Volume: l'uva da tavola

Sezione: paesaggio

Capitolo: uva da tavola in Sicilia

Autori: Donato Antonacci, Lucia Rosaria Forleo

Introduzione

La Sicilia è l’isola più vasta e importante del Mar Mediterraneo, la più ricca economicamente e la più ricca di storia, vantando numerosi reperti di grande importanza artistica. Presenta un panorama vario, passando da zone lussureggianti di vegetazione a zone semi desertiche riarse dal sole. L’isola ha la forma di un triangolo irregolare, i greci infatti la chiamavano Trinacria, che significa “tre punte”. Una delle caratteristiche della Sicilia è l’alta densità della popolazione, presente maggiormente nelle zone costiere, che sono le più fertili ed economicamente più sviluppate. Tali privilegiate condizioni interessano soprattutto le zone costiere settentrionali e orientali, che fin dalla colonizzazione greca e araba furono irrigate e intensamente coltivate. La Sicilia è un’isola prevalentemente montuosa, con pianure di limitata estensione e brevi fiumi. Tutte le vette sono dominate dal cono dell’Etna, il vulcano più alto d’Europa (3263 m). Esiste un grosso contrasto tra il paesaggio lussureggiante di vegetazione delle zone costiere tirreniche e ioniche rispetto alle zone aride e spoglie dell’interno e della parte meridionale della regione.

Clima e ambiente

Da un lato la Sicilia ha un clima tipicamente mediterraneo, dall’altro la sua natura montuosa e collinare contribuisce ad attenuarne anche a breve distanza dalla costa gli influssi. Abbastanza uniformi sono peraltro le temperature estive, con medie pressoché superiori ai 24 °C; gli inverni sono miti solo nelle fasce costiere, con medie sui 10 °C, ma sono freddi nell’interno. La Sicilia si caratterizza maggiormente per due sole stagioni: quella piovosa, tra novembre e febbraio, e quella asciutta, tra giugno e agosto. Le piogge sono più scarse sulle pianure costiere, la piovosità si accresce infatti verso l’interno, con punte anche superiori ai 1000 mm sui rilievi più elevati. L’isola conserva varie zone di grande interesse naturalistico: il parco regionale dell’Etna con la sua magnifica varietà di ambienti vegetali a seconda del succedersi dei piani altitudinali (al piano inferiore la macchia mediterranea con lecci, mista alle colture di olivi e vite; poi querce e castagni tra i 1000 e i 1500 m; successivamente pini, faggi, betulle; infine la macchia mediterranea tra le scure rocce laviche). Vaste le distese di olivi, dai fusti contorti e dalla tipica chioma verde argentata, e di agrumi (limoni, aranci ecc.), integrate dall’importante presenza della vite. Nelle zone più aride si trovano facilmente cespugli spinosi, come i cardi, e piante di palma nana. Un elemento che caratterizza inoltre il territorio siciliano è la presenza di piante grasse. Tra queste spiccano le agavi, dalle lunghe foglie carnose striate di giallo lungo i bordi, che solo una volta, alla fine della loro vita, si ornano di un’alta infiorescenza gialla chiara, molte varietà di cactacee e gli immancabili fichi d’India, che formano delle vere e proprie distese di “palette” verdi punteggiate, in estate, dal rosso, dall’arancione e dal giallo dei frutti.

 

