Volume: gli agrumi

Sezione: storia e arte

Capitolo: arte

Autori: Margherita Zalum Cardon

Nella loro millenaria storia, gli agrumi hanno spesso accompagnato eventi importanti nelle vicende dei popoli di tutto il mondo: migrazioni, conquiste, nascita e sviluppo di nuove civiltà. Queste piante, diffuse sin dalle epoche più remote nel continente euroasiatico e più tardi anche in quello americano, hanno sempre ricevuto una particolare attenzione in tutte le culture evolute e raffinate che si sono succedute dall’antica Cina all’estremità occidentale dell’Europa e oltre; la ricchezza delle specie e delle varietà, il fogliame sempreverde, il gradevole profumo, le proprietà organolettiche, i colori brillanti e insomma tutto l’insieme delle loro straordinarie qualità hanno fatto sì che fossero sempre conferiti loro particolari significati simbolici, religiosi, civili e filosofici. In questo rapido excursus ci limiteremo, per ovvie ragioni di brevità, all’area del bacino del Mediterraneo, in cui già così ricco è il patrimonio figurativo relativo agli agrumi, seguendo però un doppio binario, che da una parte cercherà di rintracciare la presenza delle piante all’interno di rappresentazioni figurative e coglierne ove possibile le implicazioni culturali, dall’altra ne seguirà l’esistenza all’interno del giardino, per mettere in evidenza non tanto il progresso delle tecniche colturali, quanto soprattutto la funzione decorativa e simbolica. Com’è facile comprendere, i vari aspetti si intrecciano e si sostengono a vicenda, perché laddove la coltivazione raggiungeva ragguardevoli livelli tecnici era più facile l’uso ornamentale delle piante e la loro valorizzazione in altri ambiti della produzione artistica, e viceversa. Sin dagli albori della civiltà occidentale, gli agrumi sono presenti nei giardini e nelle opere d’arte: sembra infatti di poterne riconoscere una pianta tra le innumerevoli raffigurazioni che costituiscono il cosiddetto “giardino botanico” del faraone Tutmosi III. Si tratta di una serie di bassorilievi che ornano le pareti di una saletta laterale dell’Akh-Menu, tempio giubilare eretto intorno alla metà del XV secolo a.C. all’interno del più vasto complesso del tempio di Amon, a Karnak, e che illustrano una stupefacente varietà di vegetali e animali, trovati dal faraone nel corso delle sue moltissime campagne militari. I soggetti delle rappresentazioni possono essere quasi sempre identificati e compongono un insieme davvero strabiliante per rarità e stranezza: essi sono infatti destinati a suscitare l’ammirazione e lo stupore degli Egizi per la sconfinata potenza creatrice del dio Amon. Benché non attestata da fonti certe, è assai probabile la presenza degli agrumi nei mitici giardini pensili di Babilonia; certamente la pianta di cedro è conosciuta e coltivata nella Media già durante il VII secolo a.C., proveniente dall’India, ove a sua volta è arrivata dalla Cina. Anche i Greci conoscono questo agrume e ne hanno lasciato la prima documentazione scritta nel mondo occidentale: nella Storia delle piante di Teofrasto, databile al IV secolo a.C., ne è presente la prima descrizione, con l’indicazione degli usi per i quali può essere impiegata. La civiltà greca ci ha lasciato anche uno dei miti più significativi, e più frequentemente rappresentati nell’arte occidentale, sugli agrumi, quello del giardino delle Esperidi. Anche i Romani conoscono e coltivano il cedro, descritto da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia (I secolo d.C.), ma prima di lui citato anche da Virgilio nelle Georgiche e da altri autori meno noti del II e del I secolo a.C. Benché la loro coltivazione sistematica si debba far risalire a epoca più tarda, probabilmente i Romani conoscono anche il limone e forse la lima e l’arancia amara: ne esistono rappresentazioni in varie opere pittoriche di epoca imperiale e tardo imperiale, da alcuni affreschi provenienti dalla “Casa del frutteto” di Pompei (I secolo a.C.) ai mosaici di una villa romana nei