Volume: l'uva da tavola

Sezione: storia e arte

Capitolo: religione e arte

Autori: Gaetano Forni

Raccolta di vegetali, antropologia e religione

Come scriveva Vico: “Il significato di un fatto, di un processo è comprensibile solo conoscendone la genesi”. Ecco quindi che noi possiamo renderci conto del significato della religione nell’ambito di una popolazione di raccoglitori di vegetali solo considerando il lunghissimo periodo in cui l’uva era un frutto tra gli altri frutti, raccolto per una funzione mangereccia immediata, come la generalità degli altri prodotti vegetali, cioè partendo dall’analisi antropologica dell’economia della caccia-raccolta, in ambito preagricolo. Ciò implica la necessità di rivivere il comportamento e la corrispondente mentalità del raccoglitore. Comportamento e mentalità che, mutatis mutandis, come ci insegna l’etologia umana, sostanzialmente, sotto il profilo psicologico profondo, non mutano nella loro essenza, nell’ambito di qualsiasi tipo di raccolta di prodotti alimentari vegetali spontanei, siano essi funghi o frutti, come l’uva, o erbe. E non mutano nemmeno nel tempo, almeno entro certi limiti. Considerando l’argomento che dobbiamo qui trattare, occorre quindi sottolineare e ribadire il fatto che, in epoca preistorica preagricola, la vite spontanea con i suoi frutti era una delle tante piante che le donne del branco nomade o seminomade teneva presente durante le soste che intervallavano le periodiche peregrinazioni. Come è noto, e come è stato rilevato studiando il comportamento dei cacciatori raccoglitori contemporanei o quasi contemporanei, tribù amazzoniche, boscimane del Kalahari in Africa, le popolazioni nomadi ritornano, in seppur lunghi intervalli, nei medesimi luoghi. Le donne, solitamente dedite alla raccolta, ricordano perfettamente i luoghi del territorio ove sono ubicate piante che danno determinati tipi di frutti, dove crescono più abbondanti determinate erbe alimentari, particolarmente tenere e appetibili, conoscono determinati alberi con cui tengono rapporti per così dire personali. Questi comportamenti del resto possono essere almeno in parte noti pure alle popolazioni attuali cui apparteniamo, che praticano, per esempio, anche se in modo saltuario, la raccolta dei funghi. È quindi necessario rifarci a esperienze di questo tipo, per individuare, indagare e analizzare il comportamento e la psicologia dei raccoglitori. Ciò tenendo soprattutto presente che, nel caso delle genti specificamente raccoglitrici, si tratta di esperienze il cui eventuale esito negativo può giungere a essere causa di morte per fame. Ma è ora necessaria un’altra premessa. Sempre l’etologia umana ci spiega che le radici del comportamento religioso sono analoghe nell’uomo preistorico come in quello contemporaneo che sbarca sulla luna. L’evoluzione culturale cambia soprattutto le forme. Il fondamento profondo della religione consiste infatti nella coscienza, presente appunto in tutti gli esseri umani, della dipendenza dell’Io dal Non Io. Percezione di dipendenza che si accentua non solo nei momenti di gravissimo rischio, diretto o indiretto, di morte (per esempio anche il mancato sostentamento porta alla morte), ma affiora pure con la sensazione che un obiettivo fortemente voluto e perseguito rischia di diventare irraggiungibile. Percezione di dipendenza dal Non Io, presente anche nei cosiddetti atei. La diversità tra le religioni e di queste con l’ateismo dipende appunto dal diverso livello di assolutizzazione della percezione del Non Io e dalla presenza o meno della personalizzazione di questa. Gli atei evidentemente non credono in un dio personale, ma dipendono dalla Natura, dal Mondo, dall’Universo, che scrivono con la maiuscola. Quindi più vi sono incertezza e rischio in una situazione e nei risultati di una vicenda, e di conseguenza più vi è coscienza di dipendenza dal Non Io, più, nel caso delle relazioni religiose propriamente dette, vi è ricorso al Non Io, cioè alla divinità. Nell’ambito dell’ateismo soccorre lo studio della natura, della materia e, nei momenti più disperati, la speranza nel Fato, nel Caso.

