Volume: l'uva da tavola

Sezione: coltivazione

Capitolo: produzione sostenibile

Autori: Ettore Capri, Angelo Moretto

Introduzione

L’uva da tavola è una coltivazione che comporta un rischio per il territorio e per l’uomo. Il rischio per il territorio è dovuto all’uso delle risorse naturali, fossili, chimiche e biologiche. Come tutti i fenomeni di carattere spazio-temporale a base biologica, se le risorse sono utilizzate in modo oculato il consumo può produrre ricchezza, i cosiddetti servizi eco-sistemici, migliorando le funzionalità ecosistemiche vantaggiose per le comunità di organismi residenti – uomo compreso – e le attività produttive tecnologiche (obiettivi di sostenibilità). Il rischio per l’uomo è dovuto all’uso di sostanze potenzialmente pericolose che possono mettere a rischio la salute degli operatori, dei residenti, degli astanti e dei consumatori qualora il loro utilizzo non si effettui correttamente, cioè non seguendo le indicazioni di buona pratica agricola riportate in etichetta. Ma in un mercato che pretende prezzi più bassi, le aziende che adottano programmi di sostenibilità realizzano maggiori benefici? Sembra di sì, soprattutto nel medio-lungo periodo. Molti esperti ritengono che la gestione sostenibile della coltivazione dell’uva da tavola sia la condizione per la sopravvivenza della coltura in alcuni territori particolarmente sensibili al rischio ambientale, dove la coltura è concentrata su superfici elevate.

Uso sostenibile degli agrofarmaci

La definizione universalmente accettata di sostenibilità è quella fornita nel 1987 dalla Commissione Mondiale delle Nazioni Unite per l’Ambiente e lo Sviluppo che, nel tentativo di dipanare l’apparente conflitto tra sviluppo e tutela dell’ambiente, ha definito sostenibile lo “sviluppo che è in grado di garantire le necessità del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di fare altrettanto”. In viticoltura, quindi, si tratta di definire un insieme di pratiche agronomiche sensibili all’ambiente e alle richieste sociali del territorio che siano, al tempo stesso, dotate di fattibilità pratica ed economica. In questo contesto, pur essendo ardua una definizione condivisa di viticoltura sostenibile, la medesima può essere ragionevolmente configurata come “quella viticoltura che, a un’irrinunciabile qualità del prodotto, associa resa remunerativa, contenimento dei costi di produzione e rispetto per l’ambiente e per la salute dell’uomo”. Il limitato spazio editoriale concesso ci permette di presentare al lettore un solo caso concreto che riguarda la difesa fitosanitaria, ossia l’uso sostenibile degli agrofarmaci declinato a ridurre i rischi per l’ambiente e per l’uomo nel rispetto di una produzione economicamente remunerativa. Un programma di sostenibilità completo di un’azienda agricola deve riguardare l’insieme di variabili e fattori produttivi contestualizzati in un processo proattivo di gestione oltre gli agrofarmaci. Gli agrofarmaci sono, attualmente, il principale mezzo di difesa contro le maggiori avversità che colpiscono le produzioni agrarie e forestali. Il loro impiego, seppure evidentemente vantaggioso, implica dei rischi sia per l’uomo sia per l’ambiente. L’uso responsabile di questi prodotti può limitare tali rischi. I miglioramenti della tecnica perseguiti finora per rendere sostenibile tale impiego sono stati accompagnati da adeguamenti normativi orientati allo scopo quali la Strategia tematica per l’uso sostenibile dei pesticidi che si concentra sulla fase di utilizzo effettivo degli agrofarmaci, colmando una carenza dell’attuale quadro giuridico. È stata adottata dalla Commissione Europea il 12 luglio 2006. Gli Stati Membri hanno quindi l’obbligo di integrare le misure indicate nella strategia nella legislazione nazionale, nell’arco di 2 anni (fine 2011), per gestire correttamente ogni singola fase d’interazione dell’agrofarmaco con l’ecosistema: dalla creazione allo smaltimento, fase di utilizzo compresa. Il raggiungimento di questi obiettivi è perseguito attraverso una serie di misure delle quali le più importanti prevedono l’adozione di norme per limitare le fonti di inquinamento diffuso e puntiforme, l’elaborazione a livello comunitario di norme generali di difesa integrata delle colture per garantire un utilizzo più eco-compatibile di tutti i mezzi disponibili per la protezione delle colture, la riduzione del rischio per il consumatore e l’operatore. Il raggiungimento di questi obiettivi richiede l’adozione di strategie d’identificazione e caratterizzazione dei pericoli e dei rischi in ogni fase del ciclo di vita del prodotto fitosanitario, dall’acquisto al consumo.