pressi di Cartagine (II secolo d.C), fino a quelli della Villa del Casale presso Piazza Armerina in Sicilia (IV secolo d.C.). I più belli e suggestivi sono però gli affreschi staccati dalla Villa di Livia a Prima Porta e oggi conservati al Museo Nazionale Romano (I secolo a.C.). Si tratta di un’opera unica anche perché ci è pervenuta praticamente integra: la decorazione parietale di una sala ipogea, forse destinata al soggiorno e all’intrattenimento durante la stagione estiva, le cui pareti sono interamente ricoperte dalla rappresentazione illusionistica di un lussureggiante giardino, popolato da innumerevoli specie di uccelli. La rappresentazione è strutturata secondo un ben preciso schema compositivo, ma al tempo stesso la raffigurazione delle varie specie botaniche e avicole è resa in modo assolutamente fedele al dato naturale, attestando da una parte la perizia tecnica raggiunta dai pittori in questo periodo, dall’altra documentando in modo inequivocabile l’uso degli agrumi come piante ornamentali da giardino. Meno conosciuti, ma non meno interessanti, sono anche alcuni mosaici riferibili all’arte paleocristiana, che raffigurano arance e limoni e si trovano in alcune moschee di Istanbul. Queste opere risalgono all’epoca di costruzione delle moschee stesse, che erano in realtà state edificate al tempo dell’imperatore Costantino come chiese cristiane, ben prima della conquista araba del Medio Oriente. Ed è agli Arabi, a partire dal VII e fino all’XI secolo, che si deve l’enorme diffusione delle piante di limone e di arancio amaro in tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ma in particolare Nord Africa, Siria, Sicilia e Spagna: nei giardini che circondano le molte regge e i palazzi dei nuovi dominatori gli agrumi hanno invariabilmente un ruolo di rilievo, gettando le basi di una tradizione colturale che prosegue ininterrotta fino a oggi. È questo popolo, infatti, a sviluppare e mettere a punto le tecniche agronomiche e i complessi sistemi d’irrigazione necessari per migliorare la produzione delle piante e introdurle anche in zone aride, mai prima di allora coltivate, raggiungendo traguardi inimmaginabili: la Conca d’Oro di Palermo costituisce, per le grandi coltivazioni di arancio, una delle meraviglie dell’agricoltura araba di tutto il bacino del Mediterraneo. L’eccezionale eredità culturale e tecnico-pratica lasciata dagli Arabi è raccolta in Sicilia dai Normanni, a proposito dei quali ci preme qui ricordare solamente che a loro si deve un’innovazione linguistica assai significativa per la civiltà occidentale. È proprio in Sicilia, nel corso dei primi due secoli dopo il 1000, che si comincia a usare il termine jardinum per designare gli agrumeti in quanto piantati a scopo ornamentale e non utilitaristico. Questo specifico uso di fatto sancisce l’inizio del declino della definizione di giardino nell’accezione etimologica di hortus conclusus, le cui piante sono destinate prevalentemente all’uso domestico e farmaceutico, e favorisce invece l’affermarsi del significato moderno di spazio verde destinato ad attività ricreative e di piacere, che sarà enormemente sviluppato in epoca tardo medievale in relazione alla nascita e alla diffusione della cultura cortese. Durante gli ultimi secoli del Medioevo, sia le spedizioni dei crociati, sia l’affermarsi delle Repubbliche marinare e il conseguente intensificarsi dei rapporti commerciali con il Vicino Oriente fanno sì che le piante di agrumi si diffondano ampiamente in tutto il bacino del Mediterraneo, lungo le coste italiane, francesi e via dicendo: cedri, aranci amari, limoni, lime sono piantati in abbondanza nei giardini di tutte le tipologie. Se ne consolida inoltre l’uso in ambito profumiero con la produzione degli oli essenziali, se ne sperimentano e confermano le proprietà medicamentose e se ne consacra l’uso in cucina. È però soprattutto in ambito medico e farmacologico che gli agrumi vedono il fiorire di un particolare interesse tra l’XI e il XIV secolo: nel