Ricorso a esperienze di vita vissuta

Ecco quindi che in tutte queste prospettive risultano utili, anzi preziose, come già si è accennato, le esperienze di vita vissuta. Di conseguenza è ora necessario effettuare una pur sintetica analisi psicoantropologica dell’esperienza di chi anche oggi si dedica a operazioni di raccolta. Ricordo al riguardo le gesta e le vicende che mi raccontava mio padre circa una sua parente, formidabile raccoglitrice di funghi. Quei quindici-venti giorni di ferie estive essa li passava sempre nella stessa località piemontese di mezza montagna. E perché? Perché là conosceva i siti dei funghi. E le era costato moltissimo tempo, tenacia e fatica reperirli. Indagini pazienti e meticolose, mediante accorti sondaggi sui cercatori locali di funghi. Avvicinamenti circospetti ai medesimi, per sapere, con frasi e domande “innocenti” del tipo “Che tempo farà domani?”, “Verrà un temporale anche questo pomeriggio?”, “È ben segnato il sentiero che va alla cima Zeta?”. Ma fino a questo punto i luoghi dove crescono abbondanti i boleti erano ancora per lei top secret. Aveva dovuto cominciare con indagini ancor più circospette, da detective, appostamenti da finestre, con lunghe trattative se le finestre non erano quelle della propria pensione, ma di un’altra villeggiante. Pedinamenti delicatissimi nei riguardi dei ricercatori del posto, curando di non inciampare in sassi, non muovere fronde, per non far rumore o far sorgere sospetti. Alla fine, ecco trovato il sito dei funghi. E tutte queste macchinazioni senza alcun rimorso, perché quel bosco è del demanio, e quindi di tutti. I siti dei funghi non sono monopolio di nessuno. Ma trovare il sito non è tutto: il cercatore locale di funghi esce di casa alle 6.30. Allora bisogna precederlo, uscire alle 5.30 o anche prima. Quello è solo uno dei posti visitati. Occorre trovarne altri, perché i siti vanno visitati a intervalli più o meno lunghi, a seconda della specie fungina, dell’ospite da questa parassitato, dell’andamento stagionale. Il peggio poi erano le discussioni in famiglia, con il marito e i figli: “Perché noi d’estate dobbiamo andare sempre nelle stessa località? I miei amici vanno un anno a X, l’anno dopo vanno a Y. Un anno vanno al mare, un altro in montagna”. Tutti uguali questi mariti! Porti loro ogni giorno o quasi un bel cestello di funghi, e per di più li cuoci ogni volta in modo diverso, e non ti dicono nemmeno grazie! E brontolano, brontolano a non finire! Anche senza tirare in ballo la villeggiatura della nostra parente e i suoi funghi, anche nella periferia della città, mi ricordo, delle viottole di campagna che, quando ero bambino, s’intrecciavano tra prati e campi. Esse erano generalmente affiancate da siepi, c’erano così mille siepi dove si sviluppavano sambuchi, prugnoli e soprattutto, in taluni siti, viti spontanee e così pure altre piante che fornivano fiori e frutti commestibili e talvolta medicinali. Alla loro ombra crescevano le erbe alimentari: le insalate selvatiche, i tarassachi, che le donne chiamavano piscialetto, perché stimolano a orinare anche nel letto, senza accorgersene. Le malve, efficaci contro il mal di