Protezione delle acque

Sebbene i rischi ambientali derivanti dall’uso degli agrofarmaci siano diversi, maggiore attenzione deve essere rivolta alla protezione delle acque perché ecosistemi sensibili e perché alimento anche dell’uomo. Durante il ciclo di vita aziendale di un agrofarmaco possono realizzarsi inquinamenti diffusi o puntiformi delle acque. Durante la distribuzione degli agrofarmaci per la difesa della coltura si determina una contaminazione diffusa in campo, sul suolo e sulle piante, e nei comparti ambientali limitrofi. Gli agrofarmaci sono autorizzati all’uso tenendo conto di queste contaminazioni che, in condizioni di uso corrette, non rappresentano un rischio inaccettabile per la salute dell’uomo e degli organismi viventi. Talvolta, in condizioni particolari, gli eventi climatici e pedologici possono aumentare tali contaminazioni come nel caso di erosione, scorrimento superficiale, drenaggio laterale, sommersione, causando fenomeni d’inquinamento e quindi danno. Sono invece definite contaminazioni ambientali di tipo puntiforme le sorgenti di contaminazione di origine aziendale caratterizzate dal fatto che il contatto tra l’agrofarmaco e la matrice ambientale avviene su una superficie ridotta ma ad alte concentrazioni. Le sorgenti di contaminazione puntiforme sono, teoricamente, facilmente identificabili e controllabili, ma producono esposizioni molto elevate, dell’ordine di milligrammi o grammi e quindi potenziali rischi elevati per gli organismi non bersaglio. A titolo di esempio si pensi che una perdita di 2 millilitri di miscela al 50% può contenere 1 grammo di principio attivo in grado di contaminare, a concentrazioni superiori al limite di potabilità (0,1 μ/l), 1000 m3 d’acqua, pari a un lago di 1 ha e di 1 metro di profondità. Tra il 2005 e il 2006 la Commissione Europea ha adottato una serie di Strategie tematiche che affrontano diverse questioni ambientali, che comporteranno una serie di cambiamenti a livello normativo e investimenti da parte degli Stati Membri. Il capitolo 4, art. 12, della Strategia tematica per l’uso sostenibile dei pesticidi precedentemente esposta prevede l’adozione da parte di tutti gli Stati Membri di Misure per garantire la sicurezza dell’operatore e dell’ambiente durante la fase di gestione aziendale e distribuzione degli agrofarmaci. Le possibili fonti di inquinamento puntiforme del suolo e delle acque riguardano tutte le attività che prevedono la manipolazione degli agrofarmaci da parte degli operatori: le perdite durante il trasporto, lo stoccaggio, la preparazione della miscela, lo smaltimento della miscela residua nell’irroratrice a fine trattamento, quello delle acque per il lavaggio interno ed esterno delle macchine e dei contenitori vuoti degli agrofarmaci. Nel corso dell’anno 2008-09 è stato avviato, in alcune province dell’Emilia-Romagna, uno studio sulla gestione degli agrofarmaci all’interno dell’azienda agricola che ha avuto come scopo anche la verifica dell’applicazione di alcune Misure definite dalla Strategia tematica per l’uso sostenibile dei pesticidi, quali la limitazione delle fonti di inquinamento puntiforme. L’indagine ha evidenziato lacune comuni a tutte le tipologie aziendali considerate. Si conferma che i principali aspetti su cui focalizzare l’attenzione sono: – l’età