Paesaggio agrario

A causa della natura del paesaggio, costituito in massima parte da pendii piuttosto dolci e facilmente accessibili, si può affermare che gran parte del territorio della Sicilia interna sia stata per lunghissimo tempo soggetta all’azione dell’uomo, la cui azione ha provocato una profonda trasformazione del paesaggio vegetale. Il paesaggio agrario nasce dall’incontro fra le colture e le strutture di abitazione e di esercizio a esse relative. Dopo lo sfruttamento estensivo del bosco in epoca romana e bizantina e le alterne vicende che videro durante l’alto Medioevo l’ampliarsi e il restringersi degli insediamenti e della popolazione, la Sicilia all’inizio del ’400 era ancora ricca di boschi, peraltro già insidiati dalla crescente industria dello zucchero da canna, coltivazione introdotta dagli arabi e incentivata da Federico II di Svevia (successivamente, con la scoperta dell’America, gli spagnoli introdussero la coltivazione della canna da zucchero a Cuba e nel Messico, i portoghesi in Brasile, inglesi e francesi nelle Antille, in quei territori cioè dell’America centrale e meridionale che ancora oggi ne sono tra i maggiori produttori. Poiché lo zucchero delle Americhe era migliore e meno costoso, le coltivazioni spagnole e italiane scomparirono, insieme ai traffici con i territori arabi). Tra le formazioni boschive, oltre ai consistenti querceti da ghiande, sfruttati per l’allevamento dei maiali, esistevano ancora vaste superfici costituite da sughera, cerro, leccio, castagno, frassino, olmo, acero, carrubo, lentisco, terebinto, mirto. Dopo la grande colonizzazione interna dei secoli XVI e XVII, iniziarono massicci disboscamenti, che in parte hanno portato all’impianto di vigneti o altre colture arboree, ma più frequentemente alla cerealicoltura e al pascolo, con rapido inaridimento dei terreni disboscati più declivi ed erosi, processo che oggi si aggrava ulteriormente per l’abbandono delle coltivazioni e dei terrazzamenti collinari. La pressione antropica ha confinato le aree con copertura vegetale naturale nei distretti più inaccessibili e naturalmente difesi dall’azione diretta dell’uomo. Le superfici investite dalle colture agrarie occupano in Sicilia il 70% dell’intera superficie dell’isola, mentre, per esempio, le aree boscate, compresi i popolamenti forestali artificiali, le aree parzialmente boscate e i boschi degradati coprono l’8% della superficie totale. Ne risulta un territorio fortemente antropizzato, nel quale il paesaggio delle colture ha un elevato potere di caratterizzazione ambientale. Oggi si avverte sempre più l’esigenza di valorizzare quei territori e quei suoli maggiormente vocati alle attività agricole, potenzialmente suscettibili di consentire i redditi più elevati in agricoltura, per i loro caratteri climatici, di giacitura, pedologici e ancora del livello di infrastrutturazione e di presenza imprenditoriale.

