Volume: le insalate

Sezione: coltivazione

Capitolo: virosi

Autori: Donato Gallitelli, Tiziana Mascia

Il numero di virus potenzialmente capaci di infettare le insalate (in genere lattuga, scarola e indivia) è alto, ma di essi solo alcuni inducono danni rilevanti. La specie virale più nota e diffusa è Lettuce Mosaic Virus (LMV), seguita da Tomato Spotted Wilt Virus e da due virus, spesso associati, che inducono una malattia nota come “big vein”, ovvero Mirafiori Lettuce Big-Vein Virus (MLBVV) e Lettuce Big-Vein associated Virus (LBVaV). L’elenco dei virus economicamente più importanti può essere chiuso da Lettuce Infectious Yellows Virus (LIYV), Tomato Chlorotic Spot Virus (TCSV) e Groundnut RingSpot Virus (GRSV), non ancora presenti negli areali italiani. Altre specie virali rivestono importanza perlopiù a livello locale poiché diffuse in funzione delle condizioni agroclimatiche dei diversi Paesi. Solo alcuni dei virus citati infettano in modo specifico le insalate: la maggioranza è patogena di un numero più o meno elevato di altre specie, coltivate e spontanee. Variabili sono anche le loro modalità di trasmissione, il che complica le possibilità di intervento, che vanno predisposte caso per caso. In questa sede sono fornite indicazioni che riguardano gli aspetti eco-epidemiologici delle principali virosi delle insalate e le possibilità di un loro contenimento.

Lettuce Mosaic Virus (LMV)