del parco macchine aziendale e la taratura; – la struttura dei locali adibiti a deposito degli agrofarmaci; – le operazioni di riempimento della macchina irroratrice; – le operazioni di pulizia della stessa a fine trattamento; – le operazioni di gestione dei prodotti reflui del trattamento. La sensibilizzazione e la formazione degli operatori sulla corretta gestione e manipolazione degli agrofarmaci rappresenta la più efficace forma di mitigazione. Questo implica anche l’adeguamento delle infrastrutture aziendali e delle attrezzature. Questo aspetto è stato ampiamente dimostrato da uno studio condotto in Svezia, della durata di 10 anni, volto a monitorare e valutare l’efficacia dei programmi di mitigazione adottati per il controllo delle sorgenti di contaminazione puntiformi. Il monitoraggio per i primi tre anni ha dato valori di concentrazioni nelle acque di falda dell’ordine di 30 μg/l. L’intervento pubblico con incentivi economici ha portato a una drastica riduzione dei valori. Recentemente l’Unione europea ha finanziato un progetto triennale denominato TOPPS (Train the operator to prevent pollution from point sources), che coinvolge numerosi soggetti (operatori agricoli, tecnici di campo, distributori di agrofarmaci, costruttori di macchine irroratrici, compagnie di distribuzione dell’acqua potabile, Arpa regionali) che si propone di sensibilizzare e di formare gli agricoltori e i tecnici del settore al fine di ridurre in misura consistente l’inquinamento puntiforme da agrofarmaci nelle acque. A tal fine sono state prodotte delle linee guida di Buone Pratiche Agricole per la corretta gestione degli agrofarmaci nelle aziende agricole. Un’altra possibile forma di mitigazione delle sorgenti puntiformi sono i sistemi biologici di depurazione. Le acque contaminate vengono fatte passare attraverso dei filtri costituiti da materiale organico di varia provenienza e quindi scaricate e depurate nel suolo o nei corsi d’acqua. Questi filtri biologici sono comunemente denominati letti di decontaminazione biologica (Biobed, Phytobac®, Biomassbed, Heliosec® i più noti) e la loro capacità di ritenzione dipende dalle caratteristiche chimico-fisiche degli agrofarmaci, dal contenuto e dalla qualità della sostanza organica. L’adsorbimento sarà maggiore per agrofarmaci con valori elevati di Koc (costante di adsorbimento del carbonio organico) mentre il maggior contenuto di biomassa microbica e le elevate temperature che si instaurano sono i fattori responsabili della maggiore capacità degradativa rispetto al suolo. Questi impianti in generale sono molto efficaci ma devono essere dimensionati e utilizzati correttamente. La promozione di soluzioni con un reale impatto richiede comunque un approccio interdisciplinare (la collaborazione tra diversi operatori del settore: agricoltori, industria, amministratori ecc.) e l’integrazione di conoscenze di tipo differente che includa anche una reale conoscenza del territorio su cui si opera. Infatti l’operatore agricolo rappresenta solo uno degli attori di tutto il processo, anche se è evidente che gioca un ruolo fondamentale nella determinazione del livello di contaminazione, in quanto decide sia il tipo e i tempi di trattamento, sia le modalità di applicazione ecc., andando quindi a incidere sul risultato finale.

