Volume: il riso

Sezione: paesaggio

Capitolo: acqua e rete irrigua

Autori: Mauro Greppi, Giuseppe Sarasso

Irrigazione del riso

Il riso richiede una buona disponibilità di acqua per lo sviluppo della sua pianta e il governo dell’acqua diventa molto importante per il successo della coltivazione. Nella risaia si crea un ambiente dove esiste uno stretto connubio tra acque superficiali e falda freatica. In particolare nel territorio padano l’irrigazione per sommersione porta a un equilibrio tra le acque del primo acquifero e le acque irrigue che favorisce la coltura del riso. In tale contesto, dove l’irrigazione per sommersione è prevalente, l’efficienza della rete irrigua è di primaria importanza. La rete di canali richiede però una adeguata manutenzione per consentire di soddisfare i fabbisogni irrigui nel rispetto di una gestione economica dell’irrigazione. L’idrodinamica delle acque superficiali, distribuite laminarmente nell’irrigazione per sommersione, il processo d’infiltrazione nel suolo non saturo e la filtrazione nell’acquifero consentono il trasporto di sostanze presenti in sospensione nell’acqua. Il monitoraggio e lo studio di questi processi fisico-chimici diventa importante per conoscere e preservare la qualità dell’ambiente e l’habitat del territorio della risaia. Le acque irrigue, da una parte, trasportano verso i campi sia le particelle fini tenute in sospensione, prodotte dal processo erosivo del bacino idrologico di monte, sia le sostanze chimiche immesse nella rete idrografica di adduzione; mentre, dall’altra, convogliano alla rete di drenaggio le sostanze asportate dalle superfici a coltura. Le acque distribuite sui campi, come le acque meteoriche, in parte percolano e sono il vettore per il trasporto nell’acquifero delle sostanze presenti in superficie; ma il moto dell’acqua nell’acquifero, in assenza di prelievi dalla profondità, rende difficile il trasferimento di queste sostanze al di sotto del livello della falda. La presenza invece di prelievi dall’acquifero in profondità, tramite pozzi, favorisce la diffusione delle sostanze anche negli acquiferi profondi. La risaia nella Pianura Padana è in gran parte irrigata con una rete irrigua che distribuisce acqua alla bocchetta di irrigazione in continuo e anche nelle aree di rispetto dei centri urbani, dove si pratica la coltura del riso in asciutta, la rete irrigua è, di solito, sempre in carico. Il mantenere i canali in carico consente una migliore gestione della rete sia per la minore manutenzione che un canale con portata costante richiede rispetto a uno che subisce consistenti variazioni di portata, sia per il minor costo delle operazioni di governo della rete e sia anche per il contributo apportato da questa alla ricarica dell’acquifero superficiale. L’acqua irrigua viene distribuita ai campi tramite manufatti di piccole dimensioni, denominati bocchette, collocati lateralmente alle pareti dei canali, in particolare in quelli di dimensione più piccola che sono detti terziari. La portata derivata è regolata tramite una piccola paratoia e, per consentire una corretta distribuzione dell’irrigazione nel comparto risicolo servito dallo stesso canale, diventa necessario un controllo da parte di operatori. La dimensione dei campi (camere delle risaie) influenza i tempi del controllo e quindi i costi relativi. Infatti a ogni camera in genere corrisponde una bocchetta e ne consegue che a pari superficie irrigata una dimensione minore delle camere comporta un maggior numero di bocchette e di conseguenza un maggior costo per il controllo. L’irrigazione sopperisce ai fabbisogni colturali coprendo sia l’evapotraspirato della pianta sia l’acqua assorbita dall’accrescimento biologico sia l’acqua infiltrata nel terreno. Una parte però dell’acqua irrigua viene restituita alla rete di canali drenante che raccoglie da bocchette di scarico l’acqua di supero di superficie. La portata di scarico è notevolmente variabile durante il ciclo colturale. L’acqua scaricata dalla camera di risaia sommersa viene chiamata colatura e di solito viene utilizzata per irrigare camere che si trovano a giacitura inferiore. Il reticolo drenante in gran parte confluisce nel reticolo irriguo di valle. La stessa acqua percolata in falda viene in parte restituita a valle dai fontanili e viene riutilizzata per irrigare i terreni a giacitura inferiore. Nello stesso comprensorio una parte dell’acqua irrigua è utilizzata più volte, consentendo di irrigare una superficie molto superiore a quella teoricamente irrigabile con le portate derivate dai corsi d’acqua naturali. Nella risicoltura italiana il controllo accurato del livello dell’acqua di sommersione è da secoli considerato condizione fondamentale per il successo produttivo. Nella tradizione, l’acquaiolo ha sempre rivestito un posto di primo piano nella gerarchia della comunità agricola, proprio per l’importanza del suo compito. Il pradarö o campè (modi dialettali per definire