Volume: la vite e il vino

Sezione: coltivazione

Capitolo: vivaismo viticolo

Autori: Marco Stefanini, Eugenio Sartori

Tecnica vivaistica

La vite, pianta i cui frutti sono stati utilizzati dall’uomo già 9000 anni prima di Cristo, ha avuto essenzialmente per molti millenni due modi per essere propagata, come diverse specie legnose. La prima modalità era quella legata alla semina dei vinaccioli recuperati dalla bacca dopo averla mangiata o utilizzata per la produzione di bevande fermentate e uva passa; la seconda è legata alla possibilità che hanno parti di pianta (tralci) di produrre radici e di dare vita a una nuova pianta.

Moltiplicazione per seme
La vite in natura presenta un ciclo biologico che porta alla produzione di fiori dove maturano i gameti maschili e/o femminili e, in seguito alla fecondazione delle cellula uovo con polline della stessa pianta, si ha la produzione di semi (vinaccioli). All’interno del vinacciolo c’è il nuovo embrione, che darà origine alla nuova pianta, ricoperto da tegumenti di origine materna. Mettendo i vinaccioli di vite nelle condizioni di germinare, si possono ottenere nuove piante, differenti tra di loro. Questo sistema di moltiplicazione delle piante di vite è stato quello più frequente fino al momento in cui l’uomo ha deciso di coltivare la pianta. Infatti, l’uomo raccoglieva e utilizzava il frutto prodotto dalle stesse viti, che cresceva spontaneamente nei boschi o ambienti ricchi di acqua. L’ampia variabilità ottenuta dalla moltiplicazione per seme delle piante di vite è stata la base di partenza della selezione, moltiplicando nel tempo le piante che meglio rispondevano alle caratteristiche ritenute positive in quel momento. La prima selezione è stata quella di moltiplicare le piante che presentavano i frutti, successivamente ha riguardato quelle piante che presentavano sullo stesso fiore organi maschili (produzione di polline) e femminili (pistillo ben formato).


Moltiplicazione per talea
Nel genere Vitis le piante presentano un’attitudine elevata a produrre radici, anche se è possibile incontrare specie con attitudine rizogena limitata. Le radici si sviluppano a livello dei singoli nodi e non è infrequente imbattersi nella produzione di radici aeree lungo il tralcio, soprattutto se l’ambiente è particolarmente umido. Tale attitudine ha permesso all’uomo di utilizzare i tralci lignificati o erbacei della vite per l’ottenimento di nuove piante perfettamente uguali alla pianta madre. Tra le diverse tecniche si annovera quella della margotta, della propaggine e della barbatella. La margotta consiste nel far sviluppare le radici dal tralcio della pianta, approssimando a livello di una gemma della terra umida, fino allo sviluppo dell’apparato radicale; successivamente la porzione del tralcio dalle radici verso l’apice può essere tagliata e dare origine a una nuova pianta. La propaggine prevede l’interramento parziale di un tralcio di vite; da esso si svilupperanno le radici che permetteranno, dopo il taglio del tralcio dalla pianta madre, la vita autonoma alla pianta. La necessità di realizzare vigneti specializzati ha determinato la messa a punto di diverse tecniche di forzatura per ottenere, da porzioni di tralcio di vite con almeno due gemme, piante con apparato radicale e germoglio sviluppato dette barbatelle, pronte per essere trapiantate in pieno campo. Tutti questi metodi di propagazione delle piante sono stati utilizzati per diversi secoli fino all’arrivo della fillossera che ha obbligato la produzione di piante bimembri, vista la suscettibilità dell’apparato radicale della Vitis vinifera (specie coltivata) agli attacchi dell’insetto.


