Volume: la patata

Sezione: storia e arte

Capitolo: Patata negli atlanti botanici e nei trattati di farmacopea

Autori: Paolo Puddu

Tra scienza ed empirismo

La patata (Solanum tuberosum) probabilmente raggiunse la Spagna dall’America attorno al 1560-1570, trasportata dagli esploratori spagnoli del XVI secolo. Una seconda introduzione in Europa, particolarmente in Inghilterra, è stata attribuita a sir Francis Drake, che nel suo viaggio attorno al mondo (1577-1580) incontrò le patate toccando la costa cilena nel 1578. Tuttavia, chiaramente le patate non sarebbero sopravvissute ai due anni di navigazione che lo ricondussero in madrepatria. Ciò rende poco credibili le ipotesi folcloristiche degli inglesi e degli irlandesi, che accreditavano a Drake l’introduzione della patata nei loro territori. La curiosità verso questa pianta esotica stimolò subito l’interesse scientifico dei botanici rinascimentali, e fra essi Charles de l’Escluse, nato ad Arras nel 1526, curatore dei giardini imperiali di Vienna e in seguito professore di botanica all’università di Leida, dove morì nel 1609. Clusius ricevette due tuberi e un frutto nel 1588 dal belga Philippe de Sivry, e descrisse per la prima volta la patata di origine andina facendola conoscere ai suoi allievi giardinieri in Germania, Austria, Francia e Paesi Bassi. Si deve al botanico svizzero Gaspard Bauhin (1560-1624) la descrizione della patata, che denominò Solanum tuberosum esculentum, e ne preparò una rappresentazione figurata, più stilizzata che scientifica, nel 1598. Nel Phytopinax theatri botanici del 1596 sospettò che la patata potesse essere veicolo di lebbra e causare stimoli sessuali eccessivi. Di qui le denominazioni folcloristiche di “pomo di Eva” o “testicoli della terra”. Ciò probabilmente contribuì a mettere all’indice il tubero nella Borgogna, come ha riportato John Gerard (1545-1612) nel suo Erbario del 1597, e quindi in altri Paesi europei. Va comunque attribuita a Gerard la prima illustrazione realistica della pianta, nel 1597, migliorata e resa più accurata nell’edizione del 1633. Meno credibili sono invece le affermazioni di Gerard quando riportò di aver ricevuto i tuberi dalla Virginia (chiamata anche Norembega), da cui il nome di “patata della Virginia”, da distinguersi dalle patate comuni (“patate degli Spagnoli” o Ipomoea batatas). Questa falsa designazione, che potrebbe anche essere frutto di una confusione con il vero tubero della Virginia (Apios tuberosa), si prolungò fino al secolo successivo, quando la patata già si era affermata nell’economia dell’Irlanda, che ne rivendicò pure la paternità in Europa. William Salmon (1644-1713), nel suo Erbario del 1710, distinse persino una “patata irlandese” dalla patata dolce. E proprio a partire dal Seicento le immagini della patata si diffusero negli atlanti botanici e negli erbari. Con il progredire delle conoscenze le edizioni a stampa hanno fornito una precisazione ulteriore sulla riproduzione delle piante e dei fiori, spesso di notevole interesse artistico, come quelle di Ulisse Aldrovandi (1522-1605), Fabio Colonna (1567-1640), Jan Commelin (1629-1692), Giorgio Bonelli e Niccolò Martelli (17721793), Filippo Re (1763-1817) e tanti altri autori. Non vanno, inoltre, dimenticate le immagini della patata fornite da sommi artisti, tra cui Vincent van Gogh, che oltre ad aver dipinto nel 1885 la miseria dei contadini ne I mangiatori di patate, nel 1888 raffigurò una Natura morta con patate.

