Volume: il melo

Sezione: coltivazione

Capitolo: allevamento e potatura

Autori: Hermann Mantinger, Josef Vigl

Origine e domesticazione del pomodoro

In passato, soprattutto negli impianti a melo dell’Alto Adige, si distinguevano chiaramente due tipi di frutticoltura indipendenti fra di loro e precisamente:
– la frutticoltura ad allevamento a cordone: dai giardini dei conventi francesi, a partire all’incirca dal 1885, fino alla Prima guerra mondiale (1914-1918), questo tipo di frutticoltura prendeva piede e si sviluppava in particolare nel circondario di Merano, con la varietà Calvilla bianca d’inverno. Le piante erano innestate quasi esclusivamente sul portinnesto Paradiso, con un investimento che andava da 5000 a 13.000 piante/ ha. La forma delle piante era a cordone orizzontale, o verticale, ma anche obliquo e più tardi pure a cespuglio, oppure a piramide. Con questo sistema d’impianto si ottenevano elevate produzioni per ettaro, di ottima qualità, ma in ogni caso con un elevato impiego di manodopera. D’altra parte, questa frutticoltura superintensiva un tempo così fiorente, con il passare degli anni non poté tenere il passo delle mutate condizioni economiche; – la frutticoltura dell’agricoltore o famigliare: era caratterizzata da piante enormi, sviluppate naturalmente, con chioma a pieno vento, su portinnesto franco e distanze molto ampie, cosicché in un ettaro si contavano da 80 a 100 alberi. La coltura principale era l’erba, impiegata a scopo zootecnico per alimentare il bestiame, ma si coltivavano anche cereali, come frumento, orzo, avena, mais, nonché patate ecc. Le produzioni frutticole erano oltremodo rischiose a causa delle numerose avversità dovute ai parassiti animali e alle malattie fungine, alle gelate tardive, alla grandine ecc.; pertanto la frutticoltura era vista come alternativa colturale secondaria e in molti casi solo per autoconsumo.

Prime esperienze di frutticoltura intensiva

Nel corso degli anni, specialmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in tutta Europa la frutticoltura ha avuto uno sviluppo continuo. In Italia, l’evoluzione è stata inizialmente lenta, mentre più tardi l’intensificazione dei frutteti ha subito una forte crescita. Durante questo periodo in Alto Adige predominavano frutteti con chioma a pieno vento, a mezzo fusto su franco, con distanze d’impianto che, a seconda delle varietà, andavano da 12 × 10 m, a 8 × 6 m (80-200 piante/ha). La chioma di queste piante era quasi una forma naturale con pochi interventi di potatura. Negli anni ’50, come forma d’allevamento si usava la Oeschberg, originaria della Svizzera (dall’omonima località) che, nonostante la struttura relativamente grande delle piante, permetteva una migliore penetrazione della luce nella chioma e quindi anche una migliore qualità dei frutti prodotti, rispetto al vaso naturale precedente, grande e fitto. Il vaso Oeschberg era costituito da un tronco, da un asse centrale come prolungamento dello stesso e da tre branche portanti, distribuite a circa 120° di distanza, su cui crescevano, ben dislocate, le branche laterali e i rami a frutto. Le distanze d’impianto variavano, a seconda della varietà, tra 8 × 6 e 7 × 5 m, cosicché il numero delle piante/ ha cresceva da 200 a 300. Nella Pianura Padana e in parte anche nel Sud della Francia si sviluppava intanto il vaso aperto, cioè un vaso con 3-4 branche portanti, ma senza astone centrale. Questa forma a vaso si è conservata in parte fino a oggi, soprattutto per il pesco. Alla fine degli anni ’50 e negli anni ’60 in Pianura Padana, soprattutto nella zona di Ferrara, si sviluppava la forma a palmetta (palmetta ferrarese o palmetta Baldassari a branche oblique), con branche portanti oblique che si dipartono dall’astone centrale su 2-4 piani. Questa forma d’impianto si presentava come una parete a frutto stretta e alta lungo il filare. Anche in Alto Adige negli anni ’60 si adottava questa forma d’impianto; dopo le prime esperienze realizzate utilizzando la palmetta ferrarese, si adottò una nuova forma di palmetta costituita da una sola impalcatura o, al massimo da due, a distanza di circa 1 m l’una dall’altra. L’asse centrale formava invece uno spindel; pertanto nella palmetta dell’Alto Adige era presente un solo palco con due branche oppure due palchi formati da quattro branche. Quest’ultima forma, anche su portinnesto franco e con distanze d’impianto comprese tra 5 × 5 e 5 × 4 m, permetteva un investimento di 400-500 piante/ha, mentre con l’impiego di portinnesti mediamente vigorosi e distanze di 4-4,5 × 3 m si arrivava a densità di 800 piante/ha. In questo modo si ottenevano produzioni iniziali più rapide ed elevate e soprattutto un più facile impiego delle macchine lungo i filari (atomizzatori, pacciamatrici e carri raccolta). A confronto con il vaso tradizionale, che prevedeva 200-300 piante/ha al massimo, questa forma d’impianto era senza dubbio un significativo passo avanti.

Impianto fitto su portinnesti deboli

Il continuo aumento dei salari e contemporaneamente il decrescere della forza lavoro disponibile, nonché la crisi della frutta, che per la sovrapproduzione si faceva sentire negli anni ’68-’69 al massimo livello nei Paesi della Comunità Europea, costringevano i frutticoltori a prendere in considerazione nuove misure, adeguate a razionalizzare gli impianti frutticoli. A questo riguardo, verso la metà degli anni ’60, venivano proposti impianti fitti di melo, già diffusi in Olanda e in Belgio su portinnesti deboli M9 ed M26. All’inizio, tra i frutticoltori dell’Alto Adige e in parte anche fra i tecnici del settore, regnava un grande scetticismo e avvenivano aspre discussioni sulla possibilità di realizzare un simile sistema d’impianto intensivo e sulla sua convenienza economica. Si riteneva, infatti, che i portinnesti deboli non avrebbero sopportato il freddo invernale, che le piccole strutture delle piante non portassero le produzioni desiderate e che un simile sistema d’impianto fosse troppo complicato nella gestione e soprattutto troppo costoso. Ma gli studi subito intrapresi sui vantaggi e gli svantaggi relativi, come pure i primi dati positivi delle prove sperimentali, e i risultati incoraggianti dei primi impianti eseguiti dai frutticoltori dell’Alto Adige, convinsero i responsabili della ricerca e della consulenza a tal punto che, a partire dagli anni ’70, si consigliò unicamente questo sistema d’impianto fitto. In base alla varietà e alle caratteristiche dell’impianto, all’inizio si consigliavano distanze d’impianto di 3,5 × 1,25 m, fino a 3,5 × 1,50 m nel sistema a fila singola. In questo modo il numero delle piante saliva dalle precedenti 400-800, a ben 1700 fino a 2200 piante/ha. La forma delle piante a fusetto doveva assomigliare, in ultima analisi, a un cono. Ciò significa che nella parte bassa si presenta un po’ più largo, mentre si restringe verso la sommmità. L’asse centrale, a partire da un’altezza di 50-70 cm dal suolo, porta branche laterali sempre più corte man mano si spostano verso la cima della pianta. Tutto ciò garantisce una luminosità molto buona a tutte le parti del fusetto, nonché un rinnovo “naturale” di giovani germogli e brindilli a frutto, con conseguenti produzioni elevate, uniformi e di ottima qualità. Decisivo a tale proposito è pure il minore impiego di manodopera per la potatura, il diradamento e la raccolta. Sono stati realizzati anche sistemi d’impianto a due o più file con un numero ancora più elevato di piante/ha, per avere produzioni iniziali ancora più abbondanti. Le distanze d’impianto oscillavano, secondo le varietà e le caratteristiche del terreno fra 3-3,50 + 1 × 1,50-1,70 m nel sistema a fila doppia e 3-3,50 +1 +1 × 1,50-1,80 m nel sistema a fila tripla. Scopo del sistema a file multiple è l’utilizzo ancora più intenso della superficie con minori corsie di transito per le macchine. La difficoltà però sta nel fatto che occorre ricavare spazio sufficiente tra le file interne, per facilitare il passaggio degli operatori nell’esercizio delle cure manuali necessarie (potature, diradamento, raccolta ecc.) e in special modo per permettere una sufficiente illuminazione della vegetazione, a seconda delle varietà e della vigoria delle piante, onde ottenere una buona produzione di ottima qualità, soprattutto nell’età della piena capacità produttiva degli impianti. Inoltre un problema di fondo per i sistemi a più file è legato al fatto che la superficie delle aiuole deve essere tenuta libera da erbe infestanti, con erbicidi, durante tutta la stagione produttiva. L’impiego di erbicidi è stato via via sempre più limitato dagli obiettivi della produzione integrata e ora solamente pochi prodotti sono ammessi allo scopo. Pure il passaggio tra le file per la potatura, per il diradamento manuale e per la raccolta spesso risulta difficile, nonostante tutta l’attenzione che si può prestare in merito. Le tecniche adottate per la difesa chimica, infine, hanno maggiori difficoltà a raggiungere con i trattamenti tutta la vegetazione delle file interne a causa della barriera posta dalla stessa vegetazione esterna. Questo dato di fatto e soprattutto l’accettazione del Programma di Produzione Integrata (Programma AGRIOS), con cui i produttori si sono imposti una limitazione nella scelta e nella dose dei prodotti per la difesa delle piante dai parassiti, delle quantità di fertilizzanti e di erbicidi, comporta di conseguenza l’abbandono dei sistemi d’impianto a file doppie e multiple. Una possibilità per aumentare le produzioni sulla fila singola, rispetto ai sistemi a file doppie e multiple, sta nell’aumentare l’altezza delle piante e precisamente fino a 3 m dal suolo. A questo proposito si può prevedere che per ogni 10 cm d’altezza delle piante si ottengono circa 2 t/ha di incremento produttivo. Ciò comporta che un aumento in altezza della chioma delle piante di circa 50 cm (rispetto all’altezza più contenuta nel caso d’impianti a file doppie o multiple, onde evitare eccessivi ombreggiamenti dei frutti), con un investimento di circa 3000 piante/ha, si ottiene un incremento produttivo di circa 10 t/ha. Per alcune operazioni colturali, come la raccolta, le potature, il diradamento manuale dei frutti sulle cime, occorre per lo più un supporto di salita, come piccole scale, carri raccolta ecc. In ogni caso non si deve comunque esagerare con l’altezza della chioma, in quanto si corre il rischio di un eccessivo ombreggiamento della parte inferiore e interna delle piante, con conseguente minor efficienza produttiva e qualità meno pregiata dei frutti prodotti in queste parti della chioma.

Sistema solaxe. Questo sistema d’impianto proviene dalla Francia e come obiettivo si propone la diminuzione dei costi d’investimento e della manodopera con un’opportuna riduzione del numero delle piante per ettaro. Con una densità d’impianto di circa 2000 piante/ha, si fanno crescere le piante fino a un’altezza di 2,5-3,0 m. La cima non si pota, ma si deve piegare verso il basso sotto il peso dei suoi frutti, con la conseguenza di uno sviluppo molto rallentato. Nella parte inferiore della chioma si formano leggere ramificazioni portanti, conferendo così all’albero una forma conica. L’astone risulta rivestito di rami a frutto che, in primo luogo, si devono legare orizzontalmente o piegare verso il basso, per indurre una rapida messa a frutto. Questi rami non vengono spuntati e anche la cima si lascia intatta ed eventualmente, se necessario, si raccorciano i germogli a frutto laterali, o i brindilli, oppure se ne eliminano alcuni completamente, in modo che sia sempre disponibile una quantità di legno a frutto giovane e bene esposto alla luce. Per questo sistema di allevamento è importante che, sui prolungamenti dei germogli non toccati dalle forbici, ogni anno si formino 8-10 foglie ben sviluppate. I rami a frutto più lunghi, d’altra parte, fanno sì che sull’astone non possano rimanere troppi rami a frutto di questo tipo. Ciò favorirebbe l’ombreggiamento, che a sua volta farebbe diminuire la qualità e la resa produttiva. Un problema ulteriore di questa forma sta nel fatto che la cima piegata ombreggia spesso in modo eccessivo le parti sottostanti.

Sistema a V. Una possibilità per preferire il sistema a fila singola e contemporaneamente poter intensificare l’impianto, sta nell’impiego del sistema a V, con cui è possibile investire da 3500 a 4000 piante/ha (distanze d’impianto: 3,5 × 0,7-0,8 m). In questo modo aumentano le produzioni iniziali e la piena capacità produttiva di circa 5000 m2/ha di superficie fruttificante si raggiunge prima. Con questo sistema ciascuna pianta della fila singola si lega in modo alternato a destra e a sinistra a un sostegno a forma di V e, in tale posizione, se ne cura lo sviluppo. I paletti di sostegno di tale struttura si piantano inclinati di 25-30° rispetto alla perpendicolare del terreno e devono essere alti almeno 2 m e aperti in alto circa 1,0-1,1 m, in modo da permettere alla luce di penetrare tra le piante a forma di V. Se si fa una costruzione del fusetto tecnicamente corretta, a detta di diversi operatori della sperimentazione, è possibile, con il sistema a V, migliorare il risultato qualitativo per effetto di una migliore distribuzione della luce all’interno della vegetazione. A tale riguardo le varietà a frutto rosso sono quelle che meglio si avvantaggiano di questo sistema d’impianto. La condizione per ottenere risultati positivi è mantenere una forma molto slanciata della pianta. In caso contrario nella parte bassa e interna dell’albero si forma un eccesso d’ombra, con tutti gli svantaggi connessi. Comunque, finora, questo sistema d’impianto è stato applicato ben poco nei frutteti. Infatti, esso necessita di strutture più costose; lo sviluppo degli organi vegetativi, data la posizione inclinata, tende a forzare verso l’interno dove si richiede più lavoro di potatura, sia di allevamento sia di produzione. A confronto con il sistema a fila singola standard, nelle prove sperimentali eseguite presso il Centro Sperimentale di Laimburg, si sono sì ottenute produzioni ben più elevate, dato il maggior numero di piante/ha investito, ma non migliori risultati qualitativi.

