Volume: gli agrumi

Sezione: coltivazione

Capitolo: alimentazione idrica

Autori: Calogero Germanà

Introduzione

Negli esseri viventi l’acqua è la sostanza più importante e partecipa a tutte le loro attività metaboliche. Ha un’esclusività che è funzione della struttura chimica che non ha uguali in natura e comporta caratteristiche fisiche, chimiche, termiche, coesive e adesive che sono numerose e uniche. Il passaggio dell’acqua dallo stato liquido delle foglie a quello gassoso dell’atmosfera avviene in risposta a un gradiente di concentrazione tra il suo contenuto all’interno delle cellule presenti nelle cavità substomatiche e quello dell’aria circostante gli stomi dove, invece, è estremamente variabile nel corso del tempo. L’acqua contenuta nel terreno è trattenuta con una certa forza ed è espressa per mezzo del potenziale dell’acqua (Ψ), che viene indicato, convenzionalmente, con un numero intero negativo. Questo parametro rappresenta una misura dello stato idrico sia della pianta sia del terreno e si misura con vari strumenti: camera a pressione di Scholander, termometro a raggi infrarossi, contenuto idrico relativo, tensiometri, sonda a neutroni ecc. I valori possono essere utilizzati per stabilire se la pianta e il terreno possono definirsi più o meno “bagnati” o “secchi”. Il trasporto dell’acqua fino alle foglie avviene sempre in risposta a gradienti di potenziali dell’acqua che dai punti del terreno dove essa è a un dato valore (per esempio –0,1 MPa = megapascal) si sposta verso punti della pianta a potenziale relativo più basso (per esempio –1 o –2 MPa) e dalle foglie verso l’atmosfera, dove i valori sono ancora più negativi (per esempio –100 MPa). L’acqua consumata dalla pianta non può, comunque, essere considerata persa ma contribuisce a mantenere la temperatura delle foglie inferiore a quella atmosferica, per cui sarebbe auspicabile intensificare al massimo livello il flusso idrico, sia per evidenti motivi climatizzanti, sia per consentire alla pianta di trattenerne il più possibile per le funzioni vitali. L’atmosfera riceve l’acqua che poi cede con le piogge, per cui, eseguendo un bilancio idrologico, idealmente sarebbe opportuno che esso fosse in pareggio. Nella realtà però ciò non sempre avviene; di conseguenza, quando l’umidità nel terreno diminuisce, il suo potenziale diventa più negativo. Quando la disponibilità di acqua nel terreno è limitata si verifica una serie di eventi nella pianta che nel complesso vengono definiti “stress” o “deficit idrici”: si riducono i contenuti di acqua, il turgore delle cellule e dei tessuti, la traspirazione, la fotosintesi, l’accrescimento, la produzione finale ecc. I valori rappresentativi del potenziale negli agrumi a stati diversi di stress idrico vanno da –0,2 a –0,6 MPa per foglie di piante ben idratate e nelle ore antelucane e da –2 a –5 MPa per quelle in condizioni critiche e nelle ore meridiane. Quanto più il contenuto idrico nel terreno diminuisce, tanto più la pianta si disidrata. A parità di disponibilità idriche nel terreno e di potere evaporante nell’atmosfera, è stato riscontrato, nelle diverse specie e cultivar di agrumi, uno stato idrico diverso conseguente a un’architettura idraulica, dipendente dalle caratteristiche dello xilema e del floema e dalla capacitanza dei tessuti di accumulo. Queste potrebbero comportare in definitiva un diverso fabbisogno idrico e, pertanto, appare opportuno rivolgere la maggior parte delle attenzioni direttamente alla pianta, la quale può essere utilizzata come un indicatore biologico del suo bilancio idrico attraverso alcuni parametri che la ricerca ha dimostrato essere adatti allo scopo: sviluppo del frutto e del tronco, potenziale idrico fogliare, velocità del flusso di linfa, differenza di temperatura tra chioma e atmosfera. Lo stato idrico delle piante di agrumi varia moltissimo in funzione anche di diverse variabili: portinnesti, età, carico produttivo, fase fenologica, presenza di sali nel terreno, attacchi parassitari, esposizione, condizioni nutritive ecc. oltre, naturalmente, alle condizioni climatiche giornaliere, stagionali e annuali. Queste ultime si esprimono con cicli non sempre regolari, determinano il potenziale dell’acqua nell’atmosfera e definiscono il suo potere evaporante attraverso l’evapotraspirazione potenziale (ETP) di una certa zona, che rappresenta l’intensità di dispersione dell’acqua nell’atmosfera nel caso di un prato falciato di frequente e tenuto in condizioni idriche ottimali (capacità di campo) e che è funzione delle caratteristiche climatiche (temperatura, radiazione solare, umidità dell’aria, vento). Questi fattori climatici sono stati utilizzati da diversi Autori per ricavare delle formule per mezzo delle quali è possibile equiparare l’evapotraspirazione alle esigenze idriche delle piante. Nel caso di coperture vegetali diverse dal prato e in genere minori, come negli agrumeti, il consumo idrico delle piante, purché non manchi mai l’acqua a livello delle radici, è diverso dall’ETP ed è normalmente inferiore e si indica come evapotraspirazione effettiva della coltura (ETE). Tra ETE ed ETP esiste la relazione: ETE = kc x ETP, nella quale kc è il coefficiente colturale, caratteristico per ogni specie, cultivar o clone, variabile durante il ciclo colturale e influenzato anche dalle tecniche agronomiche. Ad eccezione di alcune aree agrumetate nelle zone di origine tropicale, dove le piogge sono addirittura superiori ai fabbisogni idrici, in tutte le altre aree l’acqua è certamente il fattore più limitante perché le piogge in ambiente caldo-arido risultano insufficienti sia come quantità (in media circa 400-600 mm l’anno in Sicilia), sia come distribuzione nel tempo (in genere nel periodo autunnoinverno), per cui il ricorso all’irrigazione è non solo indispensabile, ma insostituibile e senza alternative, caratteristiche queste che la rendono unica fra tutte le pratiche agronomiche. In aggiunta, mentre i consumi di acqua (agricoli e non) sono in continuo aumento, la disponibilità di risorse idriche sta diventando sempre più limitata. Inevitabile, quindi, la ricerca di soluzioni capaci di ridurre i consumi, evitando gli sprechi e migliorando l’efficienza dell’irrigazione. In ogni caso, i principali problemi posti dall’irrigazione comportano (escludendo, per le zone caldo-aride, il primo relativo a “se” irrigare) la soluzione di 4 punti: quanta, quando, come e quale acqua somministrare. I parametri pedologici, e ancor meglio quelli fisiologici, dovrebbero indicare quando irrigare e i parametri climatici quanta acqua impiegare.