Meridione. Prospera in questo periodo la celebre Scuola Medica Salernitana, che ben presto acquisisce straordinario prestigio in tutta l’Europa ed è considerata da alcuni la prima istituzione di tipo universitario del continente. Tra le sue caratteristiche d’eccezione vi è il fatto che anche le donne sono ammesse allo studio della teoria e della pratica medica, e infatti la celebre Trotula de Ruggiero, figura a metà tra storia e leggenda, nel suo trattato De passionibus mulierum ante in et post partum, scritto nell’XI secolo, decanta le virtù medicamentose di foglie, fiori e semi di cedro. A Salerno sorge poi quello che può essere considerato il primo orto botanico del mondo occidentale, a opera di Matteo Silvatico, insigne medico della Scuola tra XIII e XIV secolo. Egli si distingue come profondo conoscitore di piante per la produzione di medicamenti: nel suo giardino dei semplici, il Giardino della Minerva, è coltivata e classificata una grande quantità di erbe e piante, di cui Silvatico studia le proprietà terapeutiche. Alla sfera medica risale anche l’origine dei Tacuina sanitatis, prontuari di pratica medica che rappresentano un’interessante sintesi del sapere occidentale con quello arabo. Essi infatti, pur basandosi sulla teoria di ascendenza galenica, contengono una serie di prescrizioni e rimedi basati sull’uso di piante e spezie, di cui sono spiegati gli effetti sul corpo umano, e sul mantenimento di sane abitudini di vita più che sulle pratiche tradizionali di matrice semimagica. Gli esemplari artisticamente più rilevanti sono quelli prodotti tra XIV e XV secolo nelle botteghe dell’Italia settentrionale; sono strutturati in modo da presentare in ogni pagina un breve testo prescrittivo corredato da una dettagliata immagine esplicativa. Negli ultimi secoli del Medioevo il giardino in tutte le sue valenze assume un rilievo di primissimo piano all’interno del sistema culturale: sia nell’ambito religioso sia in quello profano sono moltissimi i giardini realizzati, e ancora di più sono quelli immaginati nella letteratura, nella filosofia, nell’arte, nei testi religiosi. Dobbiamo pensare quasi tutte le città medievali, perlomeno in Italia, punteggiate da giardini grandi e piccoli, impiantati all’interno dei cortili e addirittura sulle terrazze delle austere case torri e dei più moderni palazzi che si vanno via via costruendo con l’affermazione sociale del nuovo ceto mercantile. Significativo e oggi ben documentato è il caso del giardino pensile di Palazzo Agostini a Pisa, nel quale la presenza degli agrumi è addirittura ricordata, ancora alla fine del Quattrocento, quale elemento di particolare pregio estetico e valore economico, negli atti notarili di compravendita dell’immobile. La cultura cortese dà un enorme impulso all’uso delle piante ornamentali: non basterebbero volumi per illustrare l’importanza simbolica del giardino all’interno di questo complesso e raffinatissimo codice culturale. Per mantenere una localizzazione geografica coerente, basti qui ricordare, tra gli esempi salienti del ruolo attribuito agli agrumi in questo periodo, la descrizione del “tipico” giardino di piacere presente nel grande affresco del Trionfo della Morte del Camposanto pisano (affresco attribuito a Buonamico Buffalmacco, 1336-1341): nell’angolo in basso a destra è infatti rappresentata un’“allegra brigata” di giovani, ignari di quello che li aspetta al passaggio della morte, che si dedicano ai “colti ragionari” e ai piaceri della musica e del buon vivere in un giardino interamente circondato di piante di arancio. Il ruolo degli agrumi è altrettanto importante anche nella sfera religiosa: data la loro prerogativa di fiorire a ciclo continuo durante tutto l’arco dell’anno e di avere contemporaneamente sulla pianta fiori e frutti, essi sono assunti a simbolo del Paradiso Terrestre, sia quello perduto delle origini, sia quello da riconquistare attraverso il cammino di fede e di vita. Questo ne spiega la frequentissima presenza nei chiostri monastici