Volume: il pesco

Sezione: coltivazione

Capitolo: allevamento e potatura

Autori: Carlo Fideghelli

Tra le specie arboree da frutto, il pesco è probabilmente quella sulla quale i tecnici si sono maggiormente concentrati alla ricerca di sempre nuove e diverse soluzioni per trovare la forma di allevamento più razionale. Ne consegue la grande variabilità di modelli oggi disponibili e applicabili in funzione delle diverse condizioni operative: peschicoltura da consumo fresco o da industria, azienda familiare o di grandi dimensioni, elevata o contenuta disponibilità di capitali, presenza di mano d’opera specializzata o di maestranze comuni ecc. In futuro, il panorama, già ricco di tante soluzioni alternative, è destinato a complicarsi o, se si preferisce, ad arricchirsi ulteriormente, grazie all’attività del miglioramento genetico che sta operando intensamente per valorizzare genotipi caratterizzati da habitus vegetativi completamente differenti da quello tradizionale che è stato alla base della peschicoltura dalle sue origini ai nostri giorni.

Influenza dell’habitus vegetativo

L’habitus vegetativo più comune, caratteristico di tutte le varietà attualmente coltivate, corrisponde a quello di un albero di forma globosa che raggiunge dimensioni medie, in altezza e diametro, di 4-6 metri. Il pesco è una specie basitona, ciò significa che un ramo verticale, lasciato vegetare liberamente, produce germogli più vigorosi alla base e progressivamente meno vigorosi verso l’apice. Accanto a questo genotipo, che possiamo definire standard, ne sono noti altri che, da qualche tempo, vengono utilizzati in programmi di miglioramento genetico: compatto, seminano, nano, colonnare, piangente.
Habitus compatto. Caratterizzato da un albero di dimensioni ridotte del 40-50% rispetto allo standard, la lunghezza dell’internodo è simile o inferiore a quello standard, l’angolo di inserzione delle branche e dei rami è più ampio, il ramo misto è più lungo e il numero di rami per centimetro di branca è più elevato, rispetto sia allo standard sia al seminano. Come risultato, l’albero ha una chioma piuttosto densa.
Habitus seminano. Caratterizzato da un albero di dimensioni analoghe a quello compatto (40-50% in meno rispetto allo standard) e da internodo più corto, mentre gli altri parametri (lunghezza del ramo misto, angolo di inserzione delle branche, numero di rami per centimetro di branca) sono più simili allo standard. In queste condizioni si ha una migliore penetrazione della luce all’interno della chioma rispetto al compatto e simile allo standard.
Habitus nano. Caratterizzato da un albero di dimensioni molto ridotte, di altezza variabile da 1,5 a 2,5 m, internodi molto ravvicinati (3 volte più corti rispetto allo standard), rami di un anno molto corti, un maggior numero di rami per centimetro di branca, angolo di inserzione delle branche stretto e chioma molto densa a causa, principalmente, della densità e delle dimensioni delle foglie; di conseguenza vi è una più bassa penetrazione della luce rispetto agli altri tipi vegetativi.
Habitus colonnare. Definito anche, secondo la terminologia inglese, Pillar, è caratterizzato da angoli di inserzione delle branche molto stretti che conferiscono all’albero un portamento assurgente simile a quello del cipresso. L’albero raggiunge dimensioni, in altezza, analoghe a quelle dello standard. La forma naturale di questo genotipo è particolarmente adatta per la potatura di allevamento a fusetto, con ridottissimo numero di interventi manuali. Con questo tipo di habitus, recentemente, sono state messe in commercio alcune cultivar, una delle quali, Alice Up, frutto del miglioramento genetico italiano.
Habitus piangente. È caratterizzato da un portamento ricadente della vegetazione e da un albero di dimensioni ridotte, rispetto allo standard, del 40-50%. Questo fenotipo è oggi utilizzato come pianta ornamentale, ma si ritiene che abbia una potenzialità anche per la produzione commerciale dei frutti, allevando l’albero a doppio cordone verticale sui quali siano inseriti rami a frutto. Una tale forma di allevamento consentirebbe l’esecuzione di tutte le operazioni da terra.

Influenza del portinnesto

Nonostante l’impegno di numerosi istituti di ricerca, nessun portinnesto veramente nanizzante del pesco, analogo all’M9 del melo e al Gisela 5 del ciliegio, è stato finora individuato, e anche per l’immediato futuro non si intravvedono soluzioni a questo problema. Sono, comunque, disponibili portinnesti che consentono di controllare le dimensioni delle piante innestate del 20-30% rispetto al franco tradizionale, più adatti per impianti a elevata densità, governabili da terra, come l’Mr.S.2/5, l’Ishtara, il PS A5.

Influenza delle condizioni ambientali

La frequenza e la severità delle gelate invernali influenza la scelta dell’altezza della prima impalcatura da terra e dell’intera chioma fruttificante, in quanto è noto che i danni da freddo più gravi si manifestano entro 1-2 m dal suolo. Il rischio della grandine condiziona ugualmente i tempi e l’intensità della potatura estiva che è opportuno rinviare a dopo la raccolta per ridurre i danni sui frutti in caso di evento grandinigeno.

Influenza delle condizioni colturali

La densità di impianto e la forma di allevamento possono essere influenzate dalla natura del terreno e dalla disponibilità o meno dell’irrigazione, fattori che possono modificare in misura importante la vigoria delle piante. In una prova di confronto tra vasetto ritardato e ipsilon (Y), condotta nel metapontino, è stata messa in evidenza la netta differenza di consumo idrico per ettaro, più elevata nella forma a Y, ma anche la migliore efficienza idrica di quest’ultima forma. Anche la giacitura in pianura o in collina e la relativa sistemazione del terreno determinano le scelte del peschicoltore per quanto riguarda la forma di allevamento. Fortemente condizionante l’allevamento delle piante è la coltivazione in serra che, al Sud, ha assunto una certa rilevanza. Una differenza importante esiste tra la piccola azienda familiare e la grande azienda, per le quali i criteri di valutazione dei costi della mano d’opera e la disponibilità di capitali iniziali, le dimensioni degli appezzamenti e degli impianti frutticoli sono, spesso, molto diversi. La presenza in azienda di carri raccolta, sia per precedenti impianti peschicoli sia per la presenza di altre colture frutticole, può orientare il peschicoltore verso forme di allevamento a parete verticale piuttosto che verso forme adatte alla gestione delle piante da terra. Infine, l’esistenza o meno di una tradizione peschicola, in una determinata zona, ha forti influenze sull’evoluzione della tecnica colturale in generale e della potatura di allevamento in particolare.

