Volume: gli agrumi

Sezione: ricerca

Capitolo: altri agrumi

Autori: Giuseppe Reforgiato Recupero, Santo Recupero

Vengono considerati minori quegli agrumi che, pur essendo tassonomicamente distanti, sono accomunati da un peculiare e limitato utilizzo, non paragonabile a quello di altre specie largamente coltivate. In alcuni casi la loro destinazione ha riguardato particolari segmenti di mercato (succhi, liquori, canditi, ornamentale o specifici usi domestici). Alcune specie descritte (per esempio le lime) in realtà sono scarsamente coltivate nel nostro territorio; va però rilevato che il loro utilizzo, molto comune in altri paesi, si sta diffondendo anche in Italia attraverso l’importazione dei frutti, agevolata da una sempre più diffusa internazionalizzazione delle abitudini alimentari. Per altre specie la presenza è limitata esclusivamente a istituzioni scientifiche (orti botanici, università, centri di ricerca).

Lima

Lima messicana (Mexican lime, Key lime, Bartender’s lime, West Indian lime)
La lima messicana (C. aurantifolia Swing.), originaria dal Nord dell’India, dove è nota come kaghzi nimbu, fu introdotta nell’area mediterranea dai crociati; in Italia era nota già nel XIII secolo. Gli spagnoli la introdussero nelle isole caraibiche nel XVI secolo e, in seguito, in Messico. In Florida, è coltivata principalmente nelle isole Key e a Fort Myers, a ovest di Miami. In Messico, principale produttore mondiale, seguito da India ed Egitto, trova diverse utilizzazioni, per guarnire cibi, preparare bevande alternative alle limonate, curare infiammazioni, alleviare punture d’insetto, profumare il corpo e, in particolare, come componente fondamentale di una bevanda alcolica nazionale. Circa il 40% del prodotto di questo paese è destinato all’industria di trasformazione per la produzione di succhi e oli essenziali, esportati prevalentemente negli Stati Uniti. A questa specie è attribuita un’origine complessa, a cui hanno partecipato il cedro, il pummelo e una specie del genere Microcitrus (Barrett e Rhodes, 1976). Più recentemente, sulla base dei dati ottenuti con marcatori molecolari RAPD e SCAR, è stato riportato anche il coinvolgimento di C. micrantha (Nicolosi et al., 2000). L’albero è di medio vigore, a portamento espanso, quasi cespuglioso, con rami sottili e corte spine. L’estrema sensibilità al freddo ne limita la coltivazione negli ambienti italiani. Da qualche anno nei vivai a destinazione ornamentale si è diffuso un clone senza spine. I fiori sono piccoli, singoli o riuniti in gruppi, con petali e stili leggermente colorati di rosso; le foglie sono piuttosto piccole, di forma ellittica con apice arrotondato o leggermente appuntito. I frutti, che pesano 25-35 g, hanno forma rotondeggiante o leggermente ellittica e buccia sottile, ricca di profumati oli essenziali, con piccolo umbone; a maturità sono di colore giallo brillante e poco persistenti sulla pianta. La polpa è suddivisa in 10-12 segmenti succosi, particolarmente acidi: il colore verdastro la differenzia dai comuni limoni. I semi sono altamente poliembrionici. I semenzali di questa lima sono utilizzati come piante indicatrici del virus della “tristeza”.

Lima di Tahiti
La lima di Tahiti (C. latifolia Tan.) viene anche identificata come lima persiana, ma è noto che originariamente non era diffusa né nell’antica Persia né a Tahiti. La specie si diffuse dall’Asia nel resto del mondo attraverso due percorsi: in Europa e nel bacino del Mediterraneo da una rotta commerciale che passava dall’antica Persia; in California, nella seconda metà del XIX secolo, dall’Australia attraverso Tahiti. I commercianti portoghesi la introdussero, infatti, in Brasile già nel XVI secolo e da questo paese essa si diffuse nel XIX secolo in Australia e a Tahiti. In California è stata anche chiamata Bearss seedless, dal nome del primo agricoltore. In Europa è coltivata estesamente soltanto nell’isola tunisina di Djerba, dove è chiamata Sakhesli, termine che fa riferimento alla sua introduzione dall’isola greca di Chios. L’albero è di medio vigore con rami scarsamente spinescenti, i germogli e fiori sono leggermente colorati di rosso, le foglie ellittiche, medio-grandi con alette appena accennate o assenti. I frutti sono naturalmente apireni per la condizione di triploidia, determinata cioè da un triplo assetto cromosomico; sono più piccoli dei comuni limoni (ma più grandi dei frutti della lima messicana), succosi e caratterizzati da un epicarpo sottile ricco di profumati oli essenziali e di colore giallo-verdastro. I rari semi sono monoembrionici. L’utilizzo dei frutti, come anche la sua sensibilità al freddo, sono simili a quelli della lima messicana. La diffusione dell’Huanglongbing nelle aree di maggiore coltivazione sta riducendo fortemente le sue potenzialità.