Dalla botanica alla scienza medica e alla farmacopea

Il passo dalla botanica alla scienza medica e alla farmacopea fu breve. Nel Rinascimento la medicina era ancora intrisa di elementi magici, nel quadro del concetto dominante di malattia degli umori peccanti o, ancora più ingenuamente, di introduzione nel corpo di un demone del male o di una divinità offesa. La patata, giunta in Europa dopo la conquista spagnola del Perú, a causa di molti pregiudizi – non solo popolari, ma anche della medicina diplomata che ricercava nelle piante i rimedi per le malattie – inizialmente non si diffuse in modo rapido. Tra l’altro, era da taluni ritenuta dotata di poteri negativi sulla salute psicofisica. Eppure altri la comprendevano fra le piante munite di facoltà sovrannaturali benefiche: una patata cruda in tasca avrebbe esercitato un’azione protettiva contro i reumatismi. Con il trascorrere del tempo la patata, dapprima considerata solo una curiosità esotica e poi pianta decorativa e alimentare, giunge alla dignità di pianta medicinale. I suoi presunti poteri terapeutici erano certamente minori rispetto ai più potenti principi attivi di altri membri della sua famiglia, come, per esempio, la belladonna, lo stramonio ecc., anch’essi appartenenti alle solanacee. Il ruolo principale della patata rimase tuttavia quello di alimento, uso che risale alle popolazioni precolombiane degli altipiani andini, cilene e peruviane. Dopo che, verso la metà del Cinquecento, gli esploratori spagnoli di Francisco Pizarro le fecero traversare l’oceano, Filippo II re di Spagna, nel 1565, ne donò una grande quantità al papa. I tuberi vennero scambiati per una sorta di tartufi e, mangiati crudi nelle mense pontificie, suscitarono un ovvio disgusto. Vennero così chiamati in Italia tartufolli, denominazione che nulla ha a che vedere con il termine peruviano di papas. La prima menzione della patata papa si trova nella Cronaca spagnola del Perú (1550) di Pedro Cieza de León (1512-1554), un cronista spagnolo al seguito dei conquistadores che descrisse l’uso alimentare dei tuberi cotti o seccati al sole conservati come una specie di pane, il chuño. Una più celebre citazione si trova nel De rerum varietate (1557) del filosofo, medico e astrologo Gerolamo Cardano (1501-1570): “La papas è un tubero utilizzato come il pane, di forma simile alle castagne, ma di sapore più gradevole [...]”. Ernest Roze (1833-1900) riporta nella sua Storia del pomo di terra, pubblicata nel 1899, il racconto degli studiosi sui percorsi della patata e dei punti di vista storici, biologici, patologici, culturali e utilitaristici su questo tubero, che non esita a definire una manna celeste. Nel trattato, fra gli altri, non dimentica il famoso viaggio di Darwin a bordo del brigantino Beagle del 1835, il quale trovò la patata selvatica nell’arcipelago Chonos (Cile meridionale). Ciò confermava che la pianta poteva crescere, oltre che nelle montagne del Cile centrale, anche nelle foreste umide delle isole del Sud. Nonostante la copiosa messe delle ricerche dei naturalisti esploratori, la patata ebbe tempi lunghi per affermarsi in Europa, essendo considerata da taluni come un frutto del diavolo, in quanto nasce e si coltiva sottoterra. In Italia un fautore del suo uso alimentare è stato il riminese Giovanni Antonio Battarra (1714-1789), che nel suo libro La pratica agraria del 1778 immagina un dialogo fra un padre e i suoi due figli, Ceccone e Mingone, affermando che “certe radici forestiere come i tartufi bianchi che chiamansi patate [...] sono un ottimo cibo per gli uomini non meno che per le bestie [...]. Da queste radici si fa pane, si mangian cotte in varie maniere”. Un grande estimatore della patata è stato certamente il frate benedettino Vincenzo Corrado (1738-1836), originario di Oria nel Salento, che fu un famoso gastronomo nella cerchia di Ferdinando IV di Borbone. Corrado privilegiava le verdure e la dieta salutare, ed espresse il suo credo culinario nell’opera Del cibo pitagorico, ovvero erbaceo, per uno de’ nobili e de’ letterati, pubblicata nel 1781, in cui egli si rifaceva addirittura a Pitagora, grande pensatore vegetariano. Nel suo più famoso volume del 1773, Il cuoco galante, Vincenzo Corrado si prodigava nell’illustrare gustose ricette vegetariane, e fra queste le “patate al sapor verde”, cioè condite con un pesto di prezzemolo, maggiorana, cerfoglio, targone e acciughe, stemperato in aceto. Il suo amore per le patate si espresse pienamente nel Trattato delle patate per uso di cibo del 1798, ricco di preziose, quanto gustose, ricette.

