi a Roma dove diventa archiatra di papa Sisto V, sono succinte ma interessanti: esse sono almeno in parte originali e dunque denunciano la conoscenza diretta della pianta, di cui si offre una descrizione che comprende diverse varietà e si indicano le potenzialità e gli usi in ambito medico. Fra le più antiche immagini della pianta c’è anche quella contenuta in un interessante manoscritto, oggi conservato negli Stati Uniti (Pierpont Morgan Library, New York) e convenzionalmente chiamato Drake manuscript, ma che in realtà reca il titolo antico di Histoire naturelle des Indes (Storia naturale delle Indie). Si tratta di un documento storico di eccezionale valore, solo recentemente venuto alla luce, frutto della collaborazione, ancorché non chiara nei tempi e nei modi, tra due diversi artisti e due scribi. Nel codice sono raffigurate circa sessanta piante americane, oltre a svariati animali, carte geografiche e scene di vita degli abitanti delle Indie occidentali. Il collegamento con il nome del celebre corsaro Francis Drake è dato dal fatto che esso ricorre in alcune didascalie del manoscritto e anche dalla constatazione che gran parte dei luoghi descritti fu effettivamente o almeno verosimilmente visitata dal grande navigatore. L’immagine dei tomates, eseguita con grande essenzialità ma al tempo stesso grande precisione, mette in risalto soprattutto i frutti, dalla curiosa forma scannellata e divisa in spicchi, apparentemente senza rispettare la loro scala dimensionale rispetto alle foglie. A un’osservazione più attenta, anzi, sembra quasi che l’immagine rappresenti il tomatillo piuttosto che il pomodoro vero e proprio, ma anche questo fraintendimento è storicamente interessante: infatti gli spagnoli confondevano lo xitomatl (il pomodoro) con il tomatl (il tomatillo) e davano a entrambi lo stesso nome. Da quest’errore è derivato il nome della pianta in quasi tutte le lingue europee, italiano escluso. L’immagine del pomodoro non resta d’altronde confinata al solo ambito delle scienze naturali: a cavallo tra ricerca scientifica e raffigurazione propriamente artistica è la rappresentazione del pomodoro che si trova nel portale destro della Cattedrale di Pisa. L’edificio medievale subì nel 1595 un incendio devastante, che ne distrusse molti arredi antichi, tra cui i portoni bronzei dello scultore Bonanno, che dovettero quindi essere sostituiti. Ciascun portale reca una serie di specchiature in cui sono istoriate scene sacre, circondate da fregi in cui è inserito uno straordinario e variatissimo repertorio di piante e animali. Essi indubbiamente risentono dell’eccezionale vivacità dell’ambiente intellettuale pisano e dello speciale fervore di studi nel campo delle scienze botaniche: com’è ben noto, la città è sede del più antico giardino dei semplici europeo. Il lungimirante mecenatismo mediceo non si era limitato all’ambito delle arti visive ma aveva dato grandissimo impulso allo sviluppo dello Studio cittadino e aveva fatto di Pisa uno dei più avanzati e prestigiosi centri italiani per lo studio delle scienze naturali. L’arrivo in Europa di tante piante sconosciute, del resto, non solleticava solo l’interesse degli scienziati, ma anche quello di un più vasto pubblico di curiosi e appassionati di cose naturali. In questo clima di viva attrazione per una natura che riserva infinite sorprese, uniti all’estremo raffinamento tecnico e formale che contraddistingue la cultura tardo rinascimentale, nascono le opere di Giuseppe Arcimboldo (1527-1593) e dei suoi seguaci, in cui fiori, frutta e ortaggi si uniscono per dare corpo a fantasiose creature allegoriche. In questa stessa epoca, nel giro di pochi anni, si diffonde in Europa un nuovo genere figurativo, quello della natura morta, che pur nella diversità degli esiti cui è giunto in rapporto ai diversi contesti geografici e culturali, spesso privilegia tra i suoi soggetti proprio le piante, i fiori e i frutti esotici. Tra i primi maestri a praticare il genere in ambito fiammingo c’è Osias de Beert, autore di alcune ineguagliate scene di “vita silenziosa”, come alcuni studiosi preferiscono chiamarle, in cui oggetti anche molto disparati tra loro sono accostati in modo apparentemente privo di nessi, ma sempre rispettando un ordine formale che infonde ai dipinti un senso di pacatezza e serenità; si sa che molto spesso queste opere, soprattutto se provenienti dal Nord Europa, veicolavano contenuti moraleggianti o allegorici, ma oggi purtroppo il loro significato spesso sfugge completamente agli studiosi. Come mostra l’inclusione nei Discorsi di Mattioli e nell’Herbario di Castore Durante, il pomodoro era stato considerato inizialmente soprattutto come pianta medicinale, anche perché nella sua regione di origine, il Perù, esso non aveva impiego alimentare. Tuttavia, contrariamente a quanto alcune fonti affermano, nelle zone dell’America Centrale dove si era diffuso, esso era entrato nell’alimentazione corrente e quindi l’uso di consumare il pomodoro fu importato in Europa insieme alla pianta stessa: diversi autori della fine del ’500 e della prima metà del ’600, tra cui come si è visto lo stesso Mattioli, scrivono che già allora lo si mangiava condito con olio, sale e pepe. Quasi tutti gli autori però sostengono anche che esso non apportava molto nutrimento all’organismo, e che poteva perfino risultare pernicioso. Proprio a cavallo del ’600 il francese Olivier de Serres propone, o quanto meno codifica, un ulteriore uso della pianta. Egli è l’autore del Théâtre d’Agriculture et Mesnage des Champs, opera stampata a Parigi nel 1600 e destinata ad avere un enorme successo editoriale, in cui il pomodoro è posto sotto una luce nuova, quella cioè di pianta ornamentale da giardino: egli lo consiglia infatti come rampicante per adornare berceaux, spalliere e via dicendo. “Les pommes d’amour, de merveille, et dorées, demandent commun terroir et traictement, comme aussi communément servent-elles à couvrir cabinets et tonnelles, grimpans gaiement par dessus, s’agrafans fermement aux appuis. La diversité de leur fueillage, rend le lieu auquel l’on les assemble, fort plaisant: et de bonne grace, les gentils fruicts que ces plantes produisent, pendans parmis leur rameure. […] Leurs fruicts ne sont bons à manger: seulement sont-ils utiles en la médecine, et plaisans à manier et flairer”. L’uso ornamentale della pianta, che d’altronde rifletteva quello che ne facevano gli antichi abitanti del Perù, era evidentemente piuttosto diffuso, soprattutto nei giardini dell’Europa settentrionale: non solo il testo di de Serres ne parla, ma anche il monumentale Hortus Eystettensis di Basil Besler. Farmacista di Norimberga, egli era stato incaricato dal principe-vescovo Konrad von Gemmingen di curare la pubblicazione di un florilegio che raffigurasse tutte le piante che crescevano nel suo giardino di Eichstatt. I florilegi, genere editoriale dalla vita piuttosto effimera, erano raccolte di immagini floreali, ma non solo, che ebbero una vastissima diffusione nei primi decenni del ’600, perché strettamente legati a una stagione di intenso collezionismo botanico. Essi potevano essere concepiti come raccolte destinate a immortalare il prestigio di qualche fortunato collezionista, com’è il caso dell’opera che stiamo analizzando, oppure potevano servire a diffondere la conoscenza di specie e varietà di fiori esotici sempre nuovi, o anche essere usati come veri e propri cataloghi di vendita per corrispondenza di piante rare, e per questo di inestimabile valore. L’impresa di Besler portò alla realizzazione di un’opera eccezionale, corredata da pregevolissime tavole in-folio, in cui sono squadernate stagione per stagione tutte le specie vegetali allora note. Al pomodoro sono dedicate ben tre tavole, di grande impatto visivo: esse mostrano i poma amoris a frutto giallo e quelli a frutto rosso, mettendo in pieno