Volume: la vite e il vino

Sezione: storia e arte

Capitolo: religione e arte

Autori:

Bevande alcoliche e religione: il caso delle civiltà pre-proto agricole

Livello tecnico, tipo di civiltà e di religione
In una trattazione che riguardi l’evoluzione del contesto antropologico culturale della vitivinicoltura, è evidente che le ere e le fasi che scandiscono tale evoluzione debbono essere considerate sotto due aspetti essenziali: il tipo di civiltà con il suo livello tecnico e il tipo di religione. Il livello tecnico condiziona profondamente il tipo di civiltà e quindi, in una certa misura, quello della religione. Basti confrontare, come esempio, la civiltà degli aborigeni australiani, che sono posti al livello tecnico dei cacciatori-raccoglitori, con la civiltà elettronico-informatica contemporanea e i loro conseguenti contesti culturali. Di questi l’arte costituisce la forma espressiva più significativa. E. Werth, nella sua opera fondamentale di etno-antropologia storica dell’agricoltura: Grabstock, Hacke und Pflug (1954), pone in evidenza lo stretto rapporto esistente tra evoluzione delle tecniche produttive, strutture sociali e livelli culturali, comprendendo in questi anche il tipo corrispondente di concezione religiosa. Ecco quindi che egli suddivide le epoche culturali della preistoria e della storia non secondo l’impostazione usuale, basata sulla materia prima con cui sono forgiati gli attrezzi: pietra grezza o levigata, rame, bronzo, ferro o acciaio, ma in base al tipo di strumento preagricolo o agricolo fondamentale impiegato. Così distingue le civiltà del bastone da scavo (Grabstock), quelle che noi indichiamo come paleolitiche, mesolitiche, della zappa (Hacke), cioè quelle neolitiche, e infine dell’aratro (Pflug), vale a dire le civiltà successive, dal tardo Neolitico in poi. Per Werth, sotto il profilo della storia culturale dell’agricoltura, lo spartiacque non sarebbe tanto la nascita di Cristo, ma soprattutto l’introduzione dell’aratro. In seguito a questa innovazione tecnologica infatti, con l’impiego dell’energia animale, il prodotto alimentare realizzato dal singolo coltivatore si quadruplica e persino si decupla. Ciò significa che l’operatore dotato di aratro produce cibo non solo per la propria famiglia, ma può produrre un sovrappiù per nutrire l’artigiano, il commerciante, il burocrate, il soldato, l’artista, il sacerdote. In altri termini, il villaggetto di soli coltivatori assurge al ruolo di borgata, di città. Nasce lo Stato. È la nostra civiltà. Poiché la sedentarietà si accentua, l’agricoltore non si limita alle sole colture erbacee annuali: grani-legumicoltura, ma estende la sua opera alle colture arboree, in primis alla viticoltura. Questa in precedenza era stata soprattutto praticata coltivando in sito le viti spontanee per protezione, ora invece per moltiplicazione vegetativa, trapiantando frammenti di tralci (talee) fatti appositamente radicare (barbatelle). Come vedremo, a seconda del livello tecnico e quindi del tipo di civiltà, l’uso delle bevande alcoliche assume una rilevanza e impostazione diversa. Radicali, come pure vedremo, le conseguenti mutazioni in ambito religioso e quindi anche le loro espressioni artistiche. Mentre nelle civiltà dei cacciatori-raccoglitori l’uso delle bevande alcoliche è sconosciuto o è monopolio dello sciamano, con il sorgere delle società stratificate, muta anche il panteon degli dei, assumendo una struttura gerarchizzata. È in questo diverso ambito che la religione della vite e del vino acquisisce contorni, funzioni e significati nuovi. Differente ancora è il caso delle religioni fondate: mosaismo, cristianesimo ecc. Ma che vuol dire religione della vite e del vino? Come si manifesta? Qual è la sua funzione?

