Volume: la vite e il vino

Sezione: paesaggio

Capitolo: vino e paesaggio

Autori: Diego Tomasi

Introduzione

Quali sono gli elementi che accomunano due identità apparentemente così distinte? Quali sono le reciproche interazioni che stanno promuovendo un crescente interesse per il connubio vinopaesaggio? Senza dubbio l’agire secolare del viticoltore ha costruito i paesaggi viticoli di cui oggi disponiamo, ed è altrettanto vero che la contemplazione di un vigneto inserito in un bel contesto paesaggistico genera emozioni che si trasmettono in modo inconscio fino alla qualità percepita del vino. Questo stretto legame prende corpo se pensiamo che la valutazione di merito assegnata a un vino ha inevitabilmente una quota di soggettività che nel nostro caso emerge e si quantifica nel momento in cui la mente recupera stati d’animo e sensazioni legate a quel vino. A un ricordo positivo, legato alla visione di un bel paesaggio, corrisponderà quindi un giudizio organolettico condizionato favorevolmente dalle emozioni e dalle sensazioni acquisite in un dato momento. L’immagine obiettiva della fisicità del paesaggio, arricchita dalla scenografia del momento (colori, luminosità, volumi ecc.), porta a una percezione visiva che viene elaborata, immediatamente memorizzata e facilmente recuperata al momento dell’assaggio. La vista non è più soltanto un organo di percezione, ma diventa un elemento di giudizio in stretto collegamento con il gusto e con l’olfatto, il tutto trae però origine dal soggetto visivo, in questo caso il vigneto e il suo contorno. Premesso quanto sopra, e sperando che il ricordo e l’esperienza del consumatore confermino quanto detto, cominciamo a comprendere la solida relazione tra vino e paesaggio e, anche se spesso questa è inconsapevole, diventa comunque di forte potere suggestivo e di sicuro vantaggio per il mondo vitivinicolo. Se la potenzialità espressiva di un bel paesaggio è elevata e in grado di guidare positivamente il degustatore, allora ciò si tramuta anche in un valore aggiunto conferito al vino e il suo surplus sarà pari alle emozioni che riesce a trasmettere. A questo punto la domanda diventa: come si predispone all’assaggio il consumatore quando la sua mente rievoca il paesaggio da cui trae origine il vino che ha nel bicchiere? Nella gerarchia dei fattori che a livello inconscio apportano una valutazione soggettiva alla qualità dei vini (marchio, fama, territorio, eleganza delle confezioni, messaggi promozionali ecc.), qual è la posizione occupata dal paesaggio? Sulla base di quanto detto, ribadiamo che dobbiamo essere consci che la bellezza e l’unicità del paesaggio è all’origine di una grossa quota di componente soggettiva che inevitabilmente è presente nella valutazione organolettica del vino. Quando un vino è arricchito dall’accoglienza e dal fascino del suo luogo d’origine, il consumatore si appresterà a esprimere un giudizio ponendosi da un lato su un livello di attesa più alto, ma dall’altro con una predisposizione inconscia a esaltare gli elementi organolettici positivi. La giacitura, la morfologia (per esempio pendenza, altitudine ecc.), il clima, i caratteri dinamici del suolo sono i principali elementi naturali che direttamente concorrono all’espressione qualitativa di un vino. La componente scenica ed emotiva del paesaggio ha invece un ruolo indiretto, ma comunque di grande effetto sul giudizio organolettico. La conoscenza e la valorizzazione di questa duplice componente dell’habitat produttivo diventano allora prioritarie per una qualità complessiva dei nostri vini e saranno del tutto giustificati gli sforzi volti a una attenta salvaguardia delle nostre aree produttive. Effetti diretti e indiretti del territorio, affinché non solo il risultato annuale della fisiologia viticola sia responsabile della qualità di un vino, ma a essa si aggiunga anche una quota emotiva e non razionale dovuta al paesaggio. Il recupero della storicità e dei valori culturali dei nostri paesaggi, e una particolare attenzione a non semplificare, omologare e impoverire la loro scenicità, sono obiettivi da perseguire con metodo e con sicuri vantaggi futuri. Proprio in un momento in cui i nostri vini iniziano a confrontarsi con produzioni di alta qualità di origine extraeuropea, diventa sempre più urgente trasferire al consumatore l’insieme dei fattori che compongono le nostre produzioni enologiche: non solo tecnica viticola e di cantina, ma anche storia, tradizione e cultura che si esprimono attraverso la bellezza dei nostri paesaggi viticoli. Questo valore e questa forza comunicativa saranno elementi aggiuntivi per premiare e difendere i nostri vini in un confronto sempre più aggressivo e non più rinviabile. Il vino soddisfa sempre meno un bisogno alimentare, ma sta diventando un elemento culturale da cui deve trasparire la nostra identità e autenticità. Inoltre, siamo sicuri che di fronte a un bel paesaggio il consumatore sa riconoscere anche lo sforzo che il viticoltore pone nella ricerca complessiva di equilibrio tra attività imprenditoriale e tutela del patrimonio naturale. La qualità e l’ambiente, l’unicità e il paesaggio, saranno allora le leve su cui agire per differenziare e caratterizzare ancora di più i nostri prodotti; è necessario proporre non solo il vino, ma anche il territorio da cui esso nasce, consapevoli dell’alto valore degli elementi naturali di cui disponiamo e che fortunatamente non possono essere riprodotti altrove. Se vi sarà una corretta tutela e valorizzazione dei nostri patrimoni viticoli, si potrà disporre di un’arma di sicura efficacia nei confronti di altre viticolture non dotate di questa potenzialità. Altre considerazioni legate al valore economico del paesaggio ci porterebbero lontano e su valutazioni di non facile comprensione. Per esempio, si inizia a discutere di quanto costi mantenere il paesaggio, di quale sia il valore economico effettivamente prodotto dal paesaggio, se il valore artigianale di un vino (prodotto in una piccola realtà familiare) sia anche direttamente legato al paesaggio. Questi e altri quesiti fanno parte di un crescente interesse al quale si stanno avvicinando diverse discipline, a testimoniare l’importanza e l’attualità dell’argomento.

