Volume: il pomodoro

Sezione: ricerca

Capitolo: analisi multiresiduale

Autori: Elisa Conte

Storia, evoluzione e prospettive

La qualità di un prodotto destinato all’alimentazione non nasce dal caso, ma è frutto di una serie di valutazioni, scelte, accortezze che fanno la differenza. È qualità anche la salubrità di quanto ingeriamo con la dieta, che dipende, oltre che dai livelli di residui dei prodotti fitosanitari (p.f.) conseguenti ai trattamenti effettuati per difendere le produzioni dalle avversità, anche dalla presenza di microrganismi, di metalli pesanti, di differenti sostanze di origine naturale, quali per esempio le micotossine. È percezione comune però che specialmente i residui di agrofarmaci rappresentino un indice di cattiva qualità e di rischio per il consumatore, anche se i limiti vengono fissati, dopo attenta valutazione del rischio per il consumatore stesso, con fattori di sicurezza molto conservativi, variabili in funzione delle caratteristiche tossicologiche delle molecole. È per questo che nel 1992, l’allora Ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF), promosse una vasta indagine conoscitiva, coordinata dal CRA-PAV, allora ISPaVe, volta a quantizzare il fenomeno residui che generava preoccupazioni e allarmismo, senza peraltro basarsi su dati sufficienti e significativi. L’indagine, attivata inizialmente solo al Nord Italia, si è evoluta nel tempo e, da fotografia dello stato igienicosanitario delle produzioni ortofrutticole nazionali, è diventata uno strumento prima tecnico-conoscitivo e successivamente tecnico-scientifico. Quest’ultimo è volto alla verifica della ricaduta delle differenti tecniche di difesa sul prodotto finale, allo studio della persistenza di nuove molecole, alla difesa delle colture minori, all’impatto sull’ambiente delle scelte operate in campo. Il progetto ha anche cambiato nome, da Rete di Monitoraggio a Programma interregionale per il miglioramento qualitativo delle produzioni agricole “Controllo dei residui di prodotti fitosanitari finalizzato alla razionalizzazione di tecniche di difesa delle colture. Per comodità nel testo si continuerà a chiamarlo monitoraggio. Contemporaneamente, agli inizi degli anni ’90, è stato attivato dal Ministero della Salute, sulle produzioni nazionali e di importazione, il controllo ufficiale dei residui nei punti di vendita e di ingresso sul territorio nazionale. La sua finalità era di natura ispettiva e repressiva, anche per dare risposta alle direttive comunitarie che imponevano questo tipo di monitoraggio a tutti gli stati membri, per avere un quadro generale del possibile rischio per il consumatore su tutto il territorio dell’Ue. Le due attività hanno camminato di pari passo, di supporto l’una all’altra, ma dopo i primi anni si è capito che i risultati non erano confrontabili: l’attività del MiPAAF infatti prevedeva, con il supporto delle Regioni e dei loro tecnici, di operare su colture significative a livello regionale e su sostanze attive problematiche, o perché necessarie di ulteriore messa a punto delle modalità di applicazione o perché particolarmente persistenti. Si è indagato quindi sulle situazioni più a rischio: non era pertanto un’indagine a campione, ma una verifica dell’impiego in campo, perché i risultati fossero di indirizzo per l’assistenza tecnica e di verifica delle conseguenze dell’effettivo impiego dei prodotti fitosanitari sulla qualità del prodotto finale. I tecnici regionali, opportunamente istruiti al fine di operare in maniera standardizzata, prelevano in campo al momento della raccolta i campioni previsti dal progetto, in aziende che operano secondo criteri di difesa integrata o tradizionale. Tutte le elaborazioni e le correlazioni finali sono rese possibili dal fatto che ogni campione, anonimo se non per il tecnico, è accompagnato da una scheda dei trattamenti che riporta la sua storia (tipo di difesa, campo o serra, formulati utilizzati, dosi, momenti d’intervento, avversità, data di prelievo). Tale scheda segue il campione al