Quanta acqua

Un criterio molto semplice, pratico, risultato valido nella gestione irrigua, è quello di correlare i fabbisogni idrici degli agrumi all’acqua evaporata da una vasca evaporimetrica. Il confronto, naturalmente, non è scientificamente esatto in quanto l’evaporazione è un fenomeno esclusivamente fisico, mentre l’evapotraspirazione avviene, oltre che per effetto degli stessi parametri, sotto il controllo della pianta, la quale regola l’apertura e la chiusura degli stomi in funzione del proprio stato idrico e delle condizioni climatiche. Tuttavia, la bacinella (quella più usata è la “classe A”) ha fornito utili informazioni ed è stata impiegata in tutto il mondo della ricerca come guida, integrandola con l’impiego di adatti coefficienti colturali. Il grado di copertura del terreno da parte delle piante (indice di area fogliare) ha un’influenza decisiva sull’evapotraspirazione, ma per ottenere il massimo di copertura vegetale in un nuovo impianto occorre attendere un certo numero di anni. In questo periodo, a causa del cosiddetto “effetto oasi”, i volumi di acqua devono essere calcolati utilizzando kc molto più alti (partendo da valori pari a 2-3 al primo anno, per poi diminuire gradualmente) in confronto dell’età adulta e devono tenere conto di questa fase, fino a quando la dimensione della chioma raggiunge il massimo sviluppo. In conseguenza, di ciò è consigliabile fornire, nella fase iniziale, volumi crescenti per poi arrivare, oltre il quinto anno, a 100 litri e oltre al giorno e a pianta. Tenendo conto di questi elementi, della superficie coperta dalla chioma e dell’efficienza dell’impianto irriguo, è agevole impostare il calcolo per la determinazione dei volumi irrigui. Infatti: V = E x Kc x S/R, dove V = volume di adacquamento in m3; E = evaporato in mm; kc = coefficiente colturale; S = superficie coperta dalla chioma, in m2; R = rendimento dell’impianto irriguo, variabile dal 60 al 70% per l’aspersione, dal 70 all’80% per gli impianti irrigui a spruzzo e dal 90 al 95% circa per quelli localizzati a goccia. La ricerca ha consentito, grazie a idonee apparecchiature, di controllare lo stato idrico delle piante e quindi di decidere, di volta in volta, se aumentare o diminuire gli apporti irrigui. Nella suddetta formula l’unico parametro al quale si possono apportare correzioni è il coefficiente colturale. Secondo alcuni, il valore di questo coefficiente è variabile nel corso della stagione irrigua, tende ad aumentare, non è costante negli anni e può cambiare anche in funzione di specie, cultivar e clone. Secondo altri, tra cui la FAO, vengono consigliati valori costanti. Il totale di acqua necessaria per uno sviluppo completo e per una produzione ottimale di un agrumeto è stato stimato tra 10.000 e 15.000 m3 per ettaro.