L’uomo e il paesaggio

Il paesaggio è un’entità molto complessa che si compone non solo di elementi concreti, ma anche di cultura, storia, tradizione e uomini, tutti elementi che si fondono in un’azione e in un risultato finale molto composito. Il paesaggio non è allora solo panorama o unicamente un insieme di forme concrete, ma piuttosto una grande e complessa unità, frutto dell’interazione tra l’agire dell’uomo e la natura. Il paesaggio ci racconta il vivere, il sentire e la storia della sua gente, mentre le forme e le linee sono opera dell’uomo che ha agito e reso produttivo il suo ambiente. Così le tecniche colturali, gli interventi di sistemazione dei campi, i rapporti e i contratti tra proprietà e forza lavoro con le relative unità colturali, nonchè l’obbligatorietà di alcune colture agrarie, sono gli elementi che nel corso dei secoli hanno modificato i paesaggi agrari regionali fino a conferire loro i caratteri attuali. Anche gli archeologi del paesaggio affermano che “il territorio è un palinsesto sul quale tutte le attività umane hanno lasciato qualche traccia”. Certamente non dobbiamo scordare che nel corso delle diverse epoche il paesaggio ha spesso cambiato fisionomia e non sempre ha presentato caratteri attraenti e scenici, basti pensare alla tristezza delle nostre campagne nei periodi di maggior disagio conseguenti a carestie, catastrofi naturali o incursioni di eserciti. L’ambiente rurale è stato infatti spesso caratterizzato da una stentata autosufficienza dai contorni poco seducenti. L’opera dell’uomo però è sempre il primo elemento responsabile del paesaggio che diventa specchio del suo agire e, come ebbe a dire il Leopardi: “una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura.” Anche Michelangelo a questo proposito ricorda che: “l’artista, con la sua arte, deve dare quella grazia e quella perfezione che sono fuori dall’ordine della natura, la quale fa ordinariamente delle cose che non sono belle”, e in modo ancora più esplicito si riconosce quindi il ruolo dell’uomo nel costruire i suoi luoghi, in questo caso significativamente positivo. Quanto detto ci guida allora verso una miglior comprensione dell’unicità dei paesaggi e della loro non trasferibilità, legata oltre che a una morfologia anche a una storia e a un passato culturale ricco di tradizioni. Paesaggi quindi che fondono insieme elementi naturali e umani, variamente in rapporto tra di loro, ma sempre in una mutua reciprocità. La piena e moderna valorizzazione delle nostre produzioni enologiche deve passare d’ora in poi anche attraverso la proposizione dei nostri paesaggi ai quali il vigneto, con la sua storia, la sua forma e geometria, conferisce una scenicità difficilmente sostituibile e quasi mai imitabile.

