Volume: gli agrumi

Sezione: ricerca

Capitolo: arancio

Autori: Giovanni La Rosa

Introduzione

Esistono due specie di arancio: l’arancio amaro (Citrus aurantium L.), utilizzato come portinnesto, e l’arancio dolce [Citrus sinensis (L.) Osbeck], coltivato per la produzione di frutti da destinare sia al consumo fresco sia alla trasformazione industriale. In questo capitolo tratteremo solo dell’arancio dolce. Questa specie, ibrido naturale tra pummelo e mandarino, si è originata nel Sud-Est asiatico in un’area tropicale compresa tra il decimo e il venticinquesimo parallelo nord che corrisponde al nord-est dell’India e alla parte meridionale della Cina. Si tratta, perciò, di una pianta sempreverde con foglie a lamina più o meno espansa, ricca di stomi e senza strutture atte a limitare la traspirazione, con esigenze idriche medio-elevate; non presenta fabbisogno in freddo e con temperature al di sotto dello zero subisce danni. Le prime coltivazioni di arancio sono state realizzate nei luoghi di origine; nel bacino del Mediterraneo è stato introdotto verso la metà del XV secolo. In Italia, in date diverse, sarebbe arrivato tra il XV e il XVI secolo a opera di navigatori genovesi e/o portoghesi, in alcune aree della Sicilia le arance si chiamano ancora “portualli” e l’aranceto “portuallera”. Tra gli agrumi, a livello mondiale, è la specie più diffusa, la cui produzione rappresenta quasi il 70% di quella agrumicola totale. I maggiori Paesi produttori sono Brasile e Stati Uniti, nell’area mediterranea Spagna e Italia. In Italia circa i due terzi della produzione di agrumi è rappresentata da arance. Le regioni maggiormente interessate sono quelle meridionali con in testa la Sicilia, che fornisce oltre la metà del prodotto; seguono Calabria, Basilicata, Puglia, Sardegna e Campania.

Cultivar

Nel complesso le cultivar di arancio sogliono distinguersi in tre raggruppamenti principali:
– bionde comuni; – bionde ombelicate (Navel); – pigmentate. Un quarto raggruppamento è rappresentato dalle cultivar che producono frutti a bassa acidità. La maggior parte delle varietà coltivate deriva da mutazioni gemmarie spontanee, piuttosto frequenti negli agrumi e in particolare nell’arancio. Un certo numero deriva anche da selezioni nucellari, tecnica che sfrutta il fenomeno della poliembrionia e che costituisce anche un metodo di risanamento. Per questa via, però, si ottengono piante che presentano una fase giovanile più o meno lunga. Ormai per il risanamento si preferisce fare ricorso alla pratica del microinnesto.

Bionde comuni
È il gruppo più antico e numeroso, comprendente cultivar che producono frutti con semi e altre che producono frutti apireni; l’epoca di maturazione varia da precoce a tardiva. I frutti della maggior parte delle cultivar si adattano alla trasformazione industriale, poiché presentano alta resa in succo e bassi valori di limonina, un composto che, se presente in concentrazione elevata, conferisce ai succhi un sapore piuttosto amaro. Diversi sono i fattori che concorrono alla sua biosintesi e alla sua evoluzione nei frutti e nei possibili derivati; importante è il fattore genetico (cultivar) ma anche il portinnesto può influenzare la sua concentrazione. Soggetti tipo limone (alemow e rough lemon) tendono a presentare più alti contenuti.

Biondo comune. Trattasi di una cultivar popolazione tipica della vecchia agrumicoltura siciliana che comprendeva diversi cloni, spesso indistintamente coltivati. Tra essi si ricordano il Biondo riccio, il Biondo di spina e il Biondo nostrale, tutti con frutti più o meno ricchi di semi e di basso pregio, nessuno dei quali è ormai più presente in coltura. Altri cloni non di origine siciliana e a diffusione locale sono il Biondo di Tursi e il Biondo Staccia, tipici della Basilicata, e il Tardivo di San Vito, che ha presentato un minimo di diffusione in Sardegna.

Belladonna. Non ha avuto mai particolare diffusione a causa della sua irregolare produttività; presenta una spiccata alternanza e non è raro osservare piante per metà cariche e per metà no. Tuttavia i frutti sono di buona qualità, molto succosi, con pochi semi o del tutto apireni e di gusto gradevole. È di frequente presente negli orti annessi alle abitazioni rurali.