Moltiplicazione per innesto
La tecnica dell’innesto è una tecnica vivaistica che permette di realizzare piante complete di radici e gemme provenienti da piante geneticamente diverse. Queste piante bimembri presentano un unico sistema vascolare perfettamente integrato tra i due bionti che permette alla pianta di avere cicli biologici normali come le piante ottenute da seme o per talea. I genotipi utilizzati come portinnesti sono degli ibridi tra diverse specie di Vitis che presentano a livello di apparato radicale una tolleranza o resistenza agli attacchi della filossera. Naturalmente la necessità di propagare la vite come pianta bimembre (portinensto + marza) ha complicato lo scenario agronomico. Infatti, se è vero che Vitis vinifera si propaga facilmente e si adatta alle più svariate condizioni ambientali (sia climatiche sia pedologiche), le cose mutano molto nell’ambito del genere Vitis. Per esempio, per quanto riguarda la capacità di radicazione, la Vitis berlandieri presenta molti problemi ma si adatta bene ai terreni calcarei (la maggioranza dei terreni viticoli europei), invece, per quanto riguarda la capacità di adattamento ambientale, Vitis amurensis e Vitis riparia hanno colonizzato aree caratterizzate da inverni molto rigidi, mentre Vitis rupestris e Vitis berlandieri sono più diffuse in zone calde e quasi desertiche. L’innesto prevede l’inserzione di una marza (porzione di tralcio con almeno una gemma) su una talea (porzione di tralcio con due o più gemme accecate). Il materiale utilizzato per tale inserzione è legnoso e l’inserzione avviene al tavolo e dà origine all’innesto talea generalmente sottoposto a forzatura e messo in vivaio per ottenere la barbatella pronta da essere trapiantata in pieno campo. Per la produzione di talee di portinnesto è previsto l’allevamento delle piante madri di talee con diversi sistemi di allevamento come quello a scorrimento a terra, su sostegni o a bandiera. La raccolta del materiale inizia dopo la caduta delle foglie dalle piante madri. Sulla pianta madre vengono lasciate alcune gemme per la produzione dell’anno successivo e a tutti i tralci vengono eliminate le gemme (accecamento); successivamente vengono tagliati secondo la misura della barbatella voluta (30-60 cm) con un diametro minimo e massimo definito dalla normativa esistente (valori compresi tra 6,5-12 mm). Per la produzione delle marze invece si ricorre a sistemi di allevamento volti ad avere uno sviluppo dei germogli con gemme a intervalli di 8-12 cm. La preparazione delle marze avviene durante il periodo invernale. Esse sono costituite da una piccola porzione di tralcio (2-5 cm) con una gemma. Possono essere utilizzate le marze con diametro di dimensioni compreso tra 6,5-12 mm come previsto dalla normativa. Sia le marze sia le talee dei portinnesti vengono sottoposte a trattamenti per ridurre la carica di patogeni fungini per poi essere conservate a basse temperature (2 °C) in celle con umidità vicina al 100% fino alla realizzazione dell’innesto. L’innesto viene di norma realizzato all’inizio della primavera utilizzando macchine innestatrici al tavolo con taglio a Ω, che garantisce percentuali di attecchimento elevate e maggiore velocità di esecuzione alle forme di innesto eseguite manualmente. Il materiale utilizzato dal personale addetto all’innesto viene reidratato nei giorni precedenti lasciandolo per alcune ore in acqua. Per il successo della saldatura nel punto di innesto, nella fase di innesto è importante scegliere calibri simili tra i due bionti e rispettare la polarità della talea e della marza mantenendo la direzione presente nelle piante madri dei flussi linfatici nei vasi. Per evitare il disseccamento dei tessuti esposti all’aria, la tecnica prevede la paraffinatura del punto di innesto con miscele di paraffine contenenti sostanze anticrittogamiche e ormonali di stimolo alla formazione del callo. Gli innesti-talea vengono stratificati in casse di forzatura, alternandoli con uno strato di segatura umida. Le casse vengono poi posizionate in camere di forzatura dove vengono controllate la temperatura dell’aria (25-30 °C), l’umidità della segatura (circa 80%) e, successivamente al germogliamento delle gemme, si deve intervenire con trattamenti fungicidi per bloccare l’insorgere di botrite. Anche lo sviluppo del germoglio deve essere ridotto per evitare l’esaurimento delle sostanze di riserva presenti. La durata della forzatura è di circa tre settimane, ma si riscontrano comportamenti differenziati per i diversi ibridi di portinnesto. Terminata la fase di forzatura, le talee-innesto vengono pulite dalla segatura e trasferite in cassoni con una quantità di acqua sul fondo per indurire il callo e ambientarle alle condizioni di luce, temperatura e umidità dell’ambiente esterno. Successivamente alla fase di forzatura, gli innesti-talea vengono paraffinati di nuovo e trapiantati in vivaio in file singole o binate a una distanza sulla fila di 7-12 cm. I terreni dei vivai sono preparati precedentemente con lavorazioni adatte a rendere il terreno favorevole allo sviluppo delle radici. Viene inoltre disteso lungo le file un film plastico, per bloccare lo sviluppo di erbe infestanti, sotto il quale si predispone generalmente un’ala gocciolante per eventuali interventi di irrigazione delle piante. Durante il periodo nel vivaio, gli innesti talea sviluppano l’apparato radicale oltre al germoglio, che viene controllato nel suo sviluppo con ripetute cimature. L’attenzione alla difesa verso le avversità parassitarie è particolarmente accurata in quanto un attacco di funghi o insetti pregiudica in maniera significativa lo sviluppo della barbatella. Le piante in vivaio rimangono fino alla caduta delle foglie in autunno e successivamente vengono tolte dal terreno, portate in magazzino e preparate per la vendita con potatura del tralcio a circa due gemme e paraffinatura dello stesso, oltre a un taglio delle radici a circa 30 cm. Le barbatelle raccolte in mazzi da 25 unità vengono posizionate in magazzini a temperatura di 2 °C. Importante è la garanzia di una umidità intorno al 100% per evitare il disseccamento dell’apparato radicale. In queste condizioni le piante possono rimanere anche per diversi mesi (massimo 18). Ogni mazzo di 25 piante deve essere accompagnato da un cartellino di diverso colore: bianco per il materiale di base, azzurro di categoria certificato e arancione di categoria standard.