Il paesaggio viticolo

Il clima, l’orografia e il suolo impongono le tecniche colturali che di volta in volta sono calibrate e programmate per specifiche realtà ambientali. L’uomo, di conseguenza, applicando metodi e mezzi colturali, ha creato il paesaggio rendendolo produttivo e nel contempo più bello ed esteticamente attraente. L’uomo, in questo caso coltivatore della vite, con il suo impegno e dedizione, è quindi l’attore principale del paesaggio, al quale ha dato forma e armonia come risultato dell’interazione tra gli elementi naturali e il suo agire.

Morfologia del suolo
Nel corso dei secoli l’uomo ha dovuto adoperarsi per utilizzare ai suoi fini il territorio di cui disponeva. Vi sono quindi ambienti di pianura dove la coltura della vite non ha incontrato ostacoli e si è sviluppata su ampie superfici senza la necessità di intervenire in modo pesante sulla morfologia dei luoghi. Anche in questi casi però la sistemazione dei campi prevedeva comunque l’adozione di un disegno necessario a garantire lo smaltimento dell’acqua piovana (sistemazioni superficiali assieme a scoline e fossi principali) e il transito dei carri (capezzagne). Si sono così studiati e applicati alcuni interventi necessari agli scopi appena ricordati e che si sono poi grandemente diffusi; tra questi le sistemazioni a proda, alla bolognese, alla ferrarese, alla padovana, furono le più usate e tutte accumunate da baulature più o meno accentuate della superficie degli appezzamenti. Vi sono però anche le realtà produttive collinari, nelle quali il viticoltore ha dovuto modificare maggiormente le forme dell’ambiente trovato per renderlo confacente ai suoi scopi. Infiniti sono gli esempi di come l’attività viticola abbia conferito ai rilievi nuove linee e forme, rendendo così possibile l’attività viticola. Sistemi a girapoggio, a cavalcapoggio, a rittochino, con gradoni, terrazze o ciglioni, con ripiani raccordati o con fosse livellari, sono tutti esempi di un impegno secolare volto a “domare” l’ambiente, conferendogli nel contempo un nuovo aspetto più ordinato, armonico e piacevole. Solo operando in questo modo si sono portate a coltura ampie superfici altrimenti destinate a rimanere marginali. Dobbiamo quindi riconoscere alla vite il merito di aver permesso non solo il sostentamento di molte generazioni, ma anche di avere contribuito a caratterizzare il paesaggio nazionale con maggiore incidenza nei luoghi in cui l’attività agricola era più difficile. A questo proposito si vogliono ricordare le viticolture estreme delle Cinque Terre, della Val d’Aosta, della Valtellina o delle Isole Minori, nelle quali l’attività viticola è stata resa possibile solo perché l’opera dell’uomo si è imposta sulla morfologia dei siti. La vite quindi come tramite, ma anche come elemento principale nel modellare e abbellire i territori nazionali.

Tradizione
La viticoltura italiana prende origine da due diverse impostazioni viticole: quella greca e quella etrusca. La prima si caratterizza per una tecnica di allevamento nella quale la vite è coltivata bassa, adatta ad ambienti meridionali siccitosi, nei quali il principale antagonista è la carenza d’acqua. È il modello viticolo del sud Italia con la vite allevata ad alberello molto fitto con o senza sostegno. Le produzioni sono contenute e di alta qualità per l’ottenimento di vini dolci e liquorosi. Il modello etrusco si caratterizza invece per la presenza di un sostegno vivo (allora il pioppo), per le maggiori dimensioni delle viti e per la loro maggiore altezza. È la tecnica prevalente del centro-nord Italia, con la Campania che funge da linea di separazione tra le due tipologie, rimaste incontaminate fino ai nostri giorni senza integrarsi o ibridarsi. A una diversità così netta nell’allevamento della pianta, corrispondono di conseguenza due paesaggi viticoli dai connotati e dagli effetti visivi ben riconoscibili, entrambi espressione di una identità colturale dalle lontane origini. La vite appoggiata al sostegno vivo con il passare del tempo si fa più ordinata e geometrica, con file di piante a cui sono maritate le viti collegate tra di loro a formare dei festoni. La presenza di filari di viti aggrappate a un sostegno vivo (acero, gelso, olmo, frassino, salice) è l’elemento che ha caratterizzato grandemente il nostro paesaggio viticolo e agrario in generale e che per secoli ha segnato i contorni degli appezzamenti e dominato la scena rurale. Sono le piantate presenti nelle campagne fin dopo la prima guerra mondiale. Se al sud e nelle isole il vigneto veniva a trovare una sua precisa collocazione accanto al seminativo nudo (prendendo già i connotati di coltura specializzata), nell’Italia centro-settentrionale il paesaggio era dominato dai seminativi alberati che si componevano di ordinate file di tutori vivi a delimitare le proprietà e le diverse colture all’interno dei confini. È il paesaggio tipico e quasi unico che si estende dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto all’Emilia, fino alle Marche, all’Umbria e alla Toscana. I tutori prevalenti sono diventati con il tempo l’acero, il gelso, l’olmo e la vite matura i suoi frutti accanto al mais e al frumento, colture indispensabili per il sostentamento della gente. La necessaria specializzazione colturale a cui la viticoltura si avviava lentamente intorno agli anni ’30 del secolo scorso, le mutate condizioni dell’economia domestica e dei rapporti con la proprietà, l’introduzione dei mezzi meccanici e lo sviluppo industriale degli anni ’50-’60 hanno indotto una graduale sostituzione del paesaggio della piantata con un paesaggio nel quale il vigneto ha una sua fisionomia più precisa e dove il tutore vivo viene sostituita con il palo secco. Questa trasformazione è stata più rapida per l’ambiente collinare (per esempio colline Piemontesi), dove il vigneto specializzato occupa spazi sempre più ampi dando connotati sempre più precisi a uno sguardo attento. L’evoluzione viticola degli ultimi decenni ha interessato spesso il modo di allevare la vite e quindi le sue forme, ma resta comunque fisso il maggiore sviluppo vegetativo della tradizione etrusca. Anche i nuovi sistemi di preparazione del suolo, che privilegiano la trattorabilità (vedi rittochino), conferiscono al paesaggio un nuovo aspetto formato da linee più regolari e simmetriche. È una evoluzione che porta nuove fisionomie, frutto di un naturale sviluppo dell’attività agricola e del suo operare. La vite nell’ambiente del sud Italia conserva un permeare di storica tradizione che si estrinseca in un antico sapere e in un perfetto inserirsi nei caratteri culturali e naturali. In questi ultimi anni anche il centro-sud ha conosciuto un giusto e atteso sviluppo viticolo, ma ha conservato la sapienza che deriva da una terra avara solcata da generazioni di viticoltori. Due origini diverse per ambienti diversi, con una storia evolutiva caratterizzata da realtà sociali distinte per un paesaggio attuale dalle fisionomie identificabili e sempre attraenti. Si deve però ancora ricordare che in epoca romana venne introdotto dall’Egitto un nuovo modo di allevare la vite che prevedeva la realizzazione di un tetto orizzontale più o meno inclinato: è la pergola che si diffonderà nei secoli a seguire nel Veneto (pergola veronese), nel Trentino (pergola trentina), in Val d’Aosta e in Emilia Romagna (pergola romagnola). Nelle sue varie espressioni, la pergola contribuisce a caratterizzare la viticoltura di molte aree e le sue forme ben modellano le gobbe collinari o i piani. Il tendone ha una stretta affinità e analogia con la pergola e anch’esso imprime un tipico aspetto al paesaggio che i francesi definiscono “paesaggio di mare” per l’omogeneità orizzontale del fogliame e per la continuità dello sguardo.