Forme di allevamento

L’Italia è il Paese dove le forme di allevamento e la densità di piantagione hanno fatto registrare la maggiore evoluzione. Le ragioni di questo dinamismo sono principalmente legate all’inventiva dei tecnici e dei frutticoltori nonché all’attività di ricerca che, a differenza di quanto avviene in altri Paesi, dedica da sempre a questo aspetto della tecnica colturale costante attenzione, verificando sperimentalmente le nuove proposte che vengono dalla base e proponendone, a sua volta, di nuove. In Italia, a cominciare dalla fine degli anni ’50, la potatura ha vissuto una vera e propria rivoluzione con l’adozione della palmetta a branche oblique, che introduceva alcuni nuovi concetti in grado di guidare, anche negli anni successivi, l’evoluzione della peschicoltura moderna. I principi innovativi della palmetta erano essenzialmente i seguenti: – adattamento della forma di allevamento alle macchine per una più razionale e integrata meccanizzazione; – aumento della densità di impianto per raggiungere più rapidamente il massimo sviluppo della pianta e, pertanto, la piena fruttificazione. L’incremento del numero di piante per ettaro è il fattore che ha contribuito maggiormente a ridurre il periodo improduttivo iniziale e a consentire medie produttive molto elevate. Prove sperimentali effettuate confrontando densità di piantagione crescenti, fino a 10.000 piante per ettaro, hanno evidenziato come, oltre le 1500-2000 piante, con i portinnesti Franco e GF 677, si verifichi uno scadimento qualitativo della produzione (minore pezzatura, minore colorazione e minore consistenza dei frutti). E comunque, anche con densità dell’ordine di 1000-1500 piante per ettaro, assume un’importanza fondamentale la potatura verde, che deve essere eseguita almeno 2 volte nella stagione, al fine di assicurare quella qualità che il mercato oggi richiede e per rispettare i principi della produzione integrata. Pur essendo la palmetta una forma nettamente più lontana da quella naturale rispetto al vaso, veniva adottato il principio di limitare al massimo gli interventi cesori nella fase di allevamento, per consentire alla pianta di raggiungere il più rapidamente possibile il massimo sviluppo. Questi principi sono stati, da allora, adottati per tutte le forme di allevamento che, dagli anni ’60 a oggi, sono state introdotte nella nostra peschicoltura e hanno fortemente influito sulla sua eccezionale espansione. Le forme a parete verticale (alla palmetta è seguito, alla fine degli anni ’70, il fusetto) hanno, oggi, perso una parte della loro validità a causa della mancanza di idonei portinnesti nanizzanti che consentano, come nel melo, di contenere l’altezza della pianta e di eliminare i carri raccolta il cui costo è molto elevato. Pur essendo ancora adatte in determinate condizioni socioeconomiche, oggi tendono a prevalere le forme in volume, contenute in altezza, che permettono di eseguire tutte le operazioni manuali da terra, con una sensibile riduzione dei costi di gestione del pescheto. Anche le forme a parete inclinata, seppure in misura minore, si sono affermate per i vantaggi di produttività e di gestione da terra. Di seguito vengono descritte le forme di allevamento più importanti secondo il seguente schema: – in volume: vaso e sue varianti; – a parete verticale: palmetta e fusetto; – a pareti inclinate: Tatura trellis Y e V. Da ormai molti anni l’unico sesto adottato è il rettangolo che risponde bene alle esigenze delle forme di allevamento in volume e a parete verticale, mentre per l’Y il sesto a triangolo consente una più razionale intercettazione della luce.

Materiale di propagazione

Indipendentemente dalla forma di allevamento, l’impianto può essere realizzato con diverso materiale di propagazione: astone, pianta a gemma dormiente, portinnesto innestato a dimora.

Impianto con astone
In generale, l’astone dà le maggiori garanzie di riuscita dell’impianto, soprattutto quando questo abbia dimensioni importanti. Assimilabili all’astone innestato si possono considerare le piante autoradicate, propagate in vitro e fatte crescere in vivaio per una stagione. Le piante micropropagate, ma anche le piante innestate, sono, a volte, vendute in fitocella, quando la loro altezza è di circa 40-50 cm, e trapiantate a dimora a fine primavera. Il comportamento vegetativo di tali piante è più assimilabile a una pianta trapiantata a gemma dormiente che ad un astone. Analogo alla pianta autoradicata in vitro è l’astone ottenuto mediante microinnesto, utilizzando un portinnesto da vitro, del diametro di 2-3 mm, posto in fitocella. Anche in questo caso la piantagione a dimora si può fare, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, con astoni di 50-60 cm di altezza, innestati 5-6 mesi prima o può essere rinviata a fine anno con astoni di un anno d’innesto. L’astone ideale è di medie dimensioni, ben lignificato e rivestito di gemme a legno fin dalla base, con un apparato radicale costituito di numerose radici non eccessivamente grandi. A seconda della forma di allevamento, ma anche della qualità delle piante, l’astone viene spuntato poco sopra il punto d’innesto, oppure a circa 60 centimetri da terra (altezza della prima impalcatura) o lasciato intero. Nel primo caso, si alleverà un solo germoglio che darà origine al tronco e alle branche primarie; nel secondo caso, tra i germogli che cresceranno sotto il taglio di spuntatura, si sceglieranno quelli che costituiranno la prima impalcatura e l’eventuale prolungamento del fusto; nel terzo caso, infine, le branche primarie saranno formate o dai rami anticipati presenti sull’astone e non eliminati o, più facilmente, da germogli scelti tra quelli originati dalle gemme presenti sull’astone o alla base dei rami anticipati spuntati.

Impianto a gemma dormiente
Nelle regioni fredde deve essere effettuato dopo il pieno dell’inverno e quando la gemma dell’innesto è leggermente mossa; si avrà così la certezza di non mettere a dimora piante la cui gemma non è attecchita o, comunque, è morta. In linea generale, il germoglio da gemma dormiente è meno vigoroso di quello dell’astone ribattuto. L’ottenimento delle branche di 1° ordine nella prima stagione vegetativa risulta a volte difficoltoso a causa dello scarso vigore del germoglio. In tal caso si interverrà nel periodo di riposo vegetativo, al termine del primo anno, spuntando la pianta all’altezza della prima impalcatura.

Impianto con selvatico innestato a dimora
Il caso più frequente è l’impianto del selvatico a radice nuda, spuntato a 10 cm da terra, allevando un solo germoglio; se il portinnesto è vegetante, in fitocella, sarà lasciato intero. In estate, si innesterà a gemma dormiente con 2-4 gemme per pianta a 15-20 cm da terra, se si opererà su piante esili; se, invece, il selvatico risulterà particolarmente robusto, si potranno innestare 4-5 gemme a 40-60 cm da terra. Tra queste, se l’attecchimento in primavera sarà buono, si sceglieranno le branche della prima impalcatura.

Impianto con astone intero
A meno che i rami anticipati non siano ben lignificati e ben posizionati, è opportuno spuntarli a 2-3 gemme, asportando anche 10-20 cm della cima per favorire una più vigorosa ripresa vegetativa dell’apice. Le condizioni perché questo tipo di impianto dia risultati positivi sono: – disponibilità di astoni ben lignificati e rivestiti di gemme; – terreni freschi o irrigui.

Forme in volume

Vaso classico
Il vaso classico, che da sempre è stato la sola forma di allevamento per il pesco, è oggi limitato agli impianti di tipo familiare e, con alcune varianti, agli impianti di percoche (pesche per l’industria) da raccogliere meccanicamente. La distanza d’impianto è di 5-6 x 5-6 m con un sesto quadrato o a rettangolo. Anche per il vaso, i dettagli di potatura variano a seconda che si parta da astone innestato, da gemma dormiente o da selvatico da innestare a dimora.

