Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: patata nell'arte

Autori: Beatrice Buscaroli

Giuseppe Arcimboldo: il primo “ritrattista” della patata nella storia dell’arte

Cibo poverissimo, poco attraente sul piano della sua raffigurazione, e apparso alla ribalta alimentare relativamente tardi, la patata compare di rado nella storia dell’arte. Prima che la povertà diventasse un tema da raffigurare in pittura, prima che la patata si diffondesse per sfamare i poveri, a partire dalle campagne di Luigi XVI (si veda il romantico Interno d’Atelier, Pittore accanto al camino di Octave Tassaert del 1845, Parigi, Louvre) fino a quelle di Federico II di Prussia, la patata conobbe il suo vero ritrattista. Era appena arrivata nel Vecchio continente, non era ancora simbolo della miseria, giungeva attraverso la Spagna nell’Europa che celebrava l’ultima sontuosa stagione dell’arte degli imperi. Nato da un pittore di nobile famiglia, Giuseppe Arcimboldo “pittore raro, e in molte altre virtù studioso” interpretò il tramonto del Rinascimento con l’invenzione di “teste composte”. I ritratti di Arcimboldo sono eseguiti accostando cose, frutti e fiori, simbolicamente connessi al soggetto raffigurato. Arte profondamente manierista, nel senso dell’eleganza e dello svelamento, della metafora e dell’enigma, Arcimboldo ritrasse la patata appena giunta in Europa. Pittore di corte di Massimiliano II d’Asburgo a Vienna, una delle capitali del manierismo internazionale, il bizzarro milanese dipinse le Quattro stagioni, oggi al Louvre. E nell’Autunno, verdastra caduta di grappoli e tralci di uve, raffinatissima variazione di gialli e arancioni, proprio al centro del collo campeggia quella che probabilmente è la prima patata della grande storia dell’arte. Tornerà ancora, vent’anni dopo, sempre a sorreggere parte del collo del nuovo protettore, Rodolfo II d’Asburgo raffigurato come Vertumno, dio romano delle stagioni (Stoccolma, Skoklosters Slott, Styrelsen). In un tripudio di ortaggi e colori, zucche, ciliegie e fiori degni di un miniaturista fiammingo, la patata di Arcimboldo è raffigurata nella sua disarmante essenzialità. E vi batte sopra un raggio di luce forte e preciso. Lo seguirono Nicola van Houbraken alla fine del Seicento, che, nella sua Cesta con ortaggi e germani (Poggio a Caiano, Villa Medicea, Museo della Natura Morta), inserì due patate tra un cavolfiore e alcuni sedani, e uno dei protagonisti del Settecento europeo, quel Jean-Baptiste-Siméon Chardin che, nella sua Natura morta di Gand (Museum voor Schone Kunsten) raffigurò una cascata di tuberi, in una variazione di gialli, ocra, marroni, silenzio e mansuetudine.

Vincent van Gogh: dagli scavatori e mangiatori di patate...