Produzione di barbatelle in cartonaggio. La pratica del cartonaggio prevede la messa a dimora nello stesso anno di innesto della pianta poco dopo l’uscita dalla forzatura, con la zona dell’innesto da poco saldata, e un apparato radicale appena accennato che si sviluppa in un pane di torba. Questa tecnica se da un lato consente di soddisfare domande particolari, dall’altro richiede una duplice attenzione da parte del viticoltore per la messa a dimora in pieno campo: non disturbare l’apparato radicale della talea e fornire alla barbatella già vegetante acqua sufficiente. La barbatella in cartonaggio è più delicata di quella tradizionale, essendo l’apparato vegetativo in parte sviluppatosi in ambiente poco luminoso e in condizioni di temperatura controllata e il punto di innesto non fortemente saldato. Il successo di questo tipo di pianta, quindi, è legato all’attenzione degli operatori che svolgono l’impianto, alle caratteristiche climatiche e pedologiche della zona in cui si opera. Ancora oggi questa soluzione è consigliata in circostanze particolari come nel caso in cui non si riesca a reperire materiale disponibile all’impianto, nella combinazione marza-portinnesto desiderata o per rimpiazzare le fallanze.

Ottenimento di viti innestate in pieno campo. Un modo alternativo di impianto di vigneti è l’innesto direttamente in campo, tecnica ormai quasi soppiantata dall’uso della barbatella che prevede l’impianto del portinnesto radicato e successivamente innestato con la varietà desiderata. Si utilizza prevalentemente in zone dove il clima permette una precoce e buona lignificazione del portinnesto e un buon attecchimento dell’innesto. Gli andamenti climatici che possono compromettere la riuscita dell’innesto sono le repentine escursioni termiche, l’abbassamento eccessivo della temperatura o un periodo di stress idrico che può pregiudicare il normale metabolismo della pianta. Questo sistema, naturalmente, assicura al viticoltore un costo di partenza inferiore per la talea di portinnesto radicata e il facile reperimento anche in loco delle varietà di Vitis vinifera desiderate, ma richiede un massiccio impiego di manodopera specializzata in un breve periodo (normalmente agosto al sud, maggio-giugno al nord) e la non certezza della qualità del materiale di Vitis vinifera utilizzato. Va comunque osservato che nelle zone dove tale sistema di moltiplicazione della vite è diffusamente utilizzato, la variabilità genetica all’interno delle varietà è molto più elevata.