Vaso ottenuto da astone innestato

Potatura del primo anno. L’astone si spunta a circa 60 cm dal suolo e si eliminano i rami anticipati presenti, avendo cura di lasciare, come già ricordato, un tratto basale di circa 1-2 cm, in quanto i rami anticipati del pesco sono sprovvisti di gemme ascellari. Può accadere che l’astone sia dotato di buoni rami anticipati; in questo caso si scelgono i tre migliori per la formazione delle tre branche primarie. Quando i nuovi germogli sono lunghi 15-20 cm, si scelgono i tre che costituiranno le branche principali; è bene che distino tra loro una decina di centimetri e siano ruotati di 120°. I germogli in soprannumero, in parte si eliminano (i più vicini a quelli scelti), in parte si spuntano. Si predispone il cavalletto di canne inclinate di 45°. Si fissa la prima canna secondo la direzione del filare, le altre due spostate di 120° e di 240°. Quando i germogli sono lunghi 30-40 cm, si legano alle canne. Il cavalletto ha la duplice funzione di dare la giusta inclinazione alle branche e di evitare che queste si rompano a causa di vento o urti. È abbastanza frequente il caso di piante che hanno germogli soltanto alla base. Quando ciò accade si lascia un solo germoglio e lo si alleva verticale fino all’altezza di 80-90 cm, quindi si spunta a circa 60 cm. Le tre branche si sceglieranno dai rami anticipati che verranno emessi, numerosi, sotto il punto di taglio. In buone condizioni di vigoria, fin dalla prima vegetazione, è possibile scegliere le branche secondarie di 1° e 2° ordine. Le branche secondarie di primo ordine si scelgono tra i rami anticipati, inseriti lateralmente sulle branche primarie a 40-60 cm dall’inserzione sul tronco. Le tre branche secondarie devono essere sullo stesso lato rispetto alle branche primarie. Il secondo ordine di branche secondarie sarà scelto a 90-110 cm dalle prime, ma sul lato opposto rispetto alle branche principali. Frequenti e leggeri interventi di potatura verde dovranno controllare la vegetazione dei germogli concorrenti, in modo da favorire il più rapido sviluppo della struttura scheletrica. È importante che la potatura verde sia molto leggera, in modo da ridurre il meno possibile la superficie fogliare. Quando i germogli prescelti per la formazione dello scheletro hanno raggiunto un conveniente sviluppo, è bene eliminare completamente quelli lasciati inizialmente sul tronco e soltanto spuntati. La potatura verde risulterà facile e razionale se prima sarà ben chiaro lo schema definitivo delle piante: gli interventi estivi saranno fatti soltanto per guidare l’accrescimento della struttura scheletrica. In alcuni casi sarà necessario intervenire con divaricatori (la comune canna inserita tra i due rami da distanziare è il divaricatore più pratico) per evitare che le branche secondarie sviluppino più delle primarie oppure che una o due delle primarie sviluppino più delle altre. L’inclinazione definitiva delle branche secondarie è di circa 30° rispetto alle primarie.
Potatura del secondo anno. A seconda delle condizioni agronomiche e ambientali, alla fine del primo anno, la pianta può essere costituita dalle sole tre branche primarie, dalle primarie più le secondarie di primo ordine o dalle primarie più i primi due ordini di secondarie. Indipendentemente, comunque, dallo sviluppo delle piante, la potatura invernale si limiterà all’isolamento dei prolungamenti dei vari assi che costituiscono lo scheletro (taglio dei rami anticipati presenti sui 20-30 cm distali) e alla piegatura o eliminazione dei rami troppo vigorosi e male inseriti. Se, comunque, la potatura verde sarà stata accurata, l’intervento in inverno sarà limitato a pochissimi tagli di diradamento. Ricordato che piegando una branca la si indebolisce mentre raddrizzandola questa si rinforza, l’inclinazione delle branche di vario ordine si farà piegando di più quelle vigorose e piegando di meno, o lasciando libere, quelle deboli. Anche in inverno, una canna inserita tra le due branche che si desidera distanziare è il mezzo più pratico per fare questa fondamentale operazione di potatura. La mancanza di una intelaiatura fissa rende questa prima fase della potatura del vaso più difficile e, comunque, richiede maggiore abilità rispetto alla realizzazione di una forma appoggiata a una struttura fissa di pali e fili. La potatura verde, nel corso della seconda vegetazione, segue lo schema già descritto per il primo anno: individuazione dei germogli che costituiranno lo scheletro, eliminazione dei concorrenti dei prolungamenti delle branche di vario ordine, spuntatura, curvatura e taglio di rami e germogli troppo vigorosi. Poiché già nel secondo anno la pianta fruttifica, è opportuno eliminare tutti o buona parte dei frutti portati dai rami prescelti per la formazione dello scheletro, mentre si lasceranno fruttificare abbondantemente gli altri rami e soprattutto i più vigorosi (a meno che la scarsa vigoria della pianta lo sconsigli). Due ordini di branche secondarie sono sufficienti per una razionale struttura scheletrica; più controverso è se lasciare branche terziarie permanenti, ci sono vantaggi in un caso e nell’altro. Senza le branche terziarie permanenti, la potatura di allevamento risulta più facile, ma, con l’invecchiamento della pianta, la vegetazione si sposta più facilmente verso l’alto dove l’illuminazione è migliore; le branche terziarie consentono una maggiore produzione nella parte basale, facilitando la raccolta da terra, e mantengono una buona attività vegetativa vicino al suolo anche nella fase adulta della pianta. Le branche terziarie sono una per ogni branca secondaria di primo e secondo ordine e partono da circa 50 cm dall’inserzione della secondaria sulla primaria. I criteri di scelta e di formazione sono gli stessi descritti per le branche di altro ordine; l’inclinazione definitiva deve essere prossima all’orizzontale. Una buona soluzione può essere quella di allevare più branchette terziarie non più lunghe di 50-60 cm e distanziate tra loro di circa mezzo metro.
Potatura del terzo anno. La pianta è ormai delineata in tutte le sue parti e la potatura invernale deve sia curare la formazione dello scheletro sia iniziare la potatura di produzione. Si devono in parte eliminare e in parte piegare i concorrenti dei prolungamenti delle branche, diradare i rami misti, soprattutto quelli inseriti in “schiena” che possono facilmente originare succhioni, piegare i rami più vigorosi, equilibrare le branche tra loro, modificando l’inclinazione con le canne o con i tiranti.
Potatura del quarto anno. Alla fine del terzo anno le branche hanno raggiunto, in linea di massima, la lunghezza definitiva e si possono iniziare i tagli di ritorno. La lunghezza media delle branche è di 2,5-3 m per le primarie, di 2-2,5 m per le secondarie di primo ordine, di 1-1,5 m per le terziarie di primo ordine. Le tre branche non devono mai essere cimate sul prolungamento dell’anno per evitare l’emissione di germogli vigorosi sotto il punto di taglio; il raccorciamento si deve fare sui rami di 2 anni (taglio di ritorno).

Vaso ottenuto dal selvatico innestato a dimora. L’innesto a dimora del pesco è ancora piuttosto diffuso e le soluzioni adottate sono numerose.

Utilizzazione di una gemma. Il portinnesto è piantato a dimora con le stesse modalità dell’astone innestato. Se è vigoroso, si spunta a 15-20 cm di altezza e in primavera verrà scelto un unico germoglio per formare la pianta, in caso contrario viene lasciato intero. In agosto-settembre, si innestano due gemme all’altezza di 25-30 cm, sul lato a Sud e, comunque, su quello riparato rispetto agli agenti atmosferici (per es. venti dominanti). Alla fine dell’inverno, si spunta il portinnesto sopra le due gemme e i due germogli, derivati dalle gemme innestate, si allevano fino a quando hanno raggiunto la lunghezza di 20-30 cm, dopo di che si sceglie il migliore e si spunta il secondo. I germogli del soggetto vengono in parte eliminati (quelli in diretta concorrenza con quelli del gentile), in parte spuntati, fino a quando i germogli innestati non hanno raggiunto una lunghezza di 20 cm circa, dopo di che i germogli selvatici si eliminano completamente. È bene porre vicino alla pianta una canna cui legare il germoglio prescelto. La branche verranno scelte, con i criteri già descritti, tra i numerosi rami anticipati che si formano sul fusto. Le piante ottenute da una sola gemma raggiungono naturalmente il migliore equilibrio vegetativo tra asse centrale e branche laterali senza che, durante la prima vegetazione, sia necessario intervenire con piegature. A meno che il soggetto sia molto vigoroso, questo metodo di formazione della pianta è più razionale di quelli descritti qui di seguito. Del tutto simili sono le operazioni necessarie nel caso dell’impianto fatto con piante innestate a gemma dormiente.