Natura umana e religione: l’estasi e l’allucinazione alcolica nelle civiltà arcaiche
Di solito chi tratta la religione di un popolo o il culto di una data divinità, sia in pubblicazioni scientifiche sia in quelle divulgative, si limita a descrivere il panteon di quella gente, le caratteristiche di quel dio. Ciò comporta un grave difetto, perché non permette di capire il significato e la natura di quel culto. Il che vuol dire che la lettura di quelle descrizioni sostanzialmente non serve a nulla: sono chiacchiere variopinte che dopo breve tempo si dimenticano, ed ecco quindi la necessità – volendo occuparci della religione e del culto del vino e della vite – di precisarne preliminarmente il valore e il significato. Sarà poi più agevole comprenderne le caratteristiche, le funzioni e le corrispondenti espressioni artistiche. Tra le guerre più feroci, condotte con più furibonda determinazione, sono da annoverare alcune di quelle motivate da obiettivi religiosi. Eppure, una caratteristica comune a tutti gli uomini, anche a quelli che si professano atei e che dovrebbe renderli sostanzialmente concordi, è la coscienza di dipendere, e non solo per genesi, per cibo e per respiro, da ciò che è fuori di noi. Solo le farneticazioni del tutto cerebrali dell’idealismo potevano proporre l’idea che l’Io pensante crei il Non Io. Ciò partendo dalla ovvia constatazione che, attraverso i sensi, il nostro cervello fa vivere come propria la realtà esterna. Una concezione moderna opposta, molto diffusa, è in un certo senso l’ambientalismo. Ora, principio fondamentale di esso è la dipendenza dell’uomo dall’ambiente, in particolare da quello biologico. L’uomo cioè, attraverso l’evoluzione, è frutto ed espressione dell’ambiente. In altri termini più generali, tale principio si può formulare così: l’Io umano dipende dall’Io extra umano, concetto che alla fine è alla base di ogni religione. A questo punto è opportuno fare una precisazione: la consapevolezza di dipendenza dell’Io umano dal Non Io extra umano è stata egregiamente codificata già nell’antichità con Aristotele, con il suo concetto di un motore immobile, implicato dal profondo, perenne, mutevole divenire della realtà. Il riferimento che abbiamo fatto ad Aristotele, ci fa comprendere che siamo in un ambito religioso al confine con la filosofia. O meglio, che siamo alle radici filosofiche della religione. Per entrare nel campo della religione propriamente detta, è necessario fare un passo in avanti, giungere a quello che gli studiosi di scienze religiose definiscono concezione di un Dio Persona. Sotto questo profilo è evidente come i teologi precisino che il Dio delle religioni cristiane sia un Dio personale. A un osservatore superficiale, questa concezione potrebbe apparire come un ammantare sotto sembianze umane la divinità, o, se si preferisce, un umanizzare il divino. Ovviamente lo status “persona” della divinità non esclude la possibilità, per chi pratica il culto, di un processo ulteriore di antropizzazione. Il che è evidente soprattutto nel politeismo. Il livello più embrionale di questa umanificazione è costituito dall’animismo. Per esso ogni essere, ogni cosa ha un’anima, come è indicato anche dal termine che lo designa. Un ulteriore livello, che illustreremo brevemente più avanti, è dato dal politeismo. In questo l’umanificazione si completa. Ogni divinità ha sembianze umane non solo integrali, ma potenziate. Così essa non solo possiede la vita, ma la possiede in eterno. Bacco, il dio romano della vite e del vino, presiede per sempre al ciclo agrario della sua produzione e ai suoi effetti sui bevitori. Marte, il dio della guerra, protegge e potenzia il valore, l’efficacia dei combattenti. Così si può dire di Vulcano, il dio dei fabbri, di Cerere, la dea dei cereali, di Venere, la dea dell’amore e della bellezza. Uno stadio intermedio è offerto dallo shintoismo, la religione nazionale del Giappone. Nello shintoismo sono presenti aspetti puramente animistici e aspetti specifici del politeismo. Lo shintoismo pratica il culto degli alberi, ma anche quello degli antenati, cioè dell’anima dei morti. Così pure di Amaterasu, la dea tutelare del Giappone, dalla quale discende direttamente il Mikado, termine religioso che designa l’imperatore. Anche lo sciamanesimo ha come base di partenza l’animismo, ma è caratterizzato dalla presenza di un personaggio intermediario tra il mondo degli spiriti e gli uomini, appunto lo sciamano: un particolare tipo di sacerdote-guaritore, caratterizzato da una certa labilità nervoso-psichica, spesso a carattere ereditario. Le sedute sciamaniche, da lui praticate in stato di trance, gli permettono di contattare il mondo degli spiriti, di cui trasmette ai presenti interessati rivelazioni e interventi, per lo più terapeutici. Lo stato di estasi e di allucinosi, è da lui ottenuto mediante l’ingestione di funghi allucinogeni (l’Amanita muscaria ecc.), o di altre sostanze, come le bevande alcoliche, capaci di indurre turbamenti psichici, oppure anche mediante particolari rumori ritmicamente ripetuti per lungo tempo. Ci soffermiamo sullo sciamanesimo in quanto esso ci offre sostanziosi spunti analogici per riscoprire in chiave etno-archeologica le radici della religiosità connessa con l’estasi alcolica. Abbiamo detto analogie in quanto lo sciamanesimo è diffuso in aree caratterizzate da un clima freddo (Siberia, Canada settentrionale ecc.) e quindi diverso da quello della vite. Ciò non toglie che anche in quelle aree possano essere ottenute allucinosi con l’uso di bevande alcoliche locali (linfa fermentata di betulla ecc.). È chiaro che allucinosi ed estasi non sono condizioni indispensabili per relazioni religiose, ma sono potenti fattori di stimolo al loro riguardo. Per quel che riguarda le caratteristiche generali delle bevande alcoliche, si può dire che sostanzialmente si tratta di prodotti naturali, in un certo senso spontanei. Non solo l’uva, ma tutti i frutti molto zuccherini, se ammassati in recipienti rigidi o flessibili (otri ecc.), e quindi pressati e spremuti dal loro stesso peso, producono abbondante liquido che, in condizioni adatte, fermenta. In breve tempo la bevanda alcolica è pronta e in grande copia. È istintivo berne. Altrettanto istintivo attribuire lo stato subitaneo di ebbrezza e progressivamente l’estasi, l’allucinosi a un intervento divino. A differenza di quello prodotto dall’Amanita muscaria, o dai suoni ritmici ripetuti a oltranza, lo stato di ebbrezza, estasi, allucinosi ottenuto con l’impiego di bevande alcoliche è di tipo più partecipativo, dato che lo si ottiene con maggiore facilità, senza provocare intossicazioni immediate e senza la necessità di una particolare preparazione professionale, e perciò rientra in un certo senso nella vita quotidiana. Oltre che dalla spremitura e fermentazione di succhi zuccherini, i liquidi alcolici si possono ottenere in mille altri modi alla portata di ogni gente e in ogni luogo. Abbiamo accennato alla linfa di betulla, ottenibile spezzando un ramo giovane o incidendo la corteccia di questa pianta, ma liquidi fermentescibili sono facilmente ottenibili dal miele diluito in acqua, dal latte, dai grani germinanti di qualsiasi cereale (orzo, mais, riso, frumento, sorgo, miglio). Perché germinanti? Perché solo durante la germinazione le sostanze amidacee, non fermentescibili, si trasformano gradualmente in zuccheri fermentescibili. Anche la saliva umana contiene enzimi capaci di trasformare gli amidi in zuccheri, per questo anche dalle pappe di cereali o tuberi premasticati è possibile ottenere bevande inebrianti. È il caso della cicia degli indiani d’America, ottenuta masticando e diluendo in acqua tiepida il mais. Mentre la birra nei nostri Paesi è ottenuta dai cereali germinanti. Ecco quindi che, come si è detto, la facilità con cui sono ottenute le bevande alcoliche, rende possibili pratiche religiose collettive in cui lo status di ebbrezza, estasi, allucinosi è presente in tutti i partecipanti. Sin qui abbiamo prevalentemente considerato processi e situazioni più frequenti nella preistoria, nell’ambito di civiltà non ancora gerarchizzate. La loro religione era di tipo animistico o sciamanistico. Si trattava di popolazioni a livello culturale tardo Neolitico, insediate in piccoli villaggi. Era questa la situazione culturale di quelle ubicate nel vicino Oriente, nell’area in cui si manifestarono i primi prodromi di domesticazione della vite. Area che si estende dal Caucaso alla Siria. La vite, ancora a livello protodomestico, era coltivata sporadicamente negli orti o, più spesso, dato il prevalente comportamento seminomade di quelle popolazioni, in situ per protezione. Il vino era prodotto in piccole quantità e consumato prontamente. La bassa gradazione non permetteva il sorgere di gravi problemi sociali derivati da ubriachezza e altre conseguenze dell’uso smodato e generalizzato di bevande alcoliche ad alta gradazione. Diversa, come vedremo, è la situazione nelle civiltà a religione politeistica.

Divinità del vino e della vite nelle civiltà aratorie

Ninurta, Osiride, Dioniso e Bacco nei panteon del mondo antico
Con l’introduzione dell’aratro e quindi, come si è già accennato, con l’emergere delle prime città non solo in Mesopotamia e nella valle del Nilo, ma anche sugli altipiani che, dalla Palestina, si estendono sino alla Siria e all’Anatolia centrale, l’agricoltura modifica la sua struttura tecnica, economica e sociale. Sotto il profilo territoriale, non sono più gli orti con le loro aiole difformi, ma ora prevale la geometria a parallelogramma, imposta dall’impiego dell’aratro. La vite si coltiva in filari. La produzione è ormai quella di massa. Il che è da connettersi con l’evoluzione politico-sociale che ha comportato prima il costituirsi delle città-tempio, forma di città-Stato governata dal gran sacerdote del dio tutelare della città, poi dei grandi imperi. L’uva e il vino non erano più prodotti per uso proprio, ma dovevano essere consegnati nei magazzini statali. Tale evoluzione di tipo quantitativo fu congiunta a un perfezionamento qualitativo, per soddisfare le esigenze raffinate delle caste dominanti. Il processo si accompagna con una profonda ristrutturazione religiosa. La progressiva gerarchizzazione della società umana si proietta in un corrispondente ordinamento a piramide del nuovo firmamento politeista. Alla sommità il dio supremo: Enlil tra i sumeri, il Sole, nelle sue varie denominazioni: Ra, Ammone ecc. tra gli egizi, Zeus tra i greci, Giove tra i romani e così via. Immediatamente sottostanti alle divinità principali, tra le quali appunto quelle della vegetazione, come Ninurta tra i sumeri, Osiride tra gli egizi, Dionisio, il Dio della vite e del vino, tra i greci. Infine le divinità secondarie, ereditate dalle antichissime concezioni animiste, come il dio romano del letame, Sterculio. In queste civiltà gerarchizzate, con la coltivazione standardizzata di viti e cereali su grandi aree e la produzione massiccia delle bevande alcoliche derivate: vino e birra, il controllo dell’uso smodato di esse si fa rigoroso. Nell’antica Babilonia, il codice di Hammurabi (inizio del II millennio a.C.) che si dichiarava steso per ispirazione divina, comminava (paragrafo 110) la morte sul rogo alle sacerdotesse che avessero abusato dell’alcol frequentando una mescita di vino o birra. Il mito accentua i pericoli dell’alcol illustrando episodi di sbornia accompagnati con fatti incestuosi, con gesti folli: la dea sumerica Inanna fa ubriacare il padre, il dio Enchi, che così, privo di senno, le cede i suoi poteri. Invano, una volta dissipati i fumi dell’alcol, tenta di riappropriarsene, ormai il danno è fatto. In un altro mito, la sposa di Enchi, la dea Nimah, a seguito di una sbornia, crea degli uomini ciechi, zoppi, paralitici, che poi Enchi a stento riesce a risanare. Anche la Bibbia fa compiere a Noè (Genesi 9, 20 sgg.) e a Lot (Genesi 19, 20 sgg.) ubriachi atti incestuosi orripilanti. In ambito greco, Eschilo ci racconta come il mitico re Licurgo, dedicandosi in modo sfrenato alle pratiche dionisiache, in stato allucinatorio alcolico, massacra suo figlio, pensando di potare una vite, e Apollonio riferisce il mito di Penteo, fatto a pezzi dalla madre Agave ubriaca, che lo aveva scambiato per una fiera. Questo mito è interpretato anche da Euripide nella sua celebre tragedia Le Baccanti. A tutti sono poi noti i mitici episodi riportati dall’Odissea, di Polifemo ubriaco accecato da Ulisse, di Elpenore che, in preda all’ebbrezza, muore cadendo dal tetto del palazzo di Circe. Nella stessa direzione va il decreto del Senato romano che, nel 186 a.C., vieta i Baccanali, le feste in onore di Bacco, per evitare che i partecipanti in stato di ubriachezza commettessero sconcezze. Così pure il mito riferito da Plinio, per il quale il fatto che Romolo facesse le sue libagioni col latte evidenzia il timore, o meglio il terrore per le conseguenze nefaste che avrebbe potuto procurare il diffondersi dell’uso del vino come bevanda non solo nelle festività, ma in tutti i giorni. Da ciò anche la tradizione grecoclassica, peraltro comune anche a Roma, una volta accolto l’impiego del vino, di berlo sempre diluito con acqua. Significativo, al riguardo, il passo in cui Erodoto (VI, 84) riferisce che Cleomene, frequentando i barbari (gli Sciti), prese l’abitudine di bere il vino senza l’aggiunta di acqua, e in tal modo perse il senno.