Quando irrigare

Un tempo in agrumicoltura venivano utilizzati intervalli tra le irrigazioni molto lunghi, dell’ordine di 21 o 31 giorni, sia nel caso di sorgenti di fornitura collettive, sia di aziende con proprie disponibilità idriche, a causa del fatto che gli unici sistemi irrigui utilizzati erano la sommersione parziale da conche o l’infiltrazione. In quelle condizioni, infatti, conveniva somministrare elevati volumi di adacquamento con turni più lunghi e con un numero di interventi limitati nel corso della stagione irrigua per evidenti motivi economici. Con i moderni metodi irrigui, i volumi di adacquamento possono essere adeguatamente variati e i turni tendenzialmente accorciati, senza elevati costi aggiuntivi (anche nel caso di turni obbligati purché si disponga di adeguate vasche di accumulo). I volumi vanno correlati al turno e risultano come sommatoria dei consumi giornalieri. Al fine di rispettare la continuità dell’acqua nell’insieme suolo-pianta-atmosfera, di consentire ai potenziali idrici nei segmenti estremi di manifestarsi a valori ottimali e di evitare che si generi carenza idrica, gli unici interventi sono limitati al terreno e all’atmosfera. Ciò significa che occorrerebbe mantenere nel terreno un potenziale idrico costantemente tendente allo 0 con turno ad alta (giornaliera) o altissima frequenza (più volte al giorno), e che bisognerebbe controllare i valori massimi di temperatura e quelli minimi di umidità atmosferica, come per esempio nell’irrigazione climatizzante. Per raggiungere entrambi questi obiettivi sarebbe necessario utilizzare un impianto irriguo misto, tecnicamente facile da realizzare: localizzato a goccia, da utilizzare nei periodi di minore evapotraspirazione ed espanso nelle epoche (luglio e agosto) in cui le foglie soffrono per differenza tra la velocità della traspirazione e quella dell’assorbimento radicale e aumentano la propria temperatura nei confronti di quella atmosferica. L’esercizio irriguo ideale dovrebbe prevedere un’altissima frequenza, con turni irrigui molto brevi e con erogazione nelle ore di massimo potere evaporante. Tuttavia, poiché i sistemi irrigui espansi, di giorno, consumano troppa acqua per evaporazione sarebbe opportuno irrigare nelle ore notturne o in quelle di minore luce. Se nella pratica è difficile adottare tale soluzione, tuttavia resta valido il principio secondo il quale bisognerebbe tendere verso l’alta frequenza per migliorare i risultati agronomici.