l’operaio addetto alla regolazione dell’acqua) veniva normalmente scelto tra i soggetti più abili ed esperti tra i molti presenti nelle aziende. Dai primi del ’900, epoca di rivendicazioni salariali e normative da parte delle mondine, fino all’apparizione degli erbicidi intorno al 1960, una importante integrazione all’estirpazione manuale era costituita dalla gestione del livello dell’acqua. Approfittando del fatto che le varietà di riso allora coltivate riuscivano a sopportare nelle prime fasi colturali un livello di sommersione leggermente più elevato rispetto ai giavoni, l’acquaiolo doveva essere in grado di regolare la sommersione mantenendola nello stretto confine al di sotto della soglia di danno alla coltura e al di sopra di una eccessiva emergenza dei giavoni. Un insuccesso dell’operazione comportava un costo del lavoro di estirpazione manuale incompatibile con la redditività della coltura. Attualmente con l’evoluzione della tecnologia il compito è diventato ancora più difficile, e determinante ai fini del successo del risultato produttivo, e il lavoro di regolazione dell’acqua viene sempre più frequentemente svolto in prima persona dal coltivatore. Nel metodo di coltivazione tradizionale e più diffuso in Italia, quello della risaia sommersa, l’acqua assolve a tre compiti fondamentali: quello di volano termico, di controllo delle infestanti, e di gestione dell’azoto, oltre a essere a disposizione per le necessità della coltura. La sommersione non è continua, ma viene interrotta più volte nel corso della stagione per brevi periodi, in funzione degli interventi agronomici necessari. La diffusione del riso crodo ha indotto l’introduzione di metodi di lotta che hanno un importante riflesso sulla gestione irrigua, specie nelle prime fasi della coltura. In funzione della strategia di lotta applicata, le necessità irrigue variano sensibilmente, ma necessitano in genere di un drenaggio seguito a breve dalla risommersione, operazioni che devono essere rapide. Il terreno scoperto, lasciato al sole troppo a lungo, asciuga, si ossida, si riscalda, e favorisce molte nuove germinazioni di semi infestanti posti in profondità, vanificando i risultati delle applicazioni erbicide. L’ossidazione del terreno porta alla nitrificazione dell’azoto, presente sotto forma ammoniacale nei terreni sommersi, e ne causa il dilavamento. Nei primi giorni dopo la risommersione, un livello d’acqua tale da ricoprire completamente le infestanti ne favorisce la distruzione completa. Indipendentemente dalle strategie adottate per il controllo del riso crodo, all’atto della semina, il livello ottimale per favorire la germinazione del riso è compreso intorno ai 5 cm. L’indispensabile asciutta di radicamento dei germinelli del riso, che viene eseguita di norma a 7-10 giorni dalla semina, e le successive interruzioni dell’irrigazione richieste per gli interventi erbicidi, per i motivi sopra riportati, devono essere di durata tale da non permettere al terreno di perdere lo stato di saturazione (3-6 giorni, a seconda del tipo di terreno e delle temperature). La risommersione dopo questo intervento deve essere comunque rapida, senza però coprire i germinelli del riso. Le nuove varietà contenenti il gene semidwarf, quindi a taglia bassa e ridotta velocità di accrescimento del germinello, le basse concentrazioni di ossigeno presenti nelle acque, e possibili residui di erbicidi applicati in presemina e non ancora completamente degradati, costituiscono una associazione di fattori tali da deprimere la capacità di emersione del riso dall’acqua. La messa al bando per motivi ambientali dei vecchi, efficaci alghicidi rende imperativa una grande cautela in questa fase di risommersione, onde evitare che le plantule vengano coperte dalle alghe. In caso di piogge persistenti la possibilità di scaricare l’acqua in eccesso in tempi rapidi, non oltre le 24 ore, è fondamentale per prevenire una moria dei germinelli, e ottenere un investimento adeguato. Se la risaia è infestata da alghe, e l’innalzamento del livello di sommersione porta lo strato algale al di sopra della fogliolina del riso, il danno è assicurato. Tutte queste limitazioni impongono regolazioni dell’acqua precise al centimetro, che richiedono una discreta abilità, tenendo conto delle sempre più vaste superfici dominate da un singolo addetto, che possono raggiungere in alcuni casi i 300 ha. Da questo quadro appare evidente l’importanza vitale dell’efficienza della rete idraulica presente sul territorio, affinché le possibilità di manovra siano costantemente assicurate. Il sistema irriguo svolge la doppia funzione di drenaggio (bonifica) e irrigazione, quasi sempre in contemporanea, in quanto gli stessi canali fungono in genere da colatori in un punto, e da irrigatori per un altro appezzamento posto a poche centinaia di metri più a valle. Solo in assenza di coltura, oppure durante piogge persistenti, la rete assolve a una funzione esclusivamente drenante.

Bilancio idrologico

Per la descrizione quantitativa del processo irriguo si opera su scala comprensoriale (come esempio si è scelto quello riportato nella cartina a pagina seguente) utilizzando la semplice equazione di bilancio di massa dei volumi idrici in ingresso e in uscita dall’area oggetto di studio. Questo metodo, chiamato bilancio idrologico, costituisce un valido strumento per la conoscenza e la valutazione quantitativa dei movimenti dell’acqua. Si basa su una semplice equazione di bilancio di massa del sistema considerato:
dS : dt = I – Q
dove dS/dt è la variazione di volume immagazzinato nel sistema, I sono gli ingressi al sistema e Q le uscite.

Per poter risolvere la (1), occorre definire il sistema e l’arco temporale al quale ci si riferisce. Nel caso di un tipico sistema idrologico la (1) può essere scritta come:
P – ΔQ – ΔG – E – T = ΔS (2)
dove P è la precipitazione, ΔQ è la differenza tra deflusso superficiale entrante e uscente dal sistema, ΔG è la differenza tra deflusso sotterraneo entrante e uscente dal sistema, E è l’evaporazione, T è la traspirazione delle piante. In genere, a livello comprensoriale, la risoluzione rigorosa di questa equazione non è possibile in quanto uno o più termini non sono noti. Tuttavia, una valutazione, anche approssimata, dei termini del bilancio risulta comunque di grande interesse, in quanto permette di giungere a considerazioni estremamente utili in sede di progettazione e di gestione dei comprensori irrigui, o più semplicemente di comprensione e quantificazione dei flussi idrici. Questo territorio possiede una struttura pedologica abbastanza uniforme e una ricca disponibilità di acqua che ha consentito di raggiungere un’uniformità colturale veramente singolare per la Pianura Padana con estensioni, a livello di superficie comunale, aventi percentuali superiori al 90% di SAU (superficie agraria utile). Per l’area in esame, sono state considerate le precipitazioni giornaliere registrate in una serie di stazioni, ubicate all’interno del comprensorio o nelle sue immediate vicinanze. Il volume di pioggia giornaliera è stato quindi ottenuto attribuendo le misure puntuali all’area di influenza di ciascuna stazione, calcolata secondo l’ormai consolidato metodo di Thiessen. Nell’ambito di una stessa giornata, le altezze di precipitazione risultano significativamente differenti tra una stazione e l’altra. Per un periodo temporale, per esempio, che va dal 15 aprile al 15 settembre di un anno campione, il volume di precipitazione affluito sull’area di studio è stato di 203 milioni di m3, distribuiti in 76 giorni di pioggia, con una media giornaliera di circa 2,7 milioni di m3.