Tra i virus che infettano in modo specifico le insalate, LMV è il più diffuso in tutte le aree di coltivazione, dove induce danni economicamente molto rilevanti. LMV è una specie del genere Potyvirus, famiglia Potyviridae, le cui vie di trasmissione naturale sono attraverso il seme e gli afidi. Il seme rappresenta la modalità di trasmissione più rilevante ed è stato stimato sia sufficiente lo 0,1% di seme infetto per introdurre nella coltura un numero di foci utili alla successiva estensione dell’infezione alle altre piante mediante afidi. La trasmissione di LMV attraverso il seme è molto efficiente, tanto che, nell’esperienza di chi scrive, non sono mancati casi in cui oltre il 70% dei semi di uno stesso lotto è risultato infetto. Tuttavia, la percentuale di trasmissione dipende dal genotipo dell’ospite, dalla variabilità genetica intrinseca del virus e dalle condizioni ambientali. A tal proposito è stato dimostrato che una più elevata trasmissione attraverso il seme si verifica in concomitanza con periodi caratterizzati da temperature miti. Tra le specie afidiche più attive nella trasmissione del virus vi sono Myzus persicae, Acyrthosiphon pisi, Aphis gossypii e Macrosiphon euphorbiae. La trasmissione è di tipo non persistente ed è un fenomeno molto specifico, mediato dalla proteina di rivestimento del virus o da una particolare proteina, definita “componente helper”, tipica dei potyvirus. Il prolungarsi del periodo di saggio sulla pianta causa la riduzione dell’efficienza di trasmissione perché le particelle virali adsorbite sullo stiletto dell’afide sono facilmente rimosse, così che il periodo di infettività dei vettori è stimato nell’ordine di una o due ore. L’infettività è perduta più rapidamente se i vettori effettuano ulteriori punture di saggio, mentre può persistere anche fino a 24 ore se essi non hanno la possibilità di accedere alle piante. Così, i principali responsabili della diffusione dei virus trasmessi in modo non persistente non sono gli afidi che colonizzano la coltura, ma quelli che la visitano occasionalmente. Sotto questo profilo, la capacità di LMV di infettare anche composite spontanee come, per esempio, Sonchus oleraceus, Senecio vulgaris e Picris echioides rappresenta un aspetto di rilevante importanza nell’epidemiologia della malattia. LMV può infettare specie vegetali di 20 generi appartenenti a 10 diverse famiglie botaniche e tra queste non meno di 9 generi tra le Composite. I sintomi indotti da LMV variano per tipologia e intensità in funzione delle cultivar, ma in genere consistono in malformazioni più o meno accentuate a carico delle foglie, che possono anche apparire accartocciate verso il basso, mosaico, maculature e in qualche caso scolorazione e necrosi delle nervature. Le piante, inoltre, presentano accrescimento stentato e taglia più piccola di quelle non infette. Tali sintomi sono aggravati nei casi, non infrequenti, di infezioni miste con altri virus. Relativamente alla possibilità di ottenere livelli utili di resistenza a LMV, sono stati identificati due alleli recessivi denominati mo11 e mo12 che possono conferire tolleranza (assenza di sintomi ma capacità di invadere sistemicamente l’ospite) o resistenza (assenza di sintomi e inibizione della diffusione sistemica del virus). Le cultivar di lattuga che esprimono il gene mo1, oltre che da livelli utili di resistenza, sono caratterizzate anche da trasmissibilità attraverso il seme ridotta o assente. Tuttavia nelle aree in cui è diffuso l’impiego di tali varietà sono apparsi isolati di LMV, definiti Resistance-Breaking (RB), che combinano la capacità di superare la resistenza con quella di essere trasmissibili attraverso il seme. Uno studio di caratterizzazione filogenetica ha dimostrato che tali isolati formano un gruppo, probabilmente monofiletico, chiaramente differenziato da quello degli isolati non RB di LMV. Agli isolati capaci di superare la resistenza conferita dal gene mo1 è stato assegnato il nome di LMV-Most (per LMV-Mo1-breaking, Seed-Transmitted), mentre quelli incapaci di causare infezione nelle piante di lattuga esprimenti il gene mo1 sono stati identificati come isolati LMV-Common. A differenza degli isolati Most, gli isolati Common non riescono a raggiungere l’embrione delle piante esprimenti il gene mo1 e quindi, in questi casi, è anche inibita la trasmissione attraverso il seme. La diagnosi, possibile anche su piantine molto giovani, può essere effettuata con approcci di tipo sierologico (Enzyme-Linked Immunosorbent Assay, ELISA) o con metodi basati sulle proprietà degli acidi nucleici, come l’ibridazione a macchia (dot blot) o la reazione a catena della polimerasi (Polymerase Chain Reaction, PCR) standard o in tempo reale. La PCR è una tecnica utile a rilevare, anche in un solo saggio, infezioni miste, ma il protocollo di reazione e il disegno dei primer vanno attentamente calibrati perché possono verificarsi casi di amplificazione preferenziale di un virus e mascheramento del segnale generato dagli altri. Sono anche disponibili protocolli di PCR per la specifica identificazione degli isolati LMV-Most. Per il rilevamento del virus nei semi è consigliabile farli germinare in piastra e utilizzare i giovani germogli per gli accertamenti del caso. Il ricorso alla germinazione consentirà unicamente il rilevamento del virus presente nell’asse embrionale ed eviterà quella del virus eventualmente presente sui tegumenti seminali. Relativamente al contenimento della malattia in pieno campo, le possibilità di intervento diretto sono scarse perché la lotta ai vettori, ancorché possibile, è poco efficace. La modalità di trasmissione di tipo non persistente vanifica, infatti, l’azione di un qualunque insetticida sul vettore, che può trasmettere il virus prima di subirne l’effetto letale. Anche per evitare effetti negativi sull’ambiente derivanti dall’uso di insetticidi, la lotta si dovrebbe basare prevalentemente sull’impiego di seme sano per il quale l’ISTA (International Seed Testing Association) raccomanda l’impiego di lotti di seme in cui non sia presente più dello 0,01% di semi infetti. È consigliato l’uso delle varietà esprimenti il gene mo1 con le limitazioni a cui si è accennato in precedenza.

Tomato Spotted Wilt Virus (TSWV)