Qualità dell’acqua

Un’acqua di buona qualità associata a tecniche agronomiche ottimali porta a risultati produttivi soddisfacenti. L’idoneità dell’acqua per l’irrigazione degli agrumi dipende da diversi parametri, tra cui assume particolare importanza il contenuto in sali solubili e quello dei vari elementi presenti. L’apporto di sali con le acque d’irrigazione determina un aumento della salinità del terreno e riduce la facoltà di assorbimento dell’acqua da parte della pianta. Gli agrumi risultano molto sensibili alla salinità e alla concentrazione specifica di determinati elementi. I portinnesti più resistenti alla salinità, come la lima di Rangpur e il mandarino Cleopatra, hanno la capacità di limitare l’accumulo di ioni cloro nelle foglie. Il contenuto in sali solubili dell’acqua viene espresso in milligrammi/litro o in ppm o ancora in termini di conducibilità elettricità (EC): questa viene data in mmhos/cm o in dS/cm . Gli effetti negativi di un’acqua d’irrigazione ad alto contenuto salino sono correlati alla specie, al portinnesto in primo luogo, ma possono essere condizionati dalla natura del terreno, dal metodo di distribuzione, dalla pluviometria dell’area interessata, dai volumi disponibili, nonché dall’efficienza del sistema drenante, naturale o artificiale, delegato all’allontanamento dei sali lisciviati dallo strato del terreno esplorato dalle radici delle piante. Un accorgimento utile, infatti, per l’impiego di acque saline, nei casi di estrema necessità, può consistere in irrigazioni molto frequenti con somministrazioni di volumi tali da dilavare e trasferire in profondità i sali. Particolarmente nocivi risultano il cloro, il sodio, il boro. Delle specie coltivate il limone accusa la maggiore sensibilità, seguito dal mandarino e dall’arancio. Il sistema d’irrigazione a goccia, tenuto conto della distribuzione dei sali nella parte periferica del terreno bagnato, può, invece, consentirne l’utilizzo senza incorrere in gravi rischi, sempre che nella stagione invernale la pioggia provveda al dovuto dilavamento dei sali. Un alto contenuto di sodio può conferire all’acqua il carattere dell’alcalinità da cui scaturisce il rischio degli effetti negativi di questo elemento, poco utilizzato dalle piante, sull’alcalinizzazione del terreno, sulla struttura e permeabilità di esso. Un giudizio sulla qualità di un’acqua al fine di valutare i possibili danni sulla struttura del terreno non può prescindere dalla conoscenza del rapporto di assorbimento del sodio: SAR.

Come irrigare

I sistemi tradizionali sono stati radicalmente abbandonati per far posto a quelli definiti “automatizzati”, nei quali l’impiego della manodopera è sempre più limitata. Tecnicamente, i metodi d’irrigazione differiscono nel modo con cui l’acqua è distribuita attraverso il campo.

Sommersione e scorrimento
L’irrigazione per sommersione o a conca e per scorrimento o infiltrazione laterale a solchi, dove l’acqua è convogliata al punto di consumo direttamente sulla superficie del terreno, sono stati i metodi d’irrigazione tradizionale degli agrumi, così come di altre colture. Essi sono caratterizzati da bassi costi d’impianto ed energetici, non è richiesta filtrazione, sono di estrema semplicità; nei terreni declivi è necessario provvedere al terrazzamento, hanno costi di manodopera e consumi idrici elevati e uniformità generalmente modesta.

Irrigazione per aspersione
Può essere realizzata per soprachioma o sottochioma, sistemi nei quali l’acqua viene distribuita per mezzo di irrigatori idrodinamici. Il soprachioma ha bassi costi rispetto al sottochioma, discreta uniformità, affidabilità dell’impianto e può avere funzioni polivalenti, tra le quali la protezione contro il gelo, l’irrigazione climatizzante, i trattamenti antiparassitari e le concimazioni fogliari. Quando però l’acqua d’irrigazione contiene anche basse concentrazioni di sali, il rischio di danni alle foglie è elevato e in presenza di venti la distribuzione viene molto modificata, per cui occorre eseguire adacquate notturne. Per questa ragione è stato abbandonato, avendo tra l’altro costi energetici relativamente elevati. Nell’aspersione sottochioma è possibile riscontrare una discreta uniformità e affidabilità dell’impianto; per contro, oppone impaccio alle operazioni colturali, il getto interferisce con erbe infestanti o con le chiome basse ed è inadatto nei terreni terrazzati.