Dopo aver fatto l’impiegato per qualche tempo, dopo essere stato licenziato, dopo aver provato che cosa significasse vivere accanto ai più derelitti e ai più miseri, i tessitori e i contadini che appartenevano, diceva, a una “umanità completamente diversa da quella di noi uomini civilizzati”, dopo aver tentato la strada della teologia, Vincent van Gogh decise di fare il pittore. Studiava sui libri e disegnava dalle fotografie di opere famose, completamente autodidatta o quasi. Era ancora nel Borinage, la zona mineraria vicina a Bruxelles, dove predicava liberamente la parola del Vangelo, quando, il 20 agosto del 1880, chiese a suo fratello Théo, già da allora suo confidente e protettore, di prestargli e “lasciargli per qualche tempo” una riproduzione dell’opera Fatiche nei campi di Jean-François Millet. Stava allora osservando, accanto a sé, “lo svolgersi gratuito della grande università della miseria”, la vita stenta di questi uomini e donne che vivevano nella povertà e nell’abbandono. “Cerchiamo di capire la parola definitiva contenuta nei capolavori dei grandi artisti, dei veri maestri, e vi si troverà Dio”, aggiungeva. L’intento era nobile e chiarissimo: il passaggio dalla predicazione alla pittura sembrava tendere allo stesso fine. Quando gli giunse l’immagine, il ventisettenne Van Gogh stava concentrandosi sul nuovo dovere: imparare a disegnare. Tra l’agosto del 1880 e il maggio dell’anno seguente eseguì decine di copie, schizzi, disegni e bozzetti dall’opera dell’illustre collega come dall’Angelus, sempre di Millet, di cui conservava una fotografia che gli aveva prestato un amico. Erano disegni a tecniche miste, a matita, gessetti, acquerelli, studi che riproducevano contadini, zappatori e gli scavatori di patate, come nell’Angelus. Ne mandò due a suo padre, con il quale aveva un rapporto di dolorosa incomprensione: “Ho mandato entrambi i disegni al papà – scrisse a Théo – così può sincerarsi del fatto che sto lavorando”. Cinque anni dopo tornò a vivere insieme ai genitori, a Nuenen, la città del Brabante del nord dove il padre era pastore protestante. La convivenza fu ardua, quotidianamente conquistata. In quei mesi, con lo studio stretto tra il deposito del carbone e il letamaio, compì decine e decine di studi dal vero, teste, per prepararsi alla prima grande prova, la definitiva conquista dello status di pittore di figura che sarà la tela con I mangiatori di patate (Amsterdam, Museo Van Gogh). Nello studio aveva costumi, oggetti, attrezzi, povere cose che metteva in mano ai suoi modelli per descriverne la vita. Gli abitanti del villaggio posavano volentieri per lui, soprattutto i contadini durante l’inverno, mentre i tessitori “sono persone assai difficili da disegnare perché in quelle piccole stanze non ci si può allontanare abbastanza da poter disegnare il telaio”. I disegni di Nuenen rappresentano un’immersione completa nella pittura e in ciò che Van Gogh si prefigge di raffigurare. In una sorta di dolorosa identificazione tra soggetto e oggetto, tra gli spessori sgraziati di materie grosse e bituminose e la durezza del mondo che si deve rappresentare. Pennellate violente, sgraziate, contrasti di luce spietati. I mangiatori di patate è primo e ultimo quadro di figure di Vincent van Gogh e il gesto conclusivo di questa esperienza. Due contadini piantano tuberi di patate (Zurigo, Kunsthaus), opera di quel tempo e di quelle atmosfere, li mostra, quasi gli stessi, forse gli stessi, visti da dietro, da un occhio appena distante, e il tocco è grosso e approssimativo come in un bozzetto. Se in questi anni Jean-François Millet è la guida ideale da seguire come fosse un maestro vero e proprio, Rembrandt e Frans Hals sono i modelli irraggiungibili a cui ispirarsi. Olandese fino in fondo, nella affocata miseria della piccola tavola da pranzo ha messo, insieme, echi dell’uno e dell’altro: i contrasti di Frans Hals e le accensioni di Rembrandt. L’eccesso espressionista che dà ai volti la maschera di caricature è la sua disperazione. Il quadro, seguito da una litografia, suscitò molte critiche. Non piacque a Théo, che ne giudicò le figure troppo piatte, né all’amico pittore Anthon van Rappard, che stava seguendo i progressi del lavoro di Vincent. “Sarai d’accordo che un lavoro del genere non è da prendere sul serio! – gli scrisse impetuosamente Rappard – sei capace di ben altro”. Nel silenzio allucinato, nel chiarore saltellante che si sprigiona dalla lampada a olio appesa al soffitto, la famiglia è seduta al tavolo su cui campeggia l’unico piatto di patate. Nessuno sguardo, nessuna parola. I volti, studiati e ristudiati nei fogli dei mesi precedenti, sono deformati fino al grottesco: “Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi del piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute”, scrisse Van Gogh del suo quadro. “Il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che qui i contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole”.

... alle due contadine che raccolgono patate e alla Natura morta con cesto di patate

