Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: patata nella fotografia

Autori: Lamberto Cantoni

Dall’inizio del Novecento la fotografia non solo ha sconvolto il nostro modo di concepire la realtà visibile ma ha forzato la nostra sensibilità a esplorare nuove dimensioni estetiche. Adottando nuove tecniche e inediti punti di vista dai quali riprendere l’oggetto, i fotografi hanno rimesso in discussione le convenzioni classiche della prospettiva estendendo la portata delle immagini fotografiche al di là del paradigma realistico nel quale era stata confinata dall’epoca della sua scoperta. Pittorialismo, estetica modernista, costruttivismo, cubismo, surrealismo rivelarono anche attraverso la fotografia una bellezza sconosciuta, suscettibile di mostrare una duplice valenza dell’oggetto: il realismo dell’impronta e nello stesso tempo il suo divenire significazione complessa lungo gli assi metaforico e metonimico. Il dispositivo fotografico diviene l’agente di una metamorfosi del reale in grado di trasformare in bellezza convulsiva qualsiasi oggetto. Entra così nell’immaginario dell’estetica del Novecento un elenco sconfinato di oggetti trovati per caso, oggetti banali, apparentemente privi di valenza estetica, spesso volgari. Tra questo oggetti trasformati da interpretazioni fotografiche estreme, la patata si fa notare per le sue assenze dal repertorio dei grandi fotografi. In realtà, tranne i fiori, la rimozione colpisce tutti gli ortaggi. Le uniche eccezioni che conosco sono due straordinarie foto scattate nello stesso anno da due celebri fotografi. Edward Weston nel suo From My Day Book (1928) annotava: “Dalle conchiglie sono passato ai ravanelli, alle melanzane, al melone, infatti tutto il mercato è un’avventura – ogni giorno porta nuove scoperte”. La foto che vorrei segnalare si intitola Cabbage Leaf ed è una foglia di cavolo ripresa su sfondo nero; la luce disegna e modella le increspature della foglia conferendole un’eleganza sconvolgente. La bellezza dei drappeggi vegetali li rende paragonabili a uno degli abiti che in quegli anni rendevano famose Madame Vionnet e Madame Gres. Al contrario di quanto teorizzava Weston questa foto rivela un’eccedenza della forma rispetto alla sua funzione. Come spiegare altrimenti la bellezza estrema della foglia dell’umile ortaggio elevata a simbolo di perfezione? È chiaro che il supplemento in gioco non è altro che l’interpretazione magistrale del fotografo. L’altra fotografia alla quale ho fatto riferimento è di Brassai. Scattata nel 1931, intitolata Magique circostancielle, rappresenta una patata germogliata che, sotto l’obiettivo del fotografo, si trasforma in qualcosa di monumentale. Sono gli anni dominati dal surrealismo e non ci sono dubbi sul fatto che Brassai si ispirava alle teorie di André Breton sulle valenze misteriose degli oggetti trovati a caso. La messa in scena della patata, isolata da ogni riferimento spaziale e temporale, subisce lo straniante sradicamento tale da trasformarla in un oggetto dalla bellezza convulsiva. Per dirla con le parole del fotografo: “Il surrealismo delle mie immagini non fu altro che il reale reso fantastico dalla visione. Cercavo solo di esprimere la realtà, poiché nulla è più surreale. Se non ci stupisce più, è perché l’abitudine l’ha resa banale”. L’aspetto onirico surreale della foto di Brassai probabilmente fu di ispirazione per Roman Polanski nei suoi anni più creativi. In un fotogramma del suo Repulsion del 1965 le patate appaiono con la stessa forza espressiva dello scatto del celebre fotografo rumeno-francese e, pittura a parte, è una delle poche occorrenze in cui la patata appare nell’immaginario artistico del Novecento. Sembra proprio che nel caso delle patate l’abitudine e la banalizzazione abbiano preso il sopravvento. A mia memoria nessun altro autore si è ispirato alle forme del tubero nel tentativo di metterne in luce lo stupore che si attiva quando ci poniamo di fronte a un oggetto come se lo vedessimo per la prima volta. È come se in contesto estetico l’immaginario della patata avesse fatto proprie le reticenze degli europei quando la scoprirono in Perú. Tra la soldataglia spagnola nacque la leggenda che questo bizzarro frutto della terra servisse per produrre il veleno per le frecce degli indigeni. Intimoriti i Conquistadores volevano bruciare sistematicamente i campi intorno ai villaggi nei quali veniva coltivata. Per fortuna si accorsero che dopo la raccolta il tubero veniva prontamente consumato come alimento dalla popolazione locale e pur con molti pregiudizi, il fatto che non maturasse en plain air deponeva a suo sfavore, lo sperimentarono e cambiarono idea. Tuttavia la patata arrivò in Europa con un’inquietante aura demoniaca che ne