Lima di Palestina
La lima di Palestina (C. limettioides Tan.) è originaria dall’India, dove è diffusa e coltivata da lungo tempo con il nome di Mitha Nimbu ed è utilizzata anche come portinnesto. I suoi frutti, come quelli di altri agrumi (per esempio l’arancio Vaniglia), si caratterizzano per la mancanza di acidità. In India è conosciuta la varietà Soh Synteng, che si differenzia dalla Mitha Nimbu per i frutti acidi e germogli e fiori colorati di rosso. È coltivata in modo limitato anche in Vietnam, Egitto, Siria e Palestina. In Italia non sono noti impianti specializzati, mentre è discretamente utilizzata nei vivai ornamentali per le pregevoli caratteristiche estetiche inerenti l’abbondante produzione e persistenza del frutto sulla pianta. La chioma presenta un habitus di crescita irregolare con lunghe spine sulle branche, appena accennate sui rami fruttificanti. Le foglie sono ellittiche, di media dimensione, con margine leggermente frastagliato e picciolo con alette appena accennate. La fioritura è molto abbondante e i fiori sono di colore bianco, frequentemente riuniti in gruppi. Il frutto è globoso, leggermente ellittico oppure oblato, con umbone e cicatrice stilare evidenti. L’endocarpo è formato da 9-10 segmenti succosi e senza acidità, con pochi semi altamente poliembrionici che evidenziano cotiledoni ed embrioni di colore bianco. La buccia è sottile, liscia, di colore giallo intenso nei frutti maturi, ricca di profumati oli essenziali. Nei paesi in cui è coltivata è considerata adatta a prevenire infezioni del fegato e curare sintomi influenzali. La scorza, opportunamente sbucciata e macerata in alcol, viene utilizzata per ottenere profumati e gradevoli liquori.

Limetta romana
L’origine della limetta romana (C. limetta Risso), chiamata anche limoncella, patriarca, è molto antica e un frutto con caratteristiche analoghe è raffigurato in un mosaico pompeiano (n. 9994) del I secolo d.C. conservato al Museo nazionale di Napoli. Giovanni Battista Ferrari in Hesperides descrive in modo dettagliato questo agrume con il nome lima dulcis. L’albero è di sviluppo modesto, con chioma rotondeggiante e rami scarsamente spinescenti. I fiori, di colore bianco, sono odorosi, singoli o riuniti in piccoli gruppi. I germogli non mostrano colorazione antocianica. Le foglie, di dimensione media e ovoidali, hanno apice arrotondato e margine leggermente crenato. I frutti sono di media pezzatura (60-70 g), globosi e depressi ai poli, con tipica solcatura e caratteristico umbone. La buccia è sottile, ricca di oli essenziali delicatamente profumati. La polpa è di colore giallastro e senza acidità. In Marocco è coltivata la limonette de Marrakech che ha caratteristiche simili alla limetta romana, da cui tuttavia differisce per l’acidità della polpa dei frutti e la colorazione rosso antocianico dei germogli. Nel Meridione, in passato, era facile rinvenire questa specie nei pressi delle abitazioni rurali. I frutti di questo agrume, opportunamente sbucciati e posti a macerare in alcol, servono per preparare un gustoso e aromatico liquore casalingo. Studi recenti eseguiti con l’ausilio di marcatori molecolari hanno messo in evidenza la possibilità che la limetta romana sia stata uno dei genitori del bergamotto.