Sistema a Y. Dal tronco di una pianta si fanno partire due germogli che si legano a forma di Y ai fili di sostegno, in modo che dall’alto possa giungere la luce a tutte le parti interne della pianta. All’esterno il sistema appare quasi simile al precedente a V. Anche questo sistema non si è diffuso nella pratica agricola.

Sistema a drapeau. È una forma d’impianto un po’ più vecchia, che già negli anni ’60 era presa in considerazione per impianti di pero, soprattutto in Francia e in Belgio. Allora le piante erano innestate su portinnesti più vigorosi con conseguenti problemi dovuti allo sviluppo vigoroso delle piante, cosicché era troppo elevato l’impiego di manodopera per la formazione della chioma. Pertanto questo sistema non ha preso piede e non si è ulteriormente diffuso. Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso si pensava che sul melo, con l’impiego di portinnesti deboli, mediante il sistema a “drapeau”, si potesse avere una rapida entrata in produzione, nonché produzioni per unità di superficie elevate e regolari e ottenere piante basse di facile gestione. Le piante giovani si mettono a dimora in fila singola, inclinate nel senso del filare con un angolo di 45°. I germogli che nascono dall’astone si diradano nel numero a una certa distanza fra loro, si legano al filo di sostegno a 90° rispetto all’astone da cui partono. Così si forma un intreccio molto stabile con il supporto. Data la posizione dei rami a frutto si ottiene una fruttificazione molto rapida e la parete produttiva rimane relativamente bassa, cosicché tutte le operazioni colturali si possono eseguire da terra. Nonostante tutto però l’impiego di manodopera necessario per l’impianto e la formazione della parete produttiva risultava troppo elevato, cosicché tale sistema non ha avuto possibilità di concorrere con gli impianti fitti a slender spindle.

Spinta verso ulteriori intensificazioni dei frutteti

È dimostrato che distanze più strette tra le piante e la conseguente formazione di piante un po’ più alte, aumenta l’intercettazione della luce e il suo relativo utilizzo. È noto infatti che, con una maggiore intercettazione della luce da parte della vegetazione, aumentano anche le produzioni per ettaro. Per ottenere le produzioni più elevate in quantità e qualità, si calcola necessario l’utilizzo da parte delle piante di circa il 70-80%, come limite massimo, della luce che giunge nel frutteto. Nel caso in cui vengano intercettati livelli superiori di luce, significa che c’è un’eccesso di vegetazione che aumenta l’ombreggiamento, con conseguente diminuzione della quantità dei frutti e della loro qualità. Oltre alla percentuale di luce utilizzata da parte delle piante, sul totale che arriva nel frutteto, è importante anche la sua distribuzione entro la chioma. In tutte le parti della chioma, infatti, occorre luce sufficiente, da un lato per far maturare bene le gemme che si formano e, dall’altro, per garantire raccolti abbondanti di ottima qualità. La luce è necessaria per la pezzatura dei frutti; il loro peso aumenta, infatti, con l’incremento di luce assunta (oltre il 40-50% d’intercettazione della luce). Oltre il 50% della luce intercettata deve essere utilizzato per la formazione del sovraccolore dei frutti e circa il 40% per la formazione degli zuccheri. Se l’utilizzo della luce totale scende sotto il 30%, come spesso accade anche in frutteti a fusetto nelle parti inferiori e interne della chioma, allora si producono frutti più piccoli, di qualità meno buona e, infine, si ottiene una formazione delle gemme a fiore scarsa o nulla.

Superspindel (cordone verticale). Tutti gli argomenti sopraesposti hanno portato gli specialisti a discutere sempre di più su quale poteva essere effettivamente il sistema d’impianto migliore e più produttivo. Si pensava effettivamente che il superspindel potesse soddisfare nel modo migliore tutte le aspettative, come per es. rapidità delle produzioni iniziali e produzioni/ha più abbondanti e regolari (80-100 t/ha), con minore investimento operativo. Quindi, secondo gli esperti di questo sistema d’impianto si dovrebbe innalzare il numero delle piante per ettaro a 8000-12.000 e oltre. Ciò significa adottare distanze d’impianto mai usate nella pratica agricola fino a quel momento, pari a 2,7-2,8 × 0,3-0,4 m. La forma della pianta non può essere altro che un cordone con un diametro massimo di 50 cm, dotato di corte branchette che si devono rinnovare continuamente. In questo modo non servono lavori di legatura dei germogli e la luce si distribuisce in modo ottimale, cosa molto positiva per la maturazione delle gemme a fiore e quindi per garantire produzioni regolari della migliore qualità. Questo sistema d’impianto esige dal terreno e dal clima le migliori caratteristiche possibili, ma anche una grande conoscenza circa le misure colturali indispensabili, dalle fasi di formazione della pianta alla potatura, alla concimazione, all’irrigazione e loro interazioni. Nella pratica agricola, tuttavia, il superspindel in molti casi non corrispondeva alle molte promesse. È noto che un ecosistema in agricoltura reagisce ai differenti influssi esterni in modo tanto più sensibile e quindi altrettanto più rapidamente esce dall’equilibrio naturale, quanto più intense sono le tecniche produttive imposte. Tutto ciò si è potuto osservare sia sperimentalmente sia in pratica. A seconda della varietà e fertilità del terreno si presentano difficoltà nel contenere la crescita delle piante entro le strette distanze loro assegnate. La qualità, circa il calibro dei frutti e la formazione del colore, non era sempre conforme alle odierne esigenze del mercato. A confronto con altri sistemi, il calibro dei frutti era spesso più piccolo e anche i raccolti nella fase di piena produzione non crescevano più, a partire da un determinato numero di piante investite. Inoltre un simile impianto fitto non è consentito dalla PFI (Produzione Frutticola Integrata) ed è escluso dalla lista degli interventi produttivi rispettosi dell’ambiente. Infatti, essere in grado di limitare lo sviluppo della pianta compatibile con simili distanze strette e avere sempre più disponibili lamburde e brindilli a fiore, è un’operazione possibile solamente con l’impiego di regolatori di crescita (prodotti ormonali). Il superspindel con questo numero elevatissimo di piante non si è più diffuso nel settore della frutticoltura industriale.