Portate superficiali in ingresso (Qin)
I volumi derivati dalla rete idrografica e distribuiti al comprensorio campione durante la stagione irrigua, sommati, portano a un valore complessivo di circa 1,14 miliardi di m3, con un valore medio giornaliero di 7,4 milioni di m3 e un massimo di 9 milioni di m3. I picchi di deflusso osservati nei canali colatori, senza che vi sia stata precipitazione, evidenziano le fasi di messa in asciutta della coltura; ciò è particolarmente evidente dalla metà di agosto in poi.

Evapotraspirazione (ET)
Per quanto riguarda la valutazione dell’ET, la complessità del fenomeno rende estremamente complicata una sua trattazione rigorosa; una stima per l’area considerata è stata ottenuta dalle temperature massime e minime relative registrate nelle stazioni pluviometriche. Nel caso del riso poi l’evapotraspirazione reale si può far coincidere con l’evapotraspirazione potenziale.

Infiltrazione (I)
La valutazione dei volumi infiltrati nel suolo a scala comprensoriale, risulta estremamente difficile a causa dell’elevata variabilità spaziale delle caratteristiche del suolo. Per la risaia si hanno anche variazioni sensibili da un anno all’altro a seconda delle lavorazioni meccaniche effettuate. Si è pertanto considerato un tasso di percolazione variabile nel corso della stagione tra 15 mm/giorno in aprile e 10 mm/giorno in settembre. Il processo di infiltrazione nel terreno non saturo avviene seguendo un moto per gravità e per diffusione capillare, in altre parole è un processo composto sia dalla propagazione dell’acqua per adesione alle pareti delle particelle solide, che costituiscono il suolo (processo di capillarità), sia dalla percolazione dell’acqua sotto la forza di gravità. La struttura del suolo superficiale e quella dello stesso terreno in profondità favoriscono o meno questo processo di trasferimento. Durante la sommersione delle camere delle risaie l’acqua infiltrata nel terreno determina un’importante risalita del livello della falda superficiale fino al raggiungimento di uno stato di equilibrio, la cui soggiacenza rispetto al piano di campagna è correlata anche alla struttura e tessitura del suolo. Il volume di acqua immagazzinato dalla falda diventa un’importante riserva idrica per l’intero territorio. Una stima del volume immagazzinabile nel suolo dalla variazione della falda per questo comprensorio porta a un valore di capacità di invaso intorno ai 700 milioni di m3.

Rete irrigua: origini, sviluppi, limitazioni

Origini
Per comprendere la situazione attuale della rete irrigua al servizio della parte di Pianura Padana in sponda sinistra del Po, tra la Dora Baltea e il Ticino, sede del 90% della risicoltura italiana, è necessario riferirsi alle modalità con le quali si è formata. Furono i cistercensi a eseguire le prime bonifiche del territorio, nel XIII secolo, in un periodo nel quale la coltura del riso non era ancora stata introdotta. Si procedette dapprima a regolarizzare e adeguare i colatori naturali del territorio, integrandoli con altri canali artificiali, e con le aste dei fontanili, scavati in profondità dove le falde affioranti causavano l’impaludamento dei terreni. Successivamente si iniziò a utilizzare le acque delle risorgive, imbrigliandole qualche chilometro più a valle del punto di risorgenza, per l’irrigazione dei prati, sia nella stagione estiva, avara di precipitazioni, sia in quella invernale. La sistemazione particolare di alcuni prati, detti marcite, consentì di sfruttare la favorevole temperatura delle acque risorgive (intorno agli 11 °C) fatte scorrere in strato sottile sui prati per proteggerli dal gelo invernale e stimolarne la crescita.

Coltivazione del riso
L’introduzione della coltivazione del riso, nel XV secolo, avvenne dapprima nei territori non ancora bonificati, paludosi, inadatti a qualsiasi altra coltivazione. In queste aree, diffuse a macchia di leopardo su tutto il comprensorio, i pastori transumanti durante i loro trasferimenti eseguivano le semine in primavera e il raccolto in autunno, evitando di trascorrere l’estate in luoghi dove la malaria li avrebbe sicuramente colpiti. Grazie ai progressi della biologia e della medicina avvenuti prevalentemente nel corso del XIX secolo, e all’ininterrotto lavoro di miglioramento della regimazione idraulica, fu possibile scindere il binomio riso-malaria. Questa associazione è esistita per un tempo talmente lungo nell’immaginario collettivo (la malaria fu sconfitta definitivamente nei primi decenni del ’900) da sopravvivere anche attualmente nella forma di un collegamento ideale della coltura del riso con un ambiente malsano. Nella realtà, la regolazione delle acque finalizzata alla coltivazione del riso ha reso abitabili aree un tempo proibitive per l’insediamento umano.