Utilizzazione di tre gemme. All’epoca dell’innesto, si innestano 4-5 gemme a 40-60 cm dal suolo. La spuntatura del soggetto si effettua, come sempre, prima della ripresa vegetativa. I germogli del soggetto si trattano come nel caso precedente, mentre tra i 4-5 germogli gentili si sceglieranno i tre meglio inseriti e sviluppati per la formazione delle 2 branche primarie. I germogli soprannumerari inizialmente si spuntano, nel timore che qualcuno dei tre prescelti possa rompersi; successivamente si eliminano. In questo caso il cavalletto di tre canne è molto utile sia per prevenire rotture al punto d’innesto, sia per dare la giusta inclinazione alle branche. Gli interventi successivi sono quelli già descritti per l’impianto con astone innestato.

Utilizzazione di sei gemme. Quando il selvatico è molto vigoroso si può spuntare durante la stagione e allevarlo a vaso, come fosse un astone innestato. In agosto-settembre, si innesterà una coppia di gemme su ognuna delle tre branche, sulla loro parte superiore ma leggermente spostate di lato. Il vantaggio di questa soluzione rispetto alla precedente è una maggiore robustezza, almeno iniziale, dell’inserimento delle branche sul tronco.

Vaso veronese
Il vaso veronese è costituito da tre branche primarie inserite su un tronco alto da terra 40-50 cm, distanziate regolarmente fra loro e inclinate di 50°-55° rispetto alla verticale. La distanza di impianto normalmente adottata è di 6 x 3-4, con un sesto a rettangolo. Lungo le branche primarie sono allevate 6-8 branchette di dimensioni decrescenti dalla base verso l’apice. La massima altezza della pianta è di 2,50-2,70 m al fine di poter effettuare tutte le operazioni manuali da terra ed è raggiunta nella terza o quarta vegetazione, a seconda del tipo di impianto (astone, gemma dormiente, “selvatico”), della fertilità del suolo e delle cure colturali. Il controllo dell’altezza della pianta è fatto mediante tagli di ritorno eseguiti fra la fine di agosto e la metà di settembre; ciò consente di sfruttare per uno-due mesi, prima del riposo vegetativo, una migliore illuminazione delle parti più basse e interne della chioma, senza avere riscoppi vegetativi al punto del taglio. Questo intervento si può già considerare un anticipo della potatura invernale, mentre la potatura verde vera e propria si esegue in primavera-estate, all’epoca del diradamento e in prossimità della raccolta, allo scopo sia di guidare la formazione della pianta sia di favorire la colorazione dei frutti. Le potature verdi non devono essere eccessivamente severe per non provocare uno stress nella pianta e un successivo riscoppio vegetativo. I tagli sono limitati quasi esclusivamente, alle parti alte delle branche e all’interno del vaso, mentre, nelle parti basse, si darà la preferenza alla torsione dei germogli più vigorosi. Oltre al tipo di vaso appena descritto esistono alcune varianti ugualmente interessanti e razionali.

Variante n. 1. Nelle aree dove la frequenza delle gelate primaverili o, comunque, il rischio di danni da freddo è elevato, l’altezza del tronco è di 90-100 cm; in tal caso, l’inclinazione delle branche è vicina ai valori massimi precedentemente indicati.

Variante n. 2. La distanza tra le tre branche non è di 120°, in quanto una branca è perpendicolare al filare e le altre due sono orientate verso l’interfilare opposto con un angolo di circa 40° rispetto al filare stesso. La pianta successiva ha le branche posizionate, rispetto al filare, al contrario della pianta precedente, al fine di occupare lo spazio nel modo più completo e razionale possibile.

Variante n. 3. Il vaso è costituito da 4 branche, due verso un interfilare, due verso l’interfilare opposto. Questa forma è praticamente identica a quella che i francesi chiamano doppia Y e, in effetti, questa variante del vaso veronese, così come la variante n. 2, più che una forma in volume, tende a costituire due pareti inclinate del tutto simili all’Y.

Vasetto ritardato
Allo scopo di ridurre i costi di produzione, in provincia di Ravenna, alla fine degli anni ’70, è stata diffusa un’originale forma di allevamento in volume associata a una densità di impianto di 500-600 piante per ettaro (5,5-6,0 x 3-4 m) e, all’epoca, all’uso del portinnesto seminanizzante GF 1869: – l’impianto si esegue preferibilmente con astoni non spuntati e con buoni rami anticipati. I rami anticipati formatisi in vivaio sono caratterizzati da un ampio angolo di inserzione sull’asse centrale; ciò garantisce la formazione di una struttura scheletrica solida e razionale. Nel caso l’astone sia troppo vigoroso, o comunque di cattiva qualità e sprovvisto di buone gemme a legno, è preferibile spuntarlo a 10-15 cm sopra il punto d’innesto e ricostituire la pianta da un nuovo germoglio. Anche le piante a gemma dormiente si possono utilizzare per questa forma di allevamento; – la potatura dei primi 2 anni (a volte 3) è ridotta praticamente a zero, a eccezione dell’eliminazione dei rami inseriti sui primi 40 cm di tronco. La permanenza dell’asse centrale per i primi due anni favorisce la formazione di branche laterali correttamente aperte senza dover intervenire con canne divaricatrici o tiranti, facilitando notevolmente la potatura di formazione; – nel corso della seconda vegetazione si ottiene già una buona produzione, nei casi più favorevoli, dell’ordine di 50-70 q/ha, a seconda delle cultivar, della qualità degli astoni, della natura del terreno, delle cure colturali; – nel terzo anno, dopo la raccolta, (in caso di scarso sviluppo nel 4° anno) si procede alla spuntatura dell’asse centrale a un’altezza da terra di 70-80 cm in modo da lasciare sul tronco 3-5 branche permanenti. Se la lunghezza di queste branche è tale da superare l’altezza utile per eseguire tutte le operazioni da terra (2,50-2,70 m), si raccorceranno con un taglio di ritorno; nella terza vegetazione si può raggiungere la piena produzione; – la non potatura iniziale favorisce una precoce fruttificazione che, di per sé, esercita un certo controllo delle dimensioni della pianta; la drastica spuntatura dell’asse centrale e i tagli di ritorno annuali sulle branche, eseguiti a fine estate, completano il controllo in altezza della pianta stessa. Il vasetto ritardato è particolarmente valido in terreni poco fertili o dove sia applicabile la tecnica dello “stress idrico controllato”, con cultivar a vegetazione contenuta o con portinnesti poco vigorosi.

Vaso californiano
Per le cultivar da industria non esistono, nel nostro Paese, le condizioni economiche per l’introduzione della raccolta meccanica (cultivar a maturazione contemporanea, superfici estese), per cui vengono adottate le stesse forme di allevamento idonee per le cultivar da consumo fresco. Nella stessa California, dove le percoche sono più diffuse e la raccolta meccanica è applicata da molti anni, non più della metà dell’intera produzione è raccolta a macchina. La forma di allevamento adatta alle attuali macchine per la raccolta (costituite da uno scuotitore del tronco e da un telaio intercettatore) ha alcune peculiari caratteristiche che la distinguono dal vaso classico:
– l’altezza del tronco deve essere di 80-90 cm per consentire la facile presa delle ganasce dello scuotitore; – la struttura dello scheletro deve essere a cono rovesciato per evitare che i frutti delle parti alte della chioma si ammacchino durante la caduta, urtando le branche sottostanti; – le branchette che portano i rami a frutto devono essere sufficientemente corte per sentire le vibrazioni trasmesse al tronco dallo scuotitore. Il tipo di vaso studiato in California per la raccolta meccanica è costituito da tre branche primarie, impalcate a 80-90 cm dal suolo e che si biforcano a 1 m dall’inserzione sul tronco. L’inclinazione delle branche primarie e secondarie è di 30-35° rispetto alla verticale. Sulla struttura principale si allevano tante corte branchette sulle quali sono inseriti i rami misti e i mazzetti di maggio. Per la realizzazione di una tale forma, l’astone, posto a dimora, si spunta all’altezza di circa 1 m. Le tre branche primarie si scelgono con il criterio già illustrato. A seconda dello sviluppo, le tre branche primarie si possono spuntare in verde o in inverno per favorire la formazione della biforcazione. La spuntatura si farà una ventina di centimetri sopra il punto dove si vuole la biforcazione. Prove sperimentali di confronto tra il vaso “californiano” e la palmetta più o meno modificata, condotte nel nostro Paese, hanno dimostrato una minore produttività iniziale della prima forma di allevamento e una certa difficoltà a ottenere una struttura scheletrica aderente allo schema teorico. Sembra pertanto più valido, a nostro avviso, nel caso ci si orienti verso la raccolta meccanizzata, il vaso classico a tre branche primarie impalcate 20-30 cm più in alto, meno inclinate rispetto alla verticale (35°-40° invece di 45°-50°) e con branche secondarie più corte di quelle previste per la raccolta manuale. Riteniamo che un vaso così modificato sia più facile da realizzare di quello “californiano” e abbia più o meno gli stessi vantaggi alla raccolta.