ventre. Ne parla anche Fogazzaro in Piccolo Mondo Antico, per bocca di uno dei suoi personaggi, una massaia chiacchierona. E anche nelle campagne intorno alla città, in questo modo, si ripetevano le medesime vicende descritte, per la ricerca dei funghi. È ovvio che, mutatis mutandis, sostanzialmente ciò avveniva pure da parte delle massaie preistoriche e dei tempi successivi, per la raccolta delle uve dalle viti selvatiche o paradomestiche o comunque spontanee della Maremma toscana e delle altre località: del Caucaso, come di tutte le vallate fluviali circum mediterranee, come pure nelle siepi attorno alla mia città, ove crescevano, più o meno abbondanti, e talvolta crescono ancora, tali viti. È utile qui menzionare, a proposito della raccolta di uva da viti spontanee o subspontanee delle siepi, il trattato di erboristeria di Luigi Pomini (Torino, 1973) che ha il grande merito di contemperare le esigenze della farmacologia tradizionale con quelle di una farmacologia d’impostazione più moderna, il quale informa che l’uva di queste viti ha sempre elevati effetti nutritivi per i carboidrati che contiene. Inoltre, consumata fresca, ha efficaci effetti tonici, antireumatici, diuretici, lassativi, disintossicanti, depurativi. Consumata secca, combatte la tosse e cura le altre affezioni delle vie respiratorie. Il ricercatore o la ricercatrice di funghi o di bacche, di insalate o di uve spontanee, è pienamente conscio che gli esiti della sua ricerca sono del tutto precari. Quando ero bambino (avevo una decina di anni) talora accompagnavo nella ricerca una ragazzina, Luisa, anch’essa appassionata ricercatrice di funghi. Lungo la strada, un po’ percepivo, un po’ capivo quel che diceva pregando ad alta voce la Madonna, l’Angelo Custode e altri Santi: “Fammi trovare oggi una bella brisa (così chiamava Luisa i boleti). E poi perché solo una, ma due, tre, così faccio bella figura con la mamma, con papà, poi con quell’accidente di mio fratellino, che mi prende sempre in giro! E soprattutto con quella smorfiosa di Alda, che si dà un sacco d’arie perché lei ha fatto le magistrali e ha studiato il latino, e io no, perché ho frequentato solo la scuola di Avviamento Professionale. Il mio Angelo Custode deve proprio aiutarmi, farmi andare nel punto giusto, se no che ci sta a fare? Dio lo ha creato per fare se non per aiutarmi? E se non mi aiuta adesso, vuol proprio dire che mangia il pane a ufo, è stato creato per niente…”. Rammentando ora quanto si è premesso all’inizio e per porre nella giusta prospettiva la tensione immanente nella ricerca di funghi della parente di mio padre e di Luisa nei confronti di quella delle donne della preistoria ricercatrici di uva e di altri frutti selvatici, bisogna tener presente che ovviamente, nel caso di Luisa, si trattava quasi di un capriccio, di semplice volontà di prestigio. Per la ricercatrice preistorica di uva e di altri frutti l’esito positivo della raccolta, talora base del suo nutrimento, come già si è sottolineato, poteva essere questione di vita o di morte e quindi la sua consapevolezza della propria dipendenza dal Non Io va moltiplicata anche per cento, per mille volte.