Banchetti, convivi, simposi
Il modello di comportamento offerto dagli dei relativamente al bere non è solo negativo. C’è anche un uso positivo della bevanda alcolica ai fini della convivialità, come era il caso durante i banchetti. Spesso le attività degli dei si concludevano in festini, con abbondanti bevute. Secondo i miti trasmessici dai vari Autori classici, le assemblee divine con banchetti si succedevano almeno una volta al mese. Naturalmente anche i conviti degli dei erano lo specchio di quanto si usava praticare negli strati sociali elevati dei Paesi mediterranei e del vicino Oriente. Nella Grecia antica era infatti costume tra la gente colta riunirsi, dopo la cena, tra amici, per mescere, ispirandosi alle divinità, da grandi vasi, detti crateri, del vino abbondantemente annacquato. Solitamente tre parti di acqua, che spesso era acqua di mare, per una di vino. Ma Omero, forse per licenza poetica, accenna addirittura a venti parti di acqua. Al contrario, Alceo canta: “Perché attendere la lampada? Siamo al tramonto. Suvvia, amico, irriga la gola con il vino, prendi i grandi crateri variopinti e beviamo! Dioniso, il figlio di Semele e di Zeus, donò ai mortali il vino, oblio dei mali. Mesci una parte di acqua e due di vino fino all’orlo della tazza, bevi, poi un’altra tazza segua la prima e dopo un’altra ancora ... e ora le donne sono più ardenti e gli uomini più spossati ...”. Senofonte ci racconta il caso di un simposio in cui il padrone di casa, Callia, aveva invitato, per ravvivare l’incontro, due giovani bellissimi ballerini che mimavano con grande efficacia gli amori tra Dioniso e Arianna, eccitando i commensali, come scrive Senofonte, con ricchezza di particolari. Simposi di questo tipo sono ben illustrati anche dall’arte delle situle, arte propria a un’area, quella padano-veneto-slovena, abbastanza periferica rispetto alla Grecia. Si veda per esempio quella di Sanzeno. Ma spesso i simposi non erano così licenziosi. Esemplare al riguardo il Simposio di Platone, ove i dialoghi riportati sono altamente intellettuali. Come si svolgevano queste sedute? All’invito del capotavola, il simposarca, ognuno attinge con la tazza il vino dal cratere e si beve assieme. La conversazione si riferisce a un argomento proposto all’inizio. La discussione è frequentemente interrotta dagli inviti a bere del simposarca. La mente è sempre lucida poiché, come si è detto, il vino è abbondantemente annacquato. Una pratica abbastanza affine al simposio greco era la commissatio o compotatio dei romani. Nei triclini, dopo aver banchettato sdraiati sull’apposito divano o meglio letto, il torus, uomini e donne brindavano in successione in onore di questo o di quello, obbedendo agli inviti dell’arbiter bibendi e sotto lo sguardo compiaciuto del rex convivii.

Le divinità della vite e del vino: il caso di Dioniso


La vivace lirica di Alceo, con il suo rapido cenno a Dioniso, ci sollecita una domanda: ma chi veramente era questa divinità? Non è facile rispondere perché, se a tutti è noto che egli fosse, nel mondo greco e in quello ellenizzato, il dio della vite e del vino, è necessario tenere presente: – il politeismo, quello greco in particolare, non è una religione articolata in precisi dogmi, come appare quella che più conosciamo, la cattolica, ma si basava su tradizioni e miti molto diversificati, a seconda dell’artista che ce li ha interpretati e trasmessi. Aggiungasi che, come oggi avviene per la cultura anglosassone, quella greca, prima con la colonizzazione diretta lungo quasi tutte le coste del Mediterraneo, poi con le conquiste di Alessandro Magno, che unificarono anche politicamente tutto il Mediterraneo orientale, sino a parte dell’India e compreso l’Egitto, si compì una prima ellenizzazione di tutti questi territori. Infine, grazie alla superiorità culturale della Grecia, anche Roma, dopo aver ellenizzato se stessa, conquistando il Mediterraneo e l’Europa occidentale, ellenizzò tutti i Paesi conquistati, comportandosi da veicolo della cultura ellenica per cui, di fatto, tutto il mondo conosciuto venne ellenizzato. – Così Dioniso, il dio del vino, a Roma era conosciuto come Bacco, denominazione peraltro nota anche ai Greci, ma i miti che a esso si riferivano erano spesso sostanzialmente quelli stessi che i poeti Greci immortalavano nelle loro opere teatrali e i pittori greci nelle loro splendide ceramiche. È in tal modo che Liber, il preistorico dio del vino italico, e le sue mitiche vicende vennero sostituite da quelle di Bacco-Dioniso. Egualmente tra gli etruschi al dio del vino, Mautus subentrò Fufluus, di ispirazione greca. – C’è da ricordare che l’unificazione culturale dell’intero Mediterraneo e dell’Europa occidentale non dovette attendere le conquiste di Alessandro Magno e quelle romane per realizzarsi, in quanto in precedenza, sin dalla preistoria, vi fu un’intensa osmosi, per i più vari motivi, oltre a quelli commerciali, tra i vari popoli e Paesi di tale area. Esemplare la documentazione apportataci da popolazioni relativamente periferiche, quali gli etruschi e la gente dell’arte delle situle. Le scene religiose e quelle della vita di ogni giorno hanno tra loro una non piccola affinità con le corrispondenti dei greci e dei romani. – Occorre infine tenere presente un fatto che dipende da noi moderni. Esso concorre a spiegare le numerose variegature che differenziano, pur in una sostanziale unità di fondo, le numerose interpretazioni che gli studiosi contemporanei ci offrono della figura di Dioniso: questo personaggio divino noi lo conosciamo attraverso l’esegesi dei documenti antichi compiuta dai vari filologi che si sono occupati di letteratura classica. È chiaro che l’interpretazione di un soggetto piuttosto “pericoloso” sotto il profilo etico come le bevande alcoliche e le loro divinità è abbastanza diversa se compiuta da un puritano protestante o da un cattolico – diciamo così – dalle larghe vedute. Il primo valorizzerà nei miti e nell’arte dei classici la compostezza, il controllo dei sensi e delle emozioni, quindi tenderà a focalizzare le tradizioni mitiche che fanno di Dioniso un dio barbaro proveniente dalla Tracia o dall’Anatolia e, non potendolo fare dopo la scoperta degli antichi testi preclassici, in cui risulta già presente, lo descriverà come la tipica divinità propria degli strati infimi della popolazione greca. Al contrario, un esegeta illuminato non avrà difficoltà nell’accoglierlo come divinità greca autoctona, anche se probabilmente derivata da una preistorica divinità della vegetazione. Le sue radici quindi risalirebbero all’epoca antichissima in cui prevaleva la concezione religiosa animista. È in quest’ottica in definitiva che accogliamo il mito per il quale Dioniso fu uno dei moltissimi figli di Zeus. Figli avuti sia da sua moglie Era come da altre dee, sia da comuni donne mortali di cui spesso si invaghiva in modo folle. È così che gli capitò di innamorarsi perdutamente di Semele, figlia del re di Tebe Cadmo, che egli,viaggiando sotto le mentite spoglie di un bellissimo giovane, aveva casualmente incontrato. Era, la moglie tradita, meditò subito una vendetta feroce, e la sua rabbia si acuì in modo incredibile appena seppe che Semele attendeva un figlio. Riuscì infatti ipocritamente a spingere il marito Zeus a visitarla in pompa magna, nel suo carro di fuoco, folgorante di saette e lampi, per congratularsi con lei per il concepimento. Ma Semele, povera donna mortale, rimase istantaneamente fulminata e incenerita da Zeus, che sbadatamente non aveva previsto l’effetto micidiale delle sue saette. Zeus si intenerì e compassionevolmente raccolse il feto vitale dal grembo di Semele morente e se lo inserì nella coscia. Compiuta questa miracolosa gravidanza, venne alla luce un bimbetto vivacissimo, che decise di chiamare Dioniso. Come balio/precettore scelse Hermes (il Mercurio dei romani) che amorevolmente adempì il suo compito, con l’assistenza delle Ninfe. È chiaro che il tipo di educazione impartita da Mercurio, il messaggero degli dei, che usava scorrazzare per il mondo, e dalle Ninfe che, con le sorelle Ore, conducevano una vita spensierata e voluttuosa, in compagnia dei Satiri dal caratteristico piede caprino, era pienamente libera. Al fanciullo grassottello, figlio prediletto di Zeus, tutto era permesso: vagare nei boschi dell’Olimpo, giocare con i cerbiatti e con i cuccioli delle fiere. Fu così che si affezionò a due tigrotti, che poi lo accompagnarono per sempre.