Ovale. Denominato anche Calabrese, deriva da una mutazione chimerale di Biondo comune e perciò presenta una certa instabilità. Spesso sulle piante si riscontrano rami che producono frutti tipo Biondo che gli agricoltori chiamano impropriamente “apiati”, mentre si tratta di un ritorno ancestrale. L’ape, ingiustamente accusata, non può dare luogo a modificazioni dei frutti che non derivano da un atto fecondativo ma dallo sviluppo di un tessuto somatico che è quello dell’ovario. È stata la cultivar italiana di maggiore pregio, apprezzata per la bontà dei frutti e principalmente per la loro tardiva epoca di maturazione. La raccolta poteva essere effettuata a maggio inoltrato; se protratta ulteriormente si verificava un parziale rinverdimento della buccia. I frutti, inoltre, si prestavano bene a essere conservati fino all’estate, quando si utilizzavano anche ambienti freschi naturali come grotte e luoghi esposti a tramontana. La produttività non era sempre soddisfacente a causa di una bassa plasticità; presentava aree di elezione al di fuori delle quali produceva con irregolarità. Le piante, inoltre, erano soggette al fenomeno della rifiorenza che dava luogo alla formazione di frutti detti bastardi inservibili per la commercializzazione e che andavano eliminati poiché scompensavano ulteriormente l’equilibrio produttivo. Da circa trent’anni non si realizzano nuovi impianti; esistono ormai pochi vecchi impianti nei territori provinciali di Siracusa, Catania e Messina. Il suo declino è coinciso con l’introduzione della cultivar Valencia a maturazione altrettanto tardiva, di maggiore plasticità e che non presenta l’inconveniente della rifiorenza.

Valencia Late. La denominazione fa pensare a un’origine spagnola mentre quasi certamente, per la prima volta, è stata rinvenuta in un’area agrumicola del Portogallo. È la cultivar più diffusa nel mondo, presenta ampia plasticità e in tutti i Paesi in cui è stata introdotta raramente ha manifestato problemi di produttività. I suoi frutti resistono a lungo sulla pianta e per un certo tempo (aprile-maggio) coesistono con quelli del ciclo produttivo successivo. Il periodo di raccolta è piuttosto ampio e può variare da metà marzo a tutto maggio; si conservano bene anche in post-raccolta. La produzione, a livello mondiale, è prevalentemente destinata alla trasformazione industriale, in quanto i frutti sono pressoché apireni e presentano alta resa in succo. In Italia questa cultivar che, come detto, a partire dagli anni ’70-’80 ha praticamente sostituito l’Ovale, si è diffusa abbastanza rapidamente e inizialmente ha avuto buon esito mercantile; tuttavia, con il crescere della produzione l’interesse è scemato anche perché la qualità dei frutti prodotti non sempre è ottimale, probabilmente a causa di un’insufficiente disponibilità di calore; nell’ambito dell’arancio, infatti, la Valencia è la cultivar a maggior fabbisogno in caldo. Il diminuito apprezzamento, inoltre, è imputabile all’avvento di cultivar Navel tardive, come la Lane Late, maggiormente gradite dal consumatore. Esistono diversi cloni di Valencia, i più importanti dei quali sono Olinda, Frost, Hughes e Campbell. In Italia, a cura dell’Università di Catania, sono stati introdotti e osservati i cloni Delta e Midknight originari del Sud Africa; entrambi producono frutti di buona qualità che maturano 3-4 settimane prima rispetto a quelli di Valencia Late e resistono a lungo sulla pianta. Altre cultivar straniere di un certo rilievo sono Cadenera, Berna e Salustiana in Spagna, Hamlin e Pineapple in Florida, destinate esclusivamente all’estrazione dei succhi, Pera in Brasile, anch’essa destinata all’industria e Shamouti in Israele; nessuna di queste ha avuto mai diffusione in Italia.

Bionde Navel
Tutte le cultivar di questo raggruppamento producono frutti con una cicatrice stilare più o meno ampia tale da ricordare la cicatrice ombelicale, da cui il nome. Ciò è dovuto al fenomeno della sincarpia (più frutti in uno) che dà luogo alla formazione di un frutticino parzialmente sviluppato derivante da un secondo verticillo di carpelli. Questo si colloca nella parte distale del frutto principale determinando una certa pressione verso l’esterno, causa della mancata cicatrizzazione regolare nel punto di distacco dello stilo dall’ovario. Altra caratteristica costante dei frutti è l’apirenia: poiché i fiori sono sterili, le antere non producono polline e l’embriosacco regredisce precocemente. Nella polpa si riscontrano tracce di semi non sviluppati, rappresentati dai tegumenti seminali. I frutti non sono ottimali per la trasformazione industriale perché, in genere, presentano bassa resa in succo e alti valori di limonina; la non elevata succosità non costituisce un limite per il consumo fresco anzi conferisce maggiore croccantezza alla polpa. Nessuna cultivar Navel ha avuto origine in Italia.

Washington Navel. È la capostipite delle cultivar di questo gruppo; deriva da una mutazione gemmaria di Selecta, che a sua volta avrebbe avuto origine in Portogallo dall’arancio “de Umbigo” già descritto all’inizio del XIX secolo. Dopo la Valencia è la cultivar più diffusa nel mondo. I frutti sono di pezzatura medio-elevata, maturano a partire da gennaio e possono essere raccolti fino a tutto febbraio. È presente nei principali Paesi agrumicoli del mondo. In Italia, inizialmente, è stata introdotta una linea denominata Brasiliano che ha avuto il centro di maggiore diffusione a Ribera, in provincia di Agrigento; la sua produzione ha rifornito i mercati del Meridione d’Italia e in particolare di Palermo. Ne esistono due cloni: Brasiliano m500, risanato mediante microinnesto presso l’Università di Catania e Brasiliano nucellare 92 selezionato presso il Centro di Miglioramento Genetico di Palermo. Successivamente è stata importata la linea nucellare C.E.S.3033 costituita da Frost in California. Quest’ultima, che si è moderatamente diffusa in Sicilia, Basilicata e Sardegna, non sempre esprime elevata produttività.

