Volume: il carciofo

Sezione: ricerca

Capitolo: tecnica vivaistica

Autori: Fabio Micozzi, Bernardo Pace, Nicola Calabrese

Introduzione

La propagazione del carciofo è ancora attuata per via agamica, per mezzo di carducci, ovoli, parti di rizoma o ceppaia, spesso autoprodotti dagli stessi agricoltori, che utilizzano per l’impianto materiale prelevato direttamente da carciofaie coltivate per la produzione dei capolini senza fare ricorso a tecniche particolari. Il materiale utilizzato per la moltiplicazione è caratterizzato da notevole variabilità in ordine a età, stadio fisiologico, forma, dimensione, posizione sulla pianta madre, numero di gemme presenti ecc. Ciò ha portato nel tempo alla comparsa di gravi problemi di carattere agronomico e patologico con ricadute negative per i produttori, anche di tipo economico. È infatti evidente un lento e progressivo peggioramento delle potenzialità produttive delle carciofaie e delle caratteristiche qualitative dei capolini; i produttori lamentano che la coltura non risponde all’impiego dei più moderni mezzi tecnici di coltivazione con adeguati incrementi produttivi. Questa situazione risulta più accentuata nelle realtà produttive orientate verso produzioni precoci, che sono quelle maggiormente diffuse su tutto il territorio nazionale. Solitamente si attribuisce la ridotta produttività della coltura al fenomeno della stanchezza del terreno, ma questa, pur verosimile, non considera altri aspetti di fondamentale importanza, quali la mancata applicazione di metodi di selezione del materiale genetico, il risanamento del materiale stesso e la necessaria razionalizzazione della tecnica di propagazione. Con la moltiplicazione in vitro sono stati risolti molti dei problemi legati ai metodi di propagazione tradizionali; notevole successo nei comprensori cinaricoli laziali ha ottenuto negli ultimi anni il clone C3 di tipologia Romanesco, ottenuto per micropropagazione. L’elevato costo delle piantine micropropagate costituisce comunque un limite alla loro maggiore diffusione. Recentemente sono state effettuate ricerche dall’Università della Tuscia di Viterbo per la cultivar C3 e dal CNR ISPA di Bari per il Brindisino (tipologia rifiorente), che hanno messo a punto nuove tecniche di moltiplicazione che rendono possibile la produzione di piantine sane, certificate e a basso costo.

Moltiplicazione del C3

Il ciclo di produzione ha la durata di un anno: inizia in agosto con l’impianto e l’allevamento in vaso delle piante madri risanate e si conclude nel periodo luglio-agosto dell’anno successivo con la vendita delle piantine provenienti da propagazione in vivo pronte per l’impianto. Da una singola pianta madre si ottengono mediamente 15 carducci in totale, che sono prelevati in novembre, febbraio e giugno. La tecnica di propagazione prevede le seguenti fasi: – coltivazione fuori suolo di piante madri; – capitozzatura delle piante madri; – emissione e prelievo dei carducci; – frigoconservazione dei carducci; – radicazione dei carducci; – ambientamento e commercializzazione delle piantine.

Coltivazione fuori suolo di piante madri risanate. Le piantine provenienti da moltiplicazione in vitro sono poste in vasetti di torba e trasferite in serra per favorire la costituzione di un buon apparato radicale e aereo. Dopo circa 40 giorni si effettua l’impianto in vasi di plastica di 20 cm di diametro, impiegando come substrato terriccio costituito da torba bruna e bionda, in parti uguali, a cui vengono aggiunti lapillo vulcanico (10%) e perlite (10%). Queste saranno le piante madri utilizzate durante l’intero ciclo per la produzione di carducci. I vasi dovranno essere disposti a 35 cm di distanza sulla fila e tra le file (8 piante/m2); il fabbisogno idrico e nutrizionale è assicurato dalla fertirrigazione con distribuzione per singolo vaso con spaghetto.

Capitozzatura delle piante madri. La capitozzatura consiste nell’asportazione della parte epigea della pianta, compresa la gemma apicale, e viene effettuata per favorire l’emissione dei carducci dal rizoma. Il primo intervento si esegue in novembre (circa 60-70 giorni dall’impianto della pianta madre in vaso), il secondo in febbraio e il terzo in giugno. Due settimane prima del prelievo dei carducci si sospende l’irrigazione; questa verrà ripristinata subito dopo la capitozzatura per favorire l’emissione di nuovi carducci.

Prelievo dei carducci. In genere, dopo 30-40 giorni dalla capitozzatura, il primo carduccio raggiunge le dimensione ottimali per l’asportazione e viene prelevato per favorire l’accrescimento degli altri. Tutti i carducci vengono progressivamente asportati tranne uno che serve per ripristinare la parte aerea e ricostituire la pianta madre per i cicli successivi.