Dioniso, mitico inventore del vino
Un giorno molto caldo d’estate, mentre si riposava al fresco nella grotta delle Ninfe, completamente ricoperta dai tralci delle viti che crescevano spontanee tutt’attorno, si mise a trastullarsi con i grappoli d’uva che pendevano abbondanti tra i pampini. Un po’ ne piluccava gli acini invitanti, un po’ per divertirsi ne spremeva il succo in una tazza d’oro. Il gradevole profumo era invitante, e così bevve ingordamente quel liquido rosseggiante e spumoso. E qui accadde il miracolo: il suo corpo stanco si sentì subito percorso da uno slancio vigoroso e vitale. Visto lo straordinario cambiamento, anche le belle Ninfe, i selvaggi Satiri, le graziose Ore, sorseggiarono l’eccezionale bevanda. E così subito, invasi da un’eccitante ebbrezza, si misero a ballare e a correre nei dintorni. Valli e boschi risuonarono dei canti e delle grida gioiose dei compagni di Dioniso. Il miracolo si era compiuto nella grande grotta, grembo generoso della Madre Terra; un giovinetto divino da lei ispirato aveva creato uno splendido dono, una straordinaria bevanda: il vino. Ma il carattere di Dioniso non era certo quello di chi tiene tutto per sé, e di conseguenza subito corse a far assaporare non solo agli dei, ma a tutta l’umanità la sua creazione. Quindi, accompagnato dal vecchio e gioviale satiro, Sileno, Dioniso trionfante percorse sul suo carro adornato di tralci, trainato dalle due inseparabili tigri, le infinite vie del mondo. La gente accorreva e così apprendeva dal giovane dio, bello e maestoso più di un principe, l’arte di produrre il vino e le sue straordinarie proprietà. Era, inviperita per il trionfo del figlio della sua rivale, che odiava a morte, lo colpisce con le più incredibili calamità. Innanzitutto ecco che si mise a colpire di pazzia chiunque avesse bevuto vino, ciò a partire dallo stesso Dioniso. Chi beve vino perda la ragione, decreta Era. Ma Zeus interviene e li guarisce. Ecco che da allora l’ubriachezza è solo uno stato temporaneo. Ma Era non si arrende: un giorno che Dioniso viaggiava per le sue missioni, fa assaltare dai pirati la sua nave, mentre lui dormiva. Anche qui un prodigio: l’albero della nave si trasforma in una vigna stracolma di grappoli, mentre i pirati, come per incanto, si tramutano in vivaci delfini. La sequenza di avventure è infinita. Capitano infatti anche le nozze di Dioniso. Ma come avvenne ciò? Durante una delle sue solite imprese, sbarcato con il suo seguito sull’isola di Nasso, nel mar Egeo, dopo una sfrenata baldoria accompagnata da balli, canti e inni, alla fine si assopisce. Il sonno incipiente del dio è interrotto dal sentire lontani gemiti e singhiozzi. Come sempre compassionevole, Dioniso accorre. Trova una soave fanciulla in lacrime. È Arianna, la figlia del re Minosse, disperata, perché abbandonata dal suo bel Teseo. Mentre le asciuga le lacrime con i suoi baci, Dioniso se ne invaghisce, le fa sorseggiare il suo magico liquore, un vino rosso, spumeggiante. Presto Arianna, pervasa da un senso di gradevolissimo benessere, si abbandona nelle braccia di Dioniso. Dimentica l’ingrato Teseo, che lei aveva liberato dalle grinfie di Minosse, e acconsente con gioia alle profferte d’amore di Dioniso, che le chiede di sposarlo. È il momento di tornare all’Olimpo, di presentare a Zeus e a tutta la compagnia divina la giovane sposa. Arianna, acquisito il dono dell’immortalità, condivide con il marito gli onori che gli uomini gli tributano come inventore della più soave bevanda e maestro supremo nelle tecniche di coltivazione della vite e di produzione del vino. Abbiamo tracciato la biografia di Dioniso, interpretando lo spirito brioso dei miti che a lui si riferiscono. È chiaro che il mondo del vino, nell’ambito della mitologia greca, non si riduceva a Dioniso e alla sua corte. I celebri vitigni greci, la manipolazione dei vini spesso si rifacevano a eroi mitici che li avrebbero creati, introdotti (Diomede per esempio). Circa le divinità del vino degli altri Paesi che usavano questa bevanda, c’è subito da precisare che, anche se tutte quelle civiltà vantavano specifici dei del vino, nessuno gareggiava per ricchezza e vivacità di informazioni con Dioniso-Bacco. Ci limiteremo, cominciando dalla Mesopotamia, a ricordare che i sumeri onoravano Gestinana come dea del vino, mentre tra gli accadi è Siris la dea del mosto. Essa è figlia di Nin.ka.si, il cui nome significa “signora dalla bocca sazia” (di cibo) e che quindi abbisogna di bere. Il nome della dea sumerica invece significa “vigna celeste”. Probabilmente perché tra i sumeri che vivevano nella bassa Mesopotamia, la viticoltura non era praticata, anche se i loro altolocati gustavano il vino. La vigna era quindi per loro un sogno celestiale, come appunto indica il nome. Tra i Cananei siro-fenici, il supremo dio della vegetazione e quindi anche della vite e del vino era Baal, il grande nemico del dio ebraico Jahvè, più affine alla divinità suprema, celeste dei pastori. Tra gli egizi era invece Osiride. Essi pensavano che il vino trasudasse dal suo corpo e quindi chi ne bevesse partecipasse in un certo senso alla sua divinità. Circa gli etruschi e i romani, abbiamo già rilevato come alla fine questi popoli identificassero il panteon greco con il proprio, seppure con qualche particolarità locale. Molto vivo divenne tra i Romani il culto di Priapo, personaggio sessualmente superdotato, nato dalle nozze tra Venere e Bacco. Era onorato come protettore dei vigneti e degli orti, per il suo potere di scacciare il malocchio.

