Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: Patate nella... predica

Autori: Giovanni Biadene

I rapporti con la Chiesa, tra luci e ombre

L’argomento che ci proponiamo di trattare in questo scritto non è che l’ultimo anello di una serie di rapporti che, in un quadro più vasto, legarono la nuova pianta, fin dal suo primo apparire in Europa, alla fede religiosa allora diffusa in tutto il Vecchio mondo. Ne accenniamo brevemente perché ciò che andremo a esporre appaia più chiaramente nel suo complesso.

Santa Teresa d’Avila mangiava patate

I primi tuberi di patata arrivarono in Spagna, e quindi nell’Europa meridionale, più precisamente a Siviglia, il solo porto spagnolo al quale, per disposizione regale, dovevano approdare tutti i navigli provenienti dal Nuovo mondo, per poterne meglio controllare i carichi di oro e di altre possibili merci preziose, già note nel Vecchio continente, e non certo per sorvegliare i traffici di patate, ancora del tutto sconosciute: queste vi arrivarono quasi clandestinamente, alla spicciolata. E infatti non si sa chi ve le abbia introdotte né, con esattezza, quando ciò sia avvenuto. Ma proprio a Siviglia, nel 1576, abbiamo le prime notizie su di esse dai registri dell’Hospital de la Sangre della città, gestito, come tante altre opere caritative, da religiosi. E ne abbiamo notizia addirittura da una delle figure di spicco della Chiesa cattolica, pure in Spagna e sempre in quegli anni, la fondatrice della riforma dei carmelitani, santa Teresa d’Avila, la quale ne parla in due lettere, datate 1578, con cui ringrazia la superiora del monastero di quell’ordine a Toledo, che le aveva inviato qualche tubero di patata, evidentemente già prodotto e raccolto in una delle prime coltivazioni in suolo europeo. Si potrebbe dubitare che si trattasse della vera patata, bensì della batata, o patata dolce, con cui per molti decenni si continuò a fare confusione, come dimostra spesso la prima letteratura italiana in proposito. Dubbio giustificato, perché la patata dolce, che cresce nelle zone rivierasche dell’America centrale e insulare, fu conosciuta certamente prima della vera patata, che gli Spagnoli incontrarono solo più tardi, dal 1538 in poi, quando cominciarono ad avventurarsi nell’interno dei Paesi andini. E le lettere di Teresa d’Avila, di quarant’anni dopo, ci tranquillizzano, quindi, su questo punto. In Italia il primo accenno sicuro alla patata appare in un lavoro edito postumo nel 1625, del padre vallombrosano Vitale Magazzini, defunto nel 1606, data alla quale bisogna dunque far risalire la priorità della documentazione italiana certa su questo argomento. E vediamo come l’autore – anche lui, guardacaso, un consacrato – parli della nuova pianta quasi con semplicità e naturalezza: “[...] si piantano in buon terreno fresco e umido, le patate portate nuovamente qua di Spagna e Portogallo dalli reverendi Padri Carmelitani Scalzi”, dove quel “nuovamente” sta per recentemente oppure, se si vuole, può significare come novità. Da altre fonti sappiamo che santa Teresa d’Avila fu grande mistica, sì, ma anche ottima organizzatrice pratica e conoscitrice della psiche umana, tanto che, per l’espansione della sua riforma in Italia, aveva individuato nel suo confratello padre Nicolò Doria la persona più adatta allo scopo, per le sue buone capacità imprenditoriali. Costui, infatti, di chiara origine genovese, si era straordinariamente arricchito in Spagna con la mercatura, al punto da poter concedere prestiti allo stesso re, ed era passato poi alla vita monastica con il nome di Nicolò di Gesù Maria. Egli iniziò la sua opera partendo proprio da Genova, dove la Repubblica gli concesse una chiesetta dedicata a sant’Anna, ai margini della città, che divenne così il primo convento riformato in Italia. E se egli qui gettò il seme della riforma teresiana, che poi condusse con successo contro la resistenza dei confratelli romani (che, di riforme, non ne volevano sapere), contemporaneamente nell’orticello di cui la chiesetta era dotata vennero piantate anche le prime patate in suolo italico; forse non proprio da lui, incaricato di ben altri problemi, ma dai due fratelli che lo accompagnarono nell’impresa, i quali magari se n’erano portati qualche tubero nelle bisacce. E chissà che non lo abbiano fatto proprio su suggerimento della stessa santa Teresa. Ciò avvenne nel 1584, cioè ventidue anni prima della morte di padre Magazzini, che quindi ne venne a conoscenza in quel lasso di tempo, durante il quale la novità poté diffondersi verso sud, lungo il litorale di levante, fino in Toscana, ed egli ebbe modo di parlarne come di notizia, per quei tempi, decisamente fresca, ma già da lui sperimentata. Anche tenendo conto dell’anello mancante, cioè una traccia scritta della vicenda, questa ricostruzione non sembra troppo azzardata ma ragionevolmente verosimile.