e conventuali, luoghi privilegiati nei quali appunto è rievocato e addirittura idealmente ricostituito il luogo originario in cui l’armonia tra l’uomo e Dio non è stata ancora spezzata; la medesima simbologia era sottesa anche alle rappresentazioni degli agrumi nelle immagini religiose raffiguranti il Paradiso che possono essere rintracciate in tutta l’area europea. La stessa simbologia, del resto, è ancora presente alla fine del Quattrocento, seppur traslata su un piano mitologico, nella famosa Primavera di Sandro Botticelli (Uffizi, Firenze, 1482 ca.; si veda la foto a pag. 194) anche qui lo sfondo del quadro è interamente occupato da piante di arancio. Molti altri artisti del Quattrocento italiano usano gli agrumi quale elemento simbolico e decorativo all’interno di opere di pittura e scultura a destinazione sacra o profana, come la celebre Pala d’altare di Santa Lucia de’ Magnoli di Domenico Veneziano (Uffizi, Firenze, 1445). In questo periodo, gli agrumi si trovano spesso associati alla figura della Vergine Maria, non solo per il dolce profumo e la forma perfetta dei fiori e dei frutti, ma soprattutto in virtù del significato salvifico loro attribuito: secondo una credenza che risaliva addirittura a Plinio, i cedri e i limoni erano infatti considerati potenti antidoti contro i veleni, e dunque associati idealmente all’azione redentrice di Cristo e all’intercessione della Madonna. Tra Quattro e Cinquecento le piante di agrumi si diffondono ancora di più, soprattutto nei giardini dell’Europa meridionale, ma rimangono pur sempre un oggetto di lusso: lo saranno fino all’Ottocento. La loro connotazione di bene prezioso, oltre che la loro ricchezza simbolica ed evocativa, li rende una presenza frequente in giardini di prestigio: da quello quattrocentesco dell’arcivescovo di Pisa (nell’antica Repubblica marinara la presenza degli agrumi come si è visto data ormai da secoli) al ben più famoso ed esclusivo Giardino del Belvedere a Roma, progettato da Bramante nei primi anni del Cinquecento per il papa Giulio II. Il giardino e il complesso di edifici che lo circondano sono una delle imprese architettoniche di maggior respiro del primo Rinascimento, punto di snodo fondamentale della storia dell’architettura in età moderna: la loro realizzazione è collegata con la demolizione della vecchia basilica di san Pietro in Vaticano e l’inizio dei lavori per la nuova. Insieme al nuovo Palazzo Pontificio, l’architetto progetta anche un complesso sistema di giardini, il cui fulcro è un luogo straordinario, sintesi inedita e ineguagliata di natura e cultura, antico e moderno, classicità e innovazione, appunto il Giardino del Belvedere. Esso è completamente circondato da piante di agrumi ed è destinato all’esposizione delle numerose sculture di epoca antica rinvenute negli scavi effettuati in varie zone di Roma e acquistate dai pontefici; tra queste ricorderemo il celeberrimo Apollo detto appunto del Belvedere e il gruppo del Laocoonte (Musei Vaticani, Città del Vaticano). Forse per emulazione di questo esempio illustre, nel corso del Cinquecento si sviluppa enormemente l’arte dei giardini, assunti a simbolo di prestigio sociale, di raffinatezza culturale e di benessere economico. I giardini sono spesso progettati per veicolare ben precisi significati allegorici e celebrativi e sono arricchiti da sculture pregiate, sia antiche sia moderne; sempre più spesso, nel corso del secolo, essi diventano anche il luogo in cui esporre all’ammirazione dei visitatori rarità botaniche e vere e proprie collezioni di esemplari vegetali pregiati. In questo contesto, gli agrumi acquistano un particolare valore sia per le loro straordinarie qualità ornamentali, sia per l’interesse suscitato dall’apparentemente inesauribile variabilità delle forme e dei colori di foglie e frutti, esito di ibridazioni casuali o di incroci sperimentali. Tra i primi grandi collezionisti di questo genere di piante c’è Cosimo de’ Medici, primo granduca di Toscana: in ognuna delle ville