Vite, vino e religione cristiana

L’eccezionale contributo dei Semiti: il monoteismo delle religioni fondate
Come aveva acutamente posto in evidenza uno dei pionieri della scuola etnografica storico-culturale tedesca, il padre Verbita Wilhelm Schmidt, le religioni primordiali dei popoli pre-agricoli: animismo, sciamanesimo e così via, presuppongono, anche se solitamente in forma fumosa e lontana, la credenza in un essere Supremo, da porre all’origine di tutte le cose e di tutti gli eventi. Schmidt, nella sua opera monumentale, stesa in più di quarant’anni di ricerche: Ursprung der Gottesidee (1912-1955), una dozzina di volumi, un migliaio di pagine ciascuno, ha posto in evidenza che la figura di questo essere Supremo acquisì poi una maggiore rilevanza presso i popoli pastori. Ed è proprio un popolo pastore, quale era all’origine l’ebraico, che elaborò questa concezione religiosa con un rigore minuzioso, portandola alle sue estreme conseguenze anche sul piano etico. Jahwé (JHWH, secondo la grafia consonantica dell’ebraico) era un dio il cui culto era imperniato sul terrore. Si esprimeva, comunicava con fulmini e lampi, in ciò simile a Giove. Fondatore di questa religione si può considerare Mosè. Una radicale innovazione si ebbe con la predicazione di Gesù, un “ebreo marginale”, come lo definisce oggi uno dei maggiori biblisti contemporanei, P J. Meyer. Gesù era proveniente dalla Galilea, una . terra che si considerava semi pagana o comunque compenetrata con genti pagane, devote al culto di Baal, dio, come si è visto, della vegetazione, identificato, sotto l’influsso greco, con Dioniso, il dio del vino. Egli, diversamente da quanto affermava la tradizione ebraica del suo tempo, predicava che Dio è amore, è padre, non padrone. Un dio che, come provvede agli uccelli dell’aria che non seminano e non mietono, come veste i gigli dei campi in modo così meraviglioso che Salomone, con tutto il suo sfarzo, fa ben misera figura al loro confronto, a maggior ragione provvede ad assistere gli esseri umani che, ai suoi occhi, valgono ben più dei passeri e dei gigli. Gesù era anche chiamato “mangione” e “beone” e quindi certamente apprezzava il vino, e frequentava “peccatori e pubblicani”, per convertirli. Dai suoi seguaci Gesù era denominato “il Cristo”, cioè “l’Unto”, “il Consacrato” a Dio. Per questo la religione da lui fondata, imperniata sui principi da lui predicati, dal suo appellativo si indica come cristiana. Questa religione costituisce, come tutti sanno, una delle componenti essenziali della nostra civiltà. Essa, con l’ebraismo e l’islamismo, rappresenta la triade religiosa che potremmo correttamente definire rivoluzionaria, che il mondo semitico ha offerto all’umanità, in confronto al precedente politeismo impregnato di banalità, troppo negativamente umane, del politeismo. Non si può essere consapevoli del posto che vite e vino occupano nella religione cristiana senza analizzare e riflettere sul racconto del primo miracolo di Gesù, quello delle Nozze di Cana, che troviamo nel IV Vangelo, di San Giovanni (2, 1-11) e che qui riportiamo: “... eranvi nozze in Cana di Galilea. C’era la madre di Gesù e anche Gesù, coi suoi discepoli, vi venne invitato. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ’Non hanno più vino’. Gesù le rispose: ‘Che importa a te e a me, donna? L’ora mia non è ancor venuta’. Ma la madre disse ai servi: ‘Fate tutto quello che vi dirà’. C’eran lì sei anfore di pietra, preparate per la purificazione degli Ebrei, ciascuna della capacità di due o tre metrete. Gesù disse loro: ‘Riempite di acqua queste anfore’. Ed essi le riempirono fino all’orlo. Poi soggiunse: ‘Attingetene ora e portatene al capo del banchetto’. Ed essi gliene portarono. Allorché il capo del banchetto ebbe assaggiato l’acqua cambiata in vino – egli non sapeva donde venisse quel vino, ma ben lo sapevano i servi, che avevano attinto l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti servono in principio il vino più buono; poi, quando la gente ha bevuto ben bene, quello meno buono; tu invece hai riservato il buono fino a questo momento’ Gesù in Cana di Galilea compì questo suo primo miracolo e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.” Ecco i punti che dobbiamo prendere in considerazione: − Gesù non ha ancora iniziato la sua missione, ma perché l’anticipa, perché rompe gli indugi e in quali circostanze? − In un rito nuziale: il momento più determinante e simbolicamente, ritualmente significativo dell’attività riproduttiva nell’ambito umano; − nella fase del banchetto; − in tale situazione, non essendo ancora venuta la sua ora, dapprima a parole rifiuta l’invito di sua madre a provvedere perché sul più bello del banchetto il vino è finito; − ma la madre ignora il suo diniego, invita i servi ad eseguire le disposizioni che suo figlio senza dubbio darà loro; − così avviene il miracolo: l’acqua tramutata in vino. Ciò che ci deve far riflettere sono i seguenti elementi, tutti rilevanti per una concezione del mondo e quindi religiosa, a forte incidenza matriarcale: − l’impero della donna, della madre; − il connubio uomo/donna sintetizzato nelle nozze; − il vino; − il banchetto. Ovviamente ciò non significa che Gesù in questo episodio si comporti da pagano, ma la prospettiva non è certo quella di un rigorismo patriarcale, quale era quello della tradizione Javistica. Per spiegare il fatto è utile tenere presente che anche secondo la dottrina cristiana più ortodossa, Gesù, oltre che vero dio, era anche vero uomo e il contesto culturale fa parte integrante dell’uomo. E quelli sopra elencati sono le componenti del contesto culturale, venato da sfumature matriarcali, della Galilea al tempo di Gesù.

Il vino nell’Ultima Cena diventa componente del Corpo Divino di Cristo
Altro momento culminante della vita del Cristo è quello dell’Ultima Cena, con i suoi apostoli, quando “preso un calice e avendo reso grazie a Dio, lo diede loro dicendo ‘Bevetene tutti perché questo è il mio Sangue della nuova alleanza, sparso per molti in remissione dei peccati’” (Matteo 26, 27-28). Ecco quindi che il vino, in quel rito che si ripete nella Santa Messa, diventa misticamente per il credente parte del Corpo Divino del Cristo. Per il non credente, uno straordinario simbolo di esso. Ma non è tutto. Sempre nell’Ultima Cena, come si legge nel Vangelo di Giovanni (15, 1-6), Gesù pronunciò anche queste parole: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che è in me e non porta frutto, Egli lo recide, e ogni tralcio che porta frutto Egli lo rimonda, perché ne produca anche di più... Come il tralcio non può portare frutto da sé medesimo, se non rimane unito alla vite, così neppure voi, se non rimanete in me. ... Chi non rimane in me, è gettato via come il tralcio sterile e inaridisce; e poi viene raccolto e gettato ad ardere nel fuoco”. Cioè non solo il vino, ma anche la vite, nel Vangelo viene misticamente divinizzata. I Cristiani, con il battesimo, sono dei componenti del Corpo Mistico di Cristo. Ciò in quanto Gesù è la vite mistica, e i suoi seguaci i tralci di tale vite. Anche questi passi del Vangelo diventano comprensibili nella realtà agricola della Palestina del suo tempo, una realtà centrata sulla viticoltura, oltre che sulla cerealicoltura e sulla pastorizia. Molte delle parabole e dei detti di Gesù fanno riferimento all’attività vitivinicola nei minimi dettagli. Fanno riferimento alle torri di guardia costruite nei vigneti per scacciare uccelli, altri animali e ladri (Matteo 21, 33; Marco 12, 1). Del resto, anche nel discorso giovanneo relativo all’Ultima Cena, che si è sopra riportato, sono da rilevare le distinzioni specialistiche fra tralci da frutto e tralci sterili. L’eliminazione di questi ultimi e la mondatura dei primi costituiscono un chiaro riferimento alla potatura. Non è inutile ribadire l’abisso che separa la concezione religiosa monoteista da quella politeista. In quest’ultima gli dei offrono un modello spesso peggiorato del comportamento umano. Nelle religioni monoteiste, la divinità spinge l’umanità verso una perfezione ideale. Certo potrebbe apparire deprimente il fatto che nella concezione ebraico-cristiana l’uomo, in seguito al peccato originale, è, in un certo senso, peccatore per definizione. La gioia è offerta nel cristianesimo dalla redenzione operata dal Cristo. C’è però ancora una volta da sottolineare che, per quel che riguarda l’oggetto di questa trattazione, sia nel cristianesimo sia nel politeismo, la vite e il vino appaiono in entrambi i contesti, seppure in modo radicalmente diverso, divinizzati.