L’arcivescovo di Bologna e i vescovi di Ancona e Molfetta incoraggiano la coltura delle patate

Tornando al mondo cattolico, se le prime tracce storicamente accertate della diffusione dell’umile tubero in Europa e in Italia sono legate, come si è visto, all’intervento di personalità eminenti del cristianesimo, per arrivare a quei rappresentanti del basso clero in genere, che sono propriamente l’argomento di questo capitolo, il passo non fu certo breve: il percorso durò parte del XVIII e tutto il XIX secolo. Se volessimo ripercorrerlo anche in fretta, lungo di esso incontreremmo, oltre al cardinale Carlo Opizzoni, arcivescovo di Bologna (di cui parleremo più avanti), altri due uomini di chiesa, come il vescovo di Ancona monsignor Bacher, che propugnò la coltura della patata bisestile, e quello di Molfetta, Giuseppe Maria Giovene, teorico ante litteram della coltivazione invernale della patata in Puglia. Ma incontreremmo soprattutto più d’uno di quegli abatini settecenteschi, del cosiddetto clero secolare, tra i quali di un certo valore fu l’abate Carlo Amoretti, un poligrafo che non disdegnò di parlare dell’umile tubero, come al contrario fece il suo stesso editore che, stampando l’opera omnia dell’abate, stimò disdicevole includervi proprio il trattatello sulla patata, giudicato favorevolmente dai successivi critici. Incontreremmo, poi, sacerdoti a tutti gli effetti, spesso veri studiosi in abito talare, come Berardo Quartapelle e Nicola Onorati Columella, tutte figure meritevoli, la cui opera, però, mai giungeva ai veri destinatari, cioè i contadini, e se anche vi fosse arrivata la materia era esposta in forme troppo complicate per poter essere da loro recepita. Solo qualche “possidente” un po’ più illuminato avrà letto qualcuna di queste opere, per lo più guardandosi bene dal trasmetterne i contenuti ai propri coloni, a lui bastando i redditi sicuri ricavati dalla cerealicoltura, specie in pianura, senza rischiare nulla in novità. E comunque gli stessi contadini sarebbero stati poco disposti ad accettarle, tali novità, convinti com’erano da secolare diffidenza che ciò che veniva loro proposto dal padrone era solo a suo vantaggio, e quindi a loro danno. In Italia, infatti, come il sacerdote Giovanni Battarra di Rimini scriveva, la situazione era assai diversa che non “in Inghilterra dove non vi è casupola di contadini che non abbia almeno una sufficiente raccolta di libri agrari che leggono o fanno leggere ai loro figli e famigli”. Ed è su questo esempio che egli immagina di pubblicare, nel 1778, una serie di dialoghi tra un padre e i suoi due figli su argomenti di agraria, dedicandone il dodicesimo, di alcune paginette, alla coltivazione della patata. L’idea ebbe successo, tanto che questa Pratica agraria distribuita in vari dialoghi venne ripetutamente ristampata fino al 1854. Dello stesso spirito e altrettanto fortunati furono i Calendari dodici ossia corso completo di agricoltura pratica, opera del proposto (altro grado della gerarchia ecclesiastica) Marco Lastri di Pistoia, nella quale vengono descritti le opere e i giorni dell’anno agrario, compresa la coltivazione della patata. Editi la prima volta nel 1793, vennero ristampati a più riprese fino al 1834. Ci si può a questo punto domandare perché proprio il clero in genere, ai suoi vari livelli, si occupasse tanto attivamente di un argomento così... terra terra come la patata. La società del tempo era ancora articolata nei ben noti tre stati, al secondo dei quali, il clero, erano state devolute – dall’epoca in cui gli appartenenti al primo, i detentori del potere, erano analfabeti – le competenze culturali, retaggio dei monasteri medievali che nei loro scriptoria le avevano non solo conservate e tramandate, ma anche sviluppate. Esattamente come all’arrivo della patata in Europa, questa prerogativa era ancora a tal punto salda che istruzione, scuole, collegi, biblioteche, studi e ricerche ecc. erano in mano al clero, malgrado l’interruzione napoleonica. Della cultura spicciola, soprattutto nelle campagne, continuava a occuparsi ancora il basso clero. In tale situazione il cardinale Opizzoni di Bologna si rese conto che, per la diffusione della pataticoltura presso il ceto rurale, ciò che mancava era la fase del passaggio dalle conoscenze teoriche all’applicazione pratica, e ciò poteva avvenire solo con il decisivo coinvolgimento del parroco: quasi sempre lui stesso proveniente dal contado, egli si trovava a quotidiano contatto con i problemi dei parrocchiani, che in certe situazioni (per esempio nel corso delle frequenti carestie) non era esagerato definire di sopravvivenza. In una famosa circolare del 1817, in cui si riconosceva, appunto, come anche chi si occupava dei problemi ultraterreni, dell’anima, dovesse in certe circostanze tenere conto anche di quelli terreni, del corpo, qualora essi fossero di comune vantaggio, il porporato bolognese (ma di origine lombarda) ufficializzava in un certo senso questo salto di qualità che doveva subire la diffusione della nuova coltura. Con tale lettera, infatti, i suoi subalterni venivano sollecitati a leggere e a diffondere tra i fedeli una Istruzione agli agricoltori della provincia di Bologna sul coltivamento e gli usi del pomo di terra, un opuscoletto che il professor Contri dell’università felsinea aveva scritto allo scopo in forma chiara e piana, su sollecitazione del cardinale stesso, e di cui una copia veniva allegata alla missiva.