Se per giungere a I mangiatori di patate, terminato all’inizio di maggio del 1885, Van Gogh aveva eseguito molti studi di teste e di figure all’interno delle case, nei mesi seguenti, durante l’estate e l’autunno, aveva ritratto all’aperto i contadini al lavoro. Due contadine che raccolgono patate è una teletta di pochi centimetri sulla quale un pennello grasso e sommario stende le sagome curve di due vecchie intente a zappare (Otterlo, Kröller-Müller Rijksmuseum). Bisogna dipingere un contadino che stia veramente zappando, spiegava a suo fratello: “Il contadino deve essere un contadino e lo zappatore deve zappare”. Così è la piccola tela con la Donna intenta a pelare patate del Metropolitan Museum di New York, dello stesso 1885, studio di riflessi e atmosfera insieme, ancora intriso di memorie rembrandtiane. La Natura morta con cesto di patate, eseguita nel medesimo 1885 (Amsterdam, Museo Van Gogh), ha la stessa luce de I mangiatori di patate. Variazione sui toni del bruno, del marrone, dell’ocra, del grigio, la tela è prospetticamente semplicissima, elementare. La luce cade dall’alto, la superficie è scabra e rugosa. Tre anni dopo, quando van Gogh si metterà davanti un altro recipiente pieno di patate, la Scodella del Kröller-Müller Rijksmuseum di Otterlo, cambierà completamente colori e stile. Sono gli anni della Provenza, della luce del Mediterraneo, della rinnovata fiducia in se stesso che lo porteranno alla pienezza raggiunta soltanto in quei mesi del 1888. Contrasti sottili accostano i colori, il giallo della ciotola getta riverberi luminosi, lo sfondo, realizzato con un intreccio di pennellate azzurre, sfiora l’astrazione.

Jean-François Millet: L’Angelus della sera

L’Angelus della sera, opera eseguita da Jean-François Millet tra il 1858 e il 1859, era stato esposto al Salon del 1863 con enorme successo. Il dipinto, il primo su cui Van Gogh si fosse concentrato nella solitudine attenta della sua formazione, era diventato in pochi anni una delle immagini più riprodotte della storia dell’arte del suo secolo. Diffuso in decine e decine di esemplari su almanacchi e cartoline, raffigurava due contadini còlti a pregare alla fine di una giornata di lavoro. È il tramonto e il sole spande i suoi raggi sulla vasta piana, le figure sono maestose e solenni. La luce avvolge le due meste sagome intente alla recita dell’Angelus rendendole parte del paesaggio stesso. Forcone, cesto, sacchi e carriola sono sparsi a terra per il momento di quiete, prima del riposo notturno. Quando si procurò la fotografia dell’Angelus, Van Gogh aveva già tre copie di un’incisione del quadro, acquistate da Durand-Ruel nel 1876, a un franco ciascuna. “Il quadro di Millet con l’Angelus della sera, questo è un esempio di poesia”, aveva scritto due anni prima. Cantore di un idillio campestre dove il contadino è parte naturale del paesaggio, il bretone Millet, cresciuto in una fattoria sulla Manica, aveva per la prima volta raffigurato questo mondo con ostinata insistenza. Uno dei suoi primi contadini era stato esposto al Salon del 1848, l’anno del Manifesto comunista e delle prime lotte operaie. Alcuni anni dopo aver compiuto il quadro, Millet ricorderà: “L’Angelus è un quadro che ho dipinto ricordando i tempi in cui lavoravamo i campi e mia nonna, ogni volta che sentiva il tocco della campana, ci faceva smettere per recitare l’Angelus in memoria dei poveri defunti”.

Da Pissarro a Mirò a Guttuso

Negli stessi anni in cui Van Gogh lavorava su questi temi, Camille Pissarro, spirito generoso e libero, il solo a non mancare nessuna delle esposizioni impressioniste succedutesi dal 1874 al 1886, esibì la sua precoce adesione alle teorie “puntiniste”, con la teletta a olio de I raccoglitori di patate (New York, Metropolitan Museum), del 1881. Un campo sghembo, illuminato da una luce che si sfrangia in minuscole schegge, raggi che colpiscono da dietro tre contadini di cui si vedono soltanto le sagome, sospesi in un momento di quiete, di riflessione, di riposo. Rarissime eccezioni, nel percorso storico in cui la patata significa principalmente povertà e miseria, anche e soprattutto dal punto di vista della pittura, spiccano soltanto Joan Mirò, con la macchinosa Patata del 1928, teatrino vibrante di spunti, motivi, colori (New York, Metropolitan Museum), e la Baked Potato di Claes Oldenburg, del 1967 (Los Angeles County Museum of Art), dove il soggetto, tra ironia e dissacrazione, assume la dignità di una vera e propria scultura. In Italia, in particolare, la patata si diffuse soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento. Il contadino di Riano Flaminio di Renato Guttuso del 1951 è un dipinto animato dallo stesso spirito che fu di Van Gogh. L’afflato sociale, la protesta mormorata, l’intento è identico. Identici la fatica e l’abbruttimento, identica la deformazione artritica delle ossa delle mani.


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