Dea della fecondità

In epoca romana antica la divinità che sovrintendeva all’abbondanza dei raccolti di frutta era Pomona. Era raffigurata come una giovane e florida donna recante in mano una cornucopia (recipiente a forma di corno) ripiena di grappoli d’uva e di frutti variopinti, profumati e gustosi. Secondo il mito, le era marito Vertunno, dio anch’esso protettore dei vigneti e dei frutteti, che svolgeva i suoi benefici effetti soprattutto nei cambi di stagione: lo indica il suo nome (vertere = voltare). La leggenda riporta che Pomona aveva pretese impossibili nella scelta del marito. Ci riuscì Vertunno, con un’abile astuzia. Dopo vari tentativi infruttuosi e dopo aver studiato per lungo tempo i gusti dell’amata, avendo notato che si confidava e si intratteneva solo con donne anziane, Vertunno l’avvicinò sotto le vesti di una benevola e vivace vecchierella. Le parlava dei vari tipi di frutti, della dolcezza di certe uve, di come coltivarle in aiole che facevano risaltare la loro presenza, di come irrigarle nelle stagioni siccitose. Le fece capire che, con a fianco un marito competente, operoso, interessato alla sua opera di sviluppo e di potenziamento della fecondità dei frutteti e dei vigneti, avrebbe potuto condurre un’esistenza più felice e attiva. A questo punto, dopo averla convinta, si eclissò e subito dopo le venne incontro, sotto le vesti di un giovanotto aitante, sbucando da una siepe. Essa lo accolse con viso sorridente, mostrando di gradire la sua compagnia. Il momento delle nozze fu presto vicino. A un livello più arcaico, in continuità con la preistoria, giungono le ricerche di Momolina Marconi. Essa è riuscita a individuare figure più antiche della dea della fecondità, che hanno preceduto quella di Pomona, nell’ambito del Mediterraneo protostorico. Si tratta della Potnia Futòn, la possente Signora delle Piante, che troneggia nei miti pre-greci. Essa è indicata con nomi diversi e in forme diverse nelle varie leggende. Un esempio particolarmente significativo è quello di Circe. La sua sede è Aia, la terra fertile, umida, feconda. Scrive la Marconi: “Essa… (dispone) di un giardino dove coltivare segretamente tutte le piante necessarie per l’attività di ogni giorno (melograni, viti, fichi, cotogni…). Veramente la dea mediterranea… domina tutto il verde che ricopre la natura e – quale farmachìs – porta in sé il segreto dei succhi celati, delle misture prodigiose: quindi ella sa e possiede le piante delle forre come le corolle dei prati; sa in una parola, tutta la natura, e tutta la natura possiede meravigliosamente. Tuttavia è comprensibile che questa vigile raccoglitrice di erbe e di infiorescenze e di radici medicamentose ne sia l’esperta coltivatrice in un giardino suo – aiuola nel suo più vasto giardino che è il mondo – …”. La Marconi aggiunge che “Europa o Atalanta, Persefone o Calipso – (sono) espressioni tutte della grande dea…come pure Artemis, Hygieia, come Hera, come Bona Dea, Feronia, Diana, Flora e tante ancora – …”. Essa tratteggia perfettamente la figura della donna, veramente “Domina” delle civiltà protocoltivatrici, per lo più matriarcali o almeno matrilineari, in cui essa, raccogliendo i prodotti vegetali spontanei in boschi e prati, proteggendo e coltivando piante nel proprio orto/frutteto, viene a conoscere tutti i segreti. Tra queste piante è inevitabile che troneggi la vite. Ed è per questo che la donna, nelle civiltà protocoltivatrici, è pure maga, fata o anche fattucchiera, a seconda della fisionomia propria, personale e di quella della gente cui appartiene. Circe, Medea, Calipso… rappresentano tutte appunto l’idealizzazione, l’ipostasi e la personificazione di questa femminilità arcaica che pure, almeno nei villaggi, deve essere perdurata come modello e tipo sociologico dal neolitico, e anche da prima, sino al periodo classico, e anzi nelle regioni mediterranee più conservatrici, sino a oggi. Ciò anche se il suo regno qui va limitandosi alla casa e significativamente all’orto, frutteto, vigneto (Salomone Marino, 1897). Ma bisogna aggiungere che la creatività, nei rapporti donna-pianta, esige tempo libero e non l’impellenza di compiti pressanti, quali possono avere madri, che debbono fornire alimento sufficiente per la famiglia; per questo, una funzione determinante nell’ideare le tecniche di coltivazione sopraccennate debbono aver avuto le ragazze e forse, in minor misura (la creatività è dote giovanile), le anziane, libere da incombenze familiari. L’attività plasmatrice di nuove piante è, sotto qualche aspetto, più limitata a partire dal tardo Neolitico quando le piante domestiche non vengono più protette nei siti ove sono nate e cresciute spontanee, una per una, ma trasferite altrove, coltivate e ammassate in aiuole sottoposte a cure standardizzate e quindi a condizioni di coltivazione uniformi. La selezione e l’evoluzione avvengono verso la creazione di quelle sottospecie che meglio si adattano alle condizioni di massa e alla coltivazione in serie. D’altra parte, anche il coltivatore è portato a individuare e a sviluppare quelle tecniche e quelle forme tecnologiche più efficienti a riguardo dei vegetali ammassati. Il rapporto personale donna-pianta si è trasformato nel rapporto comunità coltivatrice-collettività vegetale coltivata, in cui il termine “collettività vegetale” andrebbe meglio sostituito con quello di “massa vegetale”. In coincidenza con questa evoluzione di carattere agrotecnologico, permane possente nella psiche umana collettiva, in particolare nell’animo degli artisti, l’archetipo primordiale della Potnia futòn: la Dea Madre e Signora delle piante. Ecco che la materializzazione di essa la ritroviamo interpretata e indicata con le denominazioni più diverse in alcune opere d’arte moderna: la Signora delle Piante, di Osvaldo Peruzzi (1933), troneggiante tra paesaggi diversi: marini, montani, collinari. L’esplosione di fiori, frutti fantastici nel Trionfo Vegetale di Giacomo Balla (1927). La Donna Mistero, tra gigli neri, di Thayaht (Ernesto Michahelles) (1923), pittore che nello stesso anno raffigura anche la Dea Madre nella veste della Signora degli Uragani.

Esaltazione biblica del frutto della vite: un formidabile grappolo d’uva, emblema della Terra Promessa

Anche la Bibbia vetero-testamentaria ricorre alla simbologia dell’uva, quando vuole esaltare la fecondità, l’abbondanza. Tipica la vicenda dell’ispezione organizzata da Mosè nella Terra di Canaan, in sostanza l’attuale Palestina, nel periodo in cui gli Ebrei vagavano nelle steppe d’Arabia e della penisola del Sinai, per sondare quali fossero le caratteristiche e la ricchezza delle genti che avrebbero dovuto espropriare ed espellere, e soprattutto sulla fertilità e la bellezza di quella regione. È sostanzialmente ciò che la storia ci racconta di tutti i popoli nomadi o seminomadi, per lo più pastori. È la fama delle pianure fertili, con le loro ricche città, che spinge le genti pastorali guerriere delle steppe, dei monti, a invadere e saccheggiare le pianure fertili: in Mesopotamia fu il caso degli Accadi nei riguardi dei Sumeri. Nell’antico Egitto degli Hyksos, tribù del deserto, dei barbari Germani nei riguardi di Roma e, secoli prima, dei pastori di Romolo nei riguardi delle ricche terre etrusche. Mosè scelse un rappresentante per ognuna delle dodici tribù, come si legge nella Bibbia (Numeri 13, 4-25) e li inviò nella Terra di Canaan. Qui gli esploratori raccolsero campioni dei frutti tipici di quella regione: fichi, melograni, ma il frutto più impressionante fu un formidabile grappolo d’uva così grosso e pesante che occorrevano due uomini per trasportarlo. Essi dovettero appendere il tralcio con l’enorme grappolo su di una stanga, che, caricata sulle spalle, diede loro la possibilità di portarlo a vedere ai propri connazionali. Molto realisticamente, la Bibbia racconta altresì che alcuni degli esploratori raccontarono anche dell’apparente forza dei Cananiti, delle poderose opere di difesa delle città che gli Israeliti avrebbero dovuto espugnare dopo sanguinose battaglie. Non dobbiamo quindi meravigliarci che questi si ribellarono violentemente, minacciando di uccidere a colpi di pietra (lapidazione) Mosè e gli altri capi, che intendevano mobilitarli per quella spedizione di conquista. Fu poi principalmente Giosuè, uno degli esploratori, che, con le sue parole travolgenti, mostrando gli straordinari prodotti di quella terra, in primis il formidabile grappolo di uva, esaltando gli allettanti vantaggi della conquista, tentò di convincere i riottosi. Ma fu soprattutto la forza della religione e la tenacia dei suoi capi che da tempo prospettavano il miraggio d’impossessarsi della “Terra Promessa” da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti (Genesi 12, 7). Di un territorio “in cui sgorgavano abbondanti latte e miele”, e sul quale si sviluppavano vigneti rigogliosi e i cui abitanti, come scrive la Bibbia, “potevano facilmente essere divorati come il pane”, ciò che trascinò alla fine i figli d’Israele all’invasione. In effetti le genti di Canaan, come in genere le popolazioni agricole e mercantili, sostanzialmente si mostrarono piuttosto imbelli e abbastanza facilmente vennero sopraffatte. È per noi soprattutto significativo il fatto che fu l’immagine del formidabile grappolo d’uva a essere uno dei simboli propulsori che galvanizzò il popolo d’Israele alla conquista. Ancora oggi lo troviamo riprodotto tra le scene bibliche raffigurate nelle nostre chiese.

“Io sono la vite, voi i tralci”

Mentre la religione viticola pre-cristiana e anche l’esaltazione vetero-testamentaria dell’uva è spesso fumosa, basata su fantasticherie o esagerazioni mitiche, quella cristiana è centrata sulle parole di Gesù, di uno cioè che la vite la conosceva davvero, perché, anche se era artigiano, falegname, carpentiere, non contadino, in realtà, come tutti gli artigiani tradizionali, evidentemente coltivava il suo orto con qualche vite e qualche albero da frutto. Soprattutto vivendo in un villaggio, e quindi in full immersion con i compaesani viticoltori che acquistavano i suoi manufatti, zappe, aratri, carri, faceva propria la loro esperienza di lavoro e di vita. Riportiamo quindi le sue parole dal Vangelo di San Giovanni (15, 1-8). In esse il messaggio religioso è profondamente inserito nel linguaggio viticolo: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto Egli lo recide, e ogni tralcio che porta frutto lo pota per rimondarlo e perché ne produca anche di più… Come il tralcio non può portare frutto da sé medesimo, se non rimane nella vite, così neppure voi, se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Colui che rimane in me e io in lui porta abbondante frutto… Chi non rimane in me è gettato via come tralcio sterile e viene poi raccolto e gettato ad ardere nel fuoco… Il Padre mio sarà glorificato se produrrete frutti copiosi…”. Questo passo, come è facile notare, contiene elementi di tecnica viticola, di principi di potatura che possono risultare preziosi per uno storico della viticoltura. Né Teofrasto né Esiodo, e neppure Catone o Virgilio o Columella, li evidenziano in modo così netto o chiaro. Leggendo questo passo del Vangelo sembra quasi di avere davanti agli occhi il viticoltore con la roncola che pota (potatura verde) ed elimina i tralci improduttivi. Poi, dopo la vendemmia, rimonda e accorcia i tralci a legno e quelli a frutto. Sembra di leggere i primi rudimenti della potatura alla Guyot. Il turista frettoloso che visita le nostre chiese, stracolme di immagini di tralci, pampini, foglie, viticci, grappoli, e forse gli stessi teologi che commentano i Vangeli, spesso non si rendono pienamente conto di questi aspetti e del perché profondo di suddetti simboli.

Vite e uva dalla religione all’arte

Le varie specie e sottospecie dell’uomo preistorico sono state indicate dai paleontologi con appellativi significanti le loro caratteristiche operative o d’altro genere più tipiche, per esempio Homo abilis, Homo sapiens, riferendosi rispettivamente all’abilità nel foggiare i primi attrezzi o al primo rilevante sviluppo intellettuale, e così via. Ma l’Homo sapiens è anche, appunto perché sapiens, come abbiamo rilevato, religiosus e pure fictor (scultore), delineator (pittore, disegnatore). Ecco quindi che la Potnia futòn, come Gran Madre della fecondità delle donne innanzitutto, ma anche di quella delle praterie, delle steppe, delle foreste, delle acque, viene raffigurata con statuine come quella paleolitica (Paleolitico Superiore) di Grotta delle Veneri, in provincia di Lecce, rappresentata incinta, con floride mammelle. Ecco la Potnia futòn minoica, effigiata su un gioiello dell’epoca (età del Bronzo): essa è posta al centro; a destra una sacerdotessa le offre un frutto, a sinistra un’altra sacerdotessa sta piantando un albero. Ecco, proseguendo nel tempo, le sue effigi micenee, poi greche, romane e, infine, fantasticamente interpretate e riprodotte in epoche successive classicheggianti, Rinascimento in particolare, per esempio Circe, Cerere, Pomona, e del suo comprensivo e dolce marito, Vertunno. Ma ovviamente l’archetipo della dea della vegetazione e dei suoi frutti riguarda la fecondità della natura in forma generica. Più specificamente l’esaltazione dell’uva risulta nelle opere artistiche raffiguranti le imprese mitologiche delle divinità della vite. Ecco per esempio che Dioniso, il dio dell’uva prima che del vino, è rappresentato su un vaso (kylix) del 530 a.C., reperito a Vulci (e ora conservato nel Museo dell’Arte Antica di Monaco di Baviera), dormiente su di una nave, l’albero della quale è una vite stracolma di grappoli. Si veda anche il Bacco dipinto come grappolo d’uva a Pompei. Raffigurazione di miti talora tragici, come quello del re tracio Licurgo, strangolato da una vite per vendetta: il re infatti aveva perseguitato le sacerdotesse di Dioniso. Ma ciò che più colpisce l’immaginazione dell’artista anche nel mondo antico è la vendemmia, raffigurata persino sulle monete, con grappoli d’uva talora isolati, talora connessi con il toro, simbolo di vigoria feconda, altre volte sul tralcio che corona la testa di Bacco/Dioniso, o addirittura sull’intera vite, allevata ad alberello. Si vedano anche le scene degli amorini vendemmianti nella casa dei Vetii a Pompei, e quella ad analogo soggetto, su di un’anfora in vetro cammeo, reperita sempre a Pompei.