Altri sistemi di allevamento

Per diminuire i costi degli investimenti legati al numero elevato delle piante e nel contempo ottenere numerose strutture produttive di contenute dimensioni (cordoni), nei nuovi sistemi d’impianto si è scelto di mettere a dimora meno piante per ettaro, nelle quali si allevano più cordoni (da due a quattro). Queste strutture produttive raggiungono rapidamente il loro normale sviluppo, possibilmente già dal secondo anno, e consentono di raggiungere rapidamente il massimo della resa produttiva e permettono una migliore intercettazione della luce su tutta la chioma. A seconda dei cordoni per pianta si ottengono differenti sistemi:
mikado: le piante sono a fila singola e da ogni pianta, con una potatura idonea dopo l’impianto, si ricavano quattro cordoni distribuiti in maniera omogenea in modo che lo spazio per le cure colturali necessarie e per la raccolta dei frutti sia sempre sufficiente. Per es. con 1500, 2000 e 2500 piante/ha si possono avere ben 6000, 8000 e 10.000 cordoni produttivi; – drilling: Per ogni pianta si allevano 3 cordoni legati a un sistema di sostegno con fili. Il sostegno di questi tipi d’impianto è simile a quello del sistema a V, con un filo di ferro tirato e fissato a 30 cm dal suolo lungo il filare, che serve per fissare le singole piante, come pure i paletti di legno o di bambù. A 2 m d’altezza si fissano altri 2 fili di ferro paralleli, tra i quali si deve lasciare una luce di 1,35 m. I 4 cordoni, come nel caso del mikado, oppure i 3 elementi nel caso drilling sono distribuiti e fissati in modo uniforme su questi fili di sostegno.
Il mikado e il drilling, a confronto con il superspindel, permettono una migliore intercettazione della luce; inoltre si può governare meglio l’attività vegetativa di ogni pianta, in quanto distribuita su più cordoni. In concreto, però, questi sistemi d’impianto non hanno trovato pratica applicazione; essi infatti necessitano di un sostegno troppo complesso e costoso, anche in termini di impiego di mano d’opera.

Forma a Y longitudinale (Bibaum®). Già in vivaio le giovani piantine si formano a Y. In questa forma le piante si mettono a dimora a fila singola, in modo che i due astoni siano orientati lungo il filare, legati ai sostegni in verticale e così curati a formare due cordoni. Di conseguenza essi formano una parete sottile e alta di frutti. La suddivisione delle piante in due cordoni porta con sè il vantaggio che è più facile tenerne sotto controllo lo sviluppo e inoltre fa diminuire le spese di potatura. Questa forma delle piante era stata già impiegata in tempi passati nella pratica frutticola, però allora si rinviava la biforcazione dell’astone dopo l’impianto e non in vivaio. Ora questa forma è ripresentata come innovazione dai vivaisti che ne hanno curato il nome, con la registrazione relativa e il marchio protetto Bibaum®. Questo sistema d’impianto nella coltura del pero presenta anche il vantaggio che è possibile impiegare un portinnesto un po’ più forte e robusto (per es. BA29 o Sydo). Anche nella coltivazione del melo il Bibaum® è già comparso in diverse aziende.

Conclusioni
Per lo meno in Alto Adige, ma anche in molte altre zone melicole, tutti questi nuovi sistemi d’impianto intensivo, con un numero molto elevato di piante, non hanno incontrato un grande successo, soprattutto per gli elevati costi d’investimento. In conclusione rimane accettabile nella pratica frutticola solo il sistema a fila singola per la facilità di gestione e il buon equilibrio tra quantità dei frutti prodotti e loro qualità. A ogni modo al posto delle 1800-2500 piante/ha iniziali, oggi si prendono in esame investimenti con un numero più elevato di piante che, tenuto conto della varietà, delle caratteristiche del terreno e della quota a cui si pianta, va dalle 2800 alle 4500 piante/ha, mentre per i tipi spur di Red Delicious su M9 sono consigliate da 5000 a 7000 piante/ha. Da parte dei vivaisti oggi sono offerte sul mercato piante di un anno, ben ramificate della classe I ed extra, oppure piante knip, dotate di germogli anticipati numerosi, fino a 10. In tal modo si presenta la possibilità, nel caso di una buona gestione delle cure colturali (irrigazione e concimazione) e con pochi interventi di potatura, di ottenere già al secondo anno d’impianto produzioni medie di 5 kg/pianta o più, mentre già al terzo, quarto anno si può giungere alla piena produzione, che arriva a 50-70 t/ha di ottima qualità. Questo sistema d’impianto non richiede, tutto sommato, costi d’investimento troppo elevati, è relativamente facile eseguire le cure colturali necessarie da parte del frutticoltore e porta appunto a raccolti in tempi brevi ed elevati per unità di superficie, come gli impianti superintensivi e come i sistemi più complicati nella gestione, tipo a V, mikado, drilling e altri. Inoltre, il sistema d’impianto a fila singola più intensivo è ancora conforme alle norme del programma PFI (Produzione Frutticola Integrata).

Allevamento e potatura del melo nella forma a spindel (slender spindle, fusetto, superspindel e cordone)

In passato le piante giovani erano sottoposte a una potatura piuttosto intensa, per indurre la formazione di un’ampia superficie produttiva. Una volta raggiunto questo obiettivo la pianta veniva mantenuta nella dimensione prefissata. Tutto ciò comportava una attenta e impegnativa opera di potatura sia invernale sia estiva. Oggi si mettono a dimora giovani piantine già dotate d’un certo volume produttivo, con cui ottenere dal secondo e terzo anno d’impianto produzioni elevate che consentono di raggiungere rapidamente produzioni complessive massime per unità di superficie. Proprio la fruttificazione indotta rapidamente frena lo sviluppo vegetativo e mantiene la pianta nelle dimensioni desiderate. Il taglio delle radici, le pennellature con prodotti a base di NAA e i trattamenti con regolatori di crescita, intesi a contenere la vigoria, dovrebbero esser impiegati solo quando sono proprio indispensabili e comunque non è mai opportuno pianificarne l’esecuzione già al momento di un nuovo impianto. Piante con vegetazione eccessiva all’apice formano molti rami lunghi, producono in modo alternante, con molti frutti in zone d’ombra, che, quindi, rimangono di qualità scadente. Pertanto la forma del fusetto deve essere rispettata rigorosamente, in quanto essa permette un utilizzo elevato della luce solare, garantendo produzioni di ottima qualità e abbondanti per unità di superficie.

Cura della pianta nell’anno d’impianto
Le cure colturali da riservare alle piante nel primo anno d’impianto dipendono dal tipo di pianta prescelta, dalla varietà, dal portinnesto, dalla maturità del legno della pianta, dalla distanza tra le piante, dalle caratteristiche del terreno, dalla disponibilità di concimi e dalla possibilità d’irrigare. Qualora sia necessario procedere alla potatura invernale o a incisioni a caporale sarebbe opportuno attendere la ripresa vegetativa delle gemme. Ciò diminuisce il pericolo di un eventuale disseccamento, in quanto le ferite da potatura e da incisioni, aumentano l’evaporazione, e le poche radici presenti non sono ancora in grado di assorbire sufficienti quantità di acqua dal terreno.