Don Michele Dondero e don Nicolò Dalle Piane, pionieri della patata in Liguria

A dire il vero, non è che in Italia nessun appartenente alla classe destinataria della lettera del cardinale Opizzoni non avesse mai pensato anche da sé a tale problema, e a come risolverlo in proprio. Anche tra i parroci vi furono quelli che – chi informandosi, chi “scopiazzando” e chi facendo ristampare interi testi altrui senza nemmeno citarne la fonte o l’autore – diedero alle stampe degli scritti sulla patata ad usum delphini, ovvero dei propri parrocchiani. Ciò dovette accadere, per esempio, una prima volta a Roccatagliata, un povero paesello sperduto dell’Appennino ligure, ad opera del parroco don Michele Dondero, che resse quella parrocchia dal 1778 al 1813, il quale non fu uno sprovveduto pretuncolo adeguato alle trascurate condizioni in cui aveva trovato la sua nuova sede. Anzi, non digiuno di medicina, studiata a Genova, egli si diede subito da fare per migliorare le condizioni di vita dei suoi parrocchiani, introducendo in quelle contrade la coltivazione della patata con tanto successo da poter concludere così una sua comunicazione: “[...] da vent’anni a questa parte si sono rese stabili 20 circa famiglie che andavano vagando e che erano per espatriare e altre 20 circa si sono rimpatriate con l’introduzione delle patate”. Un notevole risultato, quindi, soprattutto dal punto di vista sociale, raggiunto ben quarant’anni prima della circolare del cardinale bolognese, grazie all’iniziativa di un parroco che evidentemente non aveva perso tempo a scrivere opuscoletti, ma si era affidato alla parola e soprattutto all’esempio pratico, come quando consumò in pubblico un piatto di patate per convincere i propri fedeli che il nuovo frutto della terra non era velenoso, bensì nutriente e saporito. Un bell’esempio di quei preti di campagna per i quali i Tedeschi avevano coniato il nomignolo, scherzoso ma non irriverente, di Knollenprediger, predicatori dei tuberi, ché evidentemente anche nei paesi di lingua tedesca, sia cattolici sia protestanti, era stata intrapresa questa via per la diffusione della patata, ivi facilitata dal clima. Il fatto che i parroci di allora, al di qua e al di là delle Alpi, avessero la funzione svolta oggi dai mass media, ci viene testimoniato da un quadro del pittore tedesco J.B. Pflug, che, vissuto dal 1765 al 1866, conobbe direttamente questa realtà, tanto da dedicare al soggetto ben due dei suoi dipinti, diversi tra loro solo per qualche particolare, catalogati con la medesima didascalia. In entrambi egli ritrae un sacerdote che, non dal pulpito ma appoggiato a un bancone che potrebbe essere quello di un’osteria, legge a voce alta da una gazzetta rivolgendosi a un gruppetto di ascoltatori, vario ma attento: leggeva forse qualcosa sulla patata? Solo con una certa difficoltà possiamo immaginare che i parroci parlassero della patata addirittura dallo stesso pulpito dal quale avevano commentato il Vangelo, e quindi possiamo più facilmente pensare che ciò avvenisse in qualche luogo non consacrato, forse nella canonica o piuttosto nell’osteria, che spesso era vicina alla chiesa, costituendo entrambe i punti d’incontro delle comunità agricole, per lo più analfabete; esse si completavano quindi, ciascuna secondo le proprie