Navelina. È una mutazione originaria della California inizialmente denominata “Early Navel”. Le principali differenze con la Washington Navel consistono nella minore taglia della pianta e nell’anticipo di maturazione di circa tre settimane. I frutti sono leggermente più piccoli, la produttività è buona e costante. Più o meno diffusa nei principali Paesi agrumicoli, nel bacino del Mediterraneo è particolarmente affermata in Spagna e Italia. Nel nostro Paese la sua diffusione ha avuto inizio negli anni ’70 e rapidamente ha avuto riscontri positivi di mercato in virtù della sua precocità. Il moderato sviluppo della pianta, peraltro, ha consentito di aumentare la densità degli impianti facendo ottenere elevate produzioni per ettaro. Nelle aree costiere dove si esalta la precocità, la raccolta può essere effettuata a inizio ottobre, quando la buccia presenta ancora una pigmentazione insufficiente; in questo periodo, in genere, si fa ricorso alla pratica della deverdizzazione comunemente chiamata “stufatura”. Il successo iniziale ha fatto sì che questa cultivar venisse impiantata anche in aree non precoci col risultato di accrescere la disponibilità di frutti nei mesi di novembre e dicembre, quando già sul mercato sono presenti produzioni di tipo pigmentato preferite dal consumatore. Attualmente si dispone di tre cloni: uno di origine nucellare, Navelina ISA 315, e due da microinnesto, Navelina m35 e Navelina V.C.R.

Newhall. Questa cultivar, anch’essa originaria della California come mutazione di W. Navel, è molto simile alla Navelina per epoca di maturazione e produttività, i frutti sono leggermente più allungati e anticipano di qualche giorno la pigmentazione della buccia. È abbastanza diffusa in Spagna e anche in Italia sta suscitando un certo interesse; ne esistono diverse selezioni, le più note delle quali sono INIALES 55/1, SRA 182 e V.C.R.

Navelate. È una mutazione di W. Navel rinvenuta in Spagna nel 1948 e rilasciata per la propagazione dieci anni dopo. Il Paese dove si è maggiormente diffusa è quello di origine; in tutti gli altri in cui è stata introdotta, compresa l’Italia, ha avuto poco successo a causa della bassa produttività. In Spagna per attenuare tale difetto si fa ricorso all’uso di fitoregolatori alliganti e a incisione anulare. I frutti, di ottima qualità, sono di pezzatura medio-elevata, di forma tendente all’ovale e di ottimo sapore; l’epoca di maturazione è medio-tardiva; anche se il valore del rapporto di maturazione è già idoneo per il consumo a partire da gennaio, i frutti si mantengono bene sulla pianta fino a marzo-aprile.

Lane Late. Attualmente è la cultivar Navel tardiva di maggiore interesse. Il suo nome le deriva dal signor L. Lane Curlwaa, proprietario dell’azienda in cui è stata rinvenuta la mutazione su una pianta di W. Navel in Australia nel 1950. La pianta è molto simile a quella di W. Navel e anche i frutti si somigliano; quelli di Lane Late hanno una buccia più sottile e più liscia, un ombelico più piccolo e dei solchi piuttosto pronunciati che dalla zona calicina si possono estendere fino alla zona equatoriale. I frutti, che già a fine gennaio presentano valori sufficienti del rapporto di maturazione, resistono bene sulla pianta per oltre tre mesi. In Australia, dove questa cultivar rappresenta circa il 30% della produzione dei Navel, la raccolta si protrae sino a fine ottobre, in Spagna, Italia e altri Paesi dell’emisfero boreale sino ad aprile/maggio. Le prime osservazioni condotte presso l’Università di Catania ne hanno confermato tutte le caratteristiche positive e fino a stagione inoltrata non si sono manifestati casi di cascola pre-raccolta e/o di granulazione, fenomeni che con una certa frequenza sono stati segnalati in California, dove si sconsiglia l’impiego di portinnesti tipo limone. Negli ultimi anni, nella parte finale della campagna di commercializzazione, i frutti di Lane Late, maggiormente graditi dai consumatori, tendono a sostituire quelli di Valencia.