Trattamento dell’astone all’impianto

Sono possibili diverse soluzioni:
– Non spuntare l’astone. Questo modo di procedere si applica a varietà di debole vigoria, per esempio Braeburn, e su apici di rami corti e ben maturi di piante distanti fino a un metro. Questo trattamento non è idoneo per varietà come Gala e Kanzi, che hanno un accrescimento apicale molto dominante e neppure nei casi in cui l’astone è molto lungo. In tal caso, se il ramo non spuntato cresce debolmente, rischia di rimanere spoglio nella parte inferiore. – Legare l’astone piegandone la cima ad angolo retto, raddrizzandolo poi in autunno. Per interrompere già all’inizio la vigoria eccessiva dell’apice delle piante in varietà come Gala, Kanzi e Golden Delicious, che tendono a una forte vigoria apicale e a formare lunghi germogli non ramificati nella parte bassa, per distanze tra le piante fino a un metro, si piega la cima legandola ad angolo retto per poi riportarla nella sua posizione iniziale in autunno. Se invece si lega la cima a “schiena d’asino”, verso il basso, nella parte più alta della curvatura si formano cacciate molto vigorose che ben difficilmente si potranno utilizzare per la struttura della pianta. L’astone, per quanto possibile, deve essere piegato in direzione Sud; in tal modo, dopo avere raddrizzato la cima, si ottiene un buon rivestimento dell’astone lungo la parte esposta a Nord, normalmente più difficile da rivestire per la minore esposizione alla luce solare. La parte esposta a Sud avrà senza dubbio maggiori possibilità di rivestirsi negli anni successivi. Con questo trattamento si ottiene una pianta con l’apice a rapida fruttificazione e uno sviluppo armonico. Le piante la cui cima dopo l’impianto è stata piegata verso Sud, dopo alcuni anni, non manifestano più alcun segno di tale piegatura. L’aspetto più positivo non è tanto il rivestimento contenuto quanto il prolungamento controllato della freccia. – Incisione a caporale sull’astone. In alcuni casi per favorire lo sviluppo delle gemme più deboli lungo l’astone occorre procedere all’incisione della corteccia al di sopra della gemma che interessa stimolare. Per questo lavoro si presta molto bene la piccola sega in dotazione al coltello tascabile svizzero. Se invece si incide la corteccia al di sotto della gemma, se ne evita lo sviluppo. Per questo motivo occorre incidere le gemme deboli al di sopra delle stesse, mentre le ultime 5-10 (esclusa la gemma apicale) vanno incise al di sotto. Le incisioni fatte sotto le ultime gemme della cima evitano lo sviluppo di un numero eccessivo di germogli (scope) e quindi favoriscono un rivestimento più equilibrato lungo tutto l’astone. – Cimatura dell’astone. Su astoni che hanno rami laterali troppo bassi, oppure un rivestimento anticipato insufficiente, occorre procedere al taglio della cima circa 30 cm sopra il punto in cui si desidera favorire il rivestimento di base della pianta. Se si procede all’incisione “a caporale” sotto la gemma, dalla seconda fino alla quarta gemma dell’apice rimasto, si evita un’eccessiva crescita delle gemme della cima vicine al punto di taglio. In tal modo si ottengono rami a frutto orizzontali e brindilli, che sono favorevoli alla formazione di un astone “coronato”, con rapida messa a frutto. In caso contrario si formano rami concorrenti molto forti che sono sempre un problema per la formazione di un fusetto equilibrato. Strappare questi germogli apicali al di sotto del punto di taglio non porta alcun risultato positivo: per lo più vegetano negli stessi punti le gemme di riserva, che formano ulteriori germogli concorrenti ancora più eretti.

Trattamento dei rami anticipati:

– Potatura dei rami anticipati. Rami troppo eretti e troppo grossi, soprattutto quando il loro diametro supera la metà di quello dell’astone, devono essere eliminati subito, in quanto producono solo vegetazione e disturbano la formazione del fusetto. Anche i rami troppo bassi sono da togliere in quanto creano problemi all’esecuzione dei trattamenti da fare al terreno lungo i filari. – Non raccorciare i rami anticipati. Rami anticipati ben maturi e corti di piante collocate in terreni fertili e dotati di fertirrigazione a goccia non si devono raccorciare. Se manca una di queste condizioni la spinta vegetativa risulta in genere troppo debole e quindi si formano tratti troppo lunghi senza gemme sulle future branche a frutto. Sulla gemma apicale si forma per lo più un frutto che piega il ramo verso il basso provocandone l’invecchiamento. Se questo ramo si raccorcia al secondo anno, esso sviluppa per lo più solo al punto di taglio e quindi in modo troppo vigoroso. – Raccorciare i rami anticipati. I rami anticipati si possono raccorciare su varietà che fioriscono in modo eccessivo sui rami di un anno (per es. Braeburn), su rami lunghi e immaturi, dopo l’impianto in terreni poco fertili in cui non sia disponibile l’irrigazione a goccia. In questi casi occorre fare un raccorciamento drastico dei rami anticipati, in quanto lo sviluppo laterale dei nuovi germogli si verifica per lo più in un tratto di germoglio, lungo una ventina di cm sotto il punto di taglio. Su piante che tendono a produrre una abbondante vegetazione in agosto, occorre raccorciare i germogli deboli tra la primavera e l’estate, fino alle cacciate d’agosto. Nel caso d’impianti ultrafitti (a distanze d’impianto molto strette) il taglio di ritorno si deve adattare alle distanze tra le piante (la metà della distanza). Rami anticipati e raccorciati solo leggermente, producono per lo più alcuni rami subito sotto il punto di taglio (scope), mentre la parte restante rimane spoglia. Se i rami anticipati si raccorciano in modo eccessivo, crescono solo pochi germogli che sono quasi sempre troppo vigorosi. Varietà che fioriscono eccessivamente sul legno di un anno e formano solo foglie basali piccole (Braeburn), durante il lungo periodo della fioritura s’indeboliscono a tal punto che i germogli hanno difficoltà a produrre ramificazioni laterali e quindi tendono a rimanere spogli. In tal caso, raccorciare i rami anticipati scarica dalle piante una parte di questo stress e favorisce così la formazione di germogli laterali. – Raccorciare solo parzialmente i rami anticipati. Germogli destinati a formare l’impalcatura base della pianta a una determinata altezza sono da raccorciare leggermente, al fine di garantire uno sviluppo più robusto, in vista della loro fruttificazione su branche basali. Gli altri germogli anticipati in grado di fornire una produzione iniziale elevata non si raccorciano. – Piante giovani con scarsa ramificazione. Tali piante sono sempre difficili da trattare, in quanto generalmente non uniformi e reagenti in modo differente alle cure e, di conseguenza, richiedono più lavoro. Piante a buon mercato spesso diventano più costose. Per piante di questo tipo è necessario procedere a un raccorciamento un po’ sopra l’altezza a cui si desidera formare l’impalcatura di base.