Moltiplicazione in vitro
La moltiplicazione in vitro è una tecnica che viene utilizzata per numerose piante, soprattutto quelle che hanno difficoltà alla radicazione. Il substrato utilizzato per lo sviluppo della piantina può modificarsi notevolmente da specie a specie e gli elementi nutritivi vengono miscelati in un tessuto gelatinoso a base di agar che permette lo sviluppo delle radici delle piante. Lo sviluppo della pianta avviene in un contenitore trasparente, sterile e isolato dall’esterno con film plastico per evitare inquinamenti che possono portare alla morte la pianta. Questa tecnica permette di ottenere una nuova pianta partendo da tessuti diversi, apici interi o frammentati, gemme, calli, talee erbacee unigemme ecc. Il punto critico di tale sistema lo si riscontra nella fase di adattamento delle nuove piantine ottenute e sviluppatesi in ambiente controllato alle condizioni di pieno campo. Anche in campo viticolo, grazie all’esperienza positiva registrata nel settore orticolo, si sono sviluppati alcuni sistemi di moltiplicazione del materiale basandosi sull’utilizzo di bionti erbacei. La pratica del microinnesto nella vite ha iniziato a diffondersi da qualche decennio, soprattutto per conservare e produrre materiale virus-esente e per effettuare saggi biologici per il controllo delle virosi, sfruttando la moltiplicazione in vitro di materiale allo stato erbaceo. Per quanto riguarda i portinnesti è stata recentemente regolamentata e autorizzata la possibilità di costituire impianti di piante madri per talee utilizzando materiale proveniente da moltiplicazione in vitro; tale possibilità permette di ottenere un elevato numero di piante da una quantità molto ridotta di gemme. Per Vitis vinifera, diversamente, la moltiplicazione in vitro ha evidenziato possibili mutazioni che provocano “sfasature” nel ciclo fenologico tipico della cultivar o il ritorno allo stadio giovanile della varietà, e quindi non è diffusamente utilizzata. La moltiplicazione in vitro dei portinnesti ha permesso di sviluppare la tecnica dell’innesto semilegnoso: su calibri ridotti di talee di portinnesto già radicate viene innestata una porzione verde della varietà che si vuole moltiplicare. Questo sistema garantisce un’elevata resa all’innesto evitando il passaggio delle piante in vivaio prima della messa a dimora, ma richiede la disponibilità di strutture specifiche, quali un laboratorio per la moltiplicazione in vitro, serre e tunnel di adattamento e sviluppo del materiale molto ampi.