Lima a forma di dito
La lima a forma di dito [Microcitrus australasica var. sanguinea (F.M. Bail) Swing.], definita nell’area di origine (Queensland e New South Wales, Australia) australian finger lime, da un punto di vista sistematico è molto diversa dalle altre lime, appartenendo a un altro genere (Microcitrus). I suoi frutti presentano la caratteristica di avere la polpa di colore da rosa a rosso, grazie alla notevole variabilità delle forme selvatiche. Le vescicole del succo sono compresse all’interno del frutto e tendono a separarsi facilmente dai segmenti quando il frutto è aperto, per cui sono state definite caviale di agrume. Attualmente ne sono prospettati diversi utilizzi gastronomici.

Kumquat

Mentre in precedenza i kumquat erano considerati tassonomicamente all’interno del genere Citrus, Swingle (1915) ne sancisce l’appartenenza al genere Fortunella, in quanto l’ovario contiene un numero minore di loculi e ovuli (all’interno di ciascun loculo); lo stigma è cavernoso; caratteristica è la produzione di frutti piccoli con polpa acida e buccia dolce, edule. Di seguito vengono descritte le specie più note.

Kumquat ovale o Nagami
Il kumquat ovale [F. margarita (Lour.) Swing.], descritto per la prima volta in un testo cinese del 1178 con il nome di Chin Kan (arancia d’oro), è originario della Cina meridionale. In Giappone è coltivato da molti secoli ed è noto come Nagami. In Europa è stato introdotto nel 1846 da Robert Fortune (da cui il nome), botanico della London Horticultural Society. L’albero sviluppa in modo moderato e tollera le basse temperature invernali in quanto semidormiente. È sensibile al deficit di zinco che induce ridotto sviluppo fogliare. La fioritura è tipicamente estiva (primi di luglio). I frutti sono piccoli (circa 12 g), di forma ovale, con buccia liscia di colore arancio intenso, ricca di oli essenziali, persistenti sull’albero. L’endocarpo è formato da 4 segmenti leggermente acidi con 2-8 semi, tipicamente monoembrionici. Questa caratteristica genetica ha favorito la formazione di ibridi naturali. In Italia il Kucle, probabile incrocio con il clementine, è coltivato a scopo ornamentale. Negli Stati Uniti, nel 1965, da un semenzale è stato selezionato l’ibrido Nordmann Seedless, che produce frutti quasi apireni. In Sicilia sono coltivati pochi ettari di questa specie in coltura specializzata. Il frutto è raccolto tra febbraio e aprile e commercializzato in confezioni di 0,5-1,0 kg negli spazi dei supermarket dedicati ai prodotti esotici. Come pianta ornamentale si rinviene frequentemente nei giardini pubblici e privati. A Dade City (Florida) ogni anno si svolge il festival del kumquat, espressamente dedicato a questo agrume e ai prodotti trasformati, come gelatine, canditi e liquori.

Kumquat rotondo o Marumi
In Europa, il botanico svedese Carl Peter Thunberg fu il primo a descrivere le caratteristiche del kumquat rotondo [F. japonica (Thunb.) Swing.] nel trattato Flora Japonica del 1784. Questo kumquat è originario dal Giappone, dove è detto Kin Kan o Marumi, e sembrerebbe essere il prodotto dell’incrocio naturale tra il kumquat ovale e un altro kumquat non bene identificato. In Italia è conosciuto come kumquat a frutto rotondo e non risulta coltivato a livello industriale. La scarsa persistenza del frutto sull’albero, dopo la maturazione fisiologica, fa sì che questa specie sia scarsamente utilizzata anche nell’ambito del vivaismo ornamentale. È presente nelle collezioni di germoplasma e sporadicamente si rinviene nei giardini privati. L’albero sviluppa scarsamente e ha rami di colore verde, leggermente spinescenti, e foglie che, rispetto a quelle del kumquat ovale, evidenziano una rotondità più pronunciata nella parte mediana della lamina e piccole alette sul picciolo. I frutti sono rotondi, talvolta leggermente ovali, di pezzatura inferiore a quelli del Nagami (circa 10 g), con buccia sottile di colore giallo-arancio intenso. L’endocarpo è formato da 5 segmenti che contengono ognuno 1-2 semi poliembrionici con cotiledoni ed embrioni verdi. I frutti, consumati allo stato fresco, risultano di gusto gradevole, scarsamente dotati di oli essenziali e poco aciduli. I possibili usi culinari sono la canditura, le conserve in salamoia, la preparazione di marmellate e gelatine; i frutti affettati vengono utilizzati come ingredienti delle insalate e in alcuni paesi orientali sono aggiunti al tè.