che la famiglia possiede a Firenze e nei dintorni egli fa impiantare collezioni di agrumi, la più ricca delle quali è quella del giardino della Villa di Castello. All’interno dei giardini medicei è introdotto un importante cambiamento nelle modalità di coltivazione delle piante, non più solo coltivate in piena terra e lasciate crescere ad arbusto nei luoghi in cui il clima lo permetteva o disposte a spalliera lungo mura assolate, ma sistemate all’interno di grandi vasi di terracotta, collocabili in punti significativi del giardino e poi trasportabili in luoghi riparati durante la stagione fredda; questa modalità di coltivazione enfatizza al massimo grado le qualità decorative delle piante e sarà adottata da allora in poi in tutti i giardini europei e non solo. Le collezioni medicee di piante esotiche e rare sono celebri in tutta l’Europa e manterranno il loro prestigio anche durante tutto il Seicento: tutti i granduchi mettono particolare cura e sollecitudine nel mantenere vivo questo filone del collezionismo di famiglia, considerato altrettanto meritevole di investimento degli altri, più “tradizionali” e oggi più conosciuti. Nel XVI e XVII secolo il mondo naturale, e in particolare il possesso di tutto ciò che è esotico e raro, diventa il simbolo di un intero universo culturale e delle sue molteplici problematiche: la ricerca di un rinnovato rapporto tra l’uomo e l’universo che lo circonda, quale oggetto di indagine scientifica, di sperimentazione di nuove tecniche e di speculazione filosofica; la necessità di riappropriarsi, almeno concettualmente, di uno spazio geografico che ha assunto contorni assai diversi da quelli sino ad allora ritenuti validi; raffinatezza culturale, ampie disponibilità economiche, prestigio sociale; nuovo strumento di mediazione nel rapporto con il divino, attraverso la contemplazione dell’infinita potenza creatrice di Dio, e di espressione di una complessa simbologia mistico-ascetica. Il collezionismo botanico non è però appannaggio esclusivo dei principi regnanti: molti esponenti di ricche famiglie, dell’alta borghesia e perfino professionisti benestanti vi si dedicano, proprio in virtù del prestigio che esso conferisce. Particolarmente ricercate sono le forme teratologiche e quelle caratterizzate da mutazioni di varia entità, spesso frutto di incroci casuali, ma spesso anche prodotte ad arte attraverso la pratica dell’ibridazione. Gli esperimenti che oggi immaginiamo condotti dai giardinieri del tempo da un lato parlano della febbrile ricerca di esemplari rari e curiosi, capaci di suscitare meraviglia e stupore, così tipica dell’epoca barocca; dall’altro lato rimandano all’attività condotta dagli scienziati e al loro sforzo di giungere a una soddisfacente catalogazione del mondo naturale, invitando a considerare come appunto la scienza sia stata in questo periodo intensamente sperimentale. All’interesse per il mondo naturale corrisponde, tra Cinque e Seicento, lo sviluppo di un particolare filone della produzione figurativa, quello della natura morta, in cui gli agrumi, in quanto beni preziosi, svolgono un ruolo preminente. Bellissime immagini si possono trovare tra i molti studi realizzati dai numerosi artisti che in quest’epoca lavorano fianco a fianco con gli scienziati, per realizzare l’“archivio visivo” più completo possibile di tutta la realtà, includendo tanto le specie autoctone quanto quelle di provenienza esotica, spesso facilmente deperibili. La peculiarità di queste immagini è l’assoluta aderenza al dato naturale, ottenuta grazie a procedimenti tecnici particolari messi a punto appositamente da ciascun artista. L’estrema raffinatezza della tecnica, che spesso raggiunge in queste immagini vette virtuosistiche incomparabili, non va mai a scapito del valore estetico, facendo di questi fogli degli autentici capolavori. Accanto a questa produzione forse meno conosciuta si collocano le nature morte vere e proprie, che invece riscuotono oggi l’interesse di un pubblico molto vasto. Tra i