ritardò l’uso alimentare di massa fino al Settecento. I bigotti, forti del fatto che non venisse mai citata dalla Bibbia, la chiamarono la radice del diavolo. Il re di Spagna la spedì come frutto esotico a Roma, all’attenzione di Sua Santità. Nella città eterna la compararono a una specie di tartufo e tentarono di mangiarla cruda. L’effetto gustativo fu disgustoso e pensarono che potesse essere buon cibo solo per maiali. Passò molto tempo prima che la patata venisse coltivata dai contadini ed entrasse nella dieta alimentare della gente. Chissà, forse Brassai conosceva il mito negativo delle origini della scoperta della patata e nella sua fotografia cercò di raffigurare anche il fascino della parte maledetta che l’ignoranza degli europei aveva iscritto in un prodotto che si sarebbe rivelato cruciale per l’economia di interi Paesi. A distanza di settant’anni dalla foto di Brassai, se si escludono le pubblicazioni scientifiche volte a documentare tipologie di prodotto e modalità di lavorazione, il racconto per immagini della patata è stato confinato nell’infinito labirinto di immagini degli still life gastronomici e nell’incalcolabile repertorio di immagini di documentazione sociale. L’iperrealismo pop che caratterizza lo still life gastronomico (di solito sono scatti di piatti tipici) ha la piacevolezza alla lunga nauseante della foto perfetta sottoposta all’ambiguo gioco della ripetizione. Senza un’operazione di lettura che tenga conto del nome del piatto (e degli ingredienti) questa categoria di immagini dal punto di vista percettivo tende a produrre assuefazione estetica annullando gli effetti emozionali creati dalla particolare messa in scena immaginata magnificare l’oggetto. Per dirla con W. Benjamin, il primo intellettuale a sottolineare l’impatto negativo della riproducibilità seriale e della ripetizione in rapporto al valore dell’oggetto, gli still life di piatti esemplari pubblicati possiedono un’aura puntiforme dalla durata di uno sguardo. Immaginate di sfogliare una delle innumerevoli riviste patinate in circolazione. Quasi sempre il palinsesto presenta le rubriche dedicate alla gastronomia. In queste pagine incontriamo gli still life del cibo culturalizzato. Prese una per una e con l’occhio innocente sono foto che colpiscono. L’evoluzione delle procedure di stampa e la specializzazione professionale tra i fotografi ci consentono di leggere la perfezione. Ma non la “sentiamo” o, se volete, la bellezza di una composizione gastronomica è estrema quanto dissipativa. Infatti se non siamo interessati all’informazione veicolata dal passaggio dal crudo al cotto, difficilmente ci soffermiamo su queste immagini. Le interpretiamo come comunicazione liscia, senza attriti, perfettamente digeribile per l’occhio, piacevole ma senza un significativo valore estetico. Tuttavia l’aura dissipata dall’inflazione di immagini perfette e patinate può essere ripristinata grazie a tecniche fotografiche, per la verità ampiamente conosciute fin dall’inizio del Novecento, e a ciò che potremmo definire l’attenzione alla composizione. Un buon esempio di come si possa strappare alle banalità visive le immagini fotografiche di patate sono gli scatti attraverso i quali Paolo Barone è riuscito a nobilitare sia dal punto di vista estetico e sia dal punto di vista culturale questo tubero sprovvisto di qualità visive sufficienti per suscitare le emozioni degli image maker. Nelle immagini prodotte per il libro Un tesoro per la terra. La patata, un’eccellenza bolognese una ricchezza per l’umanità il fotografo siciliano grazie al suo stile neopittorialistico trasforma gli still life della patata in suggestivi simboli che trasmettono al fruitore atmosfere e narrazioni insolite. Commentiamo alcune di queste foto. Una sedia anticata, lo deduco dalla pelle consunta, una vecchia valigia, un vaso, un coltello da cucina, due fogli di carta arrotolati come venivano conservate un tempo le mappe e un mappamondo ottocentesco. A fare da centro del raggruppamento di oggetti elencati troviamo tre gruppi di patate collocati in modo tale da costruire insieme al mappamondo un cerchio visivo che induce la probabile significazione primaria incapsulabile nell’espressione: “la patata è un prodotto-mondo”. Ma nel preciso momento in cui si focalizzano gli altri oggetti della composizione si estende il raggio delle significazioni possibili; ed ecco la patata diventare “viaggio”, “avventura”, “storia”. Com’è riuscito Paolo Barone a rendere plausibili queste significazioni? Le sue foto hanno il mood che evoca la pittura fiamminga del Seicento. Una luce dolce che accarezza gli oggetti, ne ammorbidisce i contorni trasmettendoci segni che si confondono con l’idea del tempo, della memoria. Chi si interessa