Kumquat a frutto grande e rotondo o Meiwa
L’origine del kumquat Meiwa (F. crassifolia Swing.) non è nota e, secondo Swingle, potrebbe essere un semenzale ibrido derivato dall’incrocio tra il kumquat ovale e il Marumi. Risulta essere estesamente coltivato in Cina, nella provincia di Chekiang e, in modo più limitato in Giappone, nella prefettura di Fukuoka, dove è segnalata anche una mutazione con foglie e frutti variegati. In Italia, dove è conosciuto come Meiwa, non è coltivato in agrumeti specializzati, ma è presente nelle collezioni di germoplasma o, come pianta singola, nei giardini. Trova scarsa utilizzazione nell’ambito del vivaismo ornamentale per la non eccellente tenuta dei frutti maturi sull’albero. La semidormienza lo rende tollerante alle basse temperature invernali. È soggetto alle disfunzioni fisiologiche da carenza di zinco, che riduce la dimensione delle foglie e raccorcia la lunghezza degli internodi dei rametti. Questi sono scarsamente spinescenti. Una selezione nucellare, diffusa da qualche anno nei vivai ornamentali, è completamente priva di spine. La fioritura è abbondante e tipicamente estiva. I frutti hanno caratteristiche marcatamente distintive rispetto al Marumi, in quanto, pur essendo di forma rotondeggiante, sono di maggiore pezzatura (circa 15 g), con buccia di colore arancio non particolarmente intenso e scarsamente dotata di oli essenziali; l’endocarpo ha un maggiore numero di segmenti (6-7), la polpa è meno succosa e acida. I semi, poliembrionici, sono in numero limitato per frutto (3-5) con cotiledoni ed embrioni verdi. Consumati allo stato fresco, i frutti sono più gradevoli e dolci del Nagami e si prestano ottimamente per essere trasformati in canditi, marmellate, gelatine e liquori.

Kumquat a frutto molto piccolo o kumquat selvatico di Hong Kong

Il kumquat di Hong Kong [F. hindsii (Champ.) Swing.] produce il frutto più piccolo del genere Fortunella, di forma rotondeggiante, che raramente supera un centimetro di diametro. La forma selvatica di questa specie si rinviene nel territorio di Hong Kong, da cui prende anche il nome, e nelle province cinesi del Chekiang e Kwangtung ed è naturalmente tetraploide. In Giappone è noto come Mame o Hime Kinkan. Una forma diploide coltivata, di solito chiamata kumquat fagiolo d’oro, ha frutti leggermente più grandi, foglie più sottili e spine più corte. L’albero sviluppa scarsamente e ha lunghe spine anche sui rami fruttificanti, foglie piuttosto piccole, di forma ovale, con lamina di colore verde molto intenso, piccioli senza alette o appena accennate. La fioritura è abbondante e si differenza dagli altri kumquat, in quanto si inizia nella stagione primaverile. I frutti, non eduli e non particolarmente profumati, pesano 0,6-1,5 g e sono rotondi o leggermente ovali, con buccia sottile e liscia, di colore giallo-arancio molto intenso a maturazione. L’endocarpo, di colore aranciato, è composto da 4 segmenti scarsamente succosi. I semi, in numero di 3-4 per frutto, sono piuttosto piccoli, scarsamente poliembrionici, con cotiledoni ed embrioni di intenso colore verde. In Italia questo kumquat non è presente in impianti commerciali. Trova discreta utilizzazione nei vivai ornamentali per produrre piante di piccola taglia che emulano i tradizionali bonsai giapponesi. Un ibrido recentemente ottenuto da libera impollinazione appare piuttosto promettente per l’utilizzo ornamentale. Lo sviluppo e la morfologia della chioma sono simili a quelle della F. hindsii, mentre i frutti, più persistenti sull’albero, risultano di maggiore pezzatura, forma ovale e colore giallo brillante.