TSWV è tra i virus di più recente segnalazione sul territorio nazionale. È una specie del genere Tospovirus, famiglia Bunyaviridae. Si tratta di un virus ubiquitario e polifago, così che la gamma di ospiti suscettibili comprende un migliaio di specie in diverse famiglie botaniche, includendo anche colture di rilevante importanza economica come peperone, carciofo, pomodoro, melanzana, patata, tabacco, lattuga, scarola, cicoria e indivia. TSWV è trasmesso in modo persistente propagativo e transtadiale dal tripide Frankliniella occidentalis che, comunque, non è il suo unico vettore, in quanto nelle condizioni climatiche italiane spesso si alterna con Thrips tabaci. Il virus è acquisito solo dalle neanidi di prima e seconda età, mentre gli adulti possono solo trasmettere il virus acquisito durante le fasi giovanili e successivamente moltiplicatosi nell’insetto così da passare attraverso gli stadi di neanide di prima e seconda età, preninfa, ninfa e adulto. A causa di una particolare conformazione del canale alimentare, gli adulti non possono acquisire nuovo virus anche se si alimentano su piante infette. In questo caso, il virus è semplicemente ingerito ma non sembrerebbe rilevante ai fini della trasmissione, anche se è stata paventata la possibilità che le particelle virali presenti nelle deiezioni degli insetti possano stabilire nuove infezioni, penetrando nell’ospite attraverso ferite o aperture naturali. Gli individui adulti possono continuare a trasmettere il virus per tutta la durata della loro vita che si aggira, in media, intorno ai 35-40 giorni. Non sono riportati casi di trasmissione transovarica alle successive generazioni di individui viruliferi, ma la loro permanenza in campo, anche dopo l’espianto della coltura, espone al rischio di infezioni anche le colture successive. Come in altre essenze vegetali, il fenotipo della malattia indotta da TSWV è necrotico e spesso uccide la pianta. La necrosi che interessa il tessuto internervale fogliare inizia con piccole macchie che poi si estendono progressivamente fino a interessare porzioni sempre più consistenti della foglia e in modo particolare della parte centrale, che è quella che risulta più danneggiata. Le piante infette mostrano taglia ridotta e vistose distorsioni fogliari. Almeno nelle condizioni italiane, TSWV si conferma il virus più dannoso per le Composite. Le possibilità di controllo della malattia in campo sono, di fatto, inesistenti. La lotta ai tripidi è difficoltosa, anche per la tendenza di questi insetti a insediarsi nelle parti più protette della pianta, per cui sarebbero raggiungibili solo impiegando insetticidi sistemici il cui uso frequente è sconsigliato per la documentata insorgenza di fenomeni di resistenza. Inoltre, il numero di ospiti naturali del virus rende inesauribili le fonti di inoculo anche se l’accurata eliminazione di piante spontanee, prima del trapianto della coltura, potrebbe apportare sensibili benefici. Il ricorso a varietà resistenti, qualora identificate, potrebbe risolvere solo temporaneamente il problema. Per il pomodoro, infatti, l’impiego di varietà resistenti ha portato alla selezione di ceppi RB capaci di superare la resistenza conferita dal gene Sw5. La diagnosi della malattia è possibile sia mediante ELISA sia attraverso ibridazione di acidi nucleici, inclusa la PCR in formato standard o in formato real-time. Tuttavia, il virus è poco stabile nei tessuti vegetali raccolti e conservati a +4 °C per cui è consigliabile effettuare il saggio entro due o tre giorni dalla raccolta del campione. Attenzione deve essere posta alla possibile introduzione di altri Tospovirus che possono infettare le insalate, come Tomato Chlorotic Spot Virus (TCSV) e Groundnut RingSpot Virus (GRSV), presenti in Brasile e in altre aree di coltivazione di queste Composite.

Beet Western Yellows Virus (BWYV)

BWYV appartiene ai Luteovirus e, come tutti i virus di questo genere, invade essenzialmente il floema dove, anche a causa delle risposte di difesa della pianta consistenti in accumulo di callosio, determina l’occlusione dei tubi cribrosi. Sono stati identificati diversi isolati del virus, alcuni specifici per la lattuga, altri per la bietola. La gamma di ospiti naturali è comunque vasta e include almeno 150 specie appartenenti a 23 distinte famiglie botaniche. Tra le specie coltivate suscettibili si ricordano cetriolo, fava, lupino, pisello, patata, peperone, prezzemolo e zucchino, mentre tra le specie spontanee vanno menzionate Sonchus oleraceus, S. asper, Senecio vulgaris, Stellaria media, Raphanus raphanistrum, Capsella bursa-pastoris e Amaranthus spp. La trasmissione del virus è di tipo persistente ed è mediata da diverse specie di afidi, tra cui Aphis craccivora, Macrosiphum euphorbiae, Brevicoryne brassicae e i già ricordati M. persicae e A. gossypii. Le modalità di trasmissione del tipo persistente prevedono periodi lunghi di suzione (12-24 ore) e un periodo di circa 24 ore necessario al virus per raggiungere le ghiandole salivari, da dove può essere ritrasmesso. Negli insetti, il virus attraversa l’apparato digerente e l’emolinfa, senza moltiplicarsi, ma gli individui rimangono viruliferi attraverso le eventuali mute e per tutta la durata della loro vita. Le caratteristiche della trasmissione persistente rendono possibile lo spostamento del virus anche sulle distanze lunghe e medio-lunghe, così che lotti di piante destinate alla commercializzazione, se infestate da afidi viruliferi, possono introdurre il virus in aree in cui era precedentemente assente. Come per molti luteovirus (luteus in latino significa “giallo”), i sintomi indotti da BWYV su lattuga consistono in ingiallimenti internervali che nelle cultivar incappucciate sfociano anche in antocianosi, soprattutto a carico dei margini fogliari. Il floema appare necrotizzato, come è possibile osservare tagliando trasversalmente l’asse vegetativo. A causa del malfunzionamento del sistema conduttore della pianta, i fotoassimilati tendono ad accumularsi nelle foglie sotto forma di amido, così che esse appaiono ispessite e caratterizzate da frattura vitrea. La diagnosi è possibile sia mediante ELISA utilizzando corredi commerciali, sia mediante protocolli di ibridazione molecolare degli acidi nucleici, inclusa la PCR. La lotta è prevalentemente basata sul controllo delle popolazioni afidiche mediante applicazioni di insetticidi che, di solito, sortiscono un buon effetto trattandosi di un virus trasmesso in modo persistente. Un ulteriore intervento può consistere nella rimozione delle piante spontanee prima del trapianto della coltura.

Complesso del “big vein”

La malattia è nota come ispessimento nervale della lattuga (Lettuce big vein disease) e, sebbene sia stata descritta nel 1934, solo di recente ne è stata dimostrata l’eziologia virale. Il quadro sintomatologico è evidente nei mesi più freddi e consiste in ispessimenti più o meno accentuati della lamina fogliare localizzati lungo il decorso delle nervature. Tali aree appaiono clorotiche e le foglie presentano, nel complesso, un caratteristico arricciamento che ne determina un forte scadimento qualitativo. La manifestazione dei sintomi dipende da una serie di fattori ambientali quali temperatura, luminosità e tasso di umidità del suolo. Temperature superiori a 20 °C portano al mascheramento dei sintomi ma non alla riduzione della carica virale nei tessuti infetti, mentre temperature superiori a 28 °C ne inibiscono la trasmissione da parte del vettore Olpidium brassicae, anche a causa della diminuita umidità del suolo. Il virus responsabile è stato identificato in Mirafiori Lettuce BigVein Virus (MLBVV), un Ophiovirus trasmesso dal fungo Olpidium brassicae che è un noto infestante del terreno. Le infezioni di MLBVV su lattuga sono spesso associate a quelle di Lettuce Big-Vein associated Virus (LBVaV), una specie virale del genere Varicosavirus che però non sembra essere coinvolta nell’induzione dei sintomi, in quanto le sue infezioni su lattuga sono latenti. Anche LBVaV è trasmesso da O. brassicae. Le spore durevoli del fungo possono rimanere vitali nel suolo fino a 20 anni e mantenere la capacità di trasmissione del virus per almeno 15 anni. O. brassicae è coinvolto nella trasmissione di un’altra specie virale che infetta la lattuga, Tobacco Necrosis Virus (TNV) i cui esiti consistono nella comparsa di maculature necrotiche a carico delle foglie e la cui dannosità dipende dal momento in cui è avvenuta l’infezione. Tra le piante infestanti, MLBVV e LBVaV sono stati isolati da Sonchus oleraceus, che evidentemente deve anche essere ospite di O. brassicae. La diagnosi può essere realizzata sia per via sierologica sia attraverso PCR utilizzando come matrice sia radici sia foglie prelevate non prima di 40-50 giorni dopo il trapianto, ovvero quando il virus raggiunge il massimo della concentrazione nei tessuti infetti e iniziano a comparire i sintomi. Dal confronto della sequenza nucleotidica del gene che codifica la proteina capsidica virale – nel quale può essere presente o meno un sito di restrizione Rsal – è stata proposta la suddivisione degli isolati di MLBVV nei sottogruppi A (isolati brasiliani) e B (isolati spagnoli). È ovvio che la lotta a questi virus deve essere prevalentemente indirizzata verso il fungo vettore contro il quale, per il vero, con l’abolizione del bromuro di metile, restano poche possibilità d’intervento, come il ricorso alle rotazioni colturali e, ove possibile, alla solarizzazione. Nel caso di colture fuori suolo, invece, il problema può essere più agevolmente contenuto utilizzando substrati nuovi o sterilizzati.