Lotta integrata

I principi generali di lotta integrata per l’uso sostenibile dei pesticidi (art. 14, 372/2006 emendamento 7/01/2009) diventeranno obbligatori nel 2014. Ogni Paese membro ha l’obbligo di “informare, produrre informazioni e fornire gli strumenti necessari” all’utilizzatore professionale e sviluppare linee guida. Attività questa già avviata da diversi anni in Italia dove esiste già una certificazione nazionale per la Produzione Integrata e le attività sono realizzate attraverso i Servizi Fitosanitari Regionali e i Centri di Assistenza locali. Particolare attenzione deve essere rivolta ai requisiti minimi obbligatori di seguito riassunti. – Misure per la prevenzione e/o soppressione degli organismi nocivi. Questo principio può essere perseguito con diverse modalità. In pratica si suggerisce l’adozione di soluzioni tecniche a basso impatto ambientale che nel contempo consentano anche una riduzione dell’impiego degli agrofarmaci. Molta importanza viene attribuita alla rotazione colturale. Sono suggeriti, inoltre, l’utilizzo di adeguate tecniche colturali per ridurre la sensibilità delle piante alle avversità; l’uso, ove appropriato, di cultivar resistenti/tolleranti; l’uso di semente o materiale di propagazione certificato; la protezione degli organismi utili mediante l’utilizzo di infrastrutture ecologiche poste all’interno o all’esterno del sito di produzione. Questo elenco non è esaustivo ma vuole essere un’indicazione dei suggerimenti e delle diverse opzioni a disposizione dell’utilizzatore professionale. – Adeguati strumenti e metodi per il monitoraggio che prevedono osservazioni in campo, sistemi di allerta e diagnosi precoce ove esistenti. È previsto l’uso di modelli previsionali epidemiologici nonché il supporto di consulenti specializzati e qualificati. Diventa importante la collaborazione tra tutti gli operatori del settore. – Valori soglia come base per le valutazioni/decisioni strettamente correlate ai monitoraggi. Questo punto è particolarmente importante in quanto l’utilizzatore professionale è colui che decide i tempi e le modalità dell’intervento, determinando la pressione ambientale. Per questo deve essere adeguatamente supportato. L’utilizzatore professionale deve essere in grado di decidere se e quando intervenire. – Utilizzo preferenziale dei metodi non chimici se in grado di garantire un controllo soddisfacente del danno. – Selettività del principio attivo utilizzato. In caso di trattamento la scelta dell’agrofarmaco deve ricadere sul principio attivo più selettivo e con il minor impatto sugli organismi non bersaglio, l’ambiente e l’uomo. – Riduzione dell’uso degli agrofarmaci ai livelli minimi necessari per esempio con riduzione della dose e della frequenza di applicazione. Anche questo punto è strettamente correlato all’informazione proveniente dal monitoraggio e dai valori soglia. – Applicazione di strategie per prevenire forme di resistenza, qualora il problema sia noto e siano richiesti più trattamenti per la soppressione degli organismi. – Registrazione, monitoraggio e documentazione dei risultati conseguiti. Basati sulla registrazione degli agrofarmaci impiegati e sulle informazioni provenienti dal monitoraggio degli organismi dannosi. L’utilizzatore dovrebbe essere in grado di valutare il successo delle strategie di lotta applicate.

Sicurezza alimentare

“Was ist das nit Gift ist? Alle Ding sind Gift, und nichts ist ohn Gift; allein die dosis machts, daß ein Ding kein Gift ist”. Da Dritte Defension (1538) di Theophrastus Philippus Aureolus Bombastus von Hohenheim (1493-1541), meglio noto come Paracelso. “Cosa vi è che non sia tossico? Tutto è tossico e nulla senza tossicità. Solo la dose rende una sostanza non tossica”. Quest’affermazione esprime un concetto fondamentale che sempre dobbiamo ricordare quando parliamo di tossicità e rischio di effetti tossici per l’uomo (e per l’ambiente) in seguito a esposizione a sostanze: il concetto che gli organismi possono gestire o adattarsi, alla presenza di sostanze senza che compaiano effetti tossici, purché non sia superata una certa quantità (dose). Tutti i composti chimici hanno la potenzialità di causare effetti tossici; anche costituenti normali del nostro organismo, quale è l’acqua, se assunti in quantità eccessive causano effetti tossici. Pertanto, questo principio è il fondamento della possibilità che abbiamo di identificare e stabilire le condizioni che ci permettano di accettare la presenza di elementi estranei negli alimenti o nel nostro ambiente di vita e lavoro. Presupposto fondamentale per definire accettabile un’esposizione è che questa sia inferiore alla dose che causa effetti tossici: quanto l’esposizione dovrà essere inferiore a questa dose dipenderà dalla valutazione delle caratteristiche tossicologiche della sostanza e dalla quantità delle informazioni disponibili. Il processo con il quale si giunge alla definizione della dose che riteniamo accettabile è definito valutazione del rischio. La valutazione del rischio è convenzionalmente suddivisa in identificazione e caratterizzazione del pericolo e nella caratterizzazione dell’esposizione; semplificando: rischio = pericolo × esposizione.

Identificazione e caratterizzazione del pericolo
I pericoli posti dagli agrofarmaci sono identificati (quale effetto tossico) e caratterizzati (a quale dose e con quale gravità, relazione dose-risposta) mediante studi tossicologici su animali e, talora, su volontari, e con studi in vitro. Prima della loro commercializzazione, gli agrofarmaci sono, per legge, sottoposti a numerosi test tossicologici e la quantità di informazioni che si ottengono è notevolmente superiore a quella generalmente disponibile per altre sostanze, compresi i farmaci. La relazione dose-risposta permette di identificare la dose alla quale non sono osservabili effetti avversi. Tale dose è detta NOAEL (No Observable Adverse Effect Level), che sarà il punto di partenza per la determinazione del limite di esposizione (per esempio Acceptable Daily Intake ADI ovvero la dose giornaliera accettabile, Acute Reference Dose - ARfD, ovvero la dose acuta accettabile, Acceptable Operator Exposure Level - AOEL, ovvero la dose accettabile per l’operatore agricolo). Al NOAEL sono applicati dei fattori demoltiplicativi detti di sicurezza, incertezza o valutazione, a seconda degli enti valutatori e delle legislazioni. L’uso di questi fattori (generalmente si usa un fattore 100) è dettato dalla necessità di ovviare alle incertezze e alle carenze di informazione insite nella definizione del NOAEL nell’animale da esperimento. Queste comprendono, fra le altre, incertezze sulla variabilità della risposta fra gli individui della stessa specie, sulla possibilità di applicare all’uomo le informazioni ottenute sull’animale da esperimento, sulla significatività statistica e/o biologica di quanto osservato, sulla qualità dei dati.

Stima dell’esposizione
Il secondo fattore dell’equazione che definisce il rischio è l’esposizione. Pertanto è necessario definire l’esposizione della popolazione attraverso i residui negli alimenti e quella dell’operatore agricolo durante la sua attività lavorativa. Per stimare l’assunzione di residui di agrofarmaci sono necessarie informazioni sulla dieta e sulla concentrazione dei residui negli alimenti. Un primo grossolano approccio, che sovrastima notevolmente l’assunzione di residui, è quello che suppone che tutti i prodotti alimentari di cui ci cibiamo contengano residui ai livelli massimi di residuo (LMR); i LMR sono stabiliti sulla base dei livelli misurati in prodotti alimentari che sono stati trattati in modo corretto con l’agrofarmaco. Questi livelli, quindi, rappresentano i livelli massimi che ci si attendono se gli agrofarmaci sono utilizzati secondo le indicazioni riportate in etichetta. In questa fase, due fattori causano una stima per eccesso dell’esposizione: ovvero che tutti i prodotti alimentari per i quali l’agrofarmaco deve essere o è stato autorizzato siano stati trattati con quell’agrofarmaco e che tutti contengano residui pari al LMR. Se, sulla base di queste stime per eccesso, l’assunzione di residui risulta essere superiore al limite stabilito, si può procedere a stime più precise mediante l’uso di valori medi e non massimi, o dei dati di monitoraggio dei residui negli alimenti in commercio. Al termine di questo processo, l’agrofarmaco può essere o meno autorizzato, ne può essere limitato l’uso o possono essere introdotti dei fattori correttivi nell’uso. Per quanto riguarda l’esposizione del lavoratore agricolo durante l’uso dell’agrofarmaco, sono possibili delle stime sulla base di modelli, o più raramente sulla base di studi specifici condotti durante la normale attività lavorativa. Questa stima è quindi confrontata con il limite (AOEL) e se l’esposizione stimata è inferiore all’AOEL, e quindi accettabile, l’agrofarmaco è autorizzato. Sulla base di queste stime e delle caratteristiche del prodotto sono fornite, se necessario, indicazioni sulle precauzioni e i mezzi di protezione che il lavoratore dovrà obbligatoriamente utilizzare.