Kumquat a frutto molto grande e rotondo o Changshou
Questo kumquat, chiamato in Cina Changshou (F. obovata hort. ex Tan.) e in Giappone Fukushu, secondo Swingle è il prodotto dell’incrocio naturale tra due specie di kumquat, non bene identificate. L’albero, vigoroso e produttivo, ha portamento globoso, rami fitti con internodi ravvicinati e corte spine sui rami più vecchi, assenti sui rami fruttificanti. Le foglie, di forma ovale, sono più grandi rispetto a quelle degli altri kumquat, con margine crenato e apice arrotondato. Il picciolo è privo di alette. I frutti hanno forma tipicamente obovata e peso maggiore rispetto agli altri kumquat (25-35 g), con base e apice leggermente incavati. La buccia è piuttosto sottile, di colore giallo-arancio brillante. La polpa è scarsamente acidula e composta da 6-7 segmenti che contengono 5-6 semi. Questi sono di media dimensione, poliembrionici, con cotiledoni ed embrioni verdi. Nei vivai ornamentali è discretamente utilizzato e apprezzato. Coltivato in vaso, infatti, sviluppa una folta chioma e un’abbondante fruttificazione. La persistenza del frutto maturo sull’albero è tuttavia inferiore rispetto a quella del kumquat ovale. I frutti consumati allo stato fresco risultano più dolci di quelli del Nagami, per la scarsa quantità di oli essenziali della buccia e l’acidità della polpa. Inoltre, opportunamente sbucciati e privati dall’albedo, si prestano per la preparazione di squisite confetture.

Chinotto

L’introduzione del chinotto (C. myrtifolia Raf.), come anche quella di altri agrumi, è attribuita ai navigatori liguri del Cinquecento. Anche se molti dati storici fanno riferimento all’introduzione nell’area mediterranea dalla Cina, secondo alcuni autori la specie dovrebbe essere individuata come arancio delle Indie orientali, in quanto molto simile al Suntara, frutto a cui si attribuiscono proprietà terapeutiche. Secondo altri il chinotto potrebbe essersi originato come mutazione spontanea nell’area del Mediterraneo. Il Ferrari nel 1646 ne descrisse le caratteristiche in Hesperides e il Volkamer, 67 anni dopo, lo indicò come aranzo nanino da China in Hesperides Norimbergenses. Le foglie, molto piccole e di forma simile a quelle del mirto, ne hanno determinato la classificazione botanica. L’albero sviluppa scarsamente e si differenzia dagli altri agrumi anche per la particolare caratteristica dei rametti con internodi molto ravvicinati (da 2 a 5 mm). I fiori sono piccoli e bianchi con antere ricche di polline. Le foglie hanno forma ovata con apice appuntito e margine intero. La produzione è abbondante. I frutti possono essere singoli o riuniti in gruppi, particolarmente, nella parte apicale dei rametti, di piccola pezzatura (30-60 g), con apice stilare incavato e buccia di medio spessore, di colore arancio intenso, ricca di oli essenziali. In Liguria è stato coltivato tra il 1800 e il 1930. Nel 1877 la ditta francese Silvestre-Allemand si trasferì, infatti, a Savona per avviare il processo di trasformazione dei frutti, che erano stabilizzati in salamoia e rivenduti in Francia per essere canditi e utilizzati nella preparazione di dessert dal gusto dolceamaro. Le gelate che colpirono il territorio di Savona, dopo il 1930, determinarono il declino di questa coltura. Nel 2000, infatti, le statistiche ISTAT censivano soltanto 1 ettaro di chinotto coltivato in Italia. Dal 2004 il chinotto di Savona, prodotto sia lungo la costa sia nell’immediato entroterra tra Varazze e Finale Ligure (Savona), fa parte del presidio Slow Food, istituito per valorizzare i prodotti trasformati (bibite, marmellate, liquori e frutti canditi) secondo antiche ricette. In Sicilia, in questo ultimo decennio, sono stati effettuati investimenti produttivi per circa 10 ettari, sotto lo stimolo di una nota ditta nazionale che produce l’omonima bibita. Nell’ambito della collezione di germoplasma del CRA-ACM è anche presente una selezione, sempre a internodi corti, ma con foglie più larghe del tipico chinotto.

 


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