Irrigazione semilocalizzata
Il metodo include sistemi che utilizzano come organi distributori minirrigatori posti tra una pianta e l’altra e spruzzatori collocati in numero di due in prossimità del tronco (sconsigliabile) come per esempio nel sistema con spruzzatori statici noto come “baffo”. I vantaggi, rispetto ai metodi precedenti, sono: più elevata efficienza di applicazione, bassi fabbisogni energetici, facilità delle operazioni colturali, nessun ingombro e buon controllo dell’aerazione del suolo. I difetti sono insiti nei pericoli di marciume radicale e di gommosi al colletto, nelle elevate perdite per evaporazione (circa 30-40%), anche se modificando opportunamente i turni, nel senso di eseguirli giornalmente e possibilmente di notte, la distribuzione con gli spruzzatori può fornire notevoli vantaggi in termini di climatizzazione, con tutti i conseguenti effetti positivi sulla fisiologia della pianta

Irrigazione localizzata nello spazio e continua nel tempo
Il metodo (noto come irrigazione a goccia) è stato adottato inizialmente in Israele e poi diffuso con enorme successo in tutto il mondo agrumicolo, ma prevede un cambiamento radicale nella gestione dell’irrigazione. Innanzitutto è necessario somministrare volumi ridotti con turni giornalieri o più volte al giorno, il che comporta un primo vincolo legato alla disponibilità continua dell’acqua irrigua. Nel caso dell’agrumicoltura in Sicilia, la maggioranza delle aziende non può realizzare il metodo perché inserita in consorzi irrigui nei quali occorre rispettare il proprio turno nella fornitura. In questo caso il problema può essere superato realizzando invasi sufficienti per avere disponibilità di acqua ogni giorno fino al turno successivo. Il metodo, rispetto ai precedenti, prevede le più basse portate e pressioni di esercizio e organi distributori (gocciolatoi) o piccoli tubicini (spaghetti), inseriti nelle ali gocciolanti esternamente o internamente, a distanze variabili tra loro e con un numero che può essere aggiustato per coprire ogni area di terreno desiderata. Le ali gocciolanti possono essere disposte ad anello a una certa distanza attorno al tronco o in linea (in numero di una o due per filare). La loro portata varia da 2 a 16 l/h e la pressione da 0,5 a 1 atmosfere. Il sistema tecnicamente più efficiente e razionale è, tuttavia, la sub-irrigazione nella quale l’acqua e gli elementi nutritivi vengono distribuiti direttamente in prossimità delle radici e non esistono perdite per evaporazione. Il problema più grosso è l’impossibilità di controllare le occlusioni degli organi distributori, sia dall’interno per sostanze disciolte nell’acqua, sia dall’esterno per la crescita di radici nelle prossimità degli orifizi. Una soluzione potrebbe essere quella di introdurre le ali gocciolanti all’interno di tubi drenanti, realizzando nel contempo un controllo dell’eccesso di acqua nel terreno.

Effetti degli stress idrici

Le esperienze finora condotte sugli agrumi hanno consentito di arricchire le conoscenze sugli effetti della carenza idrica in alcune fasi del ciclo di fruttificazione. Quando essa viene subìta nel primo periodo successivo alla fioritura, le conseguenze si riflettono essenzialmente sull’allegagione facendo aumentare la percentuale di cascola di frutticini. La mancanza di acqua nella fase seguente è la più dannosa per la produzione finale in quanto si manifesta in termini di minore accrescimento dei frutti e succosità e di maggiore acidità, brix e spessore della buccia. La riduzione della somministrazione da settembre in poi non comporta, generalmente, grossi rischi in quanto la pianta va incontro al periodo delle piogge.

Aspetti tecnologici

Negli ultimi anni non si sono registrati progressi rivoluzionari, ciò che dimostra l’apprezzabile grado di prestazioni e di affidabilità che è stato ormai raggiunto. Una certa evoluzione si nota per gli spruzzatori e per i microirrigatori, che hanno portate comprese fra 30 e 200 litri l’ora e gittata compresa fra 1,5 e 6 m circa. Il principale malanno che affligge la microirrigazione è certamente connesso alla possibilità di intasamenti. La filtrazione di conseguenza deve essere studiata con la cura necessaria perché si adatti alle varie esigenze. Ai consueti filtri a rete (d’impiego generico) e a quelli a graniglia (specifici per trattenere le alghe) possono essere affiancati i cosiddetti ‘idrocicloni’, per bloccare le particelle di sabbia. Il controllo dell’esercizio irriguo può essere ottenuto per mezzo di programmatori elettromeccanici o più spesso elettronici che in realtà sono solo degli attuatori di programmi elaborati al di fuori di essi.