Innesto erbaceo
Recentemente, il vivaismo viticolo si è dovuto confrontare con l’esigenza di avere grosse disponibilità di materiale sano e di qualità propagato velocemente, per poter rinnovare in modo rapido i vigneti. Questo ha portato il vivaismo viticolo a ideare nuove tecniche e metodologie di propagazione. La più innovativa attualmente è quella dell’innesto verde, già da qualche tempo utilizzata nel settore dell’orticoltura. Anche in campo viticolo si sono sviluppati vari sistemi che si basano sull’utilizzo di bionti erbacei, non lignificati. Recentemente, in Francia, la ditta BAP © (Bureau d’Application pratique des Champagnes Mumm et Perrier-Jouët) in collaborazione con l’INRA (Institut National de la Recherche Agronomique) ha definito un sistema di moltiplicazione del materiale viticolo denominato Greffenvert, sviluppando una macchina apposita in grado di innestare due bionti erbacei Tale sistema prevede l’allevamento di piante madri (sia di portinnesti sia di varietà) in grado di fornire gemme per la moltiplicazione. La fase di allevamento è effettuata su substrati inerti e alimentati con idonea fertirrigazione. La produttività dell’allevamento dei portinnesti prevista dal modello varia in relazione alla densità di allevamento delle piante: mediamente si ottengono 15-17 talee/m2/settimana quando la densità è di 17 piante/m2. Per le piante madri destinate alla produzione di marze di differenti cultivar, che verranno successivamente innestate, la produttività media risulta pari a 2 marze per pianta a settimana, utilizzando una densità di allevamento di 34 piante/m2. La talea di portinnesto destinata all’innesto deve avere una lunghezza di almeno 22 cm. Essa deve comprendere almeno due nodi; al nodo superiore viene lasciata la foglia riducendo la superficie della lamina al fine di permettere una certa attività fotosintetica e diminuire l’attività di traspirazione, mentre le altre foglie presenti sulla talea vengono completamente recise. La marza da innestare, invece, è costituita da una talea monogemma in cui la foglia presente viene preparata nello stesso modo descritto per la talea di portinnesto. L’innesto viene effettuato completamente a macchina: l’attrezzatura lavora il materiale vegetale di entrambi i bionti che devono presentare diametri compresi tra 1,5 e 6 mm. La macchina effettua un taglio a V e successivamente unisce i due bionti. L’operatore deve invece fissare manualmente l’unione effettuata utilizzando una semplice molletta di dimensione ridotta (3,5 cm). La capacità produttiva potenziale della macchina è di 300-500 innesti/ora. È da sottolineare che la resa dipende fortemente dalla capacità dell’operatore di scegliere i bionti con calibri omogenei, adatti per la riuscita dell’innesto stesso. L’innesto-talea, dopo essere stato a contatto con soluzioni a base di ormoni radicanti, viene prima inserito in un panetto di torba (altezza 10 cm, diametro 4 cm) e successivamente posto in adeguate mini serre opportunamente trattate dal punto di vista sanitario, soprattutto contro Botrytis cinerea. Le mini serre vengono quindi poste in una cella climatica condizionata in termini di regime termico e luminoso, dove viene realizzata la forzatura. Il periodo di forzatura dura circa 3 settimane. La fase successiva comprende il graduale adattamento delle piante innestate alla coltivazione di pieno campo: la barbatella, dopo essere stata trapiantata in vasetti contenenti torba, viene posta in serra, dove viene alimentata con fertirrigazioni e sottoposta a idonee illuminazioni per favorire l’indurimento dei germogli per un periodo di circa un mese. La pianta ottenuta si trova ancora nella fase vegetativa (non completamente lignificata) e può essere messa a dimora secondo due diverse modalità: con pane di terra (tipo cartonaggio) in vivaio o direttamente in pieno campo. Nel primo caso la vite può lignificare e successivamente venire commercializzata come pianta a radice nuda (barbatella). Il sistema “microinnesto a verde” di moltiplicazione e produzione di piante di vite da porre a dimora, elimina nella fase di produzione il passaggio delle piante nel suolo, garantendo elevati standard qualitativi e di sicurezza del materiale contro eventuali infezioni da virus o micoplasmi. La possibilità di operare indipendentemente dalle condizioni climatiche stagionali permette una produzione lungo tutto l’arco dell’anno; si possono calcolare 4-5 cicli all’anno di produzione di barbatelle innestate da piantare allo stadio erbaceo e di 3-4 cicli di barbatelle lignificate da mettere a dimora nei periodi dell’anno nei quali l’impianto del vigneto viene realizzato con barbatelle a radice nuda. Chiaramente, la destinazione del ciclo produttivo che si intende effettuare dipenderà dal periodo dell’anno in cui si opera. I cicli produttivi che terminano nel periodo autunno-invernale dovranno essere mantenuti in ambiente controllato fino alla completa lignificazione e successiva preparazione per la commercializzazione. Gli altri cicli, invece, che si possono effettuare nel periodo primaverile-estivo, forniscono prodotti direttamente utilizzabili in pieno campo. La brevità di ciascun ciclo di produzione consente di rispondere alle molteplici richieste del mercato di una specifica combinazione di innesto in tempi assai contenuti. Operando lungo tutto l’arco dell’anno, la superficie necessaria da destinare ai diversi cicli produttivi risulta molto ridotta, rispetto a quella necessaria per la produzione di piante con il sistema tradizionale: infatti, considerando una produzione di 100.000 piante all’anno, si richiedono con tale sistema meno di 1000 m2 di struttura, diversamente dall’ettaro richiesto col metodo tradizionale. Come aspetto negativo va evidenziato che, con il sistema “microinnesto a verde”, è necessario disporre di attrezzature vivaistiche molto specifiche (serre e camere di crescita a elevato controllo tecnologico), che richiedono notevoli investimenti iniziali da ammortizzare più o meno brevemente in relazione alla rese potenziali dei cicli. Attualmente, gli operatori che utilizzano questo sistema affermano che per rese prossime al 70%, il costo di produzione di una pianta può essere considerato simile a quello per ottenere una barbatella tramite il metodo tradizionale. La pianta ottenuta con la trafila dell’innesto erbaceo rispetto a quella ottenuta con il sistema tradizionale si presenta più minuta, con un ingombro inferiore e fornisce migliori garanzie sanitarie, in quanto per diventare materiale commerciabile non necessita di trascorrere periodi prolungati in vivaio in terreni che possono essere una ulteriore fonte di infezione. Un ulteriore vantaggio dell’utilizzo del “microinnesto a verde” risiede nel fatto che le barbatelle non completamente lignificate presentano una quantità di radici nettamente superiore di quelle prodotte dalle piante ottenute con il cartonaggio tradizionale, in grado di garantire quindi un maggiore attecchimento in pieno campo. Dal punto di vista commerciale questa innovazione tecnologica applicata al vivaismo viticolo può avvicinare il modello produttivo classico delle barbatelle a quello più efficiente del settore florovivaistico.