laboratorio insieme a un’altra scheda sulla quale viene riportata l’indicazione del tecnico campionatore delle molecole da ricercare, in genere in numero di tre. Esse vengono analizzate nella maggior parte dei casi con metodiche multiresiduo per gruppi di composti. Dopo confronto con alcuni laboratori, era stata infatti concordata una scheda di richiesta analisi, fornita ai tecnici, che organizzava le sostanze attive in gruppi, in funzione dell’analisi multiresiduo che più comunemente veniva effettuata per la loro ricerca. È un raggruppamento minimo, nel senso che con un’unica determinazione multiresiduo tutti i laboratori dovevano determinare almeno le sostanze attive riportate in ogni gruppo. Tali analisi hanno permesso di individuare anche altre molecole oltre a quelle richieste dai tecnici, conseguenti in alcuni casi a utilizzi non dichiarati nelle schede dei trattamenti. Nella scheda messa a punto per la richiesta di analisi sono anche riportate le molecole che necessitano di analisi specifica. La finalità immediata dopo il campionamento è comunque di ottenere rapidamente una risposta dai laboratori e di far ritornare al tecnico il risultato, in modo da poter correggere indicazioni e comportamenti. L’individuazione dei laboratori idonei all’attività di monitoraggio, tra quelli segnalati dalle Regioni, inizialmente non è stata facile, specie per il Sud Italia. Se in alcune Regioni, infatti, agli inizi degli anni ’90 era già alta l’attenzione e la sensibilità verso il problema dei residui, in altre l’attività era ancora da iniziare e la disomogeneità ha costretto a una partenza lenta e differenziata. La disparità è stata però di stimolo per la crescita dei laboratori nelle zone carenti, che, una volta a regime, hanno operato fattivamente. Le strumentazioni, nell’arco degli anni, hanno subito numerosi adeguamenti: molti laboratori si sono dotati di attrezzature che meglio rispondevano alle esigenze analitiche quali HPLC-MS, GC-MS, HPLC-MS-MS, GC-MS-MS. C’è stato infatti un sostanziale cambiamento nella disponibilità di molecole impiegabili e quindi da ricercare, molecole sempre più selettive, appartenenti a differenti famiglie chimiche che spesso non è possibile analizzare se non con analisi specifiche e costose. Non va inoltre dimenticato che i numerosi limiti fissati a livelli molto bassi, quando non al limite di determinazione, impongono strumentazioni molto sensibili, al fine di effettuare ulteriori conferme dei risultati ottenuti. La griglia fornita ai tecnici necessita periodicamente di un aggiornamento alla luce dell’evoluzione delle metodiche e delle strumentazioni, oltre che dell’inserimento delle molecole che via via sono state registrate. Tutti i dati sul campione, compresi i risultati delle analisi, vengono inviati al CRA-PAV che li elabora, confrontandoli con la banca dati agrofarmaci per valutarne la corrispondenza con i limiti di residuo fissati per legge. L’elaborazione è resa possibile da un software di gestione appositamente creato e messo a disposizione delle Regioni. Attraverso una puntuale elaborazione dei dati in pratica si analizzano e si relazionano tutte le molteplici variabili che entrano in gioco nel complicato rapporto matrice-sostanza attiva. Il Monitoraggio nell’arco degli anni ha indagato su oltre 130.000 campioni, a vicende alterne in funzione dei finanziamenti ottenuti, effettuando più di 2.000.000 di determinazioni analitiche, su un totale di circa 100 colture. Il pomodoro è stato campionato fin dal 1993. Poiché i risultati dei primissimi anni non sarebbero confrontabili con i successivi per autorizzazioni e limiti di residui diversi, le considerazioni qui esposte si riferiscono al periodo che va dal 1998 a oggi, che ha riguardato 4211 campionamenti, dei quali 1659 in serra e 2552 in campo. In questi anni è cambiata la gestione della difesa, sono cambiate le molecole da ricercare, molte sono state revocate, altre sono state autorizzate. L’attività svolta ha permesso di individuare l’evoluzione nell’utilizzo delle molecole più significative per la difesa del pomodoro, la diminuzione degli usi delle sostanze attive che hanno subito revoche, l’avanzamento delle nuove. Ma proprio perché la normativa negli ultimi 10 anni, a seguito dell’attività comunitaria, ha determinato frequenti variazioni nelle autorizzazioni e incertezze, in conseguenza spesso della non tempestiva informazione delle modifiche sopraggiunte, la verifica dell’impiego si è rivelata estremamente importante per supportare i tecnici. Inoltre, risulterebbero alcune irregolarità, sporadiche, nei primi anni di utilizzo di nuove molecole appositamente indagate, che dimostrerebbero spesso la necessità di una loro opportuna messa a punto. Grazie alle analisi e alle schede dei trattamenti si è evidenziato che le molecole più frequentemente ritrovate nel corso degli anni tra le irregolarità, sono state prevalentemente quelle ad attività fungicida. Le non conformità ai valori fissati, proprio perché presenti in numero limitato, non sono state correlate a cause specifiche. Potrebbero quindi essere imputabili a errori, all’andamento stagionale, al numero dei trattamenti effettuati. Le schede dei trattamenti hanno permesso comunque di evidenziare per alcune molecole, in funzione dell’andamento stagionale, trattamenti ripetuti più volte nell’arco della stessa stagione. Tali ripetizioni, pur se non sono in genere indice di una buona pratica agricola, nella maggior parte dei casi non hanno determinato irregolarità. È stato possibile anche individuare la presenza contemporanea di più residui sullo stesso campione. La contemporanea presenza di più s.a., evidenziata all’analisi, non permette al momento però di dare giudizi relativi al rischio per il consumatore in quanto sono allo studio dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) eventuali effetti sinergici sulla salute umana, in funzione dei meccanismi di azione delle molecole coinvolte. Pur ribadendo quanto già esposto, e cioè che le indagini sono prevalentemente mirate a situazioni a rischio, si può dare un quadro di quanto ritrovato: le irregolarità sugli usi hanno determinato “non rilevabilità” in percentuali variabili dall’83,5 al 90,3% dei casi; valori inferiori al 50% dell’LMR dall’8,7 al 14,4%; valori compresi tra il 50% e l’LMR dallo 0,4 all’1,2%; valori superiori all’LMR tra lo 0,3 e l’1,8%. Quest’ultimo dato è stato riscontrato nel 2006-2007, annata particolarmente calda e umida, forse la più calda dell’ultimo secolo. Le irregolarità emerse nell’arco dell’indagine sono risultate, rispetto alle altre colture, piuttosto contenute e pari in genere al 50% della media totale delle irregolarità ottenute sui campioni di tutte le colture. Inoltre, confrontando i valori ritrovati nell’arco degli anni è possibile affermare che le percentuali di campioni con presenza di residui al disotto del 50% dei limiti fissati sono risultate comprese tra il 95,2% e il 98,3%. Alla luce dei dati esposti il pomodoro in generale non desta particolari preoccupazioni sotto l’aspetto igienico-sanitario: è infatti una coltura importante per l’agricoltura nazionale ed ha quindi a sua disposizione una vasta gamma di s.a. autorizzate che permettono di gestirne al meglio le avversità. Inoltre, l’assistenza tecnica e la sensibilità degli operatori hanno raggiunto in generale, anche grazie al progetto, un alto grado di consapevolezza e i criteri di difesa ecocompatibili sempre più applicati ne sono il risultato. Il futuro del progetto potrebbe essere racchiuso nell’ultimo punto esposto tra gli obiettivi, all’inizio di questa relazione, in considerazione della prossima obbligatorietà dell’applicazione della difesa integrata. Il Piano Strategico Nazionale del MiPAAF infatti comprende, tra le principali finalità, anche la qualità delle produzioni agricole, prevedendo azioni di monitoraggio, verifica e indirizzo, riferite all’adozione di un sistema di qualità. Tali azioni potrebbero essere garantite grazie ai risultati e all’esperienza maturati con il progetto.


Coltura & Cultura