primi artisti a praticare questo genere figurativo, nel quale ogni intento narrativo esplicito è abbandonato e tutta l’attenzione si concentra sugli oggetti della realtà quotidiana, c’è Giuseppe Arcimboldo, che si diverte ad assemblare in modo assai fantasioso frutta e verdura, conferendo alle sue creazioni una parvenza umana (Inverno, Louvre, Parigi, 1563). Anche se a prima vista queste rappresentazioni possono sembrare al più curiose e divertenti, una dimensione concettuale è imprescindibile per qualsiasi opera d’arte che voglia definirsi tale in quest’epoca: esse hanno spesso un significato allegorico nascosto, a volte difficilmente decifrabile dagli studiosi moderni. Ma c’è un ulteriore livello di lettura: certo non si può negare che uno degli stimoli maggiori nella realizzazione di queste tele sia l’interesse per il dato materico, per la capacità dell’artista di riprodurre in modo fedele, quasi mimetico le diverse consistenze delle superfici. Ecco allora che l’attenzione si sposta verso la tecnica stessa del pittore e la sua abilità illusionistica, sottolineando l’aspetto intellettualistico di questi quadri, al di là della pura sollecitazione sensoriale. Ovviamente, non in tutti i contesti storico-geografici in cui si sviluppa la natura morta assume gli stessi contorni: essa ha infatti una vasta diffusione in tutta l’Europa e assume in ogni Paese e in ogni periodo funzioni e caratteristiche diverse. Così, se spesso i quadri dei pittori fiamminghi mirano a esaltare le qualità materiche degli oggetti rappresentati (in genere si tratta di tavole riccamente imbandite, coperte da preziosi tappeti orientali e con sopra frutta e fiori rari, suppellettili d’argento, vasi in porcellana di provenienza cinese) e indirettamente l’opulenza della ricca borghesia mercantile, nella Spagna di Zurbaran prevale invece un atteggiamento più intimista, più riflessivo, più incline a una contemplazione silenziosa della realtà. Le opere del pittore (Natura morta, Norton Simon Museum, Pasadena, 1633) sono quasi sempre contraddistinte dall’uso di colori decisi e brillanti e da un accentuato utilizzo della tecnica del chiaroscuro; la disposizione degli oggetti è sempre molto rigorosa e apparentemente semplificata, per esaltare l’ordine e la solennità di ogni composizione. Non si può fare a meno di essere indotti a una meditazione sul mistero della vita e della natura. Il particolare status delle scienze naturali nel XVII secolo, a metà tra rigore accademico ed esibizione mondana, è esemplificato al meglio da una pubblicazione magnifica, stampata a Roma nel 1646: Hesperides, sive de malorum aureorum cultura et usu libri quatuor di Giovanni Battista Ferrari. Il volume è arricchito da un eccezionale apparato illustrativo: centoventidue tavole, disegnate e incise dagli artisti più famosi del tempo, tra cui Poussin, Pietro da Cortona, Francesco Albani, Domenichino e Guido Reni; settantanove tavole descrivono con meticolosa precisione e a grandezza naturale alcune delle varietà di agrumi coltivate nei giardini del tempo, le rimanenti illustrano episodi mitologici collegati agli agrumi, strumenti di giardinaggio e vari esempi di limonaie e altre strutture protettive in uso nei giardini più prestigiosi dell’epoca. Il vertice qualitativo della presenza degli agrumi nell’arte sono forse le opere di Bartolomeo Bimbi, pittore specializzato in soggetti naturalistici attivo tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento. In quattro enormi tele (Museo della Natura Morta, Poggio a Caiano), egli raffigura e al tempo stesso cataloga centododici varietà di agrumi, ricomposti in magnifiche quanto inverosimili spalliere, sulle quali crescono insieme limoni, lumie, cedri, arance amare e dolci, l’arancia rossa, il chinotto e anche il bergamotto, appena introdotto in Toscana. Un ruolo particolare hanno poi le forme mostruose e bizzarre, tra cui la “Bizzarria”, i limoni digitati, gli esemplari “fetiferi” (come l’odierna diffusissima arancia Navel), e quelli distorti, tutti analiticamente documentati dal pittore; egli, in queste come in tutte le sue altre opere, si mostra capace di un’efficacissima sintesi tra accuratezza descrittiva e qualità pittorica. I quadri sono dipinti per volere di Cosimo III de’ Medici, degno erede della passione collezionistica di famiglia, che in età giovanile aveva dimostrato una particolare inclinazione per gli studi naturalistici e che lungo tutto l’arco della vita pone speciale cura nell’ampliare le sue collezioni di piante e animali rari. A partire dalla metà del Seicento inizia la diffusione su larga scala degli agrumi, che porterà al loro impianto nei giardini di tutta l’Europa, anche a latitudini e in climi in cui sino ad allora non era stato possibile garantire la sopravvivenza delle piante. Questo fatto, che è il portato della divulgazione delle più aggiornate tecniche colturali grazie anche a opere come quella di Ferrari, è accompagnato dalla costruzione, nelle più importanti regge europee, di enormi limonaie, o meglio orangerie. Tra le prime e più monumentali, quella del castello di Versailles, destinata a ospitare le centinaia di piante di Luigi XIV, esibite in quanto esotiche e destinate a esprimere il dominio del sovrano non solo sui sudditi ma perfino sulla natura stessa: l’effetto è ottenuto grazie alla disposizione artificiosa all’interno del giardino, che rispetta rigidi schemi geometrici, e alle potature estreme attuate dai giardinieri reali, che conferiscono alle piante una forma totalmente innaturale. Nel caso del Re Sole le arance hanno una pregnanza simbolica del tutto particolare, dato il loro colore solare, che non trova riscontro nei giardini di altri sovrani, ma il venir meno di questo riferimento non dissuade nessuno dall’impiantare cospicue collezioni di agrumi e di conseguenza dal far costruire le orangerie destinate a ricoverarle: si pensi ai castelli di Schönbrunn a Vienna, di Sans-Souci, Düsseldorf e più tardi di Postdam in Germania, oltre a vari esempi in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi. In Italia, in quest’epoca si consolida il prestigio della coltivazione nelle serre del Garda, che riforniscono le tavole delle grandi famiglie milanesi e veneziane, e sulla Riviera ligure, dove i frutti sono destinati alla produzione di canditi, ricco sottoprodotto della raffinazione dello zucchero, di cui Genova è tra i primi importatori. Curiosamente, la presenza degli agrumi nelle opere d’arte sembra invece diminuire sempre più, forse proprio perché i frutti diventano gradualmente più accessibili e perdono il loro status di beni “esotici”. L’unico ambito in cui sopravvive una tradizione di immagini di qualità è quello dell’illustrazione botanica: direttamente discendente dalle magnifiche tavole delle Hesperides di Ferrari, attraverso le successive edizioni tedesche e olandesi del trattato, sembra essere sopravvissuto un filone di documentazione figurativa degli agrumi che raggiunge i suoi vertici nelle tavole di Pierre-Joseph Redouté e poi delle edizioni dell’Histoire naturelle des orangers di Risso e Poiteau (1818 e soprattutto quella a cura dell’Abbé du Breuil del 1872). Redouté mostra una straordinaria capacità di documentare con scrupolosa precisione scientifica l’aspetto e il portamento delle piante, secondo le più aggiornate conquiste della scienza, ma anche di innalzare il soggetto botanico a veicolo di autentica espressione artistica, nella ricerca costante di un’eleganza fatta di rigore e compostezza. Le sue immagini, sempre caratterizzate da una raffinata impaginazione, riescono a trovare il giusto equilibrio tra attenta descrizione del dato vegetale e capacità di sintesi formale: esse sono uno dei vertici della pittura naturalistica di tutti i tempi. L’apparente oblio in cui gli agrumi cadono nel corso del XVIII secolo si riscatta infine nella seconda metà dell’Ottocento, nelle opere dei pittori impressionisti e dei loro successori. Manet, per esempio, non solo inserisce spesso e volentieri nelle sue opere