Volume: il carciofo

Sezione: coltivazione

Capitolo: roditori

Autori: Enrico de Lillo

Introduzione

Le caratteristiche organolettiche del carciofo rendono la pianta molto gradita ai roditori. Le innovazioni colturali adottate negli ultimi anni in carciofaia, pur migliorando alcune fasi produttive, hanno purtroppo favorito l’azione dannosa delle arvicole. Nel primo anno di impianto i danni causati dalle arvicole sono in genere molto contenuti, non prevalenti rispetto ad altre cause e abbastanza localizzati in aree limitate e sparse del campo. Già nel secondo anno di produzione, il danno da arvicole tende a essere quello prevalente (esperienze di campo, nel Foggiano, hanno evidenziato una mortalità delle piante coltivate inferiore all’1% nel primo anno di produzione, fino anche al 6-7% nel secondo anno di produzione). Le arvicole rodono le radici del carciofo e, più frequentemente, scavano una galleria nel mezzo del fusto, a cominciare dal terreno e per tutta la sua lunghezza raggiungendo, spesso, la base del capolino. In seguito a questa attività, la pianta subisce un rapido disseccamento. Tipicamente, il disseccamento interessa più piante di carciofo vicine lungo la fila. Raramente si possono osservare sintomi di erosione direttamente sul capolino.

Arvicola del Savi (Microtus savi)

Questo roditore è incluso nel gruppo dei topi campagnoli definiti a coda corta. Tale specie è distribuita su tutto il territorio italiano, dal mare fino a quote montane, con l’eccezione della Sardegna. Questa arvicola è adattata alla vita sotto terra e compie rapidi e brevi spostamenti sul terreno soprattutto quando è protetta dalla vegetazione (erbe infestanti e piante di carciofo), dall’oscurità e da altre coperture; è incapace di arrampicarsi sugli alberi o compiere salti superiori alla lunghezza del suo corpo. Questo roditore è attivo per tutto il giorno, con maggiore intensità nelle prime ore serali e nelle ultime ore della notte. Come molti roditori, l’arvicola del Savi ha elevata capacità riproduttiva determinata dall’alto numero di individui nati per parto e dalla rapidità con cui questi conseguono la maturità sessuale. In un anno la femmina può avere fino a 5 parti e una media di 20 neonati. Questi sono svezzati al 15° giorno e diventano indipendenti dalla madre a circa 3 settimane di vita. L’arvicola realizza il proprio nido in camere sotterranee collegate da un complesso sistema di gallerie. Le camere sono destinate anche all’accumulo di cibo, da consumarsi durante i periodi di minore disponibilità alimentare, oppure fungono da ricoveri nei momenti di inattività. Il sistema sotterraneo di camere e gallerie è vario per struttura e profondità in funzione delle caratteristiche del suolo, della copertura vegetale e delle stagioni. La profondità regolarmente esplorata è compresa di norma tra 10 e 30 cm. Le gallerie comunicano con l’esterno tramite aperture, dette anche capi, che assumono, in genere, la forma di un becco di clarino della dimensione di pochi centimetri. Le aperture si dicono fresche quando sono usate frequentemente. Si riconoscono in quanto l’arvicola ha cura di mantenere l’accesso perfettamente pulito e di recidere nettamente le erbe cresciute nelle sue vicinanze. Le aperture non più utilizzate mostrano, invece, evidenti segni di decadimento. Per meglio distinguere le une dalle altre è sufficiente chiudere gli accessi con terra e attendere qualche giorno per verificare se le aperture verranno ripristinate. L’arvicola del Savi predilige terreni a tessitura di medio impasto, piuttosto calcarei e profondi, con un sottosuolo permeabile in modo tale da consentire una buona tenuta delle gallerie e delle camere, che tende ad abbandonare temporaneamente per portarsi in superficie allorché allagate in seguito a piogge e irrigazioni. Questa specie è comune nei prati naturali, negli incolti e anche nei terreni coltivati caratterizzati da scarse o nulle lavorazioni. In campi con queste caratteristiche si nota come la rete di gallerie sotterranee rimanga indisturbata, l’alimento fresco sia quasi costantemente disponibile e gli individui corrano meno rischi di essere cacciati dai predatori quando escono dai loro rifugi.

