Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: “Pataturismo”: utopia o realtà?

Autori: Magda Antonioli Corigliano

Italia. Il Paese del buon vino. Il Paese del buon olio. Il Paese delle… buone patate? Perché no? L’Italia vanta un turismo legato ai prodotti enogastronomici, tipici delle proprie tradizioni, di tutto rilievo e in costante crescita a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Sia nelle componenti trasversali che compongono qualsiasi forma turistica alla voce ristorazione, sia quale segmento turistico specifico, ovvero di chi si mette in viaggio per scoprire usi, tradizioni e ricette, l’enogastronomia contraddistingue sempre più l’offerta turistica nazionale, e va ad aggiungersi a tutti gli effetti in quel già vasto e variegato patrimonio di risorse culturali che a tutto tondo contraddistingue la nostra terra. Accanto a prodotti per così dire primari, quali: vino, olio, formaggi, salumi, solo per citarne alcuni, i singoli territori offrono un vasto insieme di prodotti definibili di nicchia, fra i quali trova posto anche la patata. Se guardiamo alla “quantità”, l’Italia non brilla in Europa né dal punto di vista della produzione, né dal punto di vista del consumo: ne produciamo una quota inferiore al 5% di quella europea totale (dati FAO 2009), con un consumo pro capite annuo intorno ai 40 kg, a fronte di valori almeno doppi nel resto d’Europa (dati Coldiretti 2009). Pur non identificando tipicamente la cucina come avviene per buona parte dei Paesi del Centro e del Nord Europa ‒ come per esempio per la realtà inglese (fish & chips), belga (moules et pommes frites), nonché tedesca (knödel) ‒ nel nostro Paese e sebbene meno presente nell’immaginario collettivo, la patata contribuisce comunque a qualificare varie aree, dei cui piatti tipici costituisce la base. Se ne vantano infatti ben 47 varietà iscritte tra i “Prodotti Agroalimentari Tradizionali” riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari, appunto in quanto produzioni consolidate nel tempo secondo regole tradizionali e omogenee per tutta l’area interessata. Solo la Valle d’Aosta, la Sardegna e le Marche, pur essendo comunque aree di coltivazione delle patate, non figurano tra i territori di provenienza di questi tuberi “speciali”. Per contro, Veneto, Liguria, Piemonte e Toscana si collocano al vertice della classifica per numero di varietà identificate. Patate “di nicchia” sono quindi diffuse in tutto lo Stivale: dalla patata di Campodolcino in Lombardia a quella lunga di San Biase in Molise, dalla patata di Leonessa nel Lazio a quella della Sila in Calabria, solo per citarne alcune. Nella lista stilata dal Ministero si trovano poi in particolare due varietà di patata ‒ quella quarantina coltivata sulle alture dell’entroterra genovese in Liguria e quella rossa di Cetica in Toscana ‒ inserite da Slow Food tra i prodotti dell’Arca del Gusto, vale a dire tra quei prodotti di eccellenza gastronomica a rischio di estinzione ma con reali potenzialità produttive e commerciali, quindi particolarmente da tutelare, promuovere e far conoscere. Allora, l’Italia (tutta) sembra dunque avere le carte in regola per poter essere definita, e quindi promossa, anche come un “Paese delle buone patate”. La minore necessità di acqua e di terreno rispetto ad altre coltivazioni ha favorito la diffusione del tubero ‒ da nord a sud ‒ in quasi tutte le regioni italiane. Le peculiarità chimico-fisiche dei terreni di coltura, il microclima delle aree di produzione e processi di lavorazione specifici hanno invece favorito la produzione con connotazioni organolettiche diverse in funzione dei territori di provenienza. Italiana per livello di diffusione sul territorio nazionale, la patata (nelle sue molteplici varietà) ha quindi caratteristiche tali da renderla espressione delle specifiche realtà geografiche. A sottolineare l’ulteriore vincolo con i territori di produzione ‒ soprattutto nella loro dimensione storica, culturale e sociale ‒ risulta essenziale il diverso uso che delle patate è stato fatto nelle cucine locali. Solo per citarne alcuni: ripieno mescolato al formaggio nei culurgiones (ravioli tipici dell’Ogliastra in Sardegna), sostituto della farina nel celeberrimo pane di patate della Garfagnana (presidio Slow Food in Toscana), ingrediente principale della tiedda (piatto della tradizione culinaria barese a base di riso, cozze e patate). Un motivo in più quindi per inserirla nella ristorazione e nei driver del turismo enogastronomico. Precisi connotati storico-culturali e materiali segnano, dunque, l’appartenenza di questa coltura e dei piatti che da loro derivano a determinati territori tanto da poterli caratterizzare come prodotti tipici e di tradizione di quei luoghi e in quanto tali risorse preziose da poter utilizzare per promuovere il turismo, per entrare nei disciplinari delle strade e dei percorsi del gusto, legando così la tradizione agroalimentare al paesaggio, all’ambiente naturale, alla storia, alla cultura e al genius loci del territorio. Tuttavia non si trascuri che, se tutte le località capaci di trasmettere ai propri prodotti una specifica identità culturale possono essere considerate come potenziali destinazioni di turismo enogastronomico, affinché abbiano quel giusto riconoscimento dettato dalla domanda – che si traduce in volume di visite e debito riconoscimento oggettivo ‒ devono di fatto necessariamente essere corredate da altrettante idonee informazioni e adeguate notizie che il turista va ricercando. Un prodotto tipico (sia esso la patata o altro) e il suo territorio di produzione non sono però di per sé sufficienti a soddisfare le aspettative del turista enogastronomico. Il turista enogastronomico non vuole solo trovare prodotti di qualità, ma si aspetta di assaporare i piatti della cucina tipica, di incontrare i produttori, di essere trattato ovunque con cortesia e di vivere la località ricercando un contatto diretto e immediato con tutti i suoi elementi di identità culturale. Per promuovere il turismo enogastronomico, non bastano quindi una forte integrazione tra prodotto e territorio e la garanzia della qualità e della tipicità delle produzioni, ma è necessario garantire la qualità dell’accoglienza (dalla ricettività in contesto rurale ai resort di estremo livello), la professionalità degli operatori (turistici e non), la promozione con altre forme di turismo, per così dire, lungo tutta la filiera che contraddistingue l’interfaccia con il fruitore/turista. È solo attraverso la corretta integrazione tra enogastronomia e territorio, intesa come una rete fra tutti gli elementi che contraddistinguono il passaggio fra le terre e le produzioni tipiche, che è possibile promuovere un turismo delle patate. Di fatto non esiste oggi in Italia un “pataturismo”, ma promuovere un turismo enogastronomico legato alle produzioni di patate di nicchia non è un’utopia, come testimonia anche il successo dei numerosi eventi in onore del tubero organizzati da quasi trent’anni nelle diverse aree di produzione: dalla sagra del Bartolaccio a Tredozio in Emilia-Romagna a quella della patata a Oreno di Vimercate in Lombardia, dalla sagra della patata quarantina a Roccatagliata in Liguria a quella delle patate fritte a Serra Pistoiese in Toscana, passando attraverso la sagra degli gnocchi a Montescudo in Emilia-Romagna e a quella della patata di Leonessa nel Lazio.


Coltura & Cultura