Cara Cara. Il nome coincide con quello dell’azienda in cui è stata scoperta la mutazione su una pianta di W. Navel nella provincia di Valencia, in Venezuela, nel 1976. La particolarità di questa cultivar è che i suoi frutti presentano un’intensa e uniforme pigmentazione rossa della polpa, molto simile a quella dei frutti del pompelmo Star Ruby, il pigmento che conferisce tale caratteristica, infatti, è il licopene e non gli antociani. Altra peculiarità di questi frutti è che con la spremitura la pigmentazione si trasmette solo in parte al succo, che appare leggermente rosato. Le restanti caratteristiche dei frutti, compresa l’epoca di maturazione, sono pressoché identiche a quelle di W. Navel e anche la pianta è molto simile. Presenta una certa diffusione in California e in Spagna dove è stata introdotta rispettivamente nel 1987 e nel 1988; in Italia si stanno realizzando i primi impianti. Esistono diverse altre cultivar di Navel; tra le tardive particolare interesse stanno suscitando Powell e Chislett, mutazioni individuate in Australia i cui frutti possono essere raccolti un paio di settimane dopo rispetto a quelli di Lane Late. Le prime osservazioni condotte in Italia presso l’Università di Catania hanno confermato tali caratteristiche ribadendo, peraltro, che l’espressione della tardività dei frutti delle cultivar Navel non è dovuta all’evoluzione dei processi di maturazione interna, ma alla loro capacità di mantenersi a lungo sulla pianta senza manifestare fenomeni di senescenza. Altre tardive sono Summer Gold e Rhode Late. Tra le precoci un certo interesse sta riscuotendo la Fukumoto, con epoca di maturazione più o meno coincidente con quella di Navelina e Newhall. Oltre che in Giappone, Paese di origine, si sta diffondendo in California e Australia; in Italia non si dispone ancora di risultati circa il suo comportamento. Recentemente in Australia presso la Chislett Developments è stata segnalata una nuova mutazione di Navelina denominata M7, i cui frutti anticiperebbero di un paio di settimane la maturazione; a oggi gli unici dati disponibili sono quelli ottenuti nel luogo di origine.

Pigmentate
Non si ha certezza della data e del luogo in cui per la prima volta compare una pianta che produce frutti a polpa rossa. Il primo a farne cenno sembra essere il Ferrari a metà del XVII secolo in Hesperides. Nel libro IV della trattazione si parla di mele d’oro che fanno risplendere le isole in cui vengono coltivate (le Filippine). Di tali frutti vengono distinti cinque generi (quinquplicis generis); uno di questi presenta la polpa di colore rosso e sa di uva ma è straordinariamente differente (sapiat uvam [...] mire dispar). L’autore racconta di aver sentito (audivi flavescere) notizie di questi straordinari frutti da un monaco del suo stesso ordine che a lungo e con vantaggio per la salute si era trattenuto nelle isole. In seguito, Risso e Poiteau, all’inizio del XIX secolo, descrivono alcune tipologie di frutti pigmentati quali l’Oranger à pulpe Rouge (Citrus aurantium hirochunticum), l’Oranger piriforme, l’Oranger de Gènes e l’Oranger de Malte. Solo dopo qualche secolo in Italia è Giuseppe Insenga in Agrumi siciliani a fare menzione dell’arancio ovale sanguigno (Citrus aurantium ellipticum Nobis); va ricordato che al tempo l’arancio amaro e l’arancio dolce erano considerati due varietà della stessa specie. In seguito, nel 1935, in L’Agricoltura siciliana, è il Casella a fare un’esauriente rassegna delle varietà pigmentate fino ad allora conosciute e più o meno diffuse in coltura:
– Tarocco o T. propriamente detto o T. dal Muso; – T. Liscio o T. Ovale o Calabrese sanguigno; – Tarocchino; – Sanguinello comune o Sanguigno a pignu, Sanguinello moscato e Sanguinello moscato doppio; – doppio sanguigno Signorelli; – Ovaletto sanguigno; – Vaccaro; – Moro o Selezionato o Belladonna sanguigno; – Sanguigno Zuccherino; – Sanguigni di spina o di “ariddu” .