Forme a parete verticale

Si è già ricordato come queste forme stiano perdendo importanza rispetto al passato, pur conservando una loro validità nelle condizioni socio-economiche adatte. In mancanza di validi portinnesti nanizzanti, la parete fruttifera, per consentire produzioni ottimali, deve essere alta circa 4 metri; ciò rende obbligatorio l’uso di carri a piattaforme laterali, oggi molto costosi. Le due forme d’allevamento del pesco che hanno dato una fisionomia alla peschicoltura italiana, a partire dagli anni ’60 fino agli anni ’90, sono state prima la palmetta e successivamente il fusetto. Certamente la palmetta, ma anche il fusetto, si giovano di una struttura permanente di pali e fili cui appoggiare lo scheletro delle piante. La struttura normalmente è costituita di pali (di legno o cemento), 4 m fuori terra, distanti 8-10 m fra loro, e 4 fili, il primo a 50-60 cm dal suolo, il secondo a 1,10 cm dal primo, il terzo a 1 m dal secondo e il quarto alla sommità dei pali.

Palmetta
Le distanze di impianto della palmetta, oggi, sono più contenute che in passato (4,5 x 3-3,5 m invece di 4,5-5 x 4,5-5 m); ciò comporta essenzialmente due vantaggi: una più precoce fruttificazione e una più rapida e facile creazione della struttura scheletrica costituita da un asse centrale e tre impalcature, la prima a 50-60 cm dal suolo, la seconda a 110-120 cm dalla prima, la terza a 90-100 cm dalla seconda. L’esperienza ha suggerito di non essere eccessivamente rigidi nella realizzazione della struttura così schematizzata, essendo preferibile sfruttare i rami disponibili, anche se non perfettamente posizionati alle distanze ideali, al fine di raggiungere rapidamente le dimensioni prefissate della parete fruttifera a scapito della regolarità della singola pianta (palmetta “libera”). L’allestimento dell’impalcatura formata di pali e fili è di grande utilità per una migliore, più facile e, in ultima analisi, più economica potatura. Il primo filo va posto a 50-60 cm dal suolo, il secondo a 100-120 cm dal primo, il terzo a 90-100 cm dal secondo. Nel caso di impianto dell’astone, questo, generalmente, viene spuntato all’altezza della prima impalcatura (50-60 cm), ma può anche essere lasciato intero. Entrambe le soluzioni sono valide e si preferisce l’una o l’altra a seconda delle condizioni in cui si opera e della qualità dell’astone. La spuntatura è la soluzione tecnicamente più semplice in quanto provoca lo sviluppo di 4-5 germogli vigorosi tra i quali è facile sceglierne tre per la formazione delle prime due branche e del prolungamento dell’astone. La spuntatura è preferibile anche quando si ritiene che l’attività vegetativa del primo anno sia modesta (ambienti siccitosi, terreni poco fertili, piantagione molto tardiva, astoni in cattive condizioni o sprovvisti di buone gemme nel tratto basale); la non spuntatura, in queste condizioni, può essere causa di un invecchiamento precoce della pianta o della formazione di una struttura scheletrica poco equilibrata. Alla fine del terzo anno, se il pescheto è ben condotto, le piante hanno raggiunto il massimo sviluppo ed entrano in piena produzione. La potatura verde si limita all’eliminazione dei succhioni e alla piegatura, torsione o spuntatura dei germogli più vigorosi. Alla fine del quarto anno è necessario eseguire tagli di ritorno sul fusto e sulle branche per contenere le dimensioni della pianta entro limiti fissati: in altezza, dalla possibilità di eseguire facilmente tutte le operazioni colturali; in larghezza, dalla competizione con le piante contigue. I tagli di ritorno si eseguono sul legno di due anni e immediatamente sopra un buon ramo misto che possa svolgere la funzione di cima. In alcune aree peschicole, la palmetta qui descritta non si è mai affermata, a causa, soprattutto, della prevalenza delle aziende di piccole dimensioni che non sempre trovano conveniente l’acquisto del carro a piattaforme. La palmetta interpretata dai tecnici e frutticoltori veronesi, per esempio, è sostanzialmente diversa da quella emiliano-romagnola ed è nota anche sotto il nome di Pal-spindel essendo costituita dalla prima impalcatura della palmetta con al centro un fusetto o spindel. Le distanze di impianto, di norma, sono 5 x 3, con la formazione di due grosse branche inserite a 50 cm da terra e un asse centrale rivestito di branchette a frutto che raggiunge l’altezza di 2,7 m o al massimo 3 m. Le due branche sono orientate nel senso del filare, inclinate a 45°-50° e al secondo-terzo anno, legate le une alle altre, formano una parete produttiva.

Fusetto
Il fusetto combina i vantaggi della parete fruttifera, come la palmetta, e della elevata densità. Le distanze di impianto, infatti, sono di 4,5-5 m tra le file e di 1,5-2 m tra le piante. La struttura scheletrica del fusetto è costituita da un asse centrale permanente e da branchette distribuite nell’arco di 360°, distanziate tra loro, in altezza, di 30-50 cm, più lunghe alla base dell’asse, man mano più corte verso la sommità dell’albero. Nel caso di impianto eseguito con astoni, si deve spuntare circa a 30 cm da terra per costituire la pianta da un nuovo germoglio. L’utilizzazione di un nuovo germoglio, sia nel caso di gemma dormiente sia di astone spuntato basso, consente di formare un vigoroso asse centrale ben rivestito, a partire dall’altezza di circa 40 cm dal suolo, di rami anticipati ad angolo di inserzione aperto, che costituiranno le branchette fruttifere del fusetto. Nel primo anno di vegetazione, durante la potatura verde, si elimineranno tutti i germogli sul tronco, sotto i 40-50 cm di altezza e si diraderanno i rimanenti. Se la potatura estiva è stata ben eseguita, tutta la vegetazione rimasta viene lasciata per la produzione del 2° anno. Nel corso della potatura verde della 2a foglia si proseguirà nel leggero diradamento dei rami, nella eliminazione di quelli troppo assurgenti e concorrenti con la freccia (il prolungamento dell’astone) e nell’apertura delle branche mediante tagli delle stesse immediatamente sopra un ramo laterale con apertura adeguata (sgolatura) o con opportune inclinazioni. In buone condizioni vegetative, alla fine del 3° anno o al massimo del 4°, le piante avranno ormai raggiunto il massimo sviluppo e si inizieranno i tagli di ritorno, nonché la normale potatura di produzione. Un’evoluzione del fusetto, applicata soprattutto in Francia, è l’“asse colonnare”, la cui distanza di impianto è di 4,5 x 1 m e la struttura scheletrica è praticamente costituita dal solo tronco (asse colonnare) su cui sono inserite cortissime branchette che portano i rami a frutto. Così come la palmetta, anche il fusetto ha avuto, nel veronese, un’evoluzione che ha portato a una forma sostanzialmente diversa da quella originaria e caratterizzata da una impalcatura di 3 branche a circa 50 cm da terra e da un asse centrale rivestito di branchette a frutto e contenuto a un’altezza di 2,5-3 m al massimo. La distanza di impianto generalmente adottata, in questo caso, è di 5 x 2 m. La competizione radicale, inoltre, gioca un ruolo importante sull’accrescimento della struttura scheletrica degli alberi; dopo il 5° anno i fusti mantengono invariato il loro diametro fin quasi al termine del loro ciclo produttivo.