Aspetti pedologici, fisiologici e agronomici connessi all’irrigazione

Il terreno rappresenta il serbatoio per l’acqua e gli elementi nutritivi che, però, sono soggetti a perdite più o meno elevate. Queste dipendono dalle particelle del terreno e dalle proporzioni tra di esse: massime nei terreni sabbiosi e minime in quelli argillosi. A questo proposito, occorre ricordare che in essi e nel caso del sistema irriguo a goccia la forma del volume di terreno bagnato (bulboide umido) cambia, assumendo l’aspetto di una ‘carota’ nel primo caso e di una ‘cipolla’ nel secondo. La soluzione circolante nel terreno è tanto meno disponibile per l’assorbimento quanto minore è la quantità residua. Inoltre, il trasferimento dell’acqua dallo stato liquido nel terreno a quello gassoso nell’atmosfera avviene a velocità diverse perché esso è più lento durante l’assorbimento radicale e più veloce attraverso la traspirazione. La conseguenza è che le colonne liquide all’interno del corpo della pianta sono sottoposte a sollecitazioni tensoriali. Così, all’interno dei vasi conduttori, si possono verificare interruzioni nella continuità liquida tali da provocare la formazione di vuoti o cavità riempiti, poi, da aria che, diffondendosi a notevole velocità all’interno dei vasi, provoca una diminuzione della conducibilità idrica. Nelle ore più calde dei climi caldo-aridi, questo fenomeno è abbastanza frequente; durante la notte la continuità viene ripristinata facilmente, ma con il passare del tempo le conseguenze si manifestano con stress idrici. L’acqua assorbita e trasportata nei vasi conduttori costituisce una colonna ininterrotta e non esistono interfacce aria-acqua fino a quando essa non viene compromessa da cause naturali, o provocate dall’uomo, causando l’introduzione di aria e il verificarsi della cavitazione. In questi casi, il movimento del liquido e la sua conducibilità vengono influenzati negativamente perché il gas introdotto si sposta in tutto il circuito. In particolare, i due componenti sono composti da molecole che nell’acqua sono legate tra loro con una forza di coesione che non esiste, invece, nelle molecole gassose. Siccome queste ultime sono libere da legami chimici, nell’interfaccia si crea una superficie idrica tanto più convessa quanto minore è la quantità di acqua e nella quale la tensione superficiale raggiunge il massimo valore. Nelle foglie i valori dei potenziali idrici cambiano da quelli minimi assoluti della notte a quelli massimi del giorno. Ai livelli minimi del terreno si raggiunge il coefficiente di appassimento in corrispondenza del quale l’acqua non è più disponibile per le piante e viene trattenuta con una forza pari a –1,5 MPa, valori in corrispondenza dei quali la pianta non può sopravvivere. Ai livelli massimi, invece, l’acqua riempie tutti i pori e le radici devono compiere il minore sforzo per estrarla: il potenziale idrico totale in questo caso è considerato per convenzione pari a 0 e rappresenta la capacità massima di campo. L’ideale è avere questa condizione in ogni momento della vita di una pianta, in modo tale da rifornire di acqua e degli elementi nutritivi in essa disciolti tutte le foglie. Affinché il flusso idrico raggiunga il livello più elevato è necessario avere il massimo gradiente di potenziale idrico tra terreno, nel quale è preferibile mantenerlo prossimo a 0, e quello dell’atmosfera, nel quale esso può raggiungere anche i –150/–200 MPa. Nel mezzo di questi due segmenti esiste la pianta che oppone una serie di resistenze. L’insieme di questi elementi costituisce un tutt’uno e un continuum, rappresentabile mediante il concetto dello SPAC (Suolo-PiantaAtmosfera-Continuum). Entro certi limiti la pianta può essere paragonata allo stoppino di un lume a petrolio, il quale, se acceso a un estremo e fintanto che vi è ossigeno nell’aria, emette luce alla massima intensità fino a quando l’altro estremo è immerso nel carburante e il livello si mantiene elevato; allorquando esso diminuisce, la luce si attenua fino a spegnersi del tutto. L’acqua è l’unico vettore per mezzo del quale gli elementi nutritivi vengono assorbiti dal terreno e trasferiti all’interno della pianta e quindi qualunque fattore la influenzi si riflette anche sugli ioni in essa disciolti. In questo senso, abbinando l’irrigazione e la concimazione e frazionando e limitando il più possibile i volumi e le quantità, esiste la possibilità di sostenere la formazione delle gemme a fiore, di indurre una fruttificazione sufficiente e di regolare, modificare o orientare l’equilibrio vegetoproduttivo delle piante di agrume.

 


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