Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: Patata in Piemonte e Lombardia

Autori: Carlo Giani

Ho quasi sessant’anni ma ancora adesso, quando, sul finire di maggio, inoltrandomi in campagna vedo le distese bianche dei fiori di patate, provo un’emozione indicibile: una gioia grande, mista a nostalgia e a un po’ di malinconia. E tanti ricordi riaffiorano nitidi alla mia memoria.

Programmazione

A giugno, liberati i campi di grano dai covoni, vi si spargeva il letame, e poi mio padre, con un trattore innovativo per quei tempi, a cui agganciava un altrettanto innovativo aratro, provvedeva ad arare il terreno. Era fra questi campi che, per motivi di rotazione, si sarebbero scelti gli appezzamenti destinati, nella primavera successiva, alla coltivazione delle patate. E nelle grigie e fredde sere d’inverno, rivedo con chiarezza mio padre e nonno Rinaldo. Seduti al tavolo o accanto alla stufa in cui la legna scoppiettava per “fare la brace” da mettere nello scaldino del prete, mentre nell’aria si diffondeva il profumo delle mele che cuocevano nel forno della stufa, mio padre e mio nonno facevano un bilancio dell’annata e decidevano le colture e i campi a cui destinarle. Roncone, il campo dell’aia, la Caliera erano, ricordo, quelli destinati alle patate. Già allora era presa in considerazione la vocazione del terreno, poiché le patate migliori venivano, e vengono, solo in alcuni terreni. A volte nonno Rinaldo, fra l’altro premiato dal Ministero nel 1955 per l’aumento della produttività dell’azienda di famiglia, era in disaccordo con mio padre, e allora la discussione si protraeva fino a quando uno dei due riusciva a convincere l’altro. Io, seduto sul divano o intento a giocare, ascoltavo: ho ancora nelle orecchie le argomentazioni, e talvolta i toni accesi, di allora. Discutevano anche sulle varietà da seminare, all’epoca solo patate da consumo fresco: la Kennebec era quella su cui concordavano sempre. E poi si doveva decidere a chi ordinare il seme. Mio padre proponeva di rivolgersi a Saglia, un suo amico mediatore; nonno Rinaldo, invece, esprimeva la sua preferenza per un commerciante di un paese vicino.

Arrivo del seme

In ogni caso sul finire dell’inverno, in genere a febbraio, un vecchio camion arrivava a consegnare i sacchetti del seme delle patate. Veniva abbassata la sponda di legno, e i braccianti scaricavano i sacchi e li portavano nella “stanza del vino”. Non si trattava della cantina (per quella si scendeva sottoterra) ma di una stanza particolarmente fresca in cui venivano conservati i bottiglioni di vino. Lì, prendendoli per gli angoli, i sacchi venivano ammucchiati con ordine: erano di iuta spessa, e su ognuno spiccava la scritta HOLLAND. Questa dava loro un che di prezioso perché provenivano da un mondo per tanti, e soprattutto per me, lontano, misterioso e irraggiungibile. E su questo mondo mi capitava di fantasticare mentre mio padre, prima di ricoprire il mucchio con un telone, scuciva con attenzione alcuni sacchi per verificare la qualità del seme, non certo calibrato come ai giorni nostri.

Preparazione del seme

Quando il tepore della primavera scaldava l’aria, in cascina fervevano i preparativi per le semine. Al mattino io andavo a scuola ma, appena rientrato a casa, mi ingozzavo per poi gironzolare nell’aia a curiosare e a rendermi utile. Nel primo pomeriggio arrivavano la Delia, la Mari e la Giovannina per tagliare il seme. Avevano già iniziato al mattino scucendo con cura i sacchi per rovesciarne il seme sotto al portico, fino a formare un mucchio. Nel pomeriggio ognuna di loro continuava il lavoro riempiendo di patate la propria cesta. Tutte, poi, si avvicinavano al muro alla fine del portico, si sedevano ciascuna su di uno sgabello accostandosi la cesta e, dopo aver estratto un coltellino affilato dalle tasche dei grembiuloni, prendevano una patata e, rigirandola tra le mani ruvide e arrossate, guardavano attentamente i germogli per “decidere i tagli”: ogni patata, infatti, veniva divisa in tre o quattro pezzi, ognuno dei quali aveva il germoglio, e i pezzi venivano quindi sparsi sul fondo di terra battuta del portico perché dovevano asciugare. Mano a mano che le patate tagliate coprivano la terra battuta, le donne spostavano gli sgabelli all’indietro, verso l’apertura del portico, e poi riprendevano a riempire le ceste e a tagliare. Nel frattempo nonna Carolina, seduta in disparte, radunati accanto a sé i sacchi di iuta vuoti, ne scuciva i lati per aprirli completamente. Non si sprecava nulla. Anche i sacchi erano materiale prezioso: ricuciti insieme, come le toppe del vestito di Arlecchino, sarebbero serviti per preparare dei teloni utilizzabili per coprire gli stessi mucchi di patate, una volta raccolte, o per proteggere i filoni di tabacco dalle nebbie autunnali, o ancora per ricoprire i mucchi di mais sgranato, alla sera, quando veniva raccolto al centro dell’aia. Il giorno seguente sopra le patate tagliate venivano stese delle assi, e gli uomini, muovendosi in equilibrio su queste, con il rastrello rigiravano con attenzione i pezzi per farli asciugare.