Gli uccelli beccavano l’uva del dipinto di Zeusi (Plinio, XXXV, 61-63): il verismo nelle nature morte

Un significato originariamente religioso connesso con il culto della fecondità, della Dea delle Piante e quindi con il suo archetipo, hanno avuto anche le così chiamate “nature morte”. Basti ricordare le raffigurazioni di cornucopie (come si è visto, grossi recipienti a forma di corno bovino, ricolmi di frutti allettanti), presenti negli affreschi e bassorilievi relativi alle mitologie dell’antichità. Nature morte con eminente significato estetico si reperiscono pure negli affreschi di Pompei ed Ercolano. Noto il vaso di frutti con uva raffigurato in un fregio della villa di Giulia Felice a Pompei, conservato nel Museo Nazionale di Napoli. Plinio (XXXV, 61-63) riferisce di un pittore di Eraclea in Magna Grecia, Zeusi (circa 450-394 a.C.), che dipingeva l’uva in modo talmente realistico che gli uccelli andavano a beccarla. Era un pittore di fama internazionale che operò a Crotone, ad Atene, ove frequentò Socrate, a Pella in Macedonia, dove decorò il palazzo reale. Morì a causa della violenta emozione provocatagli dallo straordinario apprezzamento ricevuto per un suo quadro, appunto eccezionalmente veristico. Questo perfezionismo esigeva uno sforzo notevole nell’artista. Lo sottolineava anche il Caravaggio, che precisava: “per dipingere un cesto d’uva e altra frutta occorre lo stesso impegno che per rappresentare delle figure umane”. Ma i Paesi dove sbocciò l’era d’oro delle nature morte, in cui spesso troneggiava l’uva, furono l’Italia del Rinascimento e, con lieve precedenza, l’Olanda della medesima epoca. È un periodo esplosivo sotto il profilo demografico, agricolo (per le profonde innovazioni agronomiche), commerciale (queste derivate dalla recente scoperta dell’America). Erano gli anni fine ’500-prima metà del ’600 in cui in Italia operavano e scrivevano colossi dell’agronomia, quali Agostino Gallo, famoso per le sue Vinti giornate dell’agricoltura, e Camillo Tarello, che aveva fatto brevettare dal Senato Veneto il suo metodo di coltivazione “continua”. Metodo geniale che permetteva di evitare l’intervallo di un anno a maggese, ogni due o tre, a seconda della rotazione. Egli quindi giustamente poteva vantarsi di aver aggiunto un nuovo continente produttivo, quello improduttivo, occupato prima dal maggese, al vecchio continente, quello già produttivo. Ecco che questa situazione, stato d’animo, modo di pensare si rifletteva anche nella pittura e in particolare nelle cosiddette “nature morte”. Termine sorto a posteriori verso la fine del XVII secolo in Olanda e certamente accettabile per indicare le raffigurazioni miscellanee di oggetti inanimati, come per esempio in quell’opera di Samuel van Hoogstraaten (1627-1678) che illustrava cinture, pennelli da barba, tagliacarte, pettini ecc., ma poco adatto per indicare quadri con stupendi e vivissimi mazzi di fiori, cesti ricolmi di grappoli d’uva allettanti, vassoi traboccanti di mele variopinte, di pesche trasudanti gocce di succhi di cui è facilmente immaginabile il soave profumo e il gradevole sapore. Per queste opere sarebbe molto più adatto il termine “Nature vive”! In realtà, come riporta Norbert Schneider, uno specialista nello studio critico di questo settore artistico, alcuni degli autori di queste opere erano consapevoli del loro vero significato: Jordaens per esempio indicava il suo capolavoro, in cui Pomona riceve offerte di grappoli di uva, come Allegoria della fertilità. L’influenza in Italia dei pittori fiamminghi autori di nature morte fu favorita dal fatto che Alessandro Farnese, figlio di Ottavio Farnese e Margherita d’Asburgo, ricoprì la carica di governatore dei Paesi Bassi dal 1577 al 1592. Egli e i suoi amici e collaboratori collezionarono diverse opere di tale genere. Esse divennero presto di moda, tanto da invadere, alla fine del ’500, le quadrerie delle principali raccolte italiane. Un crogiolo di queste nuove correnti pittoriche fu Cremona, per questo definita dai critici d’arte l’Anversa italiana. Non c’è quindi da stupirsi che, tra i più significativi pittori di nature morte del nostro Paese, ci siano i Campi, nati e operanti appunto a Cremona, in particolare Vincenzo (1536-1591). L’atteggiamento della fruttivendola nella tela conservata nella pinacoteca di Brera a Milano (inv. n. 333), che mostra al cliente con orgoglio