Volume: la patata

Sezione: paesaggio

Capitolo: patata in Trentino-Alto Adige

Autori: Giovanni Biadene

Habitat pataticolo trentino-tirolese

Per una coltura come la patata, che alla fine del Novecento occupava il 2% della superficie agraria nazionale, non è certo facile incidere significativamente sul paesaggio agrario, se non nei pochi comprensori in cui essa si afferma come particolarmente interessante dal punto di vista economico. Ma anche in tal caso ciò si verifica solo per un breve segmento del ciclo colturale, grazie soprattutto alla fioritura, manifestazione sempre più rara nelle nuove varietà. Ciò premesso, le due province di Trento e Bolzano, sia pure abbinate negli ultimi duecento anni di storia, hanno conservato caratteri propri piuttosto distinti, e questo si conferma anche per quanto riguarda la pataticoltura, benché di tale attività si sia occupata la medesima persona, il commendatore Giulio Catoni di Trento, che per due volte, a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu chiamato a operare nella difficile fase di transizione tra tre diverse forme politico-amministrative, vale a dire da quella asburgica a quella dittatoriale, e da questa all’attuale ordinamento democratico, sempre con l’apporto, proprio alla pataticoltura, di nuovi spunti di progresso, dimostrando così come una tecnica saggiamente applicata possa essere indipendente dalle questioni politiche.

Trentino

Riguardo al Trentino, sin dalla fine del secondo conflitto mondiale esso fu un importante bacino di produzione di tuberi soprattutto da consumo, sulla scia di due principi, uno ambientale, secondo il quale l’intero territorio provinciale era considerato “di montagna” e quindi particolarmente idoneo alla solanacea, e l’altro sociale, in quanto la patata rappresentava la chance di un incremento immediato del reddito, di cui necessitava proprio l’agricoltura delle montagne. I due motivi si accordarono perfettamente anche con le esigenze alimentari del periodo bellico dei primi anni Quaranta. La pataticoltura, benché propagandata in tutte le vallate trentine, si affermò soprattutto nell’alta Val di Non, grazie alla varietà scozzese Majestic, allora insuperata patata da montagna, che va oggi cercando di riscattarsi con una produzione locale di tuberi da seme, mentre nel resto del territorio provinciale la pataticoltura sopravvive a livello di consumo familiare o strettamente locale. Ma, concentrata nell’alta Val di Non, la patata finì con l’andare a contendere spazio alla rinnovata melicoltura: una lotta impari, quindi, tra una coltura erbacea annua e una arborea pluriennale, quest’ultima supportata da un’affermata organizzazione commerciale, per cui attualmente la pur abbondante, ma rasoterra, fioritura bianca, tipica della Majestic, si trova a rivaleggiare con la ben più aerea e vaporosa fioritura, altrettanto bianca, dei meleti.

Alto Adige

In Alto Adige si è cominciato a parlare di pataticoltura alla fine del primo conflitto mondiale: ce lo conferma una pubblicazione del 1918 della Camera di Commercio di Innsbruck, che descrive i risultati (positivi) del primo anno di sperimentazione della coltura in Val Pusteria, dove il tubero era ancora pressoché sconosciuto e il fabbisogno della clientela turistica, già allora alquanto numerosa, veniva soddisfatto con l’importazione dall’Austria. E probabilmente da quegli anni, quando si parla di patate tirolesi, si intendono le patate di questa vallata, che si è fatta un buon nome a livello nazionale, specie per la produzione di tuberi-seme, rappresentando praticamente la principale provenienza nazionale. In Pusteria il paesaggio caratteristico dei campi coltivati a patate si veste di un aspetto specifico dovuto proprio alle colture dei tuberi da seme, la cui produzione esige la distruzione anticipata della parte aerea dei cespi in piena vegetazione per la salvaguardia dello stato fitosanitario dei tuberi che ne derivano. È così che nel giro di pochi giorni gli appezzamenti destinati a seme, staccandosi improvvisamente dal mare verde che d’estate costituisce il vanto della valle – dovuto alla praticoltura, al mais da foraggio e soprattutto ai boschi, e nel quale le patate stesse scomparivano –, virano decisamente al giallo-bruno arricchendo il paesaggio agrario di queste nuove impreviste pennellate. In estrema sintesi, il paesaggio pataticolo del Trentino-Alto Adige si riassume nella coltivazione più intensiva, da consumo in Val di Non, e da seme in Val Pusteria. Per il resto si tratta di coltivazioni isolate, locali, familiari e persino di carattere hobbistico. In altre parole, se nei primi anni Cinquanta, scorrendo le campagne della regione, si incontravano nove campi di patate e uno di mais, attualmente il rapporto si è letteralmente invertito.


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