Preparazione del terreno

Nei campi destinati alla coltura delle patate, gli uomini preparavano il terreno per la semina. Guidando il trattore che trainava l’erpice, passavano sulle zolle lasciate dall’aratura autunnale, e le rompevano per affinare il terreno fino a renderlo sciolto e uniforme.

Semina

Il giorno della semina era un andirivieni continuo. Quando tutto era pronto, si riempivano le ceste con le patate tagliate e poi le si caricavano su di un carretto di legno con le sponde, che veniva trainato sulla capezzagna del campo da seminare e lì sganciato; mio padre, guidando il trattore, tornava in cascina, agganciava la seminatrice e, con un’accelerata che lanciava fuori dal tubo di scappamento un pennacchio scuro di fumo, imboccava la stradina che correva fra i campi seguito dalla Delia, dalla Giovannina e dalla Mari; queste pedalavano di gran lena su biciclette che sussultavano a ogni buca. Il più delle volte anche nonno Rinaldo si incamminava pedalando adagio, il sigaro in bocca, mentre io, se non ero riuscito a salire sul parafango del trattore, ero l’ultimo della fila e con le mie gambette pedalavo veloce sul mio biciclino rosso per non perderli, attento a non cadere. Quando arrivavo, stavano già riempiendo la tramoggia della seminatrice: questa sul dietro aveva due sedili, sui quali prendevano posto la Delia e la Mari. Le due donne dovevano recuperare il seme dalla tramoggia e posizionare velocemente un pezzo in ognuno dei piccoli settori di un nastro che, girando, lasciava cadere i pezzi di patata. Il seme cadeva nel solco aperto dai vomeri anteriori della stessa seminatrice, e veniva ricoperto dalla terra smossa dai vomeri posteriori. Era la Giovannina, con la zappa, a chiudere il solco all’inizio e alla fine del campo, e a riempire la tramoggia quando questa era vuota. La semina era per me un momento emozionante, soprattutto se si era deciso di mettere le patate anche nei campi oltre l’argine del fiume, tra le file delle piantumazioni ancora giovani, e perciò non ancora alte e ombrose. Lì, fra i filari stretti dei pioppi, il trattore non riusciva a passare con la seminatrice; pertanto si seminava alla vecchia maniera, e io avevo un ruolo importantissimo: guidavo il cavallo. Ai finimenti di Gino, un cavallo da tiro che ormai aveva i suoi anni, veniva agganciato un piccolo aratro semplice che aveva due lunghi manici, le stegole, e che poggiava a terra con un trampolo terminante con una ruota di ferro. Io prendevo la cavezza e, a un segnale, camminando adagio guidavo il cavallo cercando di andare diritto, mentre mio padre, afferrate saldamente le stegole, doveva tenere in piedi l’aratro impedendo che si rovesciasse mentre apriva il solco. Dietro, le donne, chinandosi, distanziavano il seme appoggiando la parte del taglio verso la terra scura e umida; arrivati a fine campo, si tornava indietro posizionando l’aratro di fianco al solco aperto: in questo modo, aprendo un nuovo solco, si chiudeva il precedente. Tutto compreso nel mio ruolo, io non lasciavo la cavezza. Ogni tanto, la terra mi entrava nelle scarpe, ma questo faceva parte del mestiere. Mentre sentivo il fiato caldo del cavallo sulla mano, mi guardavo intorno. In fondo, fra le ramaglie delle robinie, a tratti si scorgeva il fiume che scorreva pigramente colorandosi di bagliori; a destra e a sinistra si stendevano i campi in cui il grano verdeggiava; in lontananza la barriera scura dei pioppeti chiudeva l’orizzonte. Regnavano una pace e una tranquillità profonde: il rumore sordo degli zoccoli che affondavano leggermente nella terra e lo sbuffare del cavallo, la voce di mio padre che incitava l’animale, il chiacchiericcio delle donne. Da lontano, il tamburellare veloce di un picchio o il canto di un cuculo rompevano talvolta quel silenzio quasi innaturale.

Fioritura

Passata una ventina di giorni, a volte prima se pioveva o faceva caldo, mio padre iniziava ad “andare a vedere i campi”. Sapeva che io non aspettavo altro, e allora mi chiedeva se volessi unirmi a lui. La mia risposta era sempre affermativa. Lui, già in sella alla bicicletta, i piedi a terra, mi prendeva in braccio, mi metteva a sedere sulla canna e poi iniziava a pedalare. I campi scorrevano ai lati della stradina delle Tre sorelle, e lui mi faceva osservare le coltivazioni e mi istruiva: spiegava che era necessario eliminare le infestanti in un campo di granoturco, che si doveva zappare un campo di tabacco, che era ora di pulire i fossi di scolo. Ascoltavo attentamente e, mano a mano che ci avvicinavamo al campo di patate, aguzzavo la vista per essere il primo a scorgere i ciuffi di foglie tenere che avevano bucato la terra. Nel giro di poco tempo le piante crescevano: le foglie si allargavano nascondendo e ricoprendo tutto. Poi sbocciavano i primi fiori. Il campo, allora, era punteggiato qua e là di bianco, ma ben presto diventava una distesa verde in cui le macchie candide si susseguivano con campiture regolari. Sembrava un giardino! Ci si incamminava lungo le file per scavare e controllare lo stato dei tuberi. Quindi, per mantenere rigogliosa la parte fogliare, con un’irroratrice a zaino che mio padre si caricava sulle spalle veniva spruzzata sulle piante una miscela a base di verderame.

Irrigazione

Quando non pioveva, nei mesi estivi, la calura assetava i raccolti. Mio padre allora metteva in funzione un innovativo impianto di irrigazione che gli permetteva di adacquare a pioggia le colture. Sotto le capezzagne, collegata a una turbina, correva una rete di tubi che riemergevano ogni tanto con un terminale a cui si agganciava una colonna di tubi metallici, collegata a sua volta a uno o più irrigatori. Quando la turbina, fissata al trattore, veniva azionata, l’acqua sprizzava dagli irrigatori e bagnava il terreno. Le piante di patate traevano beneficio dall’irrigazione e il raccolto risultava più abbondante.

Raccolta

Verso la fine di agosto si iniziava la raccolta, che durava parecchi giorni. Mio padre nei giorni precedenti andava più volte a estirpare qualche pianta per vedere se i tuberi erano “finiti” e se “si poteva portare a casa”: ormai in gran parte rinsecchite, le piante erano piegate; il campo non era più una distesa verde, e qua e là occhieggiava la terra secca. Si iniziavano i preparativi. Le donne scopavano il pavimento di cemento del magazzino e preparavano i sacchi ammucchiandoli; gli uomini allestivano gli sfiatatoi: inchiodando a due cerchi, distanziandole, sottili liste di legno, ottenevano dei cilindri alti che, posizionati verticalmente sul pavimento del magazzino, sarebbero serviti ad arieggiare i mucchi di patate. Il giorno della raccolta io riuscivo a svegliarmi di buonora: non indugiavo a letto e, fatto colazione, correvo sull’aia impaziente di partecipare. Con il trattore si trainava sulla capezzagna il rimorchio su cui si erano caricati sacchi e secchielli; anche le donne, sistemate le biciclette sul rimorchio, vi salivano e si facevano trasportare fino al campo. Il più delle volte anch’io mi univo a loro. Preferivo sedermi sui sacchi, che mi facevano da cuscino, in un angolo del rimorchio, per potermi tenere alle sponde quando si sobbalzava. Sganciato il rimorchio, il trattore tornava in cascina per agganciare un attrezzo che serviva ad aprire i solchi. E la raccolta iniziava. Imboccando la fila delle patate, l’attrezzo, simile a un aratro, entrava con la punta e apriva un solco che sollevava i tuberi rovesciandoli sul terreno. Era meraviglioso vedere quante patate, grandi e piccole, la terra aveva nascosto fino ad allora! La loro “pelle” chiara e liscia spiccava fra le zolle in modo inconfondibile, e si capiva subito se il raccolto sarebbe stato scarso o abbondante. Le donne, inginocchiandosi, le raccoglievano tutte buttandole nel secchiello che si tiravano appresso e che, una volta pieno, svuotavano nel sacco che io tenevo aperto. Una volta riempiti, i sacchi legati e chiusi venivano caricati sul rimorchio grande, portati nel magazzino e subito svuotati fino ad arrivare a uno spessore di circa un metro. Nei giorni seguenti le finestre del magazzino venivano aperte per arieggiare l’ambiente e per fare sì che le patate asciugassero. Quindi le finestre venivano oscurate, e le patate potevano rimanere lì anche tutto l’inverno senza gelare, perché nel magazzino, il grande seminterrato della nostra vecchia casa, la temperatura, anche nelle giornate più fredde, non scendeva mai sotto lo zero. Entrando in casa, ricordo che si sentiva subito l’odore particolare delle patate: un odore forte di terra, di polvere, di muschio.