Monitoraggio dei residui e problema delle miscele
In tutti gli stati membri dell’Unione europea, gli alimenti sono regolarmente controllati per la presenza di residui di agrofarmaci. I dati degli ultimi anni indicano che in oltre il 50% degli alimenti analizzati non c’erano residui misurabili, e che nel 3-5% dei casi i residui eccedevano il LMR. In Italia, il Ministero della Salute riporta nel 2007 circa l’1% di campioni irregolari. Pertanto, la stima dell’assunzione di agrofarmaci basata su questi dati è inferiore, spesso molto inferiore, a quella calcolata in fase di registrazione, come sopra descritto. Gli stessi dati però indicano inoltre che alcuni alimenti, fra i quali l’uva, contengono più di un residuo. Quindi, la preoccupazione derivante dalla possibilità che avvengano effetti avversi legati all’assunzione di più sostanze contemporaneamente o nell’arco di breve tempo (effetto della miscela) è alla base dell’inclusione nel Regolamento Europeo (EC) 396/2005 sui residui della richiesta di sviluppare metodologie per valutare questo tipo di esposizione. Diversi effetti possono derivare dalla presenza di più sostanze, che i tossicologi hanno descritto e classificato: semplificando, ci possiamo attendere che le sostanze non interagiscano fra loro, che sommino i loro effetti, o che l’effetto risultante dalla presenza di più di una sostanza sia di potenziamento (o sinergia) dei singoli effetti. L’effetto di riduzione non ha rilevanza per la salute pubblica o almeno non pone preoccupazioni. L’occorrenza di un effetto additivo o di potenziamento pone invece degli interrogativi sia ai ricercatori sia a chi deve disciplinare l’uso degli agrofarmaci. L’evidenza sperimentale disponibile indica che quando tutti i composti della miscela sono presenti a dosi che, se somministrate da sole, non causano effetti tossici, non si osserva tossicità derivante da potenziamento o sinergia. Quindi, considerando i livelli di residui misurati negli alimenti, non pare indispensabile condurre la valutazione di questo tipo di rischio. L’attenzione dei ricercatori e degli enti che eseguono le valutazioni del rischio, invece, si è rivolta principalmente ai possibili effetti additivi dei residui negli alimenti di agrofarmaci che causano lo stesso effetto tossico (modo d’azione simile). Il problema è quindi quello di identificare quali sostanze raggruppare per valutare quindi il rischio cosiddetto cumulativo (cumulative assessment group - CAG). Alcune valutazioni cumulative sono state già fatte soprattutto per gli esteri organofosforici da soli (in USA) o con i carbamati (in UK, DK, NL), per le triazine, le cloroacetanilidi, i carbamati da soli (in USA). Nessuna di queste valutazioni ha sollevato preoccupazioni per la presenza di rischi inaccettabili. In particolare, le valutazioni per gli esteri organofosforici (e carbamati) fatte da diversi organismi, anche se condotte con metodi e criteri non omogenei, non hanno portato a risultati significativamente diversi. L’identificazione di altri CAG è sicuramente uno dei non semplici problemi tossicologi da affrontare in futuro, e l’European Food Safety Authority (EFSA) ha in corso questo processo di identificazione. Una volta identificati i CAG, poi, ci sono più metodi per compiere una valutazione del rischio cumulativo. In generale, tutti i metodi utilizzano gli stessi dati, ma differiscono nel modo di presentarli ed elaborarli. In conclusione, le informazioni sulle caratteristiche tossicologiche ed ecotossicologiche (qui non discusse) degli agrofarmaci che in questo momento sono in uso nell’Unione Europea sono molto estese. Inoltre abbiamo molti dati sulla loro presenza come residui negli alimenti, sia sulla base di studi controllati, sia per i dati di monitoraggio sugli alimenti in commercio. È quindi ragionevole ritenere che i composti immessi in commercio non presentino rischi per la popolazione generale e per i lavoratori agricoli. Da notare che l’attività di valutazione degli agrofarmaci introdotta con la Direttiva 414 del 1991 ha portato a una riduzione rilevante dei principi attivi autorizzati in Europa: infatti, dei circa 1000 presenti nel 1991 ne sono stati autorizzati, a settembre 2009, poco più di 350, ai quali vanno aggiunti i meno di 100 che sono in corso di valutazione. È necessario però che se le indicazioni d’uso su dosi e modo di applicazione siano seguite correttamente, così come indicato nell’etichette dei prodotti in commercio. Solo così gli agrofarmaci non rappresenteranno un rischio significativo per la popolazione (e per l’ambiente). È però evidente che solo un adeguato sistema di controllo e vigilanza sul territorio, peraltro previsto da normative europee e nazionali, può garantire, assicurare e verificare il rispetto delle norme, e quindi la sicurezza dei consumatori e dei lavoratori.


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