risalto la rigogliosità della pianta. Si tratta di immagini estremamente esuberanti, tutte volte a esaltare gli aspetti decorativi e ornamentali dell’immagine stessa oltre che dei vegetali effigiati: in questo caso l’intera pagina è occupata dal vigoroso fogliame, disposto con estrema eleganza, quasi a voler rendere ragione dell’uso che si faceva della pianta come rampicante da giardino. L’ultima tavola raffigura poi il Solanum pomiferum e sembra riprendere più da vicino la prima e più fortunata illustrazione della pianta, quella dell’opera di Mattias de l’Obel. Ancora di area tedesca è un altro florilegio, nato con intenti simili a quello di Besler ma ovviamente su scala molto ridotta: si tratta del Florilegio di Idstein, realizzato dal pittore tedesco Johan Walther per immortalare i giardini del principe-conte di Nassau-Idstein, distrutti durante la Guerra dei Trent’anni e poi riportati all’antico splendore dal proprietario. Benché l’attenzione del pittore, così come quella del suo patrono, sia più concentrata sulle numerose varietà di fiori ornamentali, tra cui i tulipani, gli anemoni, i giacinti e molte altre bulbose che costituiscono il vanto del giardino, anche altri fiori e arbusti vi fanno la loro comparsa, insieme ad alcuni frutti. Se il florilegio di Walther attesta l’uso decorativo del pomodoro fino alla seconda metà del ’600, non si era interrotto nel corso di quel secolo il filone di ricerche da un punto di vista più strettamente botanico. Anzi, è sopravvissuta fino a noi ed è stata recentemente pubblicata una bella tavola derivante dall’Erbario Miniato raccolto da Federico Cesi con l’aiuto degli altri membri della prima Accademia dei Lincei. Nella tavola una rappresentazione semplificata di un ramo di pomodoro è accompagnata da due frutti a diversi stadi di maturazione. Accanto è rappresentato un altro frutto di varietà e colore differenti, e l’immagine è accompagnata da una sintetica annotazione tratta dal testo di Mattioli, riguardo al modo di mangiare i frutti e alle diverse varietà rosse o gialle della pianta. Traspare anche da questo foglio il desiderio dei Lincei di realizzare una catalogazione il più estensiva possibile della realtà naturale, in particolar modo riguardo alla flora e alla fauna del Nuovo Mondo. Il vivo interesse del circolo linceo nei confronti delle Americhe e le intense ricerche che ne scaturirono culminarono nella pubblicazione, nel 1651, della Nova plantarum, animalium, et mineralium mexicanorum Historia, nota anche come Tesoro messicano, a lungo preparata e continuamente rimandata a causa di un’apparentemente interminabile successione di inconvenienti. Nel testo c’è una descrizione dettagliata di tutte le varietà di pomodori e piante affini che il medico spagnolo Hernandez, l’originario compilatore delle notizie su cui si basa il testo, aveva potuto conoscere; di seguito c’è anche un’interessante annotazione del curatore linceo che segnala come nell’orto dei monaci di San Silvestro, a Roma, ne sia cresciuto un esemplare che aveva prodotto un frutto fuori dal comune. Dell’ampia diffusione geografica della pianta fa fede la sua presenza in dipinti, quasi sempre nature morte, provenienti da contesti geografici molto diversi. Soprattutto per quello che riguarda la seconda metà del ’600 e il ’700 si tratta tuttavia – è doveroso riconoscerlo – di apparizioni fugaci, forse anche a causa della modesta tradizione iconografica della pianta, nonché della sua completa estraneità alla dimensione simbolica (religiosa, filosofica, araldica, emblematica) che tanto peso ha avuto nella cultura europea del Medioevo e dell’Età Moderna e che ha favorito la continuità della presenza di certi soggetti anche dopo il suo tramonto. Oltre al fatto che, non lo si dimentichi, il pomodoro era catalogato piuttosto tra le piante a impiego farmacologico e il suo uso in cucina è stato sporadico fino al ’700 avanzato; dunque esso non rientrava “di diritto” nelle opulente esibizioni di frutta o nelle tavole imbandite né poteva aver un posto nei sontuosi mazzi fioriti del XVII secolo, data la modestia delle sue fioriture. Una delle rare eccezioni è il ritratto della pianta che si trova sul soffitto della chiesa di San Michele a Bamberga. Essa sorge sulla collina omonima alle spalle della città; la struttura originaria dell’edificio risale al 1015, tuttavia la prima chiesa fu distrutta da un terremoto e quella successiva, inaugurata nel 1121, fu demolita da un incendio nel ’600, quindi l’edificio attuale è frutto della ricostruzione di tale periodo. Il soffitto a volte e costoloni della navata centrale è interamente ricoperto da un originale affresco che richiama il Paradiso Terreste e rappresenta quasi 600 piante diverse. Nel XVIII e XIX secolo la presenza del pomodoro è però limitata quasi esclusivamente ai grandi trattati botanici miranti a catalogare, secondo il nuovo sistema linneano, tutte specie vegetali conosciute: lo sforzo di catalogazione abbraccia l’intero globo terrestre, come mostra la grande opera interamente dedicata alla flora delle Filippine, redatta dal monaco agostiniano Francisco Manuel Blanco. Egli era stato mandato da giovane in missione nel Pacifico e lì rimase per tutta la sua vita, viaggiando molto in tutto l’arcipelago; ciò gli offrì un’opportunità privilegiata per studiare la flora locale e compilarne un catalogo completo: Flora de Filipinas. Según el sistema de Linneo, inizialmente pubblicata a Manila nel 1837. Sia quest’edizione sia la seconda del 1845 non erano illustrate. Si deve all’opera di un gruppo di discepoli la realizzazione di una terza edizione, conosciuta come Gran Edicion, pubblicata postuma tra il 1877 e il 1883 e interamente illustrata. Nella seconda metà dell’800 è già cominciato il cammino di enorme espansione della coltura del pomodoro; nei primi anni del secolo erano state anche messe a punto le prime tecniche di conservazione, che daranno il via allo sviluppo dell’industria conserviera. A queste due grandi innovazioni, destinate a trasformare irreversibilmente le abitudini alimentari degli europei, si accompagna anche il grande sviluppo dell’industria di selezione delle sementi: il cartellone pubblicitario di una casa americana di sementi, la A&M, esibisce in primo piano proprio un pomodoro di rispettabile dimensione, maturo, perfetto nelle forme, apparentemente appena scivolato fuori da un cesto contenente un ricco assortimento di primizie. La felice sintesi tra arti figurative e prima stagione dello sviluppo industriale ha uno dei suoi più celebri interpreti in Leonetto Cappiello, grandissimo cartellonista italiano vissuto tra la fine dell’800 e la prima metà del ’900. Egli è l’autore di un manifesto pubblicitario per una società francese di conserve di pomodoro, in cui si ritrova la presenza di un personaggio (la figura femminile in atto di danzare) non strettamente attinente al prodotto reclamizzato, ma inteso a creare un’immagine-marchio ben riconoscibile, secondo una tipologia elaborata da Cappiello stesso e intesa a privilegiare l’efficacia comunicativa dell’immagine rispetto all’accentuazione dei valori meramente decorativi che era tipica delle affiche di inizio secolo. In questo stesso periodo, la diffusione della pianta e il suo ingresso stabile nell’alimentazione lo rendono un soggetto più alla portata anche per molti artisti, ed è infatti a cavallo tra ’800 e ’900 che il pomodoro ricompare in alcune significative nature morte di artisti europei come Mafai, Soutine o Kokoschka. E proprio lo straordinario successo del pomodoro nella cultura moderna, oltre che in campo agricolo, economico e alimentare, è degnamente celebrato nella famosissima serie di immagini realizzate da Andy Warhol prendendo come soggetto la lattina della zuppa di pomodoro Campbell’s: vera icona dei tempi moderni!


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