Forme a pareti inclinate

Le pareti inclinate hanno necessità di una struttura permanente di sostegno, anche se possono essere realizzate senza, richiedendo, in tal caso, una notevole maestria da parte dei potatori. I pali, inclinati di 50°-70° rispetto al terreno, vanno posizionati a coppie, ogni 8-10 m lungo il filare. La loro lunghezza fuori terra è di 4,2-4,3 m per un’altezza da terra, alla sommità, di 5,5 m. Nel sistema a Tatura trellis ogni filare è indipendente da quelli contigui, mentre nell’Y o nel V i pali dei filari vicini sono legati insieme. Per questa ragione i pali del Tatura trellis devono essere più robusti e anche il numero di fili sugli stessi è più elevato (uno ogni 50-60 cm partendo da 50 cm da terra). Nell’Y i fili per ogni lato sono 2-3 (il primo a 50 cm da terra), più un filo alla sommità, all’incrocio dei pali.

Tatura trellis o Ypsilon
Il sistema di allevamento messo a punto, in particolare per il pesco da industria, da un gruppo di ricercatori della Stazione sperimentale di Tatura in Australia una trentina di anni fa ha suscitato interesse in molti Paesi frutticoli per la sua originalità e per le possibilità potenziali di meccanizzazione integrale quali il diradamento dei frutticini e raccolta per scuotimento e la potatura prevalentemente in verde mediante spuntatura dei rami, soprattutto nella parte superiore della parete inclinata, con barre falcianti scavallatrici. In effetti la meccanizzazione integrale non è applicabile alle cultivar per il consumo fresco, a causa dello scadimento qualitativo della produzione. Lo schema di piantagione del Tatura trellis prevede file orientate da Nord a Sud, distanziate di 5,5-6 m e con alberi distanziati 1 m sulla fila. Ciascun albero ha solo due branche a V orientate verso l’interfilare e che si dipartono da un tronco alto circa 50 cm. L’inclinazione delle branche rispetto al terreno è di 60-70°, la loro altezza finale è di circa 3,5 m, con un corridoio tra una fila e l’altra di 1-2 m alla sommità. Il sistema di allevamento prevede un’intelaiatura fissa di pali e di fili e un’accurata potatura di allevamento fino a quando non si è completata la struttura prevista. In Italia la forma a Y ha trovato la sua iniziale valorizzazione in impianti sotto serra, per l’anticipo di maturazione delle cultivar precoci, dove consente il vantaggio di poter posizionare i pali di sostegno della struttura della serra sul filare lasciando l’interfilare libero per il passaggio delle macchine, ma oggi è adottata anche in impianti di pieno campo per la produttività elevata e l’efficienza delle operazioni manuali. È stato dimostrato che l’ipsilon nelle cultivar tardive (più produttive) è più efficiente nell’impiego della manodopera rispetto al vasetto ritardato, mentre tale differenza non esiste nelle cultivar precoci (meno produttive). L’Y adottato in Italia si differenzia dal Tatura trellis per una distanza di impianto più stretta tra le file (4,5-5 m) e una maggiore distanza tra le piante (1,5-2 m). La minore distanza tra le file consente di legare tra loro, alla sommità, i pali di sostegno di due file contigue; ciò conferisce alla struttura una maggiore solidità e consente di limitare il numero di fili orizzontali a 2 per lato più un quinto alla sommità. La realizzazione di un’equilibrata e razionale struttura scheletrica è favorita dall’uso, nei primi 4-5 anni, di una canna per ciascuna branca, fissata ai fili. Il sesto più razionale è il triangolo per ridurre l’ombreggiamento reciproco delle branche contrapposte dei filari contigui che, invece, si ha con il sesto a rettangolo. Nel veronese l’Y è realizzato senza pali e senza fili con un sesto in rettangolo e distanze di 6 x 2 m. L’inclinazione delle branche è di circa 55° rispetto alla verticale ed è ottenuta mediante canne o tiranti, analogamente a quanto si fa in Francia con le forme “Dome Leydier” e “Doppio Y”. L’uso dei tiranti tende a formare branche leggermente convesse e tale curvatura stimola, più di quanto già non avvenga per la naturale basitonia del pesco, la formazione di vigorosi germogli sulla parte superiore delle branche stesse. Un’attenta e ripetuta potatura verde è necessaria per controllare tale vegetazione e per mantenere un buon equilibrio vegetoproduttivo e un rivestimento di buoni rami a frutto in tutte le parti della chioma.

Potatura del I anno. Nel primo anno saranno allevati due germogli in senso trasversale al filare, guidati nella giusta direzione con delle canne. Con oculate potature verdi e piegature, alla fine del primo anno, si saranno ottenute due branche di uguale diametro, lunghezza e inclinazione per equilibrare la vigoria rispetto alla branca contrapposta. Con la potatura invernale, le parti apicali delle branche, per una lunghezza di 30-40 cm, saranno liberate dei rami anticipati ed eventualmente si correggerà l’inclinazione.

Potatura del II anno. A primavera, si sceglierà un unico prolungamento per ogni branca, legandolo successivamente alla canna, torcendo o tagliando eventuali succhioni. Alla fine del secondo anno, si taglieranno i rami anticipati presenti sui 40-50 cm della parte apicale delle branche e si asporteranno i rami verticali in posizione ventrale.

Potatura del III anno. Quando la nuova vegetazione avrà raggiunto circa 30 cm, all’apice delle branche si lascerà un solo prolungamento. Le branche eccessivamente robuste potranno essere messe in equilibrio accorciandole di 20-40 cm, lasciando sempre un solo germoglio come prolungamento. Con le potature verdi estive si alleggeriranno le parti apicali favorendo il rivestimento basale delle branche. Con la potatura invernale si lasceranno le branchette a frutto di dimensioni decrescenti dalla base verso l’apice, distanziate di 40-50 cm. Alla fine del terzo o quarto anno le branche avranno raggiunto la loro lunghezza definitiva di circa 3-3,5 m e la pianta entrerà in piena produzione.

Forma a V
La forma a V, realizzata con due astoni per buca piantati inclinati in senso opposto verso l’interfilare o distanziati uniformemente sulla fila ma alternativamente inclinati verso l’interfilare, non trova una particolare giustificazione nel pesco data la rapidità di fruttificazione della specie. L’inclinazione dell’astone all’impianto, come, per esempio, avviene con il Drapeau Marchand utilizzato per il ciliegio, favorisce il controllo della vigoria vegetativa e la precoce induzione fiorale. Le strutture di sostegno e la potatura di allevamento sono molto simili a quelle descritte per l’Y con il vantaggio di una maggiore facilità nell’ottenere uno sviluppo equilibrato delle due pareti fruttifere. Le distanze di impianto normalmente adottate sono di 5-5,5 x 0,5-1 m.