Organizzazione del sistema irriguo
I primi sistemi irrigui furono realizzati dalle grandi proprietà nobiliari ed ecclesiastiche. Le derivazioni di presa sui corsi d’acqua naturali e le reti irrigue venivano progettate e realizzate in funzione dei titoli di derivazione e dei diritti di proprietà sui terreni da irrigare. Visti i rudimentali mezzi a disposizione per lo scavo dei canali, era d’obbligo sfruttare al massimo i corsi naturali esistenti, molti dei quali correvano lungo traiettorie sinuose. In modo analogo, la riduzione delle pendenze naturali a una successione di “camere” o “bacini” pianeggianti fu subordinata al minimo spostamento di terra possibile, tracciando le arginature secondo le naturali curve di livello, e anche molto vicine tra loro, con il risultato di delimitare spazi di dimensioni ridotte e di forma irregolare. Questo percorso di sviluppo diede origine a un paesaggio del tutto particolare, dominato dalle linee curve e sinuose, molto pittoresco alla vista, ma divenuto del tutto inefficiente al momento dell’introduzione, nell’agricoltura, dei mezzi meccanici, che necessitano, per un buon rendimento, di spazi ampi di forma regolare. L’assoluta separazione dei flussi idrici in ragione dei titoli di proprietà costituì un grave fattore di inefficienza nell’utilizzo delle risorse idriche. L’eredità del passato, molto importante dal punto di vista culturale, costituisce però, unitamente allo spinto frazionamento della proprietà dei terreni dovuta all’incremento di popolazione e alle successioni ereditarie, un pesante ostacolo alla modernizzazione complessiva del sistema risicolo italiano. Questa limitazione è presente nelle aree di antica tradizione risicola come tutta l’Asia, e in alcune aree europee come quella di Valencia in Spagna, mentre nelle aree convertite più recentemente alla coltivazione del riso, come quella di Siviglia per rimanere in Europa, o generalmente in tutte quelle del continente americano, si trovano sistemazioni irrigue e fondiarie più idonee alla meccanizzazione, condizioni che forniscono un vantaggio importante nel clima di competizione economica globale che sta caratterizzando gli inizi del nostro secolo. Un lungo percorso è stato fatto anche in Italia per migliorare la condizione strutturale della risicoltura. A partire dalla metà degli anni ’60 del secolo scorso la favorevole congiuntura economica dovuta alla costituzione del Mercato Comune Europeo, unita ai prezzi convenienti degli idrocarburi e alla comparsa sul mercato di efficienti bulldozer, ha stimolato una grande razionalizzazione delle forme e dimensioni delle camere di risaia, limitate unicamente dalle dimensioni delle proprietà. Dove queste erano estese, anche la rete irrigua interna è stata razionalizzata, mentre nelle situazioni di spinto frazionamento fondiario la trasformazione è stata di portata molto inferiore, e in questo caso sono ancora ben visibili le eredità del passato. Nelle succitate condizioni di frazionamento, la necessità di servire in modo indipendente l’irrigazione di ogni singola particella richiede il mantenimento di una capillare rete di canalizzazioni, che presenta così un rapporto penalizzante tra l’estensione di superficie occupata e l’area produttiva servita, rapporto che inevitabilmente si riflette anche sul carico dei costi di manutenzione. Per fornire un’indicazione numerica, si riscontrano situazioni che spaziano da meno di 40 a più di 95 metri lineari di canali per ettaro coltivato.

Nascita dei consorzi irrigui
Nel corso del 1800 si verificò in Piemonte un grande sviluppo del sistema dei canali demaniali, culminato nel 1866 con l’entrata in funzione del Canale Cavour. La configurazione del territorio consentì di sfruttare le acque con il duplice scopo dell’irrigazione e della produzione di energia tramite la diffusione sul territorio di una grande quantità di ruote idrauliche, anticipando quello che oggi viene definito “uso plurimo”. La gestione della rete di canali era affidata a un ente statale appositamente costituito, l’Amministrazione dei Canali Demaniali, che era responsabile della manutenzione dei manufatti, della regolazione delle acque e della riscossione dei corrispettivi da parte delle utenze agricole e industriali. L’imponente attività pubblica svolta in quel periodo incontrava nelle preesistenti derivazioni e strutture private un ostacolo alla razionalizzazione complessiva dell’utilizzo della risorsa idrica. L’attività e l’ingegno di Camillo Benso, Conte di Cavour, portarono a identificare la soluzione del problema nella costituzione di un’associazione tra i proprietari dei terreni irrigati, che fosse in grado di gestire in modo unitario le acque disponibili. L’idea prese corpo il 3 luglio 1854, quando fu costituita l’Associazione di Irrigazione dell’Agro all’Ovest del Sesia, associazione volontaria di proprietari terrieri che accettarono l’obbligo di “accomunare tutte le loro acque con quelle dell’Associazione, alle condizioni previste dagli Statuti”, accettando il vincolo a favore della medesima “sulla restituzione di tutte le acque vive di sovrabbondanza e le colaticcie delle irrigazioni in luogo utile all’Associazione”. Questi vincoli permisero di riutilizzare più volte le stesse acque, che venivano scaricate dai territori più elevati a favore dei sottostanti: fenomeno descritto sinteticamente come “riproduzione delle acque”. L’iniziativa fornì risultati eccellenti, e l’Associazione con mezzi propri e con contributi pubblici ha continuato a perseguire, negli oltre 150 anni di attività, l’opera di razionalizzazione tecnica e giuridica dell’irrigazione sul territorio. I risultati ottenuti nel tempo portarono a ripetere l’esperienza con la costituzione, nel 1922, di un’analoga Associazione di Irrigazione Est Sesia, nei territori tra la Sesia e il Ticino, integrando in seguito la dotazione di acque nella parte terminale del Canale Cavour con il Canale Regina Elena (1954), derivato dal Ticino a valle dell’opera di regolazione del Lago Maggiore. Nel 1978 l’amministrazione dei Canali Demaniali passò dallo Stato alle Regioni, e da queste alla Coutenza Canali Cavour, contemporaneamente e appositamente costituita da Ovest ed Est Sesia.