competenze, nella diffusione delle informazioni, e insieme erano attive nella funzione che più tardi venne assolta specialmente dalla stampa quotidiana, mano a mano che questa veniva favorita dal progredire dell’alfabetizzazione. È certo, però, che l’occasione offerta da una messa, di avere insieme un folto gruppo di quella popolazione maschile più direttamente interessata all’argomento, era assai attraente, e non escludiamo che essa venisse anche effettivamente utilizzata, confondendo con sancta simplicitas il sacro con il profano. Un esempio di tale saggio compromesso fu quello dei parroci liguri, che decisero di far seguire al termine di ogni messa un Discorso sulla agricoltura e sopra le arti che esercitansi nelle parrocchie (Atti della Società Economica di Chiavari, 1864). Ancora, nel 1793 fu sempre un sacerdote ligure, Nicolò Dalle Piane, a dedicare una sua Istruzione economica sui pomi di terra “ai molto rev. Parochi Rurali del Dominio della Serenissima Repubblica di Genova”; in tale opera viene citato un certo P. Geremia Fanelli di Vernazza, che nel suo “Giornale del Parroco” di vent’anni prima, cioè del 1773, già parla della nuova pianta. Questa annotazione ci fa risalire ai tempi del parroco di Roccatagliata, che si confermano, quindi, tra i più interessati alla solanacea e tra i più interessanti per la sua storia in Italia, la quale sembra cominciare proprio da Genova. È strano, tuttavia, che nessuno di tali autori faccia riferimento allo scritto di Vitale Magazzini, forse perché non ligure, e al suo accenno ai carmelitani spagnoli. Ma non bisogna dimenticare che, da quella prima testimonianza fino al riaccendersi dell’attenzione verso la solanacea, in tutta la Penisola si ebbero per la nuova coltura oltre centocinquant’anni di assoluto disinteresse, sulle cui cause non possiamo dilungarci in questa sede. A ogni modo, anche al rinnovarsi dell’interesse, la diffusione delle conoscenze rimane di carattere libresco e si arresterebbe sulle labbra dei parroci rurali, se questi non si ingegnassero e non si impegnassero a tradurle in una forma parlata, anche dialettale, accessibile prima agli orecchi e poi alla mente dei rurali stessi. L’opera di Nicolò Dalle Piane può essere vista come un’anticipazione dell’iniziativa del cardinale Opizzoni, in quanto anch’essa fornisce una fonte specifica ai colleghi delle parrocchie rurali, che la devono utilizzare dal loro pulpito. Non sappiamo con quale autorità il Dalle Piane lo abbia potuto fare, perché, a quanto ci consta, egli non era un porporato, né era abbastanza esperto in questa particolare branca dell’agricoltura, tanto che non poté far altro che riportare nel suo scritto ciò che un altro religioso, il milanese P. Glicerio Fontana, aveva dedicato alla patata (che, nel suo Dizionario universale economico rustico, occupa ben 67 pagine del XVI tomo). A quei tempi era abbastanza frequente che un testo già dato alle stampe venisse incluso in una nuova pubblicazione di altro autore, per lo più citandone almeno la fonte. Questo è ciò che, invece, il Dalle Piane si esime dal fare, con ogni probabilità impunemente, non essendovi allora alcuna legge a protezione della proprietà letteraria; e se questo veniva tollerato tra confratelli, è strano che lo fosse anche dagli stampatori.