Leggendo la descrizione dell’autore si evince come nel caso della Sanguigno più che di una varietà si trattasse di una popolazione comprendente genotipi simili, con differenze ora minime ora marcate. A volte, infatti, si trattava di ben individuate mutazioni gemmarie, a volte di semplici semenzali. I Sanguigni, tuttavia, hanno avuto il merito di aver costituito quasi certamente la base genetica di partenza che ha dato origine alle più pregiate varietà di Sanguinello, di Moro e di Tarocco. Il primo autore a parlare della Tarocco è il Casella: “questa varietà deve il nome alla forma che si avvicina a quella di una trottola. Conosciuta nei primi anni di questo secolo (1900) si è diffusa da qualche decennio in qua. La sua culla è stata Piedagaggi di Carlentini nella provincia di Siracusa. Di Naro Gesualdo la riscontrò in un agrumeto in contrada Carbone, donde si è diffusa in altre contrade dello stesso territorio (Buonafede, Cassinino, Viciniori etc.) e in molte altre zone agrumetate della provincia di Siracusa (Lentini, Francofonte, etc.), di Catania (zone etnee e del circondario), di Caltagirone e di Messina (Francavilla di Sicilia). Si può dire che non vi è oggi territorio agrumetato dove il Tarocco non sia stato introdotto o non si vada introducendo”. Non dice l’autore qual è l’origine genetica, ma molto probabilmente si tratta di una mutazione spontanea di altra cultivar a polpa rossa di più antica esistenza. Ne descrive tre tipi: il Tarocco propriamente detto o Tarocco dal Muso o Tarocco di Francofonte, il Tarocco Liscio o Tarocco Ovale o Calabrese sanguigno e il Tarocchino. Il più importante è sicuramente il primo che è ancora oggi apprezzato per la forma caratteristica dei frutti, la pezzatura e il sapore; nel tempo per successive mutazioni ha dato origine a diversi altri cloni attualmente in coltura di cui si dirà in seguito. Scarso riscontro ha avuto il Tarocco Liscio mentre una certa diffusione ha avuto il Tarocchino, apprezzato per il buon sapore; la denominazione è dovuta alla forma dei frutti che è simile a quella del Tarocco e alla pezzatura più piccola, ma in realtà si tratta di un tipo di Sanguinello. Altra importante varietà trattata dal Casella senza indicarne la derivazione genetica è l’arancio Moro o Selezionato o Belladonna sanguigno, così descritto: “è una varietà la cui coltivazione si è diffusa nell’ultimo decennio quasi unicamente in agro di Lentini ed un po’ in quello di Carlentini, ove continua a diffondersi. A Lentini è conosciuta anche col nome di Selezionato ed è talvolta detta anche Vaccaro, denominazione quest’ultima assolutamente errata, perché appartiene a varietà perfettamente distinta. Il frutto è un po’ tozzo, ha pezzatura quasi sempre inferiore alla media, pericarpo mediamente spesso ed aderente al resto, endocarpo a logge ben sviluppate, con emergenze di colore rosso violaceo ricordante quello dei sorosi del Morus nigra L., semi assenti o quasi, sapore piuttosto gradevole che peggiora fino a diventare sgradevole a maturazione avanzata o dopo un lungo periodo di conservazione”. La colorazione delle emergenze avviene molto per tempo, prima ancora che l’esocarpo ingiallisca e costituisce il principale carattere diagnostico delle varietà. Successivamente molti altri autori hanno descritto varietà di arancio a polpa rossa e principalmente cloni di Tarocco, come vedremo più avanti. Nel panorama agrumicolo mondiale la produzione di arance rosse riguarda quasi esclusivamente l’Italia; in altri Paesi varietà pigmentate sono presenti più o meno sporadicamente e mai forniscono produzioni di una certa entità. Ciò, principalmente, è imputabile alla bassa plasticità che esse presentano, specie per quanto riguarda i fattori climatici. In Italia, peraltro, non in tutte le regioni agrumicole esprimono al meglio le loro caratteristiche produttive e nella stessa Sicilia, che è la regione più importante, non tutte le aree risultano ugualmente idonee. Le province maggiormente interessate sono quelle di Catania, Siracusa ed Enna. La produzione italiana di arance rosse attualmente si avvicina a 1 milione di tonnellate e rappresenta circa il 50% di quella arancicola totale. Nel passato intercettava una quota maggiore, fino a raggiungere oltre il 70% tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80. Negli ultimi 40 anni, mentre la produzione delle pigmentate è cresciuta di poco, quella delle bionde si è quasi raddoppiata in seguito alla consistente diffusione delle cultivar Valencia e Navelina, specie quest’ultima in virtù della sua precocità ed elevata produttività. In Sicilia le proporzioni sono diverse, i frutti a polpa rossa incidono per circa il 70%. Nell’ambito del gruppo, nel tempo si è avuta una sostanziale modifica della composizione varietale che ha visto crescere notevolmente la diffusione della cultivar Tarocco mentre si sono ridotte le superfici destinate alle cultivar Moro e Sanguinello. Del tutto scomparse, ormai, le cultivar del gruppo Sanguigni. La colorazione tipica che caratterizza i frutti di tutte le cultivar di questo raggruppamento è dovuta alla presenza di pigmenti rossi appartenenti alla classe delle antocianine; quella presente in maggiore concentrazione è la cianidina-3-glucoside (CY3G). Gli antociani trovano sede allo stato di soluzione nei vacuoli cellulari detti cianoplasti. L’intensità della colorazione rossa è variabile ed è correlata a fattori genetici e ambientali; i frutti della stessa varietà, infatti, in annate diverse e/o in luoghi differenti, possono presentare varia intensità di pigmentazione. Inoltre, non c’è sempre correlazione tra la pigmentazione interna ed esterna: in genere i frutti del gruppo Sanguigni pigmentano di più all’esterno, quelli dei Sanguinelli si comportano all’opposto, quelli di Moro raggiungono una colorazione intensa sia interna che esterna, quelli di Tarocco si comportano in modo variabile in funzione del clone. Solitamente la polpa comincia a pigmentare prima rispetto alla buccia. Circa la funzione degli antociani nell’economia dei vegetali le teorie sono diverse:
– esplicherebbero una funzione protettiva sui cloroplasti dalla luce troppo intensa; – eserciterebbero una funzione protettiva contro il gelo per l’azione termogenica che essi sarebbero capaci di esplicare in rapporto all’assorbimento delle radiazioni a maggiore lunghezza d’onda; – indurrebbero un abbassamento del punto di congelamento.
Certo è che le piante di ambienti a inverni rigidi nella stagione fredda perdono le foglie e vanno in dormienza per meglio difendersi dalle basse temperature; la formazione delle antocianine in autunno potrebbe essere interpretata come un tentativo di difesa dalle minime termiche e di resistenza nei confronti dei fenomeni di senescenza che precedono l’abbandono delle foglie “morte”. Si tratterebbe di una morte benefica, considerato che rappresenta una strategia efficace affinché la pianta possa superare periodi avversi, riducendo al minimo i processi vitali, per poi riprendere in primavera il ciclo successivo. Le ipotesi su esposte non sono certo applicabili per spiegare le funzioni degli antociani nelle arance; tuttavia, come nelle foglie, la loro sintesi si realizza durante i processi di maturazione ovvero a fine ciclo e in corrispondenza di abbassamenti termici. Relativamente agli aspetti salutistici, è da sottolineare che le antocianine hanno un forte potere antiossidante, poiché tendono a ostacolare i radicali liberi che sono causa dei processi d’invecchiamento e di degenerazione cellulare. Inoltre, sono in grado di prevenire patologie dell’apparato digerente come gastrite e ulcera grazie alla loro azione protettiva della mucosa gastrica e delle pareti dei vasi sanguigni; quest’ultima funzione è anche in grado di limitare i danni a carico dell’apparato cardiocircolatorio. L’elevato potere antiossidante della CY3G pare sia da attribuire a un effetto sinergico che si instaura con le altre sostanze antiossidanti presenti in questi frutti come flavononi, acidi idrossicinnamici e acido ascorbico. Indagini condotte su popolazioni nella cui dieta era stato previsto il consumo di arance rosse o dei relativi succhi hanno rilevato una minore frequenza di patologie tumorali.

Sanguigni. Si solevano distinguere in Sanguigno comune e Sanguigno doppio ma in realtà all’interno di ciascuna cultivar erano compresi diversi genotipi più o meno differenti, spesso derivanti da seme. La pigmentazione si manifestava di più all’esterno, a maturazione; la buccia, specie quella dei frutti di Sanguigno doppio, assumeva una colorazione rosso-violacea dovuta alla maggiore concentrazione di una specifica antocianina, la delfinidina-3-glucoside. All’attacco peduncolare, attorno alla rosetta, si formava una certa concavità dove si accumulava acqua che diveniva causa di cascola pre-raccolta. Non si trattava di cultivar di pregio, ma all’inizio dello scorso secolo in Sicilia rappresentavano la prima arancicoltura a frutti pigmentati e comunque hanno costituito la base genetica da cui sono derivate le successive pigmentate.

Sanguinelli. Questo gruppo comprende diverse selezioni alcune delle quali di un certo pregio come il Sanguinello moscato e il Sanguinello moscato Cuscunà di cui negli anni ’50 presso il CRAACM di Acireale sono state costituite le rispettive linee nucellari. Hanno avuto discreta diffusione, oltre che per la buona qualità dei frutti, per la tardiva epoca di maturazione; la raccolta poteva essere protratta fino a marzo. Attualmente esiste ancora un certo numero di impianti commerciali, ma difficilmente se ne costituiscono altri da quando si sono resi disponibili cloni di Tarocco tardivi. Nella vecchia agrumicoltura siciliana un certo ruolo ha avuto il Sanguinello Vaccaro. I suoi frutti presentavano buccia intensamente pigmentata e per questa peculiarità spesso venivano mischiati ad altre partite di arance per dare maggiore colore; erano pure apprezzati per la compattezza della buccia che conferiva particolare resistenza ai trasporti. Altri genotipi sono afferibili ai Sanguinelli: il già citato Tarocchino, i cui frutti hanno forma e grana simile a quella dei Tarocchi, da cui il nome, mentre le caratteristiche interne sono tipiche del Sanguinello e l’Ovaletto, che prende il nome dalla forma dei frutti che ricordano quella dei frutti di Ovale ma sono di pezzatura minore; il Casella lo aveva denominato Ovaletto sanguigno.

Moro. È la cultivar che pigmenta di più: a piena maturazione sia la polpa sia la buccia presentano una colorazione tra il rosso intenso e il violaceo. A maturazione avanzata, quando si abbassano i contenuti di acidi, i frutti assumono un sapore caratteristico (odore di cimice) dovuto a processi ossidativi a carico delle antocianine. La raccolta non dovrebbe protrarsi oltre febbraio. Di tutte le pigmentate è quella che presenta maggiore stabilità genetica e perciò non ha dato luogo a mutazioni gemmarie: ne è stata descritta solo una da Spina nel 1959 denominata Moro Bonfiglio. Sostanzialmente si è diffuso un solo genotipo, del quale esiste una linea nucellare costituita presso il CRA-ACM di Acireale, la Moro 58-8D-1, e una linea risanata mediante microinnesto presso l’Università di Catania, la Moro m45. Da alcuni decenni le superfici coltivate con questa cultivar hanno subito una progressiva contrazione, e molti impianti sono stati estirpati o reinnestati. Da qualche anno si avverte un certo interesse in virtù di un possibile impiego nell’industria di trasformazione anche per tagliare altri succhi scarsamente pigmentati.

Tarocco. Ormai è riduttivo parlare al singolare della cultivar Tarocco considerato che al suo interno sono stati individuati e descritti parecchi cloni con caratteristiche assai diverse relativamente all’epoca di maturazione, alla forma dei frutti e ai livelli di pigmentazione. Già negli anni ’60 esisteva una linea nucellare, il Tarocco nucellare 57-1E-1, che costituiva l’unica distinzione rispetto alla restante popolazione coltivata in modo indifferenziato e denominata genericamente Tarocco vecchio clone. Successivamente, sono state rinvenute e osservate tutta una serie di mutazioni gemmarie spontanee, attualmente più o meno diffuse principalmente nelle aree agrumicole siciliane. Dei cloni di maggiore interesse, di seguito, si descrivono le caratteristiche salienti.

Tarocco nucellare 57-1E-1. Si tratta della prima selezione di Tarocco, costituita nel 1957 presso l’allora Istituto Sperimentale per l’Agrumicoltura di Acireale; come detto la sua diffusione ha avuto inizio negli anni ’60 e si è affermata piuttosto rapidamente malgrado, inizialmente, presentasse una fase giovanile piuttosto lunga. Va ricordato che al tempo, per accedere alle provvidenze vigenti, i nuovi impianti di Tarocco dovevano essere realizzati con questa linea e solo dopo diversi anni sono stati ammessi via via altri cloni, primi tra questi il Tarocco Galici e il Tarocco Catania. Oltre che per la lunga fase giovanile si caratterizzava per l’elevata vigoria e la notevole presenza di spine; col passare del tempo e con i diversi passaggi d’innesto, la durata della fase giovanile è diminuita e le piante possono entrare in produzione già al terzoquarto anno. Una pianta adulta può produrre oltre 2 quintali di frutti in virtù del notevole sviluppo della chioma che, per contro, non consente densità superiori a 300-350 piante per ettaro. L’epoca di maturazione è piuttosto precoce; nelle zone costiere la raccolta può avere inizio nella prima metà di dicembre e continuare per tutto gennaio, periodo oltre il quale i frutti possono essere soggetti a cascola e a fenomeni di senescenza, mentre nelle aree più interne può essere ritardata di qualche mese. I frutti sono di pezzatura media, subsferici, a grana fine e pigmentano poco sia all’interno sia nella buccia; i principali pregi sono la precocità e la produttività, il maggiore difetto la spinescenza che, specie in presenza di vento, è causa di ferite ai frutti.

Tarocco dal Muso. Tra i cloni di più antica coltivazione, si caratterizza per la pezzatura medio-elevata dei frutti e per la presenza di un lobo pedicellare piuttosto pronunciato, da cui la denominazione. La pianta è sensibile al vento e tende a fruttificare nella parte più bassa e interna della chioma; le foglie sono di colore verde chiaro, i fiori spesso derivano da gemme miste e perciò sono terminali di un germoglio di circa 10 cm; ne consegue che la fioritura non è mai molto intensa ma la produttività è buona in virtù di una elevata allegagione. I frutti, pur presentando bassi livelli di pigmentazione, sono apprezzati per la pezzatura, per la buccia sottile e a grana fine, per la forma classica della Tarocco e per l’elevata succosità; l’epoca di maturazione cade tra febbraio e marzo.

Tarocco Scirè. È il clone che ha avuto la maggiore diffusione negli ultimi venti anni sia come nuovi impianti sia come reinnesti; oltre che per la produttività e la qualità dei frutti, probabilmente, il particolare apprezzamento gli deriva dalla buona persistenza dei frutti sulla pianta, caratteristica non frequente nell’ambito delle pigmentate. Il rapporto di maturazione presenta valori intorno a 8 già a inizio gennaio, ma poiché i contenuti di acidi diminuiscono molto lentamente la produzione si mantiene bene sulla pianta fino a febbraio-marzo e pertanto la raccolta può essere effettuata in un arco di tempo superiore a due mesi. I frutti sono di pezzatura media, forma subsferica con buccia di spessore medio e tessitura compatta; la pigmentazione antocianica è piuttosto bassa. La pianta è di vigore medio-elevato. Le foglie sono di colore verde intenso e presentano una certa eterofillia; quelle di piante giovani o di rami assurgenti sono a lamina particolarmente espansa e a sviluppo irregolare. In terreni non profondi e/o poco fertili la pezzatura dei frutti può risultare insufficiente, specie in caso di alta produzione. Si dispone di una linea nucellare, Arancio Tarocco Scirè nucellare D 2071, e di due linee risanate mediante microinnesto, Arancio Tarocco Scirè V.C.R. e Tarocco Scirè m11.

Tarocco Gallo. Ha avuto una certa diffusione per la precoce epoca di maturazione e la buona qualità dei frutti, che sono di sapore gradevole, di buona pezzatura e di forma leggermente ovale con umbone pedicellare poco pronunciato. In aree precoci il valore del rapporto di maturazione raggiunge livelli idonei per il consumo a partire da metà dicembre, quando la buccia può ancora presentare chiazze di colore verde chiaro. La pigmentazione antocianica è pressoché assente nella buccia mentre la polpa pigmenta di più. La resistenza dei frutti sulla pianta è piuttosto bassa e a piena maturazione sono frequenti fenomeni di cascola.

Tarocco rosso. Si tratta di un clone a media epoca di maturazione; risulta interessante per l’intensa pigmentazione della polpa e della buccia che a piena maturazione presenta un colore rosso vellutato. Questa caratteristica, tuttavia, non si esprime in modo costante negli anni e nei diversi luoghi di coltivazione; andrebbe coltivato in quegli ambienti in grado di esaltare la biosintesi dei pigmenti antocianici.