Difesa dai roditori

Il controllo delle arvicole non è assolutamente agevole e una quota di danno non può essere esclusa. Alcuni efficaci interventi di una conduzione antica della carciofaia, come le periodiche lavorazioni del terreno con la coltura in atto e la sua irrigazione per scorrimento, rendevano impraticabile, per tempi più o meno lunghi, la rete di gallerie necessarie per la vita sotterranea delle arvicole procurando loro stress. Le strategie attuali di gestione della carciofaia non consentono più l’adozione di queste pratiche. Interventi di buona pratica agricola sono di tipo preventivo e consistono in: evitare nuovi impianti presso colture fortemente infestate dalle arvicole; limitare al minimo le aree incolte che possono conservarne le popolazioni; eseguire un espianto tempestivo delle carciofaie a fine ciclo evitando di lasciare questi terreni abbandonati per lungo tempo. Pur essendo preda di numerosi carnivori, il controllo naturale delle arvicole è insoddisfacente. Non sono previsti specifici protocolli di introduzione di predatori, mentre possono essere utili interventi di carattere generale volti al mantenimento di condizioni ambientali favorevoli al ripopolamento naturale. Spesso gli agricoltori usano trappole a caduta o trincee con le quali catturano individui che sono poi soppressi, lasciati morire di sete o annegati. L’efficacia di questi mezzi è sempre modesta rispetto all’impegno richiesto e non sono noti criteri per l’ottimizzazione nella distribuzione in campo delle trappole. Purtroppo, altri tipi di trappola non sembrano essere convenientemente applicabili. Recentemente si è diffusa la pratica dell’interramento di lamiere lungo il perimetro della carciofaia per ostacolare il passaggio delle arvicole dall’area esterna alla lamiera a quella interna e coltivata. Purtroppo, questo investimento si è dimostrato spesso poco efficace in quanto l’arvicola può superare la barriera in vario modo e attraversare fessure inferiori al centimetro. Il controllo chimico dei roditori è eseguito prevalentemente con rodenticidi a effetto ritardato incorporati in esche solide o liquide, pronte all’uso o da preparare. I rodenticidi causano la morte del roditore dopo alcune ore dall’ingestione, anche come effetto di un’assunzione ripetuta. Le arvicole avvelenate sono indotte ad allontanarsi dalle gallerie in seguito al senso di asfissia provocato da emorragie interne. Le esche avvelenate devono essere distribuite in modo che l’arvicola possa venire facilmente in contatto con esse. Pertanto, vanno poste nelle aperture fresche delle gallerie, le quali devono essere occluse da terra. Dopo qualche giorno dalla distribuzione è opportuno procedere alla verifica dei punti trattati e all’eventuale ricollocazione delle esche. La distribuzione selettiva dell’esca tossica è possibile fino a quando il terreno è ispezionabile, cioè sgombro da erbe infestanti e con ridotta estensione delle piante di carciofo. L’applicazione di questa strategia di controllo non ha effetti appariscenti al momento della sua esecuzione, ma consente di contenere la popolazione iniziale delle arvicole e ritardare la comparsa di danni significativi. Va comunque esclusa qualsiasi forma di distribuzione non selettiva (per es. a spaglio, lontano dalle aperture) delle esche avvelenate. Andrebbe invece verificata l’efficacia dell’applicazione di mangiatoie (tubi a T capovolto) usate in altri agro-ecosistemi. Un certo interesse suscitano le sostanze repellenti. Alcune di queste (pannelli di ricino, calciocianammide ecc.) richiedono approfondimenti di indagine e studi sperimentali che possano chiarire definitivamente l’interazione con le arvicole nonché le modalità di distribuzione.

 


Coltura & Cultura