Aspetti normativi

Fin dal 1920 l’Italia, con la legge n. 1363 del 26 settembre “Disposizioni relative al controllo sulla produzione e sul commercio delle viti americane”, aveva definito i passaggi fondamentali relativi ai controlli sul materiale di moltiplicazione. Bisognerà però aspettare il DPR 1164 del 24 dicembre 1969, che recepisce la direttiva europea 68/193 del 6 aprile 1969, per trovare ben codificati i concetti di selezione genetica e sanitaria e la suddivisione del materiale di moltiplicazione della vite nelle categorie base, certificato e standard. Per la prima volta vengono definiti i materiali destinati esclusivamente ai vivaisti per la propagazione (base) e i materiali da diffondere ai viticoltori derivati da selezione clonale (certificati) o da semplice selezione massale (standard). Il passaggio è di fondamentale importanza: non più solo la mera rispondenza varietale garantita dai materiali standard, ma bensì un ben definito standard genetico e sanitario per ogni clone messo a disposizione dei viticoltori. Un ulteriore, recente, passo avanti è stato fatto con l’emanazione della “direttiva vite” del 14 febbraio 2002 e del suo recepimento a livello nazionale con il D.M. dell’8 febbraio 2005, che di fatto ha regionalizzato l’applicazione della stessa pur mantenendo valida per l’intero territorio nazionale l’impostazione di fondo in materia di livelli sanitari e genetici riferiti ai diversi materiali di moltiplicazione della vite. Il successivo decreto del 7 luglio 2006 ha il merito di definire espressamente le entità virali che non devono essere presenti nei materiali iniziali, base, certificato e standard e relativi controlli per assicurare al viticoltore la rispondenza del materiale utilizzato sotto il profilo sanitario e genetico. Questo aspetto è di fondamentale importanza per tutti i Paesi viticoli dell’Unione Europea dato che il principio della libera circolazione delle merci vale anche per il materiale viticolo.