Istruzioni di don Luigi Della Bella ai “Villici” veronesi

Tra i parroci di campagna non troviamo solo degli esecutori di iniziative provenienti dai superiori, bensì anche chi, da pari a pari, sentì il bisogno di informare i colleghi delle parrocchie vicine sulla nuova pianta. Ne fu un tardivo esempio don Luigi Della Bella, parroco di Arbizzano, in provincia di Verona, con un suo opuscolo del 1816 che si rifà, arricchendolo di notizie aggiuntive, a un modesto scritto anonimo, di 16 paginette, comparso sempre nel Veronese circa quarant’anni prima, con il semplice titolo A Villici, dove l’ignoto autore, a prova dell’approssimazione delle sue informazioni, quegli incavi del tubero che ospitano i germogli e che poi vennero da tutti chiamati occhi definisce alquanto grossolanamente “buchi”. Tra Veneto e Friuli circolarono, dal 1816 in poi, due trattatelli sulla patata, accomunati dal fatto di essere entrambi, se non proprio anonimi, almeno semianonimi, in quanto in ambedue i casi l’autore viene indicato con delle iniziali che permisero solo successivamente di risalire al nome. Si tratta della Istruzione sulla coltivazione ed usi dei pomi di terra o sia patate, la cui dedica termina appunto con le due lettere B.A., e di Coltivazione delle patate, o pomi di terra, ne’ campi montuosi denominati zappativi di V.S. riordinata ed accresciuta da G.A.T. In entrambi i casi le sigle, B.A. e G.A.T., rendono i testi alquanto misteriosi, e appare lecito chiedersi a che cosa sia dovuta questa segretezza o quanto meno riservatezza, così insolita in opere del genere. Ma da quando si è riconosciuto nella sigla B.A., come autore del primo opuscolo, il nome di Bartolomeo Aprilis, si possono immaginare le ragioni di tale prudenza. Il friulano Bartolomeo Aprilis, infatti, laureato in medicina a Padova, di nobile casato e ricco possidente, era implicato in attività irredentistiche tanto da dover riparare a Istanbul per sfuggire alla polizia austriaca. Non sarebbe stato certo prudente citarne il nome a piene lettere in un opuscoletto dedicato a un rappresentante della potenza occupante, qual era il “Signor Cav. de Torresani-Lanzfeld, I.R. Consigliere di Governo e regio deputato nella provincia del Friuli”. Così come non si volle coinvolgere in pericolosi sospetti di tal fatta il revisore, per così dire, della seconda pubblicazione, il sacerdote Giacomo Antonio Talamini, cui corrisponde esattamente la sigla G.A.T., come chiarisce il professor Contri, di cui si è detto. Sembra che il Cernazai, altra personalità friulana interessata ai vari problemi dell’agricoltura locale, che viene citato nella prefazione a questo secondo libretto, abbia fornito il testo al sacerdote con l’incarico di adattarlo all’ambiente di montagna. Lo sponsor, diciamo così, della seconda pubblicazione aveva comunque capito che solo un parroco di quelle zone alpine in cui si voleva diffondere la coltivazione della patata avrebbe usato, per un