Volume: la patata

Sezione: paesaggio

Capitolo: patata nel Veneto

Autori: Giovanni Guarda, Marta Morini

Introduzione

Dalla scoperta dell’America al 1950

“Credo che prima del 1817 qui non si avesse mai vista una patata, se non forse in mano a qualche dotto, od altro ricercatore di novità. Fu nel 1817, e precisamente per attenuare le mortali conseguenze della carestia prodotta dal mancato raccolto del 1816, che venne introdotta in questa Provincia [Belluno, N.d.A.] la patata quale cibo sussidiario del granoturco.” Questo è quanto scriveva Antonio Maresio Bazolle in Il possidente bellunese (1868-90). Non molto diversa era la situazione sull’altopiano di Asiago, dove il canonico Matteo dal Pozzo già dal 1780 sollecitava la popolazione a coltivare la patata portando l’esperienza degli irlandesi; oppure a Recoaro, ove don Antonio Marchesini e il conte Camillo Valle sin dal 1811 si erano fatti promotori della sua coltivazione per alleviare la fame dovuta alle ricorrenti carestie. Segno tangibile della conoscenza della solanacea in queste contrade è la richiesta, effettuata il 3 novembre 1816, di “50.000 libre di patate da semina” da parte del comune di Recoaro al governo austroungarico per la stagione 1817. Ma qual è stato il motivo di questo grande ritardo nella diffusione della patata, visto che la coltivazione del mais era iniziata già nel 1550? Certamente ciò è dipeso da diversi fattori, tra i quali si ricordano: – la diffidenza delle popolazioni riguardo alla sua utilizzazione alimentare, perché in alcuni Paesi europei la patata era ritenuta addirittura velenosa per il contenuto di solanina (un alcaloide molto tossico) nei tuberi inverditi; – la mancanza, fino alla metà del Settecento, di cultivar adatte alle condizioni climatiche italiane in relazione al fotoperiodo (16-18 ore/dì), alle temperature e all’intensità luminosa. Infatti, spesso le varietà presenti in Europa fornivano, come descriveva il botanico Carolus Clusius (1525-1609), piante con steli molto lunghi (2-3 m) che tuberizzavano alla fine dell’estate con produzioni molto scarse. Quest’ultimo problema fu superato, come indicato da John Gregory Hawkes (1915-2007), con l’utilizzo di germoplasma cileno, che permise di selezionare linee precoci sempre più adatte alle condizioni climatiche dell’Europa occidentale e settentrionale. A seguito di questi miglioramenti, dalla metà del XVIII secolo è ricominciata una pressante campagna di promozione per la coltivazione e l’utilizzo alimentare dei tuberi, con l’obiettivo di superare le ricorrenti carestie, dovute alle calamità naturali. Dal 1817, quindi, la patata inizia a essere sempre più coltivata in montagna, negli orti familiari e, piano piano, in pieno campo anche in pianura. Lo scambio e l’ottenimento di nuove cultivar derivate da selezioni estemporanee hanno favorito l’individuazione e la diffusione di cultivar sempre più adatte a ogni territorio. Questo scambio viene narrato anche da Mario Rigoni Stern, nella Storia di Tönle, dove racconta come il protagonista, sul finire dell’Ottocento, avesse portato dall’Austria una patata “viola a pasta bianca che, pur non essendo eccelsa come qualità, era resistente alla conservazione perché non buttava germogli fino a primavera”. Infine, come afferma Giovanni Biadene, superato l’ultimo ostacolo della comparsa della peronospora (Phythophthora infestans), negli anni 1845-46, la solanacea è diventata, anche nel Veneto, una delle colture da gran reddito entrando a far parte della rotazione e dei bilanci aziendali e ammessa, a pieno titolo, nella letteratura tra le coltivazioni trattate nei manuali di agronomia.

Dal 1950 a oggi

Subito dopo la Seconda guerra mondiale, la coltivazione della patata nel Veneto è rappresentata come segue. In montagna viene coltivata per: – l’autoconsumo, con l’utilizzo prevalente di cultivar locali, che piano piano venivano sostituite dalle cultivar Bintje, Majestic, Tonda di Berlino, Kennebec, Désirée; – la produzione di tuberi da riproduzione in due Centri di Moltiplicazione della Patata da seme (Ce.Mo.Pa.), istituiti dal Ministero dell’Agricoltura con nota n. 3394 del 28/05/1940, uno a Castelletto di Rotzo (VI) per la moltiplicazione della cultivar Bintje, l’altro sulla Lessinia, a Bolca di Vestenanova (VR), per la moltiplicazione delle cultivar Kennebec e Majestic. In pianura viene coltivata anche per l’esportazione verso la Germania e altri Paesi nordeuropei con le seguenti tipologie: – patate novelle o primaticce coltivate nelle zone di ChioggiaRosolina, con la cultivar Bea, e di Lusia-Rovigo, con le cultivar Sieglinde e Ukama, sostituite poi da Jaerla e Primura; – patate precoci coltivate, nell’area compresa tra Lonigo, Cologna Veneta, Montagnana, Este e Noventa Vicentina, inizialmente con le cultivar Bintje (quegli anni erano molto più miti di quelli di oggi), Saskia, Majestic, sostituite poi da Ukama, Draga, Jaela, Spunta, Manna, Monalisa, Primura. Patate di elevata qualità caratterizzate anche da una tipica colorazione dorata della buccia, riconosciuta dal mercato e nei mercuriali della Camera di Commercio come “Patata dorata del Guà”, tanto da spuntare prezzi superiori rispetto alle produzioni precoci delle altre regioni italiane. Dal 1950 lo sviluppo di questa coltura è strettamente legato all’attività dell’Istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria Nazareno Strampelli di Lonigo, fondato dall’Amministrazione provinciale di Vicenza. L’attività prevedeva, per la pataticoltura di pianura, l’individuazione di nuove cultivar adatte alle condizioni pedoclimatiche e ben accette dal mercato e, per la montagna, l’assistenza tecnica al Ce.Mo.Pa. di Castelletto di Rotzo per le coltivazioni della patata da seme e, per le altre aree, per il consumo diretto. Nel 1983 la Regione Veneto, sulla spinta dei produttori e dell’industria di trasformazione costretti dal mercato a operare in modo competitivo e stimolati dalle esigenze dei consumatori in termini di qualità, ha promosso il Progetto regionale per la valorizzazione della patata veneta. Utilizzando le sinergie di un gruppo di esperti dell’Istituto N. Strampelli, delle Università di Padova e di Venezia, dell’Ente di Sviluppo del Veneto (ESAV) e dell’Osservatorio per le Malattie delle Piante di Verona, sono state individuate soluzioni alle problematiche di natura tecnica ed economica. Il progetto di ricerca prevedeva: – l’individuazione dell’ideotipo delle cultivar adatte alle condizioni pedoclimatiche e rispondenti alle esigenze di mercato per il consumo diretto e la trasformazione industriale; – la valorizzazione della patata da seme coltivata in montagna e in ambienti di pianura e il miglioramento genetico per l’ottenimento di nuove cultivar; – l’ottimizzazione delle tecniche agronomiche di coltivazione (concimazione, irrigazione, difesa fitosanitaria) e di meccanizzazione delle operazioni colturali (dall’impianto alla raccolta); – la messa a punto delle tecniche di conservazione a breve e a lungo periodo per mantenere elevati gli standard qualitativi dei tuberi. Fino al 2000 l’attività di ricerca e di sperimentazione è proseguita anche con le seguenti iniziative: – la partecipazione al Progetto nazionale per la patata da seme e al Progetto di miglioramento genetico della patata, promossi dal Ministero per le Risorse Agricole e Forestali (MiPAF); – il coordinamento della Rete nazionale di confronto varietale, finalizzata all’individuazione delle migliori cultivar di patata comune e da industria per gli aspetti produttivi, qualitativi e culinari; – la partecipazione a due progetti finanziati dalla Comunità Europea, il primo relativo a un’azione concertata su “Efficiency in use of resources: optimization in potato production”, il secondo, intitolato “Sink to source transition: an investigation of processes regulating dormancy and sprouting in potato tubers”, sui fattori che regolano la dormienza dei tuberi; – l’assistenza tecnica specialistica, effettuata in stretta collaborazione con l’Associazione Produttori di Patata di Verona (A.P.Pa). L’insieme delle attività di ricerca e di sperimentazione hanno permesso di mettere a punto le tecniche colturali dalla semina alla raccolta e le operazioni di valorizzazione del prodotto dalla conservazione alla lavorazione dei tuberi. Si tratta di tecniche ormai diventate patrimonio della DOP (denominazione di origine protetta) della “Patata dorata del Guà”. In particolare l’ideotipo delle cultivar per la coltivazione in quest’area è quello delle patate precoci e semiprecoci che sono così caratterizzate: – massimo accrescimento vegetativo (300 g/m2 di s.s.) ed estensione del LAI (Leaf Area Index) (pari al 5,3) intorno ai 70 giorni dall’impianto e successiva rapida senescenza delle foglie e degli steli; – inizio della fase di massima traslocazione dell’amido dalle foglie ai tuberi a 80-90 gg dall’impianto: seconda decade di giugno; – raggiungimento della maturità agronomica dei tuberi intorno ai 110-120 giorni dall’impianto: seconda-terza decade di luglio (1300 g/m2 di s.s. e 18,5% di s.s. nei tuberi); – asportazioni di azoto (20 g/m2), fosforo (< 5 g/m2) e potassio (30 g/m2) che raggiungono il loro valore massimo intorno agli 80 giorni dall’impianto. Nelle cultivar molto precoci il ciclo vegetativo termina all’incirca tra la prima e la seconda decade di giugno con produzioni piuttosto basse. Talvolta alcune cultivar, come ad esempio Carina, Charlotte, Pentland Javelin, manifestano un vero e proprio collasso della vegetazione al verificarsi, nel periodo compreso tra la fine di maggio e i primi di giugno, delle seguenti condizioni: – fase fenologica di massima traslocazione dell’amido dalle foglie ai tuberi; – improvviso innalzamento delle temperature (colpo di calore) da molto fresche (min < 10 °C e max < 20 °C) a molto calde (min > 20 °C e max > 30 °C). Al verificarsi di queste condizioni si osserva la comparsa di necrosi sulle foglie, il lembo fogliare si accartoccia, diventa croccante e la pagina inferiore assume una colorazione argentea. Ciò comporta la chiusura anticipata del ciclo vegetativo e il mancato ingrossamento dei tuberi. Questo fenomeno appare attribuibile al blocco del trasferimento dell’amido sintetizzato dalle foglie ai tuberi per cui le cellule del parenchima fogliare, ripiene di amido, muoiono provocando così la degenerazione dei tessuti. In quelle semitardive e tardive, invece, la maturazione agronomica avviene verso la fine di agosto con produzioni che, spesso, risultano inferiori a quelle delle cultivar semiprecoci. Queste cultivar, infatti, sono molto sensibili all’effetto delle elevate temperature estive, soprattutto quelle notturne, che favoriscono l’accrescimento dell’apparato aereo a scapito dell’accumulo di sostanza secca nei tuberi. Fenomeno questo che, talvolta, è accompagnato anche dalla comparsa di gravi fisiopatie dei tuberi (germogliazione anticipata, tuberi a rosario, accrescimenti secondari, seconde tuberizzazioni). Ciò non accade in montagna e nel Nord Europa, perché le temperature più fresche limitano l’accrescimento dell’apparato aereo, accelerano la traslocazione dell’amido nei tuberi e impediscono la comparsa delle fisiopatie. Alcuni esempi significativi di questo diverso comportamento si osservano nelle cultivar Bintje ed Agria e in molte cultivar da fecola che, negli ambienti più freschi, esprimono la massima potenzialità produttiva, qualitativa (contenuto % di amido) e culinaria. Infine, il programma di miglioramento genetico attuato dall’Istituto “N. Strampelli” ha portato alla costituzione della cultivar Alba. L’attività di riproduzione di questa cultivar, attivata in stretto accordo con l’A.P.Pa., è stata attuata utilizzando la tecnica di micropropagazione in vitro per la produzione di microplantule e quindi dei minituberi e dei successivi tuberi seme. Nel 1997 si era raggiunta la coltivazione di 1 ha di patate destinate alla riproduzione e al successivo lancio commerciale della Cv Alba. In quell’annata una grave infezione dovuta al Potato Virus YNTN (PVYNTN ), virus della necrosi dei tuberi, ha impedito l’ottenimento di tuberi seme certificabili. Ciò ha bloccato ogni ulteriore possibilità di ripresa dell’attività di moltiplicazione, anche per gli elevatissimi costi per la riproduzione e la diffusione della cultivar stessa. Anche la produzione di patata da seme in pianura si è arenata non per gli aspetti sanitari (virosi in particolare) dei tuberi-seme prodotti ma per gli aspetti legati alla loro“età fisiologica”. Essa, infatti, definisce lo stato di giovinezza o di vecchiaia del tubero che condiziona l’energia germinativa delle gemme. Quando i tuberi seme sono ottenuti in condizioni di basse temperature le gemme risultano “fisiologicamente giovani” ad elevata energia germinativa. Se, invece, sono ottenuti in condizioni di elevate temperature, esse sono “fisiologicamente più vecchie”, con scarsa energia vegetativa. In quest’ultimo caso le successive coltivazioni destinate al consumo forniscono significative diminuzioni delle produzioni.

Attualità della pataticoltura veneta

Nel 2010 che cosa è rimasto del grande attenzione degli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso verso questa solanacea? L’incostanza dei prezzi di vendita, che variano notevolmente di anno in anno, e gli elevati costi di anticipazione per la coltivazione hanno reso economicamente meno interessante la coltivazione della patata. Infatti, dal confronto dei dati statistici, delle medie quadriennali degli anni 1986-89 con quelle degli anni 2006-09, essa ha perso tanto in termini di superfici investite, che si sono ridotte da 4726 ha a 3422 ha rispettivamente (–28%), quanto di produzioni complessive, che sono diminuite passando da 1.562.729 q a 1.308.784 q rispettivamente (–16%). Al contrario, per l’aumento dell’incidenza della coltivazione nelle zone più vocate di pianura, le rese unitarie sono aumentate, passando da 330 q/ha a 382 q/ha rispettivamente (+14%). In relazione alle diverse aree di coltivazione, si può affermare che a Chioggia-Rosolina e Lusia-Rovigo la pataticoltura sia quasi scomparsa. In montagna è fiorente solo la realtà della Patata di Rotzo che, con la cultivar Bintje, fornisce un prodotto di elevatissima qualità culinaria. La coltivazione della patata è inoltre presente in piccoli altri avamposti vicentini come Posina, Recoaro e Selva di Trissino con la sua De.C.O. (Denominazione Comunale di Origine) sovracomunale: “Patata Monte Faldo”. Nel Bellunese significativa è la De.C.O. di Cesiomaggiore. Nel Trevigiano è coltivata in località Quartier del Piave, nei comuni di Vidor, Moriago e Sernaglia, e sul Montello, dove dal 1996 viene commercializzata con il marchio “Patata del Montello”. L’unica realtà pataticola significativa del Veneto è quella della DOP “Patata dorata dei terreni rossi del Guà”, compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Si tratta di una realtà che ha superato, grazie alle ampie superfici aziendali, alla totale meccanizzazione della coltura e alle ottime caratteristiche qualitative e di conservabilità dei tuberi ottenuti, tutte le vicissitudini commerciali di cui questa coltura soffre.


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