Mercato vivaistico: situazione attuale e tendenze

Nel 1949 in Italia figuravano 2100 vivai di vite per un totale di 1873 ha impegnati. Le regioni con le superfici più estese erano: Veneto con 483,6 ha, Puglia con 285,2 ha, Friuli con 266,1 ha, Toscana con 192,9 ha, Piemonte con 140,7 ha ed Emilia Romagna con 105,9 ha. Le superfici a barbatellaio si estendevano su 829 ettari, mentre quelle a piante madri su 763 ettari. Si producevano complessivamente 171.445.000 barbatelle di cui 107.819.000 selvatiche e 63.525.000 innestate. Uno dei poli emergenti era già all’epoca Rauscedo dove nel 1933 erano stati costituiti i Vivai Cooperativi Rauscedo. L’apice della produzione venne raggiunto nei primi anni ’70, grazie soprattutto ai contributi previsti dal FEOGA, che di là a poco portarono però ad una sovrapproduzione di vino con relativo crollo delle quotazioni e quindi della redditività dell’investimento viticolo. A quel tempo la viticoltura era ancora orientata alle grandi produzioni in grado di dare per lo più vini comuni, a parte quelli da taglio di Puglia e Sicilia. La produzione vivaistica riguardava varietà e portinnesti vigorosi e di cloni si iniziava appena a parlarne. La crisi del ’75 e ’76 segna comunque uno spartiacque tra vivaismo viticolo specializzato e vivaismo multiprodotto. Inizia infatti il ridimensionamento di poli vivaistici poco specializzati come Saonara e San Donà di Piave nel Veneto, Cenaia in Toscana mentre puntano invece all’alta specializzazione i poli di Rauscedo (PN) in Friuli e di Alba e Calamandrana in Piemonte. Gli anni ’80 sono contraddistinti dal ridimensionamento produttivo, dall’impegno sia pubblico che privato nei programmi di selezione clonale e da un mercato del vino che stenta a trovare il giusto equilibrio tra domanda e offerta a causa del continuo calo del consumo nei Paesi grandi utilizzatori di questa bevanda. Tra il 1993 e il ’96 una nuova crisi mette a dura prova tutti i vivaisti europei: i 60 milioni di ettolitri di surplus di vino registrato a livello mondiale nel 1993 fanno crollare gli investimenti viticoli e di conseguenza anche le produzioni vivaistiche. Nel ’94 in Italia si producono poco più di 40 milioni di barbatelle innestate e 15 di selvatiche, in Francia 70 milioni di innestate: praticamente rispetto a pochi anni prima le produzioni risultano quasi dimezzate. La ripresa avviene con la OCM-vino che ha l’obiettivo di qualificare la produzione vitivinicola europea, ridurre le distillazioni, incrementare la formazione di aziende di maggiori dimensioni e con capacità di reddito più elevate. Dal 1996 al 2005 grazie alle ristrutturazioni, alla maggiore densità di impianto, alla esigenza di abbandonare i vigneti troppo produttivi in grado di dare solo vini generici è un crescendo continuo della domanda di barbatelle. In questo periodo si affermano nettamente i vivaisti che più hanno creduto nella selezione clonale, nella diversificazione di varietà e portinnesti, nella proposta di prodotto/servizio ad alto contenuto innovativo. I Vivai Cooperativi Rauscedo ne sono un esempio: in poco meno di vent’anni hanno raggiunto una produzione annua di 60 milioni di barbatelle delle quali un terzo circa esportate in oltre 25 Paesi del mondo.