Trattamento delle piante nell’estate dell’anno d’impianto

Se durante il mese di maggio si tolgono i rami concorrenti al prolungamento dell’apice dell’astone, successivamente vegetano le gemme dormienti rimaste. Con questo intervento si evita la formazione di tratti spogli lungo l’astone e, inoltre, se ne controlla l’aumento del diametro. In tal modo si distribuisce la vigoria in misura equilibrata lungo l’astone e si interrompe nel modo migliore la dominanza apicale.
– Dare forma a rami troppo eretti. Per dare una giusta posizione ai rami cresciuti troppo verticali, al momento in cui si vuole formare l’impalcatura basale delle piante, si può fissare a ogni palo dell’impalcatura, all’altezza di 70-80 cm perpendicolarmente al filare, un sostegno orizzontale lungo 80 cm (40 cm per ogni lato del filare) per formare una “pergoletta” basale. All’estremità del palo orizzontale si fissano due fili paralleli al filare ai quali è successivamente possibile legare i rami anticipati. Questo sistema è stato copiato dal sistema francese detto fusaxe. In questo modo i rami in produzione si appoggiano a tali fili di sostegno e non scendono più in basso per il peso dei frutti. I rami anticipati si possono mettere facilmente e relativamente in fretta, nella posizione voluta, anche mediante opportuni pesi legati con sottili fili di ferro ricoperti con carta. Dare la posizione desiderata ai rami anticipati mediante lo spago, che necessita di ben due nodi per legatura, richiederebbe, al contrario, un tempo eccessivo. Affinché i rami durante l’operazione di legatura non si spezzino, occorre dare loro una giusta torsione laterale. Con ciò si ottiene anche una diminuzione della vigoria del ramo e della formazione di germogli verticali. Se un germoglio immaturo si piega molto presto, l’apice può continuare a crescere ad arco verso l’alto. In questo caso si deve far ruotare la cima piegandola verso il basso. Se i rami lunghi e robusti si legano troppo tardi crescono ulteriormente in modo vigoroso lasciando lunghi tratti spogli alla base e non consentono la formazione di un fusetto equilibrato. Se nei sistemi d’impianto intensivo si vuole agire senza formare adeguatamente le piante, occorrono più interventi di potatura e di strappo dei rami, cosa che comporta come conseguenza maggior vigore e quindi richiede l’impiego di regolatori che frenano lo sviluppo stesso. L’angolo di piegatura dei rami anticipati deve essere adeguato alla vigoria varietale, alla distanza tra le piante e all’altezza finale prescelta per le stesse. Per varietà che su legno a frutto pendulo producono di norma solo frutti di qualità scadente, come Braeburn, Gala e gli spur di Red Delicious e nel caso di distanze d’impianto più larghe, i rami destinati all’impalcatura basale non si devono piegare più della posizione strettamente orizzontale, in quanto le branche invecchiano poi molto rapidamente e sono rinnovabili con difficoltà. Quanto più alto è il punto in cui s’insedia un germoglio laterale lungo il prolungamento dell’astone, tanto maggiore deve essere l’angolo di piegatura verso il basso. In questo modo si ottiene più facilmente la forma ideale del fusetto.
– Raddrizzare la “freccia” dell’astone nel caso sia stato piegato all’impianto. Per frenare la crescita e per ottenere un rivestimento equilibrato dell’astone è decisivo il momento in cui si opera. Quanto prima si riporta la cima piegata verso l’alto (per es. a fine giugno), tanto più vigorosa essa riprende a crescere. Quanto più tardi si fa invece quest’operazione (per es. a fine agosto, oppure nell’anno seguente), tanto più lenta è la crescita dell’apice. Il suo rivestimento in questo caso rimane unilaterale (a Nord) nei primi anni, ma si completa di solito in quelli successivi. Durante il lavoro di raddrizzamento dell’astone verso l’alto, può facilmente succedere che esso si rompa. Per evitare l’inconveniente, occorre ricordarsi, anche in questo caso, di eseguire una torsione laterale adeguata. Di conseguenza si forma un prolungamento dell’astone che ha subito una torsione e quindi la vigoria apicale risulta ulteriormente frenata. In ogni caso questo prolungamento dell’astone deve essere ben fissato al suo sostegno, per evitare che il peso dei frutti provochi la piegatura e la rottura. Piegare ad angolo retto e raddrizzare la cima (nel primo anno d’impianto) è certamente un gran lavoro in più, ma questo investimento di tempo ne fa risparmiare molto di più negli anni successivi, in quanto una pianta equilibrata, ben ramificata lungo l’astone, esige poco lavoro.

Altri interventi di potatura

Spesso nella pratica agricola si provano soluzioni nuove alla ricerca della migliore combinazione tra qualità, quantità e costi di una messa a punto delle giovani piante del melo. Qui sotto sono indicati alcuni interventi che non sempre danno i risultati attesi:
– Scacchiare l’astone. Nel caso di un prolungamento molto lungo, non maturo, dell’astone e distanze d’impianto larghe si può procedere alla scacchiatura dell’ultimo germoglio laterale dell’apice. I rami anticipati rimanenti sono vigorosi quanto la nuova cima dell’astone e sono in concorrenza con essa; possono quindi diventare troppo grandi e frenare il nuovo prolungamento vegetativo centrale a tal punto che esso rimane spoglio e debole. Viene così a mancare il volume della pianta e quindi la produttività; specialmente la varietà Braeburn reagisce male a questo tipo di potatura. – Spuntare le piante nel periodo della fioritura per migliorare la formazione del rivestimento laterale. Anche in questo caso si presentano problemi; infatti, le piante che si sono appena riprese dallo stress dell’impianto, con l’allontanamento di rami dotati di sostanze di riserva sono sottoposte a un ulteriore indebolimento. Le giovani piante emettono solamente più tardi nuovi germogli, che in gran parte non hanno più il tempo necessario per maturare. – Pennellare mediante una pasta all’1% di NAA, per favorire la ramificazione dell’astone. Le piante emettono germogli deboli e poco numerosi. Sopra e sotto il tratto pennellato rimangono per lo più tratti spogli al posto delle attese ramificazioni laterali. – Dimezzare a metà giugno i nuovi ricacci per favorire la ramificazione laterale. A questa potatura verde le piante reagiscono con una nuova forte emissione di germogli al di sotto del punto di taglio. Specialmente sulla varietà Braeburn molti di questi germogli rimangono vegetanti fino in inverno. – Legare in estate in posizione verticale verso il basso lungo il tronco tutti i nuovi ricacci per ottenere ramificazioni più robuste alla base della pianta. Lo sviluppo delle gemme nella parte bassa della pianta risulta più svantaggiato che favorito, per il fatto che i germogli della parte apicale si piegano su di esse, ombreggiandole. – Spezzare, in estate, soltanto i succhioni forti, per formare, dai germogli lunghi, altrettanti rami a frutto. La rottura dei germogli vigorosi e verticali, tecnica già indicata in un vecchio testo di oltre 100 anni, può avere come conseguenza, per effetto del vento, il disseccamento delle parti spezzate. Soltanto se si spezzano i germogli durante un periodo molto piovoso, si può evitare che le parti spezzate dei rami si secchino; solo così su quel germoglio si ottiene una buona cicatrizzazione del punto di rottura e la formazione di numerose gemme a fiore. – Non raddrizzare l’astone piegato, per formare al suo posto, con un ricaccio, il nuovo prolungamento apicale. Tali ricacci sono però molto vigorosi e come prolungamenti del tronco crescono molto più forti che nel caso in cui la cima iniziale fosse stata lasciata dritta.