Gestione dei Consorzi irrigui
La struttura amministrativa è molto simile nei due Consorzi, ed è basata su una suddivisione in entità ad autonomia locale: i Distretti Irrigui e i Tenimenti isolati. Queste entità differiscono tra loro in quanto i Tenimenti sono porzioni di terreno riconducibili a una sola proprietà, e irrigabili da uno o più punti di presa sulla rete dei canali consortili, che consentono tecnicamente la misurazione dell’acqua somministrata. Stesse condizioni tecniche per i Distretti, costituiti però al loro interno da proprietà frazionate. La gestione interna delle reti irrigue e della distribuzione dell’acqua è in capo al titolare (proprietario o affittuario) nel caso del Tenimento Isolato, e ad una Amministrazione eletta dai proprietari e affittuari, nel caso dei Distretti. I rappresentanti delle amministrazioni locali eleggono una Amministrazione Centrale, che si occupa della derivazione delle acque, della gestione dei canali principali e dello sfruttamento dei medesimi a scopo idroelettrico, oltre a rappresentare legalmente di fronte a terzi gli interessi di tutta l’utenza. La contribuzione che l’Amministrazione centrale riscuote da quelle locali è binomia, in parte sulla superficie irrigata e in parte sulle portate di acqua somministrate; nelle amministrazioni locali, l’acqua viene distribuita “a luce libera”, essendo tecnicamente impossibile la misurazione dei flussi sulle singole particelle. Gli utenti finali vengono tassati ripartendo esclusivamente a superficie sia la tariffa binomia risultante dalla contribuzione dovuta all’Amministrazione centrale sia le spese di gestione della rete interna locale. I Consorzi, tramite le amministrazioni centrali e distrettuali, sono stati per anni grandi utilizzatori di mano d’opera. I canali richiedono un’operazione annuale di spurgo, per liberarli dai copiosi depositi di sabbia e limo, trasportati in sospensione dalle acque fino a quando queste rallentano il corso in prossimità dei luoghi di utilizzo. La provenienza di questi depositi è principalmente dovuta all’erosione che si verifica sulle Alpi, e in parte al terreno asportato dall’acqua quando le risaie vengono drenate totalmente. Nel periodo estivo la crescita di erbe acquatiche sul fondo degli alvei, e di altre erbe sulle sponde, riduce progressivamente la sezione dei canali e aumenta la resistenza allo scorrimento, tanto da rendere necessari, a seconda delle situazioni, fino a tre sfalci annui. Tutte queste operazioni venivano eseguite esclusivamente a mano, impegnando molto personale, drasticamente ridotto dall’avvento della meccanizzazione. In passato molti distretti irrigui si sono dotati di attrezzature proprie. Negli ultimi tempi, partendo dal fatto che le aziende agricole utenti dispongono di un imponente parco macchine, generalmente sottoutilizzato in inverno e nella parte centrale della bella stagione, proprio nei momenti utili alla manutenzione dei canali, si è pensato di poter conseguire ragguardevoli economie impiegando le macchine delle aziende agricole anche per questa operazione. Attualmente è sempre più diffusa la tendenza di affidare agli stessi utenti le lavorazioni meccaniche sui canali, mediante accordi di vario tipo che spaziano dalla suddivisione tra tutti gli utenti delle competenze sui cavi distrettuali alla stipula di contratti di prestazione d’opera, ottenendo in ogni caso una sinergia economica tra i Consorzi e i loro utenti. Per consentire ai mezzi meccanici di accedere, in ogni stagione, alle sponde dei canali, si sta costruendo una fitta rete di strade alzaie, utile anche al transito degli addetti alle regolazioni dell’acqua. Questi, che un tempo si spostavano a piedi, sono stati dotati dapprima di biciclette, poi di scooter e autovetture. La possibilità intervenuta ultimamente di comunicare con i telefoni cellulari ha permesso di migliorare il servizio pur con un numero molto ridotto di addetti. Le operazioni di gestione delle derivazioni dai fiumi e delle portate dei canali sono complesse e delicate, per le possibili gravi conseguenze negative dovute a errori o malfunzionamenti. Un controllo continuo e uno stretto coordinamento delle operazioni su tutto il territorio consentono di eseguire le irrigazioni e di smaltire le acque di piena senza danni. In casi di carenza idrica, le capacità di anticipare l’inizio delle operazioni di sommersione e di razionalizzare l’uso delle acque disponibili si sono dimostrate più volte fondamentali nel limitare i danni. Le tecniche di razionalizzazione prevedono di concentrare i corpi d’acqua disponibili sui territori situati a monte, in modo da poter usufruire in pieno delle colature e dell’affioramento nelle aree di valle delle falde rimpinguate dalle prime sommersioni. Con un attento coordinamento si riesce a massimizzare il citato fenomeno della riproduzione delle acque, ricavando la massima utilità dalla risorsa idrica disponibile. Nelle situazioni opposte, di precipitazioni eccessive, si esplica invece la funzione di bonifica da parte dei Consorzi. Particolare importanza riveste la continua e attenta manutenzione di tutta la rete di canali, che, come già riferito, ha la doppia funzione di irrigazione e di sgrondo. Tramite il coordinamento nella gestione delle acque di piena, eseguendo manovre di interscambio tra i vari canali e rispettando in genere la norma non scritta di inondare prima le campagne salvaguardando i centri abitati, fino a che i fiumi principali sono in grado di ricevere le portate dei colatori consortili si riescono normalmente a evitare i danni alle abitazioni civili. Infine l’irrigazione dei campi svolge un’importante funzione di ricarica della falda freatica incrementando la riserva idrica dell’acquifero durante tutta la stagione irrigua. L’acqua distribuita sui campi diventa così una risorsa da non sottovalutare nel bilancio idrico territoriale.

 


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