di fotografia sa benissimo che esistono celebratissimi vangeli fotografici che interpretano il neopittorialismo di Barone come un affronto alla verità fotografica. Non ci sono dubbi sul fatto che i fanatici del moment decisif difficilmente apprezzerebbero la musica delle immagini del fotografo siciliano. Tuttavia non possiamo dimenticare la nostra contemporaneità. Oggi travolti da un’infinità di troppe inutili foto-verità, troviamo valore nei trucchi che confondono i linguaggi della pittura e della fotografia. Lo stile di Paolo Barone trasforma la patata in un potente simbolo capace di estendere le narrazioni in territori di senso imprevedibili dal senso comune. Osserviamo un’altra immagine che illustra lo stile del fotografo. Gli elementi della composizione dello still life cambiano: un libro aperto, occhiali da lettura, una macchina da scrivere, fogli arrotolati con partiture musicali, una pistola con la fiaschetta della polvere appoggiata alla parete legnosa dello scrittoio, altri libri, una candela accesa… le patate invadono la scena da sinistra di chi guarda e sono sparse sullo scrittoio come se fossero in procinto di essere studiate, classificate. La probabile casualità della distribuzione degli oggetti non impedisce all’immagine di trasmetterci una forte propensione a narrare, nella forma dell’allegoria, storie possibili che vedono come protagonista il semplice tubero. La scelta pittorialista di Barone trasforma la follia della messa in scena (cosa c’entrano gli spartiti musicali con le patate? E cosa dire della contiguità tra una macchina da scrivere degli anni Quaranta e una pistola settecentesca?) in una composizione plausibile. La luce antica che si riversa in modo graduato su tutti gli oggetti cancella le incongruità e trasforma la scrivania nel tavolo delle meraviglie di uno sconosciuto studioso in procinto di valutare i tuberi impreziositi dal suo interesse. Notate come l’abbellimento delle patate proceda di concerto con il senso che ricaviamo dal possibile racconto al quale ho fatto riferimento. Non è dunque l’abbellimento fine a se stesso della comunicazione liscia compressa tra informazione pubblicitaria e spettacolo delle merci. La bellezza delle patate raffigurate da Barone non è una menzogna bensì il tentativo di proiettare sulla superficie esterna del tubero i suoi valori pratici. Esiste poi un vasto repertorio di immagini centrate sulla patata e i suoi mondi che potremmo classificare tra le foto di reportage umanistico e di documentazione antropologica. Si tratta di immagini che illustrano come la cultura della patata si integra in forme di vita diversificate. In un capitolo del suo I custodi della biodiversità (ed. Angolo Manzoni) il fotografo Pablo Balbontín Arenas propone un reportage sulla patata del Perú. La sensibilità del fotografo e la sua capacità di condividere il tempo della vita con gli abitanti dei villaggi gli anno permesso di riprenderli come se il fotografo fosse uno di loro, evitando con cura gli effetti distorsivi prodotti dalla presenza della macchina fotografica. Nelle foto di Pablo Balbontín Arenas la patata diviene l’elemento di congiunzione tra natura e cultura tanto celebrato dalla sensibilità ecologica del nostro tempo. Insieme alla bellezza nelle sue foto sentiamo l’autenticità dello sguardo fotografico che, pur non ritraendosi dalla funzione documentarista, partecipa con profonda umanità ai rituali produttivi della millenaria civiltà agricola che per prima addomesticò il tubero. Si può dire che la sintonia con i rituali di una forma di vita ci aiuta a comprendere il fascino di foto a sfondo antropologico che risalgono ai primi del Novecento. L’etica implicita nelle immagini di Pablo Balbontín Arenas non è dunque una novità. Rappresenta infatti un paradigma fotografico imposto come valore universale dalla generazione di fotografi che collaborarono negli anni Trenta, durante la Grande depressione, con la Farm Security Administration. Il progetto che vide come protagonisti Walker Evans, Dorothea Lange, C. Mydans, A. Rothstein, B. Shahn, R. Lee, M.P. Wolcott, J. Vachon aveva l’obiettivo di documentare l’impatto drammatico della crisi economica sulle condizioni di vita e di lavoro nelle campagne. La forza delle immagini dei fotografi andò ben oltre e risultò decisiva presso l’opinione pubblica per sostenere l’azione del Governo. Ma il reportage umanistico-antropologico prima di diventare una sorta di persuasivo vangelo per immagini era già stato esplorato grazie alla sensibilità di grandi fotografi come J.A. Riis e L. Hine e da un numero impossibile da decifrare di reporter sconosciuti al grande pubblico capaci di coniugare le responsabilità di chi desidera documentare scorci di vita vera con un’estetica pura, priva di effetti particolari, aderente al reale. Albert Steiner dedicò ai contadini del Cantone dei Grigioni in Svizzera uno dei suoi scatti, esposto nell’estate 2010 al Museo Retico di Coira nella mostra “Hardoffel. Tortuffel. Patate. Una storia di successo”. Le due contadine che lavorano le patate tra le montagne ci riportano a ciò che potremmo definire l’estetica della memoria. Non ci sono dubbi sul fatto che ci offrono informazioni preziose su come la patata si è inserita nella vita delle popolazioni del Cantone dei Grigioni a fine Ottocento. Ma la nostalgica bellezza di questa immagine ci rimanda a un mondo di valori che stiamo riscoprendo dopo il crollo dei miti della postmodernità. Come possiamo evitare di sentire la purezza di una natura alleata dell’uomo? E la lentezza che indoviniamo nei gesti delle due contadine non è oggi un desiderio sempre meno latente, nato dalla fretta ansiogena che ci attanaglia? Nella foto di J.U. Meng intitolata Cernita due donne scelgono le patate più belle e sane probabilmente per indirizzarle al mercato. In questa immagine è possibile ritrovare un appello alla qualità perduta del nostro cibo. Così invece che affossare queste fotografie relegandole in una sorta di archivio documentaristico dovremmo ripensarle all’interno di una logica dell’estetica del documento suscettibile di trasmettere non solo informazioni circostanziali ma valori che, seppur intrisi di nostalgia, possono fungere da attrattori per il futuro. In altre parole la foto documento se si ricollega in qualche modo alla bellezza può dare visibilità a valori etici che motivano i possibili fruitori del messaggio. Consapevole dell’importanza sociale e politica di una documentazione fotografica in forma rinnovata rispetto alle mere esigenze di archiviazione, ovvero di uno stile fotografico che non si accontenta di essere strumentale alla rappresentazione di situazioni o a momenti ad alta concentrazione di umanesimo, ma che cerca anche nell’estetica dell’immagine nuove forme di impegno, la Fao e l’ONU nel 2008, l’anno internazionale della patata, lanciarono un grande Concorso mondiale per fotografi professionisti e dilettanti per premiare le immagini più pregnanti relative al tubero più diffuso nel mondo. Le foto di P.B. Arenas che ho descritto sopra, classificate al secondo posto dalla giuria internazionale, appartengono al repertorio di immagini che grazie al concorso Fao hanno avuto una diffusione straordinaria. Possiamo ricordare inoltre le immagini del peruviano Eitan Abramovich e i sorprendenti scatti di Viktor Drachev (Bielorussia). A me pare che tutti i fotografi in concorso, che ho citato, prendano di mira l’approccio formalista sponsorizzato da grandi musei con cui i curatori accortisi della attrattività presso il pubblico della foto reportage tentano di rivitalizzare le strutture dedicate all’arte contemporanea sempre più lontane dal gusto popolare. Ma al tempo stesso gli scatti di Arenas, Abramovich e Drachev evitano di indugiare nel concetto ingenuo di reportage sociale, abusando in romanticismi, evocazioni di povertà, precarietà, solitudine che spesso finivano con il promuovere l’autore senza generare particolari emozioni nei confronti del soggetto rappresentato (come vittima). Prendiamo la foto dei soldati di Drachev. Non c’è nulla che ci induca a interpretarla come se fosse una verità trasparente e oggettiva. Il fotografo sembra sottolineare invece la costruzione discorsiva a partire da un quadro di ricezione che mette in gioco soprattutto il suo punto di vista. Anche le immagini di Eitan Abramovich sembrano rispettare il criterio deideologizzante che ho evocato. Pur possedendo una notevole forza descrittiva le sue foto producono nel fruitore un effetto di distanza tale da impedire ogni lettura dogmatica e ingenua. Dobbiamo ringraziare il concorso Fao per averci dato immagini di grande efficacia documentaria e in linea con i criteri di leggibilità che hanno consentito al mondo della patata di promuoversi rispettando gli standard d’immagine necessari oggi per catturare l’attenzione dei lettori. A mio avviso tra le foto del concorso quella che promuove meglio la testimonianza di una cultura troppo spesso messa in secondo piano è lo scatto di Xi Huang (Cina): un contadino ripreso dall’alto fa ritorno o sta per approdare da qualche parte con il suo piccolo carico di patate raccolte nonsodove; io vi vedo una bellezza che non nega la capacità di descrivere il mondo… Condizione sine qua non affinché il mezzo fotografico sottoposto allo stress digitale continui, pur con tutte le precisazioni che si vuole, a mantenere intatta la nostra fiducia su una possibile verità fotografica.

 


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