Materiali
Il paesaggio si caratterizza anche per le forme e i colori dei materiali impiegati nell’attività viticola e che solitamente sono facilmente disponibili e reperibili in loco. Lo scenario può quindi essere significativamente tipico e locale sulla base di strutture e architetture risultanti dall’uso di materiali semplici e spesso molto poveri. La delimitazione delle proprietà, i sostegni per le viti, i materiali impiegati per costruire le abitazioni rurali, per il consolidamento delle terrazze, dei ciglioni e delle vie di comunicazione, sono tutti esempi di una impronta che il paesaggio assume e che lo legherà alla materia di cui è più ricco.

Fragilità del paesaggio

È fuori dubbio che una moderna pratica viticola debba rifarsi a modelli di gestione compatibili con una viticoltura di qualità ed economicamente vantaggiosa, ma deve anche rispettare le esigenze di conservazione della fisionomia del paesaggio. Si devono quindi mettere in atto sistemi che garantiscano l’efficienza dell’impianto e la compatibilità economica della sua realizzazione e conduzione, ma deve essere nel contempo salvaguardata la conservazione del patrimonio suolo e del contesto paesaggistico. Una eccessiva alterazione della morfologia originaria delle superfici si accompagna a frequenti dissesti ambientali (erosione, smottamenti, perdita di biodiversità, riduzione della fertilità agronomica ecc.), riconducibili sempre alla degradazione del suolo. Il substrato litologico diventa allora il primo elemento fisico del paesaggio e su di esso poggia la struttura paesistica soprastante. Consci che il territorio, di cui il paesaggio ne è una componente, debba evolvere con l’uomo e con le sue attività, riteniamo però che debba essere sempre presente l’irreversibilità di alcune nostre azioni, la cui incisività può ferire e mortificare in modo permanente la bellezza del paesaggio. Se questi si compone di cultura, storia, natura e di attività umana, diventa chiara l’attenzione che deve essere prestata a non compromettere un insieme di tessere così instabili e fragili, che si compenetrano a vicenda per dare vita a tante realtà uniche. A questo proposito si vuole anche ricordare che l’impegno di tutela e salvaguardia delle nostre unità paesistiche, non deve essere prestata solo a poche realtà eccezionali da imbalsamare e vincolare da ogni punto di vista, ma si deve trovare il giusto modo di tutelare tutti i paesaggi dei nostri territori, garantendone una evoluzione guidata e coerente con un moderno sentire e agire. Questo deve essere inteso anche nell’ampio senso di relazione tra paesaggio e qualità della vita quotidiana, che deve potersi avvalere di punti di riferimento e valori storici e culturali non discutibili. In un concreto operare, e per l’argomento qui trattato, si potrà allora commentare che il vigneto specializzato si deve inserire in questo insieme di elementi naturali e umani integrandosi in modo equilibrato con i vari aspetti del paesaggio e con le moderne necessità dell’attività viticola, senza diventare un elemento dominante che si impone e crea dissonanze. Una prima valutazione va quindi portata sulle dimensioni degli impianti che devono rispettare la tradizione storica locale. Soprattutto nel settentrione del nostro Paese, dove il nucleo abitativo si rifaceva a una economia di sussistenza con superfici di ridotte dimensioni predisposte per l’autosufficienza famigliare, l’impianto di vigneti di dimensioni esagerate non sposa una continuità storicoculturale necessaria a