Paesaggio viticolo nel passato
La presenza importante dei vigneti si può far risalire alla dominazione araba (IX-XI sec. d.C.). Infatti, a quei tempi, erano frequenti i vigneti, condotti con tecniche non dissimili da quelle romane ma probabilmente, come riferiscono alcune fonti storiche, con un’attenzione particolare alla forma di allevamento che doveva rispondere anche a finalità estetiche. Infatti i giardini privati e reali erano il luogo privilegiato per l’introduzione delle specie nuove o della riscoperta di alcune prima non apprezzate. Avevano anche funzione di osservazione botanica e agronomica; erano luoghi speciali dove gli affari si mischiano al piacere, alla scienza, alle arti; le piante vi giungevano come curiosità ornamentali e, una volta riconosciuto un interesse economico, venivano riprodotte e diffuse nelle campagne. Documenti notarili, del notaio ericino Giovanni Maiorana, risalenti alla fine del XIII secolo, riportano come la gran parte dei poderi, dislocati in quelli che oggi costituiscono i territori autonomi di Erice, Valderice, Custonaci, Buseto Palizzolo, Castellammare del Golfo e Trapani erano coltivati a vite e come essi ormai rappresentavano una concreta realtà economica, andando così a modificare i connotati del paesaggio agrario. Inizialmente non vi era una netta distinzione tra la coltivazione di uve da vino e uve da tavola, infatti vitigni che diventeranno in seguito a vocazione prettamente vinicola venivano inizialmente coltivati anche per il consumo fresco. Un esempio ci viene dato dal vitigno Zibibbo, dall’arabo zebib, che significa uva secca, tipico dell’isola di Pantelleria. L’uva di questo vitigno veniva esportata allo stato naturale quale uva da tavola, commercializzazione che subirà negli anni la dura concorrenza delle nuove varietà e delle uve di terraferma. La sua coltivazione in terrazzamenti, costruiti dall’opera dell’uomo, caratterizza ancor oggi il paesaggio isolano. Le terrazze conferiscono al paesaggio un elevato valore estetico per la loro presenza ordinatrice e di connessione tra elementi di un paesaggio così ricco di contrasti da portare a scrivere che appare “un’opera più di giardinaggio che di agricoltura”. Ma con il passare degli anni la distinzione delle cultivar da tavola da quelle da vino diventerà sempre più marcata, fino ad arrivare agli inizi del ’900 dove la coltivazione di uva da tavola avrà ormai assunto dei propri connotati. In Sicilia, precisamente a Milazzo, un pioniere si metteva all’opera. Il Comm. Giuseppe Zirilli Lucifero nel 1887 aveva trasformato 14 ettari delle sue vigne a uva da vino in uve da tavola precoci con lo scopo di portare il prodotto in Germania come alternativa alle uve algerine. Dal ’900 iniziò così l’esportazione di Luglienga, Portoghese bleu e Chasselas di Fontainebleau, mentre venivano coltivate, a titolo sperimentale, Moscato d’Amburgo, Clairette Mazil, Gamay e Baresana. Furono piantati quindi altri vigneti a Spadafora, dove, oltre ai ricordati vitigni, furono coltivati Hoanez, Blak Alicante e Inzolia Imperiale. La produzione di uva da tavola, poi, nel 1933, si aggirava sui 142.720 quintali rispetto ai 317.090 quintali dell’uva da vino destinata al consumo diretto. Nei Nuovi Annali dell’Agricoltura, a cura del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste del 1934, venivano elencate le aree maggiormente vocate per la coltivazione dell’uva da tavola e veniva anche consigliato di disporre di irrigazione se si voleva produrre delle belle uve da tavola. Il Prof. Federico Paulsen nella relazione Per il miglioramento e l’incremento della coltivazione delle uve da tavola in Italia, del 1938, descrive come a Termini Imerese esistessero un centinaio di ettari di pergolati, situati quasi tutti nella conca di S. Leonardo, per la produzione delle tre uve da tavola tardive: la Ciminnita, la Marsigliana, di colore bianco, e la Lacrima di Maria, nera. Il principale mercato di consumo era Palermo, poi Catania. Viene anche detto che già nel 1929 erano attive le esportazioni all’estero; infatti, uva veniva spedita in Polonia e in Cecoslovacchia; citata anche “la concorrenza spagnuola che, con la Ohanez, offre, a minor prezzo, un’uva di qualità migliore e, soprattutto, più serbevole. Salvo casi eccezionali, la conservazione sulla pianta delle uve di Termini Imerese non va oltre le feste natalizie e la sua resistenza ai viaggi, alle soste di magazzino e a una conservazione in sostanze inerti, come si fa per l’uva spagnuola, non va oltre il gennaio, mentre che quest’ultima, com’è noto, arriva facilmente ad aprile e maggio. La minore serbevolezza delle uve di Termini Imerese è forse da attribuirsi, oltre che alla minore attitudine alla conservazione delle tre varietà rispetto all’Ohanez, anche all’ambiente e alla coltivazione: il primo troppo basso, chiuso e con terreno assai fertile che, già fresco di sua natura, viene frequentemente irrigato per le colture urtive che si fanno sotto i pergolati; e la seconda perché, con la consociazione di cui sopra, si ha una continua successione di culture erbacee che non solo sono irrigate, ma abbondantemente concimate con concimi organici”. Quindi, da questa descrizione possiamo dedurre come il paesaggio agrario fosse caratterizzato dalla presenza sul territorio di pergolati coltivati a uva da tavola, consociati a colture orticole. Sempre a questo periodo risalgono le prove, del Prof. Federico Paulsen, di adattamento e di affinità di innesto delle migliori uve da tavola con i principali soggetti americani. Soprattutto importanti sono le prove di coltivazione di uve da tavola precoci, Madeleine Angevine, Madeleine Salomon e le Luglienghe, con le quali è possibile ottenere dell’uva matura fra la fine di giugno e la prima decade di luglio, ossia con un anticipo di 15-20 giorni. Fra le molte uve a maturazione normale si ritrovano la Regina, lo Zibibbo, l’Italia, il Moscatello di Terracina, la Sultanina ecc. Venivano provati anche tre sistemi di coltivazione: ad alberello del tipo locale (ma con un sesto di piantagione più largo di quello comune), a cordone orizzontale speronato, con viti a 2 m fra le file e 1,5 m sulla fila, e a pergolati (come suggerito dal Prof. Longo). I pergolati erano però limitati alla sola cultivar Regina. Inoltre venivano provate in coltivazione varietà di uve apirene, per la produzione di uve passe senza vinaccioli (in sostituzione dello Zibibbo).