Frigoconservazione dei carducci. Il materiale prelevato in novembre e febbraio viene frigoconservato e messo a radicare nel periodo di maggio-giugno, in modo da avere i carducci radicati in agosto, pronti per l’impianto in pieno campo. Prima della frigoconservazione si tagliano le foglie eliminando circa i 2/3 della parte apicale e si effettua un trattamento contro i marciumi. I carducci così preparati sono conservati in sacchetti di plastica a temperatura di 1 °C ± 1 con umidità relativa del 95%.

Radicazione dei carducci. In giugno tutti i carducci, quelli frigoconservati e quelli prelevati direttamente dalle piante madri nel terzo e ultimo ciclo, sono posti a radicare in vasetti di 8 cm di diametro, utilizzando torba bruna come substrato. Questo periodo è caratterizzato da elevate temperature per cui sono necessari impianti di raffrescamento delle serre. Per ottimizzare la radicazione, si applica la micorrizazione delle radici con utilizzo del fungo Glomus viscosum. In condizioni di coltivazione ottimali la radicazione può raggiungere valori del 95%.

Moltiplicazione del Brindisino

L’ISPA-CNR di Bari, partendo da circa 150 piante di Brindisino risanate dal DPPMA dell’Università di Bari, ha messo a punto una tecnica che ha portato in un anno a ottenere più di 7000 piante sane. In sintesi questa tecnica ha previsto: 1) la coltivazione in vaso delle piante risanate; 2) ripetute capitozzature delle piante poco oltre il colletto per promuovere l’emissione di carducci; 3) rimozione, radicazione e allevamento dei carducci in vaso e in contenitori alveolari, per la produzione di piantine da sottoporre a successive capitozzature. L’intero ciclo di coltivazione è stato condotto all’interno di una serra opportunamente attrezzata per il mantenimento dello stato sanitario delle piante; questa tecnica è già stata trasferita e applicata in vivaio. Il protocollo, di seguito descritto, consente di ottenere un elevato numero di piante sane da utilizzare per le successive fasi di moltiplicazione presso vivai accreditati, che a seguito dell’applicazione del protocollo saranno a loro volta in grado di fornire piantine certificate per l’allestimento di nuove carciofaie.

Coltivazione di piante madri risanate. Le piante sono state poste in vasi di plastica da 50 l impiegando come substrato una miscela di torba bruna e di torba bionda nel rapporto 2/3 e 1/3; questa combinazione ha fornito i migliori risultati in termini di velocità di crescita e peso dell’apparato radicale. L’apporto idrico e nutrizionale è stato assicurato da fertirrigazione con distribuzione per singolo vaso con spaghetto.

Capitozzatura delle piante madri. La capitozzatura si effettua quando le piante madri presentano le seguenti caratteristiche morfologiche: diametro del fusto al colletto ≥ 35 mm; 13-15 foglie ben sviluppate con lamina fogliare superiore a 30 cm di lunghezza e buon apparato radicale. Tale intervento, effettuato in modo da salvaguardare l’integrità del rizoma, stimola la pianta all’emissione di un elevato numero di germogli (carducci).

Prelievo dei carducci, impianto e radicazione. Dopo circa 60 giorni dalla capitozzatura, sono stati prelevati, alla stessa data, tutti i carducci presenti sulla pianta, tranne uno che è servito per ripristinare la parte aerea e ricostituire la pianta madre per i cicli successivi. Il numero di carducci prelevato per ogni pianta è stato di 12-15. L’operazione di prelievo dei carducci dalla pianta madre si può ripetere fino a 6-7 volte/anno in funzione dell’età della pianta, del numero di carducci asportati, del numero di cicli già effettuati e delle condizioni ambientali all’interno della serra. Al prelievo i carducci sono stati suddivisi in 3 classi, in relazione al peso e al numero di foglie, per ottenere indicazioni sulla percentuale di attecchimento in funzione della classe di appartenenza. I carducci sono stati poi tagliati, asportando i 2/3 della parte apicale delle foglie, per ridurre lo stress nelle fasi successive all’impianto e piantati in vaso per la radicazione. La fase di radicazione ha previsto l’impiego di vasi e substrati differenti; l’impiego di vasi di Ø 10 cm facilita la movimentazione e riduce la superficie utilizzata, ma obbliga al rinvaso dopo 30-40 giorni. A tal fine si consiglia l’adozione di vasi di Ø ≥ 18 cm che consentono l’allevamento dei carducci per diversi mesi, fino al momento della capitozzatura. Tra i diversi substrati impiegati, i migliori risultati si sono ottenuti impiegando la stessa miscela di torba utilizzata per le piante madri. La fertirrigazione è stata effettuata per subirrigazione riempiendo i vassoi, contenenti ciascuno 8 vasi, per 3-4 cm, con turni di intervento compresi tra 2 e 7 giorni in funzione delle condizioni climatiche. Particolare attenzione va posta al controllo della temperatura all’interno della serra; valori troppo elevati, in particolare nel periodo estivo, rallentano fino a bloccare del tutto l’attività della pianta, con conseguente ritardo nell’emissione dei carducci e nel successivo prelievo. Le piante madri, inoltre, vanno sottoposte periodicamente a saggi per attestare il loro stato fitosanitario. In conclusione, questo protocollo di moltiplicazione consente di ottenere in un anno circa 500 piantine da ogni pianta madre, da destinare a nuovi cicli di moltiplicazione o pronte per l’impianto. Esso permette inoltre la produzione di piantine in qualsiasi periodo dell’anno senza i vincoli della stagionalità e favorisce l’ampliamento dei calendari di impianto delle carciofaie.