Vite e vino nell’arte

Vite e vino nell’arte religiosa pagana e paganeggiante
Le tradizioni mitiche dell’antica Grecia ci sono note per le descrizioni e i riferimenti tramandatici da lirici e drammaturgi greci. Molti di tali miti sono poi raffigurati sui recipienti ceramici che gli scavi archeologici in Grecia, in Etruria e nei vari Paesi mediterranei colonizzati dai greci hanno recuperato in abbondanza. Così il mito di Dioniso che, per intervento di Giove, trasforma i pirati in delfini e l’albero della nave in vite è stato raffigurato verso il 540 a.C. da Exekias sulla celebre coppa a due anse (kylix) reperita a Vulci e conservata nella raccolta ceramica di Stato di Monaco. Oltre a dipinti su ceramiche, importanti per i nostri fini sono gli affreschi e i, seppur rari, mosaici. Tra i primi, di eccezionale ricchezza e interesse quelli di Pompei ed Ercolano sepolti dalle ceneri del Vesuvio, a seguito della nota eruzione del 79 d.C. Tra gli affreschi che riguardano la vite e il vino sono esempi significativi il Bacco in veste di grappolo d’uva, la scena delle baccanti nella Villa dei Misteri, il brindisi col corno di Ercolano. Sempre tra gli affreschi, sono da segnalare anche quelli delle tombe etrusche. Molti di essi si riferiscono al vino e al bere: famosa la Danza del vino. Il dipinto, inserito nella Tomba delle Leonesse, che risale al 520 a.C., rappresenta un enorme cratere circondato da suonatori e ballerini impegnati in una danza frenetica. Stupenda anche la scena del festino nella Tomba dei Leopardi, in cui vari personaggi sono rappresentati mentre “maneggiano” coppe, ampolle e brocche di vino. Frequenti i dipinti inerenti al vino, reperiti nelle tombe egiziane. Significativa la scena rappresentata nelle tomba di Horemheb, in cui il dio del vino Osiride offre questa bevanda alla dea Hathor, la vacca divina, madre degli dei. I mosaici erano invece talora impiegati nelle pavimentazioni. Noti i mosaici romano antichi con scene viticole, reperiti a Saint-Roman en Gal (fanno parte di un calendario rustico), quello della vendemmia di Treviso ecc. A proposito dell’arte come espressione di religioni politeiste e le loro manifestazioni culturali, c’è anche da ricordare che, con il vivido culto per l’antichità che caratterizzò il nostro Rinascimento, gli artisti dell’epoca rievocarono con il loro magico pennello i più significativi episodi dei miti e delle feste dionisiache. Noti sono l’affresco dell’Apoteosi di Arianna, Venere e Bacco del Tintoretto, la Baccante esposta agli Uffizi di Firenze, il Trionfo di Bacco del Tiziano, il Bacchino con il grappolo d’uva del Caravaggio e quello del Reni, ma non mancano affreschi rinascimentali con il riferimento all’Antico Testamento, come il Noè ubriaco di Michelangelo, nella Cappella Sistina.

Vite e vino nell’arte cristiana
Non si può dire che le iconografie riguardanti la vite e il vino nell’arte cristiana siano meno frequenti che in quella riguardante il politeismo antico. Piuttosto si può affermare che i temi sono in numero più ridotto. Esiste un’infinità di rappresentazioni dell’Ultima Cena: quella in cui Cristo identificò nel vino il suo sangue. Tutti presentano sulla grande tavola tazze e calici di vino. Bisogna aggiungere che esse si riferiscono a momenti diversi, illustrati dal racconto degli evangelisti riguardante questo episodio culminante della vita di Gesù. Il momento colto da Leonardo da Vinci nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano è quello in cui il Cristo rivela che uno dei dodici apostoli l’ha tradito. Il grande artista mostra con estrema abilità le diverse espressioni che i convitati manifestano. C’è chi è impietrito, esterrefatto nell’ascoltare l’incredibile fatto. Altri che, alzando l’indice in modo quasi minaccioso, perché offesi dal sospetto, sembrano chiedere: “Sono forse io?”, sicuri di una risposta negativa. Altri ancora che mettono le mani avanti come per dire: “Certo io no!”. Altri ancora che, forse distratti, non hanno ben percepito l’affermazione di Gesù, per cui chiedono ai vicini quanto rivelato dal Cristo. Un momento scelto da qualche artista è quello in cui il Cristo offre il pezzo di pane intinto nel vino a Giuda, il traditore. Altri ancora mostrano Giuda che si mette da parte, in un angolo. Infinite sono pure le rappresentazioni di tipo devozionale che si riferiscono al rito della Santa Messa. Esse non tralasciano di focalizzare la consacrazione del pane e del vino. Come già si è accennato, il riferimento alla vite e al vino da parte del Cristo non si limita all’Ultima Cena. Innumerevoli sono anche le raffigurazioni della scena del miracolo durante le nozze di Cana. È stato anche detto che le parabole dei Vangeli sono estremamente più vive e vivide delle Georgiche di Virgilio e delle Opere e i Giorni di Esiodo, e, dovremmo aggiungere, spesso pervase di acute specificazioni botanico-agronomiche. Abbiamo già rilevato quelle a proposito dei tralci di vite da frutto o da legno e della potatura. Al riguardo non si può tralasciare di menzionare, anche se riguarda il frumento e non la vite, la straordinaria la parabola che fa riferimento ai diversi rendimenti di questo cereale a seconda dei tipi di terreni e delle cure a esso apprestate. Ancora più penetranti le descrizioni riguardanti il comportamento dei vari operatori agricoli, in particolare dei proprietari terrieri, dei fattori, dei braccianti che si occupano dei vigneti. L’arte medievale non ha mancato di rappresentare in modo vivace anche questi argomenti. Ovviamente le parole del Cristo nell’Ultima Cena, che identificano il succo di uva fermentato, il vino, con il suo sangue, e la conclusione “fate questo in memoria di me” (Luca 22, 1) ha determinato l’esigenza che, ovunque vi fossero dei cristiani con le loro chiese e i loro sacerdoti, si coltivassero le viti per poter produrre il vino necessario per obbedire al comando per così dire testamentario di Gesù. Ciò anche laddove, in seguito alle invasioni barbariche, l’agricoltura si era ridotta a produrre solo gli alimenti più essenziali: i cereali per il pane. Ecco quindi di riflesso gli affreschi riguardanti monasteri con i loro vigneti, le mense in cui le brocche del vino sono sempre presenti. C’è anche da rilevare che uno degli ornamenti più frequenti degli altari, delle colonne delle chiese e dei chiostri sono i tralci d’uva. Spesso i messali, i libri di preghiere, specialmente quelli che riportano le orazioni riguardanti le varie ore della giornata (Libri d’Ore) sono riccamente illustrati con scene agresti stagionali. Tra queste non mancano quelle relative alla viticoltura e all’arte del vino. Famoso il Libro d’Ore del Cardinal Federico Borromeo, conservato all’Ambrosiana di Milano. È utile ricordare che le attività agrarie specifiche dei vari mesi illustrati in quel Libro d’Ore, dall’artista quattrocentesco Cristoforo De Predis, sono anche state riprodotte in gigantografie artistiche esposte al Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura, nel Castello di Sant’Angelo Lodigiano.