dei veri e propri brani di natura morta in cui gli agrumi hanno un ruolo preminente (si pensi al celebre dipinto che raffigura Un bar alle Folies Bergère), ma dedica a un limone un vero e proprio ritratto (Musée d’Orsay, Parigi, 1880). L’opera, nonostante il piccolissimo formato, è un vero e proprio capolavoro in sé compiuto, in cui si ritrovano le caratteristiche della peculiare tecnica del pittore, che riesce a convogliare l’esatta impressione della consistenza della buccia e del vassoio su cui il limone poggia con una serie di pennellate apparentemente date in modo sommario. Inoltre, il pittore non rinuncia a conferire drammaticità al soggetto: da una parte spicca il contrasto tra la luminosità del frutto e lo sfondo quasi completamente omogeneo della tela (Manet, grande ammiratore della pittura spagnola, sembra qui memore delle opere di Zurbaran), dall’altra il vassoio sembra uscire dai confini materiali della tela, e questo spinge l’osservatore a immaginare ciò che è fuori di essa, impedendo alla rappresentazione di esaurirsi in una pura e semplice imitazione della realtà. Anche altri pittori di questo periodo raffigurano volentieri frutta di vario tipo, e gli agrumi vengono così di nuovo a trovarsi al centro del dibattito sull’elaborazione della teoria e della pratica pittorica. Particolarmente conosciute al grande pubblico sono le composizioni di Cézanne (Natura morta con mele e arance, Musée d’Orsay, Parigi, 1899), per il quale i soggetti naturalistici sono un ottimo pretesto per studiare i rapporti tra il colore e la forma, tema centrale di tutta la sua lunga opera; con gli impressionisti egli condivide l’uso di un colore libero, che prescinde dalla concettualizzazione sottesa al disegno, ma va poi oltre la pura ricerca di valori atmosferici e di luminosità. Il suo motto è “trovare i volumi”, cioè realizzare una tecnica pittorica che esprima appunto i volumi, le forme e perfino il disegno e i valori ad esso connessi esclusivamente attraverso la modulazione del colore. A Cézanne e alla sua lezione si rifanno tutti gli artisti attivi nel primo Novecento, tra cui Matisse, che approfondisce ulteriormente il discorso sul colore (La tovaglia, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo, 1908). Egli è uno dei principali esponenti del movimento pittorico francese del Fauvismo, che si sviluppa tra il 1898 e il 1908 dalla volontà di dare forma e incisività al colore puro e renderlo un valore evocativo ed espressivo autonomo. Il colore, usato appunto con funzione espressiva, domina ogni creazione: esso è acceso, vitale, mai impiegato da solo, ma sempre accostato alle tonalità complementari o contrastanti per accentuarne il valore e il peso, e abbandonando quasi completamente l’interesse per la resa volumetrica e tridimensionale della realtà. Il processo di appiattimento della superficie pittorica e apparente rinnegamento di buona parte della tradizione figurativa occidentale, basata appunto sulla prospettiva e sulla resa naturalistica dei soggetti, è portato a compimento da Picasso e dagli altri artisti che fanno parte del movimento cubista. Nel quadro Natura morta con limone e arance (Centre G. Pompidou, Parigi, 1936), che pure si colloca in una fase avanzata della carriera del pittore, si può osservare la scomposizione dei soggetti in forme geometriche elementari, la tavolozza smorzata e omogenea, la moltiplicazione dei punti di vista, la mancanza di distinzione tra sfondo, primo piano, oggetti principali e accessori che caratterizzano i capolavori di questo artista. Dai pomi aurei della mitologia greca alla scomposizione cubista della realtà, gli agrumi come si diceva all’inizio sono sempre al centro della cultura europea in tutte le sue sfaccettature: essi sono uno straordinario punto di incontro tra la fecondità della natura e l’operosità umana, trasformando con la loro sola presenza il paesaggio in giardino, evocazione e promessa del Paradiso Terrestre.

 


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