Moltiplicazione per “seme”

La propagazione per “seme” rappresenta una valida alternativa a quella agamica, perché contribuisce alla razionalizzazione della tecnica colturale, al miglioramento dello stato sanitario delle piante e all’incremento delle produzioni unitarie. Il costo del “seme” delle prime cultivar poste in commercio, ottenute per libera impollinazione, era contenuto e permetteva la meccanizzazione della semina diretta in pieno campo, con forte riduzione delle spese di impianto. La recente introduzione sul mercato di cultivar ibride propagate per “seme” offre nuove e importanti prospettive per la disponibilità di piante sane e produttive e per l’incremento dell’attività vivaistica; inoltre, in prospettiva, il contenimento del costo del “seme” potrebbe favorire l’espansione della coltura. Attualmente infatti, la semina diretta delle cultivar ibride è improponibile a causa del costo dei “semi”; è pertanto necessario mettere a punto un protocollo tecnico per la produzione di piantine in vivaio a costi contenuti. La germinabilità dei “semi” di carciofo, la contemporaneità dell’emergenza e le caratteristiche delle plantule sono notevolmente influenzate da numerosi fattori: condizioni ambientali che si verificano durante la formazione del “seme”, età della pianta madre, temperatura di germinazione, presenza/assenza di luce, genotipo, età del “seme”, salinità del substrato di germinazione e dell’acqua di irrigazione. La temperatura di germinazione è tra i parametri più importanti per ottenere l’elevata germinabilità e l’uniformità dell’emergenza delle plantule. Le ricerche condotte in questo ambito hanno evidenziato che la germinabilità più elevata e più anticipata è stata ottenuta con la temperatura di germinazione compresa tra 15 e 22 °C (giorno e notte) o con l’alternanza della temperatura 25-15 °C tra giorno e notte. La percentuale di “semi” non germinati aumenta progressivamente con l’incremento della temperatura e raggiunge il 42% a 30 °C. Queste indicazioni sono molto importanti perché l’impianto del carciofo propagato per “seme” si effettua solitamente a partire da luglio fino a settembre. Il ciclo di produzione delle piantine in vivaio avviene in estate (sono di solito necessari 35-50 giorni per ottenere piantine pronte per il trapianto); pertanto in questo periodo è indispensabile controllare la temperatura di germinazione in vivaio con sistemi di raffrescamento o porre i “semi” in opportune camere di germinazione. Risultati discordanti sono stati osservati con la tecnica del priming (i trattamenti di idratazione del “seme” in mezzo liquido o solido umidificato, effettuati prima della semina per aumentare la contemporaneità e la velocità di germinazione). Con il condizionamento osmotico dei “semi”, non sono stati ottenuti risultati soddisfacenti, mentre indicazioni positive sono state osservate con il condizionamento matriciale (–1,2 Mpa) e la semina al termine del trattamento stesso. La fertilizzazione è un aspetto molto importante per la produzione di piantine di buona qualità. È necessario che gli apporti di fertilizzanti, soprattutto N-P-K, siano bilanciati e non eccessivamente elevati per evitare che le piantine presentino tessuti ricchi di acqua o, al contrario, abbiano una crescita stentata. Recenti prove sperimentali hanno individuato in 200-275-80 mg/l la concentrazione ottimale di N-P-K nella soluzione nutritiva che garantisce l’ottenimento di piantine di carciofo di ottima qualità (in termini di accrescimento, numero di foglie e contenuto di sostanza secca). I migliori risultati si ottengono abbinando questa soluzione nutritiva, completa di microelementi e distribuita tre volte a settimana, con l’allevamento delle piantine in contenitori di 60 alveoli. I risultati migliorano, a parità di dose, utilizzando azoto in forma ureica piuttosto che come nitrato ammonico.

 


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