Potatura al secondo anno
La potatura invernale si dovrebbe limitare solo alle correzioni dei rapporti tra l’astone centrale e le ramificazioni laterali. Il germoglio laterale non dovrebbe mai essere più grosso della metà del diametro dell’astone centrale. In questo momento non è il caso di spuntare o deviare l’astone centrale e le ramificazioni laterali. Se così si facesse si incentiverebbe ancora di più la vigoria del ramo nel punto di taglio. Piante che nel primo anno d’impianto sono cresciute poco, si potano solo leggermente. La scarica necessaria si fa mediante l’allontanamento dei fiori. Una potatura robusta toglie alla pianta molte riserve minerali presenti nel legno allontanato. Se sono state tolte le cause della crescita insufficiente della pianta, con una potatura forte essa produce pochi rami, ma molto lunghi. Per ottenere una costruzione conica dell’astone, anche nel secondo anno i nuovi rami (concorrenti), che si sviluppano sul prolungamento dell’astone centrale, si devono regolare in prossimità del giorno più lungo dell’anno (21 giugno). I rami di un anno che non sono stati ancora legati si devono quindi mettere in giusta posizione. Dopo la fioritura si vede se un ramo dev’essere legato, oppure se si piegherà spontaneamente sotto il peso dei frutti.

Potatura al terzo anno
Anche al terzo anno d’impianto occorre potare il meno possibile operando secondo gli stessi criteri illustrati per la potatura dell’anno precedente. Le piante devono essere un po’ più alte e più larghe alla base di quanto lo permetta la distanza d’impianto. All’estremità i rami delle piante contigue si possono sovrapporre. Un apice affusolato e più alto e una sovrapposizione dei rami a frutto non danneggiano le piante, ma, anzi, favoriscono il mantenimento di un buon equilibrio vegeto-produttivo. Qui è bene osservare che sono le produzioni regolari quelle che in primo luogo devono e possono tenere a freno la vigoria delle piante e d’altra parte le piante in equilibrio danno a loro volta produzioni regolari. Un raccorciamento troppo precoce dell’astone e dei rami laterali produce molta vigoria, poca produzione e nuovamente richiede molto lavoro. Spesso il palo di sostegno risulta troppo corto per poter eseguire le operazioni necessarie al prolungamento dell’astone e intese ad armonizzare la vigoria delle piante. Se l’apice viene deviato su un ramo laterale orizzontale, quando la pianta non è ancora in equilibrio, al suo posto crescono molti succhioni, che gettano ombra sulla parte sottostante Se, d’altra parte, oltre l’altezza del palo di sostegno si facesse una pennellatura sull’astone con NAA, in questo punto debole il ramo si romperebbe facilmente. Pertanto il palo di sostegno deve avere l’altezza degli apici delle piante a completo sviluppo.

Potatura nella fase produttiva
La potatura di produzione, da questo momento in poi, dev’essere eseguita con l’obiettivo di mantenere una forma dell’albero tale da permettere una buona illuminazione a tutte le parti della chioma. A questo riguardo occorre fare attenzione che, soprattutto dalle parti più alte della pianta, siano allontanati i rami troppo grossi. Una cima slanciata e alta produce appunto meno zone d’ombra di una cima troppo rivestita. Ma anche nella parte inferiore della chioma sono da togliere i rami molto ricchi di vegetazione in quanto producono poco, favoriscono lo sviluppo delle radici e di conseguenza provocano nuovo eccesso di crescita vegetativa. Si deve raccorciare la cima solamente nel caso in cui sia piegata per il peso dei frutti. La sua deviazione si dovrebbe quindi fare su un ramo di 3 anni, che sia in posizione eretta e ricco di gemme a fiore. Prolungamenti di un anno, soprattutto succhioni, crescono troppo forti. Il ramo apicale deve avere una giusta vigoria, tale da non ostacolare la vegetazione sottostante, ma nello stesso tempo esercitare la funzione di cima. Nel caso in cui lo sviluppo della pianta fosse ancora troppo forte lo si potrà nuovamente correggere con una potatura. Se l’apice si devia su un ramo troppo orizzontale si formano molti germogli dorsali, che producono ombra e rendono necessario un ulteriore lavoro di potatura.

Momento della potatura su piante in produzione
Nelle aree frutticole interessate da infezioni di colpo di fuoco batterico non si devono produrre ferite da taglio alle piante durante tutto il periodo vegetativo, e in particolare nella fase della fioritura, per l’elevato rischio di infezioni da parte del batterio E. amylovora.

Potatura invernale. Il raccorciamento del legno a frutto in inverno favorisce lo sviluppo vegetativo. Questo intervento pertanto viene impiegato anche per rinnovare il legno a frutto piegato verso il basso, che si elimina. Per varietà che su legno pendulo portano solo frutti di qualità scadente, per es. Gala, Braeburn, Golden Delicious, Fuji e i tipi spur di Red Delicious, questo tipo di potatura del legno a frutto comporta produzione di frutti decisamente più grossi e pertanto risulta indispensabile per ottenere la qualità desiderata. Anche in inverno, asportando i rami troppo fitti, si dà alla pianta una forma favorevole alla penetrazione della luce, incentivando solo modestamente la crescita. La potatura invernale, però, va fatta con misura e in previsione del prossimo raccolto, adattandola alle caratteristiche della vigoria varietale. Infatti, una potatura troppo forte comporta di conseguenza il fatto che, in seguito, si dovrà procedere nuovamente a un potatura altrettanto forte. Varietà a crescita molto vigorosa, come Fuji, tollerano molto male il raccorciamento dei rami laterali; pertanto su tali varietà sarà opportuno far ricorso alla “potatura lunga“, cioè lasciare intatti i prolungamenti dei rami e raccorciare solo le branche a frutto, nonché eliminarne eventualmente alcune.

Potatura estiva attorno al giorno più lungo dell’anno. La potatura estiva fatta in concomitanza dei giorni più lunghi dell’anno, detta anche potatura di giugno, frena nel modo più evidente lo sviluppo vegetativo e i nuovi germogli terminano per lo più con una gemma a fiore. Lo strappo dei succhioni dalle piante molto vigorose impedisce in quel punto l’emissione di nuovi germogli. Una potatura di giugno troppo forte frena soprattutto l’accrescimento dei frutti, favorisce la comparsa di rugginosità e, se si verificano eccessi di luce solare, si può avere anche la comparsa di ustioni sui frutti. Una potatura troppo vigorosa in questo periodo produce, d’altra parte, anche un forte aumento di nuovi germogli.

Potatura per favorire la penetrazione della luce nella chioma. Per le varietà rosse, una potatura idonea ad allontanare i germogli inutili, alcune settimane prima della raccolta, può favorire la colorazione rossa della buccia. Anche questa pratica non si deve fare troppo presto e in modo eccessivo. In tal caso i germogli si devono togliere completamente alla base, oppure si devono tagliare su lunghi monconi. Se si lasciano solo monconi corti, alla raccolta si corre il pericolo di avere frutti danneggiati da ferite prodotte dai medesimi a causa del vento che li fa oscillare. Come appunto ricordato, non si devono mai fare potature drastiche. Pertanto è saggio, nel caso di correzioni di errori e su varietà molto vigorose, fare più interventi di potatura suddivisi nel tempo: quindi, in inverno fare la potatura del legno a frutto, prima della raccolta la potatura idonea a favorire l’illuminazione della chioma e dopo la raccolta il diradamento dei rami.