L’arte laica della vite e del vino
Anche principi e re, i loro feudatari e poi i mercanti vollero avere a disposizione del vino per i loro banchetti, così come illustrano diversi affreschi medievali e delle epoche successive. Pure nelle epoche più recenti non mancarono artisti che rappresentarono la vite, il vino e i suoi bevitori. Colpisce il contrasto tra i bevitori dei o uomini, rappresentati negli affreschi o raffigurati sui vasi degli antichi, così pure, nei banchetti rinascimentali, i bevitori in festa, sprizzanti un’euforia sfavillante, e gli uomini spesso solitari, dallo sguardo cupo o melanconico, dei veristi moderni, quali L’uomo dell’osteria di Ottone Rosai, Il bevitore di Mario Sironi, Il bevitore al tavolo di Amedeo Modigliani, tanto per fare degli esempi. Bisogna però ricordare che anche gli antichi ci hanno lasciato opere di tipo veristico, come la Vecchia ebbra di Mirone il Giovane (III secolo a.C.) o il Giovane satiro che, barcollante, stringe a sé un otre ormai mezzo vuoto. Statua che ornava la fontana della casa dei Centenari di Pompei, ma anche questi personaggi ispirano, nella loro ebbrezza, alcunché di sovrumano, di divino. Ieraticità che appare ancora più evidente nel bassorilievo su un vaso greco in cui un satiro solleva e sostiene il Sileno ebbro, accasciato a terra. Se arte significa interpretazione più o meno trasfigurata della realtà, è evidente che, quando la trasfigurazione si riferisce a una realtà religiosa, costituita dalla connessione del divino con l’umano coadiuvata da una sostanza inebriante come il vino, l’interpretazione artistica si rende straordinariamente più efficace e incisiva. Ciò spiega il grande interesse e l’emozione che suscita in noi questo tipo di arte, sia nella versione pagana, in cui la visione di Dioniso-Bacco dal viso illuminato e illuminante, circondato dalle menadi festanti e da satiri ebbri saltellanti ci infonde un’ebbrezza eccitante. Essa può farci rivivere i momenti di una buona bevuta con gli amici. Sia, nella concezione opposta, il senso austero e sovrumano del divino che ci pervade quando osserviamo dipinti e altre raffigurazioni dei Misteri Cristiani, e in particolare quello della Santa Messa, cioè dell’Ultima Cena. Emozione potenziata quando assistiamo a questo rito sempre nuovo e reale, in cui il sacerdote innalza il calice col vino, sangue mistico di Cristo, lo beve e lo fa bere ai fedeli. Anche il rito infatti è espressione, è sentire, è compartecipazione, è arte, e in questo caso capolavoro mistico di arte. Certo non è di tutti capirlo, assaporarlo, e in ciò potrebbe essere agevolato il credente. Ma anche la fede non basta: occorre immedesimarsi in Cristo con una lunga preparazione. Persino di un poema letterario, quale la Divina Commedia, è stato detto che diversa è la comprensione compartecipata dei versi che si riferiscono a verità della fede o a scene bibliche da parte di un critico credente e quella da parte di chi è solo un dotto medievista. Spiega anche come, osservando un dipinto veristico come quelli del Sironi o dell’Induno o del Modigliani, senza che ce ne accorgiamo risentiamo almeno un minimo degli effetti della trasfigurazione artistica che l’Autore ci trasmette. Ma l’arte non è solo pittura o scultura in quanto le sue forme espressive sono infinite. Tutti sanno che è arte anche la creazione letteraria, quella musicale, quella architettonica e così via. L’arte, la religione del vino, è un tema straordinario tale che, per essere trattato in maniera adeguata, non basterebbe un’intera enciclopedia. Per aiutare a capire ciò, bisogna tenere conto del fatto che il vino non monopolizza il mondo delle bevande alcoliche e quindi occorre confrontarlo, contestualizzarlo nell’ambito di tutte le altre, considerare il posto che anche altre bevande alcoliche, quali la birra e il gioddu (il latte fermentato alcolicamente della tradizione sarda) occupano nell’ambito delle proprie civiltà. Quello che il vino di linfa di betulla ha in altre, quello che il pulque, la linfa di agave fermentata, occupa nelle culture centro-americane, e così via. Ma porre, capire la vastità dell’argomento, rendersi conto che ogni civiltà, ogni popolo ha il suo vino, con cui può connettersi con la propria divinità, è già molto e ci avvia ad approfondirlo, assaporarlo in tutta la sua inesorabile ampiezza.

Musei della vite e del vino

Illustrare in un museo, in maniera efficace, scientificamente e storicamente corretta ed esteticamente piacevole, la vite e il vino nelle varie loro manifestazioni, nel succedersi delle epoche storiche, i diversi modi di vendemmiare, pigiare, torchiare l’uva e poi le vinacce; la fermentazione del mosto, i vasi vinari, i tipi di vino più famosi… è un’arte e delle più raffinate. L’Italia, grazie anche all’iniziativa di alcune grandi case vinicole, possiede il vanto di diversi musei della vite e del vino, alcuni assai pregevoli per i pezzi conservati e per la ricchezza dei mezzi espositivi. La Guida ai Musei Etnografici della Olscki ne segnala più di una trentina. Tra questi, particolarmente significativi sono quelli di Monte Sant’Angelo (Foggia), San Floriano del Collio (Gorizia), Radda in Chianti (Firenze), Caldaro (Bolzano), Capriolo (Brescia). Una ricca documentazione iconografica che parte dall’antico Egitto per giungere ai Mesi del Breviario Borromeo e ai Tacuina Sanitatis è presente nel Museo di Storia dell’Agricoltura di Sant’Angelo Lodigiano. Pubblicizzato più di recente, ma eccellente esempio di un museo realizzato da un’antica famiglia di viticoltori è quello degli Schweiggl di Cortaccia. Nell’area della comunità locale, essi hanno reperito ed esposto microstrumenti di selce risalenti al Mesolitico, poi attrezzi dell’Età dei metalli, persino vomeri. Ricca la documentazione di Età romana. La storia del territorio si identificò con quella della famiglia e della comunità locale (qui vige tra tradizione del maso chiuso) e in questo modo si assiste al progressivo prevalere della viticoltura, con un ricco corredo di attrezzi da coltivazione e da cantina, nel loro contesto culturale, in particolare religioso. Ma uno dei primi e più importanti musei specifici della vitivinicoltura sorti in Italia e illustrati nella Guida Olscki è quello di Pessione (Torino), realizzato dalla Martini e Rossi. Oltre a un’organica illustrazione della viticoltura e della vinificazione piemontese, con l’esposizione di importanti torchi a trave per la pigiatura e di caratteristici carri per il trasporto dell’uva o del mosto, vi si vedono dolia e seriae romane del II secolo a.C., ma non mancano preziosi esemplari di ceramica greca ed etrusca. Gareggia con questo Museo quello della Fondazione Lungarotti di Torgiano, in Umbria, pure illustrato nella Guida Olscki. Fondato nel 1974 dai coniugi Lungarotti, a sostegno culturale dell’economia della zona, famosa anche all’estero per i vini pregiati che produce, è certamente straordinario sia per i pezzi archeologici esposti, sia per l’organicità della struttura, sia per il raffinato gusto estetico dell’allestimento. Il Museo si apre con il richiamo alle origini medio-orientali della vitivinicoltura. Preziosa la brocca da vino del III millennio a.C., proveniente dall’Anatolia centroorientale, alla quale si accompagnano in sequenza pezzi elladici, greci, etruschi, romani e così avanti sino all’epoca attuale. Bella anche la raccolta di prodotti ceramici locali rinascimentali e seicenteschi.