Altre forme di allevamento

Pescheto prato
L’idea del frutteto prato è nata all’inizio degli anni ’70 in Inghilterra dove è stata applicata, solo a livello sperimentale, sul melo. L’idea era basata sui seguenti principi: – elevatissima densità di impianto (60-70.000 piante per ettaro); – rinnovo dell’intera pianta dopo la raccolta dei frutti in modo da contenere le dimensioni dell’albero entro 1,5-2 m; – fruttificazione ad anni alterni: un anno per lo sviluppo dell’albero e la differenziazione a fiore, un anno per la fruttificazione; – possibilità di meccanizzazione integrale della raccolta e della potatura, da eseguire contemporaneamente. Erez, nel 1976, capì che il concetto di frutteto prato si poteva più facilmente applicare alle varietà precoci di pesco in ambienti meridionali, dove era possibile ottenere produzioni annuali, avendo il pesco la possibilità di rinnovare la pianta e di differenziare le gemme a fiore nel periodo successivo alla raccolta eseguita entro il mese di maggio, al più tardi all’inizio di giugno. L’Italia è il Paese dove la tecnica è stata più ampiamente sperimentata e dove ha trovato pratica applicazione negli impianti sotto serra. L’esperienza ha consentito di mettere a punto la tecnica di taglio, nonché di individuare la più razionale densità di impianto e la corretta scelta delle cultivar. Le esperienze più recenti hanno, però, dimostrato che è preferibile mantenere una struttura permanente costituita da tre banche alte circa 1,5-1,8 m sulle quali si rinnovano i rami a frutto invece del taglio dell’intera pianta alla base. Quest’ultima soluzione, che è di più semplice esecuzione e non richiede maestranze particolarmente specializzate, è convenientemente applicabile solo su cultivar molto fertili che differenziano abbondanti gemme a fiore sui rami anticipati e abbiano frutti di grossa pezzatura, in quanto i rami anticipati, di fatto i soli rami a frutto, danno frutti di pezzatura inferiore. Le distanze di impianto più razionali sono di 2 x 1 m nel caso di chioma permanente e di 1,5-2 x 0,9-1 m nel caso di chioma annuale.

Forme di allevamento allo studio
Tra le forme di allevamento allo studio si riporta il progetto di un pescheto completamente nuovo e realizzato con varietà geneticamente nane che, in futuro, potranno affiancarsi alle cultivar tradizionali. Nel 1989, l’Università di California ha licenziato le prime tre cultivar commerciali nane (Valley Gem, Valley Red, Valley Sun) per una frutticoltura commerciale e non più solo hobbistica. L’esperienza dell’Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma condotta su 9 genotipi nani è, in tal senso, di notevole interesse. Nel gennaio 1984, 20 astoni di ciascuna di 6 nettarine e di 3 pesche sono stati piantati a Fiorano presso l’azienda sperimentale dell’Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma. Gli astoni erano innestati a gemma su GF 677 e sono stati piantati alla distanza di 3 x 1 m pari a 3333 piante per ettaro. Dieci alberi di ogni cultivar sono stati lasciati senza potatura, mentre gli altri dieci sono stati potati annualmente durante la stagione invernale. Alla fine del quinto anno dall’impianto l’altezza media era di 1,65 m degli alberi potati e di 1,9 m di quelli non potati; lo spessore aveva valori simili. Al terzo anno gli alberi hanno raggiunto la massima produzione; nel 1987, a causa di un danno dovuto al gelo, la produzione è stata inferiore. Gli alberi non potati hanno prodotto, in cinque anni, 154,6 tonnellate per ettaro contro le 116,9 tonnellate di quelli potati. Per avere un’idea della potenzialità produttiva delle cultivar nane in confronto alle standard, è stata rilevata la produzione di nove varietà standard della stessa epoca di maturazione (da una settimana prima di Redhaven a quasi due mesi dopo), della stessa età, innestate su GF 677, allevate a fusetto a una densità di 1111 piante per ettaro. La produzione complessiva di queste cultivar è stata circa la metà di quelle nane, mentre il peso medio dei frutti è maggiore di 1/4. Molto interessante è la differenza tra i tempi necessari per la potatura e il diradamento dei frutti, dal 40% al 50% in meno nelle cultivar nane. La distanza adottata (3 x 1 m) si ritiene troppo stretta tra le file mentre è corretta tra le piante. Sulla base della presente esperienza si ritiene razionale per i genotipi nani una distanza d’impianto di 4-4,5 x 1 m, pari a 2000-2500 piante per ettaro.

Tempi di potatura

La tabella seguente riassume i tempi di potatura indicativi delle principali forme di allevamento. Tali tempi possono subire variazioni anche molto grandi in relazione a vari fattori come maestranze, vigoria della pianta, organizzazione aziendale ecc.

Distanze di impianto

A conclusione di questa rassegna di forme di allevamento, si riportano i valori medi di distanza di impianto e di densità di piantagione. In linea di massima, si ricorda che è più facile modificare la distanza tra le piante sulla fila piuttosto che la distanza tra le file, legata alla necessità di passaggio dei mezzi meccanici e in rapporto con l’altezza della parete fruttifera.