Strappo dei rami. Togliere i rami inutili e i germogli a strappo, anziché con la forbice, frena lo sviluppo e diminuisce l’emissione di nuovi germogli. Si formano meno germogli lunghi e un numero maggiore di gemme a fiore, rispetto a quanto accade mediante il taglio. Le ferite prodotte dallo strappo cicatrizzano più rapidamente e meglio. Strappare rami grossi dalla zona bassa della chioma richiede una tecnica particolare, oppure molta forza e frena intensamente la crescita della parte posta oltre i punti di strappo. Se la potatura o lo strappo dei rami e dei germogli si fa in giugno, in fase di luna calante, si rafforza l’efficacia frenante sulla crescita.

Nuove proposte di potatura delle piante
Potatura dopo la raccolta. In autunno, le foglie, fino a quando rimangono verdi sulla pianta, producono continuamente assimilati che, in questo periodo, sono utilizzati per la maturazione del legno, per la formazione delle gemme a fiore, per l’accumulo di sostanze di riserva nelle radici. Pertanto, in autunno, si rileva uno sviluppo radicale intenso, che continua fino a quando il terreno gela. Mediante una potatura eseguita subito dopo la raccolta si riduce l’attività fotosintetica e, di conseguenza, le radici ricevono una quantità inferiore d’assimilati e crescono più debolmente. Una minore crescita della radici in tardo autunno significa anche uno sviluppo minore dei germogli nella stagione successiva. In tutti i casi, la potatura dopo la raccolta non si deve mai eseguire prima della seconda settimana di settembre, quando si può meglio sfruttare il tempo che intercorre tra due stacchi delle mele, oppure quando le piante di certe varietà sono troppo bagnate per permettere una buona raccolta, specialmente quando si tratta di Golden Delicious o di Pink Lady, molto sensibili alle pressioni, se raccolte in periodo umido. Comunque la potatura dopo la raccolta deve essere fatta in modo intenso solo su piante molto vigorose. Negli impianti in produzione occorre inoltre deviare la cima e curare il mantenimento della forma conica delle piante. Se un ramo a frutto, dotato di molte gemme a fiore, si lega in posizione verticale come prolungamento della cima, la crescita si frena per un lungo periodo di tempo. Questo ramo a frutto, così legato, comanda la crescita della cima e permane per alcuni anni a sviluppo contenuto e fruttifero. Questo modo di legare si può già attuare in estate, nel momento della potatura in post-raccolta, oppure lo si può riprendere anche nella primavera successiva. Legare un germoglio a frutto è un’operazione, che al momento in cui la si esegue, richiede molto lavoro, ma ne fa risparmiare molto successivamente, in quanto per diversi anni non occorre più potare la cima. In appezzamenti dotati di reti antigrandine questo modo di trattare la cima presenta anche un ulteriore vantaggio. I germogli che da essa si svilupperanno ben raramente cresceranno fino alle reti, rimanendo deboli e sviluppandosi in verticale in modo stentato. Qualora sia necessaria una forte potatura correttiva, il freno alla crescita prodotto dalla potatura in post-raccolta può essere ulteriormente rafforzato mediante pennellature di NAA. Se, come di consueto, quest’operazione si fa in marzo, il NAA trattiene presso il punto pennellato la corrente, prevalentemente ascendente, del succo linfatico. Di conseguenza solo la parte del ramo pennellato è frenato nella sua crescita, mentre al di sotto di questo punto crescono forti germogli di prolungamento e molti succhioni, quindi si ha una vigorosa crescita mezzo metro più in basso. Se, al contrario, la pennellatura del punto di taglio con NAA si fa in autunno, questo ormone, che frena lo sviluppo, è trasportato dalla linfa, prevalentemente discendente, più in basso nel fusto. L’efficacia frenante, in tal modo, è distribuita più o meno in tutta la pianta. Il germoglio a fiore, così legato come apice, cresce dunque armonioso e produttivo.

Potatura a finestra o potatura lunga. Con questo tipo di potatura fatta sopra le branche basali, si tagliano alcune branche a partire dal tronco. In tal modo l’allontanamento della branca crea una finestra e le branche sottostanti ricevono più luce. Questa circostanza migliora in modo evidente la produzione e la qualità dei frutti. Per varietà a vigoria debole, come Gala, Braeburn e Pink Lady, questo tipo di potatura non è così necessario, perché esse richiedono una potatura corta del legno a frutto, con la quale le piante ricevono luce a sufficienza fino al tronco. Nelle varietà a forte vigoria, per es. Fuji, per le quali è consigliabile la potatura lunga del legno a frutto, le finestre si ricoprono presto di vegetazione, tramite i rami a frutto lunghi e pendenti delle branche salvaguardate. Per la potatura lunga occorre però ricordare che i rami a frutto dovrebbero produrre almeno 10 foglie agli apici dei loro germogli; se manca ciò il ramo a frutto invecchia e i pochi frutti prodotti rimangono piccoli.

Potatura a sperone. Appena il prolungamento dell’astone ha raggiunto l’altezza desiderata, esso si raccorcia (a metà della sua lunghezza) su gemme ben formate. L’anno successivo tutti i germogli verticali, presenti sulla cima, compreso il prolungamento dell’astone centrale, si raccorciano su gemme mal sviluppate della base (speroni). In questo modo si contiene semplicemente l’altezza della pianta nei limiti previsti. Anche i prolungamenti delle branche basali e dei rami a frutto, appena hanno raggiunto la lunghezza prevista, sono raccorciati su gemme mal sviluppate. Queste gemme si sviluppano più tardi e pertanto non fanno molta concorrenza ai giovani frutticini. I nuovi ricacci ritardati producono ormoni ai loro apici, ma attirano anche acqua ed elementi nutritivi dalle radici. Con ciò si esalta la vitalità dei germogli e della intera pianta. Speroni si possono lasciare anche alla base dei succhioni e dei germogli. Da questi monconi dei germogli si forma nuovo legno a frutto vicino alle branche e al tronco, cosa che a sua volta migliora la qualità dei frutti. Mediante la potatura a sperone si risparmia anche lavoro di formazione delle piante. Germogli troppo forti, che si formano dai monconi, si dovrebbero nuovamente tagliare a sperone, mentre si devono lasciare intatti i rami a frutto, che crescono orizzontali. Quanti più speroni sono fatti su una pianta, tanto più tranquillo e orizzontale si sviluppa un nuovo germoglio. Questa potatura su monconi di germogli è molto semplice e si può eseguire rapidamente. È anche molto facile da spiegare a personale non qualificato. Questo tipo di potatura si preferisce in grandi aziende, che spesso hanno operai giornalieri non specializzati.


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