garantire una identità paesaggistica. Le ampie superfici sono inoltre sinonimo di eccessiva omogeneità e monotonia dello sguardo, con una banalizzazione dei confini e delusione delle aspettative dello spettatore. Si ritiene che una viticoltura evoluta quale quella italiana, possa permettersi di prestare attenzione anche a questi aspetti indispensabili per creare movimento e scenografia (si pensi ai corridoi arborei e arbustivi, alle piante secolari ecc.). Il consumatore saprà apprezzare e premiare questi sforzi con un sentimento di fiducia e di fedeltà che manifesterà con una maggiore presenza e propensione al consumo. Un’altra conseguenza prodotta dagli impianti non rispettosi dei rapporti con il paesaggio, è la riduzione della biodiversità vegetale così importante per gli equilibri complessivi del territorio. Tanto più il paesaggio sarà privato dei suoi elementi tipici (specie arboree, arbustive e di conseguenza animali) e tanto più l’appiattimento e “l’artificialità” prevarrà su una visuale più attraente, ritmica e originale. Una composizione arborea e animale più complessa e diversificata, la salvaguardia delle linee e delle forme costruite nel passato accresceranno il potere di attrazione del paesaggio con riflessi positivi sulla valutazione dell’intero territorio e degli stati emozionali che esso trasmette. Ricchezza in contrapposizione a povertà di immagini, è un nuovo percorso che deve essere affrontato attraverso un programma comune per un progetto collettivo di salvaguardia del paesaggio. Una sensibilità che poggi il suo credere sulla cultura e sulla tradizione, combinando nuove esigenze produttive con il rispetto della naturalità dei luoghi, potrà sperare in un risultato ricco di un valore in più da spendere nei rapporti con i fruitori del territorio. L’attività viticola dovrà essere portata a prestare attenzione anche ai piccoli particolari che a vario titolo disturbano e nuociono al patrimonio paesisitico. Già si è fatto cenno ai materiali che dovrebbero garantire un armonico inserimento del vigneto nel contesto territoriale, si fa poi riferimento anche alla comune pratica di gestione del vigneto che a volte è causa (fortunatamente solo temporanea) di scarsa sensibilità per la bellezza del paesaggio. La vocazionalità dei luoghi è un altro elemento che va rispettato, l’attività viticola non deve usurpare spazi da sempre dedicati ad altre specie e dove l’interazione tra la vite e l’ambiente pedo-climatico non è completamente espressa. Sulla base di queste considerazioni possiamo allora affermare che il paesaggio deve evolvere e non può essere ingessato e avulso dalle necessità colturali, ma deve sempre mantenere un legame con la storia, con il contesto culturale in cui si inserisce per una piena soddisfazione delle aspettative di un vivere moderno, colto e sempre più educato al bello. Accanto alla salvaguardia dei paesaggi esistenti, non va poi proibita la realizzazione di nuovi paesaggi viticoli di qualità, che siano comunque espressione di una cultura viticola ancorata al valore del paesaggio. Il territorio si comporrà allora di una ricchezza tecnica (i viticoltori, gli esperti enologici, gli agronomi), ecologica (i vitigni, la biodiversità vegetale, l’originalità dei siti), ambientale (il suolo, il clima, l’orografia, la qualità dell’aria e dell’acqua) e paesaggistica (l’unicità e la cura per i luoghi, la conservazione dei segni lasciati dal passaggio dell’uomo), che ne contraddistinguerà i caratteri e ne evidenzierà l’assoluta unicità.