uno splendido grappolo di uva nera, tolto da una tinozza ricolma di tali frutti, è espressione del nuovo modo d’interpretare la realtà. Quello stesso che animava il Gallo e il Tarello, centrato sull’esaltazione e sul rinnovo dell’agricoltura. Si sono distinti, tra gli artisti italiani che dipinsero nature morte, altri conterranei dei Campi, in particolare Panfilo Nuvolone (15811651) e suo figlio Carlo (1609-1661). Tuttavia la nascita in Italia dell’arte delle nature morte, intesa come forma artistica indipendente, la si deve assegnare al già citato Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1571-1610), in quanto originario da questa località lombarda. Fu la realizzazione del suo straordinario capolavoro, lo stupendo canestro di frutti dipinto a cavallo tra il 1597 e l’anno successivo, che gli fece meritare tale primato. Il fitopatologo prof. Elio Baldacci, nelle sue lezioni all’Università di Milano (anni ’50-’70 del ’900), soleva ripetere che tale opera era una sintesi, un piccolo trattato visivo sulle malattie della vite e degli altri alberi fruttiferi, per l’esattezza e la precisione con cui Caravaggio vi aveva illustrato su foglie e frutti i sintomi delle varie malattie: la mela appare bacata, gli acini dell’uva e la buccia delle pere portano i segni specifici provocati dai vari parassiti e così via. Questo capolavoro, ora conservato all’Ambrosiana di Milano, era stato inviato dal Cardinale Del Monte, estimatore e protettore del Caravaggio, al Cardinal Federico Borromeo. Un’altra famosa natura morta di questo pittore è il Fanciullo con Canestro di Frutta, conservato nella Galleria Borghese di Roma, da lui elaborato, come pure il Bacchino Malato, con identica precisione, quasi fotografica, nei primi anni ’90 del ’500. Altro pittore lombardo di nature morte fu Giuseppe Arcimboldo (1527-1593), famoso per i suoi bizzarri ritratti di imperatori (Rodolfo d’Austria) e di altri personaggi, realizzati come composizione di frutti con grappoli d’uva. Alla scuola caravaggesca fiorentina, appoggiata dalla Corte Medicea, appartennero stimati pittori di nature morte, quali Filippo Napoletano (1587-1629), Giovanna Garzoni (1600-1670), specializzata in lavori a tempera su cartapecora, e Bartolomeo Bimbi (1646-1729), realizzatore, oltre al resto, di 24 tele con ogni specie di frutti, dall’uva agli agrumi. Importante anche la scuola caravaggesca napoletana, con artisti di rilievo quali Luca Forte. Nelle sue nature morte egli sapeva raffinare i suoi dipinti abbinando alla rappresentazione dei frutti quella dei fiori. Tra i pittori di nature morte, talora influenzati da correnti post caravaggesche, è da citare anche il genovese Bernardo Strozzi (15811644). L’arte delle nature morte prosegue ben oltre il ’600, tanto che Umbro Apollonio, nella sua monografia La natura morta nella pittura italiana, a p. 79 viene a dichiarare che “Il vero secolo delle natura morta è il Novecento”. Ma poi precisa che nei dipinti di questo secolo “gli elementi della realtà oggettiva… restano privati della loro forma tangibile per vivere solo in quanto esponenti lirici, oppure in quanto… ricevono funzioni allusive… così le nature morte ‘metafisiche’ di Giorgio De Chirico (1888) oppure di Carlo Carrà (1881)… Nelle nuove nature morte… (quelle realizzate) da Gino Rossi (1884-1947)… a Filippo de Pisis (1896-1956)… gli oggetti diventano vere e proprie figure… su di esse si esercita… il processo astrattivo”. Ecco che allora chi vuol ritrovare la realtà oggettiva e le forme tangibili deve rifugiarsi nei modelli plastici di frutti e grappoli oltremodo concreti, realizzati anche per motivi pratici (la distinzione delle varietà per l’insegnamento della frutticoltura e viticoltura non solo nelle scuole professionali, ma anche nelle aule universitarie). Stiamo riferendoci ai modelli in gesso o cera di Antonio Piccioli (1794-1842) e di Garnier Valletti (1808-1889), ai disegni della Pomona Italiana di Giorgio Gallesio (1772-1839), opere non prive anche di un rilevante valore estetico. Se essenziali, sia per la formazione culturale degli operatori viticoli, sia per la comprensione del significato e della rilevanza della viticoltura, sono i musei che ne illustrano le vicende e la storia, è evidente che anche a questo settore dovrebbero essere dedicati opportuno spazio e attenzione.

 


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