Vite e vino nel canto e nella musica

L’espressione musicale è connaturata all’uomo. Quindi la storia delle sue origini si perde nella notte dei tempi. Il canto, come la musica, spesso avevano motivi pratici. Così il canto magico che doveva potenziare la fermentazione del mosto, documentatoci da Varrone, scrittore romano di agricoltura (116-27 a.C.), si praticava l’11 ottobre. Esso consisteva in una nenia ritmica tramandata dai tempi preistorici, che suonava così: “Novum vetus / vinum bibo / novo veteri / morbo medeor...”, che significa “bevo vino nuovo e vecchio per curare nuovi e vecchi malanni...”. Un famoso cantore del vino fu il figlio di Apollo, onorato come dio della musica: Orfeo, i cui inni orgiastici facevano delirare di piacere le Menadi, le sacre sacerdotesse di Dioniso. Quando Orfeo, in lutto per la morte della moglie Euridice, non volle più suonare né cantare, le Menadi inferocite per la disperazione lo uccisero. I canti di lode al vino nel Medioevo li dobbiamo ai cosiddetti clerici vagantes, docenti nomadi che, girovagando, praticavano forme rudimentali di insegnamento. Noto l’inno che iniziava “Ave, felix creatura / quam produxit vitis pura”. Pura ha qui il significato di vite domestica, in contrapposto a quelle impure, le selvatiche. All’epoca in cui i mercenari tedeschi, i Lanzichenecchi, scorrazzano per l’Italia, Cosimo Bottegari, del XVI secolo, faceva loro cantare, un po’ in dialetto veneto, un po’ in tedesco: “... mi piasére malfasié / et bibare col fiascon / trinke koraus bon compagnon...” Un secolo dopo Giacomo Carissimi, nel suo Baltasar, cantava: “Rosis caput coronemus / calicesque profinemus / dulci plenos nectare ...”. È un latino che tutti comprendono. Così, nel medesimo secolo, attraverso Antonio Vivaldi, denominato il “prete rosso” per il colore dei capelli, che, nell’Autunno (parte della sua sinfonia Le quattro stagioni) dedica alla vendemmia un brano musicale euforico caldo. Anche gli stessi celebratissimi Sebastian Bach e Ludwig van Beethoven riecheggiano qua e là, nelle loro composizioni, melodie di inequivocabile sapore dionisiaco. Si arriva così ai grandi musicisti dell’opera italiana dell’800. Sempre nell’ambito delle tradizioni popolari contemporanee rientrano gli inni un po’ erotici, cosparsi di parole dialettali, inneggianti al vino, cantati dalle truppe nei giorni tragici delle battaglie. Emblematico quello degli alpini nella prima guerra mondiale che, nella tensione logorante per la difesa del Piave, sognavano la pace e la distensione.

Il vino nella letteratura

Pochissimi sanno che nel primissimo testo scritto della letteratura romana (VII-VI secolo a.C.), quello delle Leges regiae, l’articolo II riguarda il vino: “Vino rogum ne respargito” che, nella traduzione del Pisani, significa “Non cospargere di vino il rogo (del sacrificio)”. Così pure la prima opera della letteratura romana, il De agricultura di Catone il Vecchio, vissuto a cavallo tra il III e il II secolo a.C.: un vero e proprio trattato di ingegneria agraria, dedica ampio spazio alla viticoltura e all’enologia. Ma anche molti degli Autori successivi non sono da meno: a cominciare da Virgilio, vissuto nell’ultimo secolo a.C. che, nelle Georgiche, dedica l’intero secondo libro alla viticoltura. Non parliamo poi di Plinio (I secolo d.C.) che sacrificò la sua vita per la scienza (morì durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., di cui stava indagando manifestazioni ed effetti), il quale dedica il XIV libro della sua enciclopedia Naturalis historia, alla voce vitivinicoltura. Elenca 185 tipi di vino e cita, illustrandole brevemente, un’ottantina di aree vinicole. Più approfondito nelle tecniche di coltivazione Columella, vissuto nel medesimo secolo, che nella sua opera in dieci libri De re rustica dedica il III e il IV libro alla vite e al vino. All’inizio del Medioevo, Cassiodoro (ministro del re goto Teodorico il Grande, 454-526) scrive un trattato sulla vendemmia. Qualche secolo dopo Rotari, re longobardo, nel suo celebre Editto, un vero e proprio codice di leggi, promulgato il 22 novembre del 643, dedica vari articoli alla viticoltura. Non è da meno Carlo Magno (742-814), fondatore del Sacro Romano Impero, che, nei Capitularia, cioè nella raccolta delle sue disposizioni legislative, sono inserite le norme relative alla viticoltura e alla vinificazione. I grandi Autori del Medioevo già avanzato tutti glorificano o almeno apprezzano il vino, a cominciare dal Boccaccio (1313-1373) che in quasi tutte le cento novelle del Decamerone vi fa riferimento e spesso accenna anche al tipo particolare di vino preferito dai singoli personaggi delle sue novelle. Anche Dante Alighieri, il maggior poeta di tutti i tempi, era sensibile al mangiare e al bere raffinati. Scrive un biografo suo contemporaneo: “Li delicati lodava”. Persino San Francesco d’Assisi (1182-1226) che, nel suo Cantico delle Creature, si rivela pioniere di un vero ambientalismo, come scrive il suo seguace Tommaso da Celano, abbastanza di sovente parlava del vino, approvandone l’uso moderato. Negli scrittori del ‘500 e del ‘600, la moderatezza è spesso dimenticata: basti leggere il giudizio di Francesco Redi, l’appassionato cantore del vino di Montepulciano: “Montepulciano d’ogni vino è re” che, nel suo “Ditirambo di Bacco in Toscana”, scrive: “Quando errando, oh, quanto va / quel cercar di verità / chi dal vin lungi si sta!” Ovviamente dello stesso parere fu Lorenzo il Magnifico (1449-92), l’autore del famoso carnascialesco Trionfo di Bacco in Toscana. Anche i poeti dialettali entrarono in questo climax dionisiaco, così Maffio Venier (1519-1586), in un suo sonetto dedicato a un ammalato che sogna il vino, così si esprime: “Vòi bever più d’un zafo (poliziotto) e d’un faschin / e se il mare fusse vin, me faria pesse (pesce)”. Sonetto che in parte ha ispirato canzoni popolari moderne, per esempio quella, pure veneta (triestina), che dice “Se’l mare fosse pocio e i monti de polenta...”. Non è da dimenticare poi Teofilo Folengo nelle opere e in particolare nel suo capolavoro, il Baldus (1517), famoso per il suo realismo comico-grottesco, non perde occasione per esaltare il vino, talora anche in tono un po’ volgare “dulces quas Corsia pissat orinare”, cioè la Corsica “fa la pipì con una dolce orina”, il suo vino. Ciò forse per l’affinità del colore. E così si arriva ai poeti moderni quali il Carducci che, in onore del vino, si firmava Enotrio Romano e scriveva brindisi di questo tipo: “... nei bicchieri nostri, o Libero, fuma, gorgoglia e splendi / né più stranier quadrupede...”. Era il tempo della II Guerra d’Indipendenza (1859-60) e Carducci, con il termine quadrupede, si riferiva alla cavalleria austriaca. A Carducci seguono il delicato Pascoli (1855-1912) fino al focoso e spavaldo D’Annunzio (1863-1938) che, nelle sue spericolate avventure, si inebriava di gloria e di vino. In tempi più recenti (1930), Paolo Monelli scrive in stile brioso ed elegante il suo capolavoro, Il ghiottone errante, ora completato da un altro gioiello enologico-letterario, Il vero bevitore.

Vite e vino nell’architettura e nella scultura

Molti dei templi che gli antichi dedicavano ai loro dei erano quelli innalzati in onore di Dioniso. Particolarmente significativo sotto il profilo storico-economico, oltre che culturale, era quello di Eraclea di Lucania (IV secolo a.C.). Esso è in fatti documentato dalle famose due tavole bronzee reperite sul greto del letto del torrente Salandrella-Cavone presso Pisticci (MT), che riportano i contratti di affitto e di enfiteusi delle terre possedute dal tempio del dio. Altri templi sono documentati dal reperimento delle statue che in essi erano esposte. Una bellissima statua di Dioniso, ora esposta nel museo archeologico di Eleusi, nell’Attica proviene dal tempio a lui dedicato in quella città. Anche le chiese e le cattedrali cristiane, pur se non dedicate direttamente alla vite e al vino, lo sono indirettamente, in quanto centrate sull’altare in cui si celebra, con la Santa Messa, la morte sacrificale di Cristo. Rito nel quale il vino diventa misticamente il suo sangue. Ecco quindi che, come si è già accennato, l’architettura deve far convergere la costruzione verso questo sacro rito. Non solo, ma gli edificatori hanno adornato chiese e basiliche con motivi riguardanti tralci, pampini, grappoli. Tipico l’esempio già citato della basilica di San Zeno in Verona, dove questi elementi sono arricchiti dalla raffigurazione delle attività vitivinicole attinenti ai mesi di agosto e settembre. La diffusione di questo tipo di simboli ornamentali riguarda anche le chiese di remoti centri montani.


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