Scelta delle varietà. La produzione vivaistica dei diversi vitigni rappresenta una chiave di lettura obiettiva dell’andamento della richiesta varietale. E’ evidente infatti come l’evoluzione ciclica nella domanda varietale abbia riguardato solo pochi vitigni per di più a carattere locale mentre tutti i più importanti, sia a carattere internazionale che nazionale, sono oggetto di evoluzione anticiclica. Significativo è l’interesse attuale per lo Chardonnay, il Pinot Nero (per ottenere uve per base spumante) del Primitivo (=Zinfandel=Kratoscia), del Prosecco e della Garganega: questi ultimi vitigni adatti alla produzione di vini giovani, freschi, floreali, leggermente fruttati. La riduzione dell’utilizzo di Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah e Sangiovese in Italia è dovuta anche al fatto che dal 1996 al 2004 si sono piantati soprattutto vitigni a bacca rossa con quote del 77% nell’annata 2001 e 2002. E’ giustificato quindi che il ridimensionamento della domanda globale di barbatelle, per effetto sia di minori impianti sia per spostamento su varietà bianche, si sia concentrata soprattutto sui vitigni rossi più diffusi e coltivati. Il consumo futuro di vino sarà orientato, a differenza del decennio precedente verso prodotti più accessibili dal punto di vista del prezzo e meno strutturati ed alcolici, quindi più accattivanti e freschi dal punto di vista del gusto. Con ciò non significa che i vini di grande lignaggio saranno dimenticati, ma con tutta probabilità il loro trend di crescita non sarà più quello del recente passato. Tanto si è verificato anche in Spagna, Francia, Portogallo e Grecia: è da considerarsi quindi un fenomeno globale del quale si deve tener conto soprattutto nei Paesi di vecchia tradizione viticola. È probabile, inoltre, che complessivamente il consumo di vino riguarderà nel futuro per il 60% i rossi e per il 40% i bianchi, salvo i diversi comportamenti locali. In Francia, per esempio, a parte la netta flessione nella produzione di barbatelle, da 157 milioni del 2005 a 118 milioni del 2006 (–25%) si è riscontrata una forte riduzione nella produzione delle varietà rosse: Syrah –51%, Merlot –34%, Cabernet Sauvignon –35%, Mouvedre –41%, Petit Verdot –30%, Grenache –51% e seppur in misura minore anche delle bianche: Chardonnay –25%, Chenin –24%. Quindi a differenza dell’Italia dove l’interesse si è spostato sui vitigni bianchi, in Francia la crisi ha depresso le produzioni vivaistiche, seppur in percentuali diverse, di tutte le varietà.

Scelta del portinnesto. La scelta del portinnesto rappresenta un momento importante in viticoltura per il ruolo che riveste come mediatore tra condizioni pedoclimatiche e caratteristiche varietali e per la capacità di influenzare in via definitiva il comportamento del vitigno. Negli ultimi 30 anni, ad onor del vero, poco si è fatto per studiare più a fondo le caratteristiche dei portinnesti alla luce dei nuovi modelli viticoli adottati; spesso ci si avvale ancora di risultanze sperimentali riferite a modelli viticoli espansi (sylvoz, tendone, pergola) a bassa densità di impianto, a tecniche di coltivazione a volte fortemente diverse rispetto le attuali, a condizioni climatiche che attualmente non trovano più riscontro. Se un cambio di orientamento c’è stato è dovuto più all’influenza dei “consulenti”, che di volta in volta hanno suggerito portinnesti diversi da quelli comunemente usati, in forza di quanto riscontrato nella vicina Francia, che ad un risultato obiettivo della ricerca. Che dire infatti della “moda” per il 3309 e 101.14 di pochi anni orsono ora caduti quasi completamente nell’oblio o dell’attuale utilizzo del 110R anche in aree a clima temperato se non che a volte della scelta del portinnesto se ne fa un uso strumentale? Dobbiamo constatare che comunque in quasi tutti i Paesi viticoli 3 o 4 portinnesti rappresentano il 90% o più di quanto utilizzato e che soprattutto nei periodi di crisi il viticoltore gradisce disporre, per la sua vigna, di portinnesti “rustici” ovverossia in grado di abbassare il livello di una eventuale problematicità. Questa è la principale giustificazione alla ristretta gamma di portinnesti utilizzati oltre al fatto che la ricerca a livello mondiale non ha fatto molto per porre a disposizione genotipi veramente innovativi, a parte l’Università di Milano che con la nuova serie USMI 1-95, 3-35, 5-4, 6-88, 6-66 ha introdotto elementi di sicura novità, soprattutto nei confronti della resistenza alla siccità e alla clorosi ferrica.


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