Paesaggio viticolo oggi
Grazie alla sua posizione geografica e alle caratteristiche climatiche, la Sicilia è oggi la seconda regione italiana (dopo la Puglia) per la produzione di uva da tavola. Il paesaggio del vigneto comprende espressioni differenti dal punto di vista percettivo, legate alle forme di coltivazione e al tipo di impianto, oltre che alla sostanziale differenza fra la produzione di uva da vino e di uva da mensa. La coltura della vite, molto diffusa in forma pura, raramente associata ad altre colture, tranne alcuni casi di associazione a seminativi, è estremamente varia sia per le tradizioni locali di coltivazione sia per la presenza di numerosi impianti recenti. L’accentuata frammentazione dei fondi, con presenza di siepi e viabilità poderale, inoltre, corrisponde in generale a un assetto agrario di tipo tradizionale, e particolarmente nelle aree collinari, rispecchia una situazione di diversità vegetale e animale più elevata. La coltivazione in forma intensiva dell’uva da tavola è iniziata intorno agli anni ’70, in sostituzione di colture come il grano, il mandorlo o la stessa vite da vino, là dove le condizioni pedoclimatiche lo consentirono. Oggi il comparto detiene un ruolo di rilievo nell’agricoltura regionale, infatti per molte vaste aree della Sicilia la viticoltura da tavola è un comparto produttivo molto importante che ha contribuito al progresso del reddito agricolo. La coltivazione è concentrata principalmente nell’ambito di tre province, Agrigento, Caltanissetta e Catania. In particolare, la superficie investita a vigneti da tavola assume forti valori di concentrazione e di caratterizzazione del paesaggio agrario principalmente e per lungo tempo nel territorio dell’Agrigentino, specialmente per produzioni tardive. La Sicilia, attualmente, si caratterizza nel panorama della viticoltura nazionale per la peculiarità della coltura in serra, effettuata negli areali più precoci dei territori comunali delle province di Ragusa e Siracusa. Con la produzione proveniente dalle suddette tipologie colturali, il nostro Paese apre il calendario di offerta dell’uva da tavola in maggio. Nel corso degli ultimi anni, la distribuzione della coltivazione nelle diverse province siciliane sta registrando un drastico mutamento. La superficie vitata si è contratta nella provincia di Agrigento, nota per aver ottenuto l’Indicazione Geografica Protetta per l’Uva da tavola di Canicattì, con la varietà Italia, mentre si rileva un incremento sensibile nella provincia di Catania, dove la coltivazione si è diffusa, a partire dagli anni ’80, nell’hinterland del comune di Mazzarrone ottenendo anche qui IGP per l’Uva da tavola di Mazzarrone. Inoltre, misure della politica comunitaria hanno portato negli anni scorsi a notevoli “instabilità” dell’assetto complessivo del paesaggio colturale del vigneto, che ha visto contrazioni ed estensioni in dipendenza dell’erogazione di contributi per l’impianto e l’espianto. Sono state principalmente le aree collinari ad aver subito l’abbandono, con conseguente rapido inaridimento dei terreni più declivi ed erosi, con conseguenti mutamenti significativi del paesaggio.


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