Lettuce Infectious Yellows Virus (LIYV)

Il virus non è stato ancora segnalato nei Paesi della cosiddetta “regione EPPO” ma poiché è largamente diffuso il suo vettore, l’aleurodide Bemisia tabaci, è da attendersi la sua comparsa in tempi brevi. LIYV, che è un crinivirus, ha una gamma di ospiti naturali comprendente almeno 45 specie in 15 diverse famiglie botaniche, includendo bietola, spinacio, Cucurbitacee e carota. I sintomi consistono in vistosi ingiallimenti dei tessuti internervali che, come nel caso di BWYV, tendono a ispessirsi presentando frattura vitrea. I margini fogliari sono spesso anche interessati da necrosi. Come per tutti i crinivirus e i virus localizzati nel floema, la diagnosi non è facile, ma può essere realizzata sia utilizzando reagenti di tipo sierologico sia mediante PCR.

Altri virus che infettano le insalate

In aggiunta ai casi trattati, vi sono reperti da considerare minori come quelli di Cucumber Mosaic Virus (CMV), Turnip Mosaic Virus (TuMV), Tobacco Rattle Virus (TRV), Alfalfa Mosaic Virus (AMV) e Beet PseudoYellows Virus (BPYV), anche se i risvolti epidemiologici possono essere rilevanti per altre colture orticole come, per esempio, pomodoro e carciofo. CMV è trasmesso in modo non persistente da circa 80 diverse specie di afidi ed è un virus ubiquitario e polifago, la cui gamma di ospiti naturali comprende oltre 1000 specie in non meno di 70 famiglie botaniche. Su lattuga viene spesso trovato in associazione a LMV ma, a differenza di quest’ultimo, non è trasmissibile attraverso il seme. I sintomi ascrivibili a CMV sono simili a quelli indotti da LMV, anche se su particolari varietà di lattuga le aree clorotiche sono più intensamente colorate in giallo. L’incidenza della malattia può anche raggiungere il 30% se si verifica in concomitanza con migrazioni afidiche piuttosto consistenti. A oggi non esistono varietà commerciali di lattuga resistenti a CMV. La diagnosi è possibile con approcci sia di tipo sierologico sia basati sulle proprietà dell’acido nucleico. TRV è trasmesso attraverso nematodi del genere Trichodorus nel momento in cui il vettore accede alle radici della pianta per alimentarsi, ma poiché TRV è anche capace di invadere i meristemi, esso è efficacemente trasmesso anche attraverso il seme. I sintomi, più facilmente distinguibili sulle colture autunno-vernine, consistono in chiazze clorotiche spesso contornate da alone necrotico. Diverse Composite spontanee sono ospiti di TRV. AMV è l’unica specie virale conosciuta del genere Alfamovirus, famiglia Bromoviridae, come CMV caratterizzato da un ampio spettro di ospiti, che supera le 250 specie in almeno 50 famiglie botaniche. La gamma di ospiti coltivati include fagiolo, pisello, erba medica, patata, peperone e pomodoro, ma attacchi di AMV anche su lattuga e indivia sono stati segnalati soprattutto in Campania. I sintomi consistono in vivaci decolorazioni gialle, accompagnate da sensibile riduzione del cespo. L’incidenza della malattia è contenuta in un 5-10%, probabilmente in conseguenza della bassa efficienza di trasmissione mediata da afidi. TuMV è un potyvirus che, come ricorda il nome stesso, è tipicamente infeudato alle Crucifere sulle quali provoca danni di un certo rilievo soprattutto il ceppo “cabbage”, responsabile della malattia nota come maculatura anulare nera. Tuttavia il virus è segnalato, con crescente intensità, anche su Composite quali carciofo e lattuga. I sintomi consistono nello sviluppo asimmetrico delle foglie a causa della distorsione della nervatura mediana. Se l’infezione è precoce, le piante restano di taglia ridotta e presentano schiarimenti più o meno accentuati della lamina fogliare.

 


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