Tarocco Sciara. Sia la pianta che i frutti sono molto simili a quelli di Tarocco dal Muso e anche l’epoca di maturazione è più o meno coincidente. Negli ultimi anni sta suscitando un certo interesse, specie per l’elevata pezzatura dei frutti e la buona produttività. Si dispone di una linea nucellare ottenuta mediante coltura in vitro di ovuli non sviluppati presso il CRA-ACM di Acireale, denominata Arancio Tarocco Sciara nucellare C1882.

Tarocco Ippolito. Deriva da una mutazione rinvenuta nei primi anni ’90 nel lentinese; le prime osservazioni condotte presso l’Università di Catania hanno consentito di esprimere giudizi positivi riguardanti diverse caratteristiche dei frutti. Tra queste la più rilevante è l’intensa pigmentazione, specie della polpa: dopo la cultivar Moro i frutti di Ippolito sono quelli che presentano i più alti contenuti di antociani. La pezzatura è piuttosto elevata, la forma leggermente ovale con lobo pedicellare appena accennato; la buccia è di spessore medio, a grana fine, a tessitura compatta e presenta screziature rosso-vinose. Il sapore è particolarmente gradevole dato da un armonico rapporto tra zuccheri e acidi. La produttività è buona e i frutti resistono bene sulla pianta per un ampio periodo; la raccolta nelle aree precoci può avere inizio la prima metà di gennaio e proseguire per tutto febbraio e oltre nelle zone a vocazione tardiva. Ha già suscitato un certo interesse e diversi sono gli impianti costituiti, malgrado il breve tempo trascorso dalla sua scoperta.

Tarocco Meli. È una selezione nucellare ottenuta nel 1988 da coltura in vitro di ovuli non sviluppati presso il CRA-ACM di Acireale; la pianta è di notevole sviluppo e piuttosto spinescente. Presenta una discreta diffusione ed è principalmente apprezzata per la tardiva epoca di maturazione (marzo-aprile) e la buona pezzatura. I frutti hanno forma tendenzialmente ellissoidale; la buccia è di spessore medio e pigmenta molto poco mentre la polpa raggiunge buoni livelli di pigmentazione. A piena maturazione i frutti perdono di consistenza e si possono verificare fenomeni di cascola.

Tarocco Sant’Alfio. È il clone più tardivo; il succo presenta valori del rapporto di maturazione intorno a 8 da fine febbraio, ma i frutti si mantengono bene sulla pianta fino a tutto maggio. La pezzatura è media, la forma è sferoidale; la buccia, sottile e a tessitura compatta, raggiunge livelli di pigmentazione antocianica piuttosto modesti, così come la polpa. L’epoca di maturazione particolarmente tardiva ne consente la presenza sul mercato in un periodo in cui i frutti di altre pigmentate o sono assenti o presentano segni di senescenza più o meno marcati. Esistono diverse altre linee di Tarocco: tra le precoci ricordiamo il Tarocco Tapi, il Tarocco TDV e il Tarocco Gabella, tra le tardive il Tarocco Messina e, per l’intensa pigmentazione dei suoi frutti, il Tarocco Lempso.

Cultivar a basso contenuto di acidi

Vaniglia apireno. Denominato anche Maltese, produce frutti a polpa bionda e a bassissima acidità che possono essere raccolti da dicembre a marzo. Veri e propri impianti commerciali, tranne qualche eccezione, esistono solo a Ribera, in provincia di Agrigento. La produzione è destinata ai mercati locali e in particolare quelli del palermitano; in altre aree è riscontrabile come piante sparse e negli orti familiari. La caratteristica di produrre frutti a bassa acidità è presente anche in altre specie di agrumi come limone e lima; sembra trattarsi di una mutazione che interferisce sulla biosintesi degli acidi organici.

Maltese sanguigno. Per quanto riguarda il sapore e i contenuti di acidi, i frutti di questa cultivar sono molto simili a quelli di Vaniglia apireno ma sono con semi, di pezzatura più piccola e pigmentati nella polpa e nell’albedo. La pigmentazione non è data dalle antocianine ma dal licopene. Il Maltese sanguigno non è mai stato coltivato in impianti commerciali.

Malgrado la notevole crescita della produzione di cultivar bionde l’Italia continua a caratterizzarsi, a livello mondiale, come l’unico Paese che produce apprezzabili quantità di arance pigmentate di elevata qualità. Considerato che la diffusione raggiunta dalle cultivar bionde nel nostro Paese è ormai piuttosto alta, si ritiene auspicabile un’inversione di tendenza affinché le pigmentate possano tornare a rappresentare una più alta quota di produzione, come avveniva negli anni ’70-’80. A tale riguardo va sottolineato che attualmente esistono i presupposti per fornire ai consumatori frutti di alta qualità per un ampio arco di tempo. Rimanendo nell’ambito della Tarocco, che è la cultivar di maggiore pregio, mentre un tempo esauriva la sua produzione in un periodo concentrato (gennaio-febbraio) oggi si può essere presenti sul mercato da dicembre a maggio in virtù dei numerosi genotipi disponibili; solo quelli a oggi descritti sono una ventina e alcuni di essi presentano già una notevole diffusione.

 


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