argomento così insolito, un linguaggio capace di essere recepito dai fedeli, e ne incaricò quindi don Talamini. Era infatti noto che quest’ultimo avesse parlato della patata in una sua Memoria sull’agricoltura del suo paese. Già nel titolo si accenna, come si è visto, ai campi “zappativi”, ovvero quegli appezzamenti in cui era frazionata la proprietà in montagna, che per la pendenza del terreno e per le ridotte dimensioni non potevano essere lavorati con l’aratro a traino animale, bensì solo a forza di braccia, utilizzando la zappa e la vanga, di cui con precisione viene descritto l’uso quando vengano impiegate per coltivare le patate. Tutto il trattatello è poi redatto in uno stile asciutto, incisivo, quasi telegrafico, ma non per questo meno esatto e chiaro, e non scevro da accenni umanitari e sociali. Si potrebbe pensare in questo caso che anche per la patata si sia ricorso a una forma di collaborazione tra il mondo laico e quello consacrato, non rara, del resto, là dove trono e altare avevano ripreso ad andare d’accordo, come nel Veneto, tornato sotto il dominio austriaco dopo la parentesi napoleonica. Ciò viene quasi ufficializzato da una copia del primo opuscoletto semianonimo, sulla cui copertina figura ancora ben chiara la raccomandazione al parroco di Martellago (Venezia), vergata di pugno da un solerte “I e R Cancelliere del Censo” (con sede a Noale, Venezia), di esporne ai fedeli il contenuto riguardante la nuova coltivazione, “per vincere il pregiudizio che ancora vi sussiste”.

Il marchigiano don Giuseppe Bertoletti detto “il patata” dai suoi parocchiani

Consci che ben altre testimonianze saranno sfuggite alla nostra ricerca, e altre sono state tralasciate in questa rapida carrellata, ci sembra di non poterla chiudere degnamente, se non citando il necrologio pubblicato dal “Giornale di Agricoltura del Regno d’Italia” (anno VI, vol. XI, 1869), che qui volentieri riportiamo: “Marche (Sasso-ferrato) Omaggio al Parroco Patata: omaggio di riconoscenza a Don Giuseppe Bertoletti, di Colle della Noce, Villa di Sasso-ferrato, il quale spirò nel bacio del Signore il 17 maggio 1869, dopo aver arricchito i suoi popolani e il Contado colla coltura da lui introdotta della patata, del gelso e dell’industria serica con tanto beneficio dei poveri, i quali per riconoscenza lo chiamarono ‘patata’ nome che gli sopravvive in attestato di gratitudine di quel bene che tutti usufruirono. (L. Tartufari)”. Un semplice ma spontaneo, e quindi commovente, attestato di gratitudine che dovrebbe essere esteso a tutti quei parroci che, dalla pianura ai monti, parteciparono a questa laboriosa impresa per debellare il tenace pregiudizio verso la patata, una pianta che, così lontana dalla sua patria d’origine, non solo in Italia ma nel mondo si sarebbe dimostrata di enorme utilità, tanto da non poterla più pensare assente dalle nostre economie globalizzate.


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