Commercializzazione

Nelle settimane successive, al martedì e al venerdì, mio padre seguiva il mercato delle patate: incontrava i mediatori, chiedeva loro il prezzo della giornata e le previsioni, sentiva altri agricoltori. Quando le condizioni di vendita gli sembravano buone, con una stretta di mano suggellava il contratto con il mediatore e, tornato a casa, ne dava notizia. Le patate venivano vendute a sacchi, ed era il mediatore a portarne la quantità che serviva. Nello spazio del seminterrato rimasto libero, si procedeva alla cernita e all’insacchettamento. Sopra a due cavalletti, uno più alto dell’altro, si sistemava una stuora con un fondo di listelli di legno distanziati fra di loro, per favorire la caduta della terra che si staccava dai tuberi e, nello stesso tempo, per operare una prima selezione. La stuora, dalla parte che veniva appoggiata sul cavalletto più basso, si restringeva a imbuto e aveva dei ganci a cui si appendeva il sacco. Un uomo, con il forcone, prendeva le patate dal mucchio e le buttava sulla stuora, mentre due donne disposte ai lati, muovendo velocemente le mani, scartavano le patate marce o tagliate e buttavano in una cesta quelle piccole. Le altre, rotolando sul piano inclinato, arrivavano nella parte stretta, e mio padre le aiutava a scendere nel sacchetto; questo, una volta pieno, veniva sganciato e cucito con un ago lungo e grosso, dalla punta leggermente ricurva, recante lo spago. I sacchetti venivano poi accatastati fino a che il carico era completo. Al mercato, il martedì o il venerdì seguente, mio padre avvertiva il mediatore e con lui concordava il giorno in cui sarebbero venuti a ritirare la merce. Quando il camioncino arrivava, attraverso un finestrone i sacchetti venivano passati a due persone che li sistemavano su di un piccolo montacarichi di legno, che poi li trasportava sul camioncino, dove altri due li impilavano ordinatamente. Un camioncino di allora riusciva a trasportare circa venti quintali di patate e, a volte, per caricare tutti i sacchetti preparati doveva fare più viaggi. Le patate scartate venivano ammucchiate e conservate: cotte nel pentolone di rame insieme alla crusca, sarebbero servite come pastone per il maiale e per i polli, e avrebbero richiamato i passeri in cerca di qualcosa da piluccare; messe nei sacchetti, venivano regalate ai frati che mandavano un vecchio camioncino a prelevarle. E nelle sere fredde, intorno alla stufa a legna, si tornava a fare bilanci e progetti per la bella stagione.

Sono passati più di cinquant’anni. Io ripercorro le stesse stradine per andare in quei campi che hanno mantenuto i nomi di allora. Ancora oggi, nelle giornate di primavera, il cielo è azzurro e terso e senza nuvole; le Tre sorelle, tre pioppi che sembrano avere la stessa origine tanto sono vicini, si ergono imponenti; nei campi il grano è un mare d’erba. In fondo, però, non vedo più le barriere fitte dei boschi che chiudevano l’orizzonte verso il fiume, e poco lontano, a sinistra, il rombo continuo delle auto che corrono in autostrada sovrasta il canto degli uccelli, lo stormire delle fronde e la voce del fiume che, al di là dell’argine, scorre calmo. Non ci sono più attrezzi “primitivi”: i trattori, le seminatrici, gli erpici, le macchine per scavare e raccogliere le patate sono estremamente perfezionati, spesso computerizzati. Ora si ha un approccio più scientifico, più tecnico: analisi del terreno, semi controllati, distanze calcolate, concimazioni calibrate, trattamenti programmati per avere la massima produzione, con spese contenute e tempi razionalizzati, fanno parte della normale attività agricola. Si sono persi anche i ritmi placidi della vita di allora e il piacere di lavorare in compagnia. A quei tempi, in campagna, non si era mai soli: le donne chiacchieravano, si raccontavano le novità e ridevano mentre zappavano; gli uomini, che fingevano di non ascoltare, ogni tanto si interrompevano per riprendere fiato o per bere dal bottiglione. Oggi le attrezzature moderne non richiedono personale e, anche quando è necessario, lo riducono al minimo. Gli addetti al lavoro agricolo non possono distrarsi perché tutto scorre veloce, tutto si svolge con estrema precisione, e non si può sbagliare: un errore comporta perdite economiche che non ci si può permettere. La legge dell’ottimizzazione governa anche la vita dei campi. Io, che sono un sentimentale, ho un po’ di nostalgia dei tempi passati.

 


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