Paesaggi nascosti

È stato più volte ripetuto che il paesaggio viticolo si compone di scenografie, di vedute, di colori, ma è altrettanto vero che piccoli particolari del vigneto possono far rivivere paesaggi lontani, perpetui o nascosti. È il caso degli esempi sotto riportati che richiamano lo spettatore attento al passare delle ere e delle stagioni, alla intima vitalità della vite, ma soprattutto lo riportano a un paesaggio silenzioso che pochi sanno scoprire. Il paesaggio va quindi vissuto e toccato con mano, non apprezzato solo attraverso il filtro della comunicazione che non lo può cogliere appieno. Si pensi per esempio ai profumi e agli aromi che caratterizzano i nostri dintorni a volte in modo unico e irripetibile.

Paesaggio viticolo nelle stagioni

Se il paesaggio è sinonimo di cultura, storia, natura, è anche vero che il suo potere di attrazione è dato dalla fisicità delle forme e dal variare dei colori così mutevoli con il passare dei mesi. Diversità dei paesaggi viticoli legata non solo al variare dei siti (variabilità spaziale), ma anche al passare delle stagioni (variabilità temporale). Per questo il paesaggio non delude mai il suo spettatore e diventa un bene economico non relegato a pochi periodi dell’anno, ma a un continuo trasformarsi di forme e di colori. Il turista, l’esteta, l’appassionato e il passante occasionale troveranno sempre un paesaggio in movimento e in divenire con il ciclo annuale della vite. Il paesaggio va inteso allora anche come una concreta risorsa economica e se correttamente gestito può contribuire alla creazione di reddito. L’attività viticola si viene così ad arricchire di un contributo in più, che compensa i maggiori oneri che a volte la cura e la tutela del paesaggio impongono.

Tutela del paesaggio

Vino in indissolubile collegamento con il territorio e vino che racchiude le emozioni trasmesse dalle forme, dai colori e dell’accoglienza del paesaggio. Verificare questo stretto legame sarà di forte ausilio per futuri programmi di valorizzazione dei nostri patrimoni viticoli, che devono quindi comprendere anche l’analisi degli interventi che generano degrado, allo scopo di attenuarli o di evitarli. Le finalità mirano a stimolare, promuovere e indurre una diversa concezione di paesaggio, che recuperi in toto il suo valore e la sua potenzialità nel proporre gli ambienti e il settore viticolo nazionale. Se nel XX secolo, attraverso l’urbanizzazione, la semplificazione dei sistemi di produzione agricola, lo sviluppo delle infrastrutture e delle vie di comunicazione, abbiamo assistito a una rapida e, in alcuni casi, brutale modificazione del paesaggio, sta ora invece emergendo una nuova attenzione per tutto ciò che raccoglie i segni della storia e della natura. Diverse iniziative contribuiscono a diffondere questa nuova necessità di salvaguardia e desiderio di conoscenza e tra tutte la Convenzione Europea del Paesaggio, elaborata dal Consiglio d’Europa (Firenze 20/10/2000), firmata da 33 Paesi e ratificata da 24 (in Italia la convenzione è operativa dal primo settembre 2006) ne è una seducente e concreta testimonianza. In detto ambito è stata elaborata una nuova definizione di paesaggio che così attesta: “Paesaggio designa una determinata parte del territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”; inoltre: “La presente convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, sia i paesaggi della vita quotidiana, sia i paesaggi degradati”; infine: “La presente convenzione si prefigge lo scopo di promuovere la salvaguardia, la gestione e la pianificazione dei paesaggi e di organizzare la cooperazione europea in questo campo”. Risulta quindi evidente che non ci si può più sottrarre al rispetto per questa grande opera dell’agire dell’uomo, che è intervenuto su una base naturale plasmabile, ma non più ricostruibile. È urgente creare una coscienza collettiva che prenda atto di questi argomenti, attraverso la sensibilizzazione degli abitanti, degli agricoltori, dei più giovani e la valorizzazione di iniziative private e pubbliche, che abbiano lo scopo di qualificare e far comprendere i pregi del paesaggio e contrastare la tendenza alla sua omologazione. Un altro aspetto che assume sempre maggiore rilevanza è la conservazione del paesaggio attuata contrastando l’abbandono degli insediamenti rurali e favorendo invece la sostenibilità delle attività agricole marginali. Soprattutto per gli ambienti collinari, dove l’attività viticola diventa più onerosa nella sua gestione e più avara in termini di risultati quantitativi, molto spesso assistiamo a una disaffezione nella sua conduzione in seguito a una riduzione dei margini di guadagno. Se l’uomo non vive nel suo paesaggio e la sua attività non permette la conservazione delle sue radici storiche e paesaggistiche, vi sarà una perdita di identità culturale e ambientale. Ancora una volta quindi lo sforzo va indirizzato per creare nuove opportunità e servizi (Strade del vino e dei sapori, percorsi didattici ecc.), che possano garantire la permanenza dell’uomo nel suo ambiente e con esso la custodia di ciò che è stato creato nel corso dei secoli. L’insediamento abitativo ha contribuito a creare e conservare il paesaggio, la mancanza della presenza umana, lascia invece libero agire alla natura che si riappropria del suo spazio.


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