Potatura di produzione

Modalità e tempi di intervento
Lo scopo della potatura di produzione è quello di mantenere l’equilibrio tra l’attività vegetativa e quella produttiva, in modo da assicurare una produzione di buona qualità, costante negli anni. Il rapporto tra i vari tipi di ramo a frutto e la loro fertilità e, di conseguenza, l’intensità del loro diradamento dipendono da molti fattori:
– età della pianta: nelle piante giovani prevalgono i rami misti vigorosi e i rami anticipati, meno fertili dei rami misti di medio vigore. Nelle piante mature prevalgono i rami misti di medio vigore, ma sono presenti anche mazzetti di maggio e brindilli. Nelle piante vecchie prevalgono i mazzetti di maggio, i brindilli e i rami misti poco vigorosi; – vigoria della pianta: piante vigorose, equilibrate e deboli ripetono in modo molto fedele le situazioni descritte rispettivamente per le piante giovani, mature e vecchie. Le condizioni di fertilità naturale e indotta con la tecnica colturale, nonché con il portinnesto, influiscono sullo stato di vigoria delle piante e, pertanto, sulla potatura di produzione; – caratteristiche genetiche della cultivar: la vigoria, la percentuale dei diversi tipi di rami a frutto, la fertilità, sono caratteristiche genetiche proprie di ciascuna cultivar, la cui conoscenza è importante per stabilire i criteri di potatura. Molte nettarine, per esempio, così come molte percoche, nella fase di maturità della pianta, producono prevalentemente sui mazzetti di maggio e sui brindilli, a differenza della maggior parte delle cultivar da consumo fresco che producono prevalentemente sui rami misti. Le eccezioni a questa regola sono, comunque, numerose; – relazione tra pianta e clima: ai fini dell’intensità di potatura è importante conoscere sia la sensibilità delle cultivar alle minime termiche invernali che possono causare danni alle gemme a fiore e provocarne la cascola, sia il fabbisogno in freddo, il cui mancato soddisfacimento è ugualmente causa di cascola di gemme a fiore, la quale si manifesta appena prima della ripresa vegetativa. In presenza di tali condizioni è opportuno rinviare la potatura alla fine dell’inverno, quando gli effetti dell’andamento climatico sono già evidenti. Indipendentemente dalla forma di allevamento, in condizioni di normale attività vegetativa, nelle piante giovani si devono limitare i tagli al minimo indispensabile per assecondare la rapida formazione della struttura scheletrica. A causa della grande vigoria vegetativa, in questo stadio il pesco forma numerosi rami anticipati, la potatura alleggerirà di rami a frutto le branche permanenti e si utilizzeranno le branche soprannumerarie, opportunamente piegate e/o accorciate, per ottenere una precoce ed elevata produzione. Nelle piante adulte, in normali condizioni vegetative, la potatura di produzione si esegue secondo i seguenti criteri di ordine generale: – con il taglio viene eliminato dal 50 al 70% dei rami a frutto. L’intensità di potatura dipenderà, comunque, dalle osservazioni sulla fertilità di quella cultivar nelle condizioni dell’azienda, dalla valutazione della possibilità produttiva delle piante e dalla destinazione del prodotto. Il mercato per il consumo fresco preferisce, in linea generale, i frutti di grossa pezzatura ottenibili con una potatura accurata soprattutto nelle cultivar a maturazione precoce; le industrie di trasformazione danno la preferenza a calibri medi, per cui la potatura potrà essere meno selettiva. Il calcolo dei rami a frutto da lasciare su una pianta potrà essere ricavato, soprattutto quando manca l’esperienza e perciò la capacità di valutare empiricamente la corretta intensità di taglio, tenendo presenti i seguenti parametri: – potenzialità produttiva di un ettaro di pescheto in q/ha. Si ricorda che mediamente la produzione aumenta dalle cultivar più precoci fino alle cultivar di medio tempo, per poi diminuire di nuovo nelle cultivar tardive; – peso medio dei frutti. Anche questo parametro segue una curva analoga a quella delle produzioni; – produzione media per pianta ricavabile dalla produzione prevista per ettaro divisa per il numero di piante per ettaro (per es. 300 q/ha: 700 piante per ettaro = 43 kg/pianta); – numero di frutti alla raccolta per pianta ricavabile della produzione per pianta diviso il peso medio dei frutti (per es. 43 kg/pianta: 150 g/frutto = 286 frutti); – tenuto conto di una certa cascola naturale e di uno scarto alla raccolta, dopo il diradamento si dovrà avere in pianta circa il 20% di frutti in più (pari a circa 340 frutti/pianta); – considerata una media di 2 frutti per ramo misto, su ogni pianta si dovranno lasciare circa 170 rami misti. Questo conteggio, apparentemente complicato, si rileva di grande utilità per mettere a punto la corretta tecnica di potatura per ogni cultivar presente in azienda e, nell’applicazione pratica, è più semplice di quanto sembra; – i rami misti non si spuntano, ma si diradano; ciò favorisce una più rapida esecuzione della potatura; la spuntatura si può rendere necessaria quando, a causa dell’insufficiente lignificazione della parte terminale, il ramo viene danneggiato dal freddo, dalla salsedine nelle aree vicino al mare, da crittogame; – le branchette inserite sulla struttura permanente della pianta devono essere raccorciate in modo da tenere la dimensione della pianta entro i limiti della razionalità che è determinata da due elementi: – distanza di impianto; – necessità di favorire una buona illuminazione anche della parte interna della chioma. Soprattutto nelle forme a parete verticale, ma in minor misura anche in quelle in volume, a parete inclinata, con il passare degli anni l’attività vegetativa tende a spostarsi sempre più verso l’alto ed è proprio una corretta potatura di produzione che deve favorire un equilibrato rivestimento delle parti basali: – i rami che hanno già fruttificato vanno asportati, così come i “succhioni” (rami di un anno verticali, molto vigorosi) e, comunque, i rami misti molto vigorosi o molto deboli; – la scelta del tipo di ramo da privilegiare tra il ramo misto e il mazzetto di maggio (avendo già precisato che il brindillo dà frutti di minore qualità) sarà suggerito sia dalla conoscenza delle cultivar sia dall’habitus produttivo della pianta; – è opportuno iniziare la potatura dalla cima di una branca (di I o II ordine), scendendo verso la base, osservando il criterio di individuare il prolungamento della branca in un ramo misto, di distribuire razionalmente la vegetazione, di rispettare una certa “conicità” della branca stessa per permettere una buona penetrazione della luce nella chioma, che assicura un’elevata efficienza fotosintetica, una migliore qualità dei frutti e una buona maturazione del legno che dovrà fruttificare l’anno successivo.

Potatura meccanica

La potatura manuale, nella fase di piena produzione, impegna mediamente da 100 a 150 h/ha, con punte anche notevolmente superiori, in relazione alla vigoria delle piante e alla forma di allevamento. Il costo di questa operazione e la difficoltà crescente a reperire mano d’opera specializzata, ha, da tempo, stimolato la ricerca a trovare soluzioni alternative. Abbandonata l’utopia della non potatura, che pur periodicamente viene riproposta come soluzione innovativa, si è ampiamente sperimentata la potatura meccanica eseguita con barre a dischi rotanti o con barre a lame contrapposte. Sulla base dell’esperienza americana e ancora più della ricerca italiana, si possono dare le seguenti pratiche indicazioni: – il topping (taglio orizzontale della chioma per controllare l’altezza della pianta) può essere fatto a macchina senza particolari inconvenienti, riducendo mediamente i tempi di lavoro del 10%. Il periodo migliore per eseguire il topping è compreso tra la fine di luglio e la fine di agosto, con due vantaggi: a) si evita un ricaccio vigoroso di vegetazione; b) si favorisce la maturazione del legno sulla restante parte della pianta; – la potatura completa (topping + hedging), cioè potatura della sommità e delle pareti, deve essere sempre integrata da una potatura manuale. Nelle forme a parete verticale, il risparmio conseguibile è di circa il 70%, nelle forme in volume è di circa il 50%; – ogni 1 o 2 interventi successivi eseguiti nella stessa posizione è opportuno raccorciare la chioma sotto il primo taglio per eliminare l’addensamento di vegetazione nella zona periferica con conseguente eccessivo ombreggiamento della parte interna e bassa della chioma; – la potatura meccanica integrata a mano può essere applicata su cultivar da industria senza particolari inconvenienti, mentre è dubbia la sua validità sulle cultivar per il consumo fresco. Per quanto riguarda queste ultime sono assolutamente da escludere le cultivar precocissime, mentre possono essere prese in considerazione cultivar medio-tardive caratterizzate da una buona pezzatura dei frutti. Una delle conseguenze negative della potatura meccanica è, infatti, il maggior impegno per il diradamento dei frutti che fa perdere tutto il risparmio conseguito con la potatura. Per il pesco, in linea di massima, si ottengono migliori risultati con le macchine potatrici a seghe circolari che con quelle a controlama.

Epoca di potatura

Anche nella fase di piena produzione è essenziale eseguire la potatura verde che assicura i seguenti vantaggi: – elimina la vegetazione eccedente favorendo il miglior sviluppo e la maturazione di rami per la fruttificazione successiva; – favorisce una migliore qualità dei frutti riducendo l’ombreggiamento; – riduce il lavoro di potatura invernale; – favorisce il mantenimento della vegetazione produttiva vicino alla struttura scheletrica, fondamentale per il rispetto, nel tempo, delle dimensioni ideali della pianta. Il primo intervento può essere fatto in corrispondenza del diradamento dei frutti, quando i germogli sono ancora erbacei e possono essere eliminati senza l’ausilio delle forbici; più importante è l’intervento nel mese di luglio, che sarà più o meno anticipato a seconda della vigoria e dell’eventuale esecuzione della potatura verde contemporaneamente al diradamento dei frutti. La potatura invernale va eseguita preferibilmente dopo il mese di gennaio fino alla fioritura; da evitare la potatura in autunno avanzato-inizio inverno. Una copiosa bibliografia internazionale dimostra che la potatura eseguita in questo periodo favorisce, al Nord, i cancri da Cytospora e Valsa, e al Sud, i cancri da Fusicoccum. La potatura invernale può essere eseguita anche a partire dai primi giorni di settembre fino ai primi di ottobre, sospendendola prima delle piogge autunnali e dei primi freddi, tenendo presente che il taglio eseguito sulle piante in vegetazione è fattore di indebolimento ed è da evitare, pertanto, in condizioni di scarsa vigoria. Dopo la potatura invernale, soprattutto se eseguita in settembre, è opportuno trattare le piante con un anticrittogamico per ridurre i rischi di ingresso degli agenti patogeni dei cancri menzionati.


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