Impiego terapeutico delle patate nei trattati di farmacopea del Settecento e dell’Ottocento

Prescindendo dalle ampie rassegne sulla coltivazione e sull’uso alimentare della patata, nei trattati di farmacopea del Settecento e dell’Ottocento gli esempi di applicazione di questa pianta in campo medico sono scarsi e per di più privi di reale valore scientifico. I più famosi trattati di argomento medico, tra cui quelli di Étienne François Geoffroy (1672-1731) e di William Cullen (1712-1798), si limitano a rammentare che il Solanum tuberosum produce noiose flatulenze. Nel Dizionario universale di materia medica e terapia generale del 1834, François Victor Mérat e Adrien Jacques de Lens dedicano un ampio capitolo alla patata, sotto il profilo storico e alimentare, nonché sulla sua coltivazione e sull’uso per la nutrizione del bestiame. In campo umano si sottolinea che la patata può rimpiazzare anche il pane di frumento, ma che l’uso dei tuberi germogliati e rammolliti può determinare intossicazioni. Gli autori ricordano inoltre la possibilità di utilizzare suoi derivati come la fecola nella dieta di persone convalescenti e di costituzione delicata. Dalla patata, sostengono gli autori, si può preparare una colla, una sorta di acquavite, aceto ecc. L’impiego terapeutico delle patate, soprattutto nell’Ottocento, è stato oggetto di varie ricerche. In particolare la dottoressa Nauche (Journal de chimie médicale, VII, 372) ha riportato che le patate crude e grattugiate sono consigliabili come cataplasma rinfrescante per bruciature e piaghe infiammate. Cotte e ridotte in poltiglia hanno un’azione emolliente e sono da applicare come calmante, ammorbidente e maturativo sulle contusioni, sulle lesioni cancerose ecc., rimedio che alcuni medici preferivano ai semi di lino e di senna. Un decotto leggero di patate bianche è un blando lassativo, mentre quello di patate rosse avrebbe un’azione astringente e sarebbe efficace nelle bronchiti croniche, nelle malattie catarrali, nei disturbi vescicali, intestinali, uretrali e vaginali. Inoltre, per l’alto contenuto di vitamina C, avrebbe un’azione benefica per chi ha contratto lo scorbuto, ma anche per curare le nevrosi gastriche, sia come bevanda sia iniettato. Una decozione prolungata potrebbe calmare un attacco acuto di gotta, mentre un decotto leggero, da assumere negli intervalli fra gli attacchi, potrebbe dilazionare il periodo di ripresa dei sintomi acuti. I decotti erano ritenuti utili anche nelle costipazioni, nelle flatulenze, nelle congestioni epatiche, in talune lesioni organiche cardiache e contro l’idropisia. Secondo la Nauche vi sono differenze nella preparazione dei decotti a seconda delle malattie che si intendono curare. Per esempio “se si vuole agire efficacemente sul fegato, sul tubo digerente o sui reni dovrà essere prescritta una decozione leggera o meglio ancora una semplice infusione. Anche l’acqua di bollitura, che alcuni ritenevano velenosa, può essere efficace in talune circostanze”. Esisteva pure una teoria, assai stravagante, già sostenuta da J. Bauhin (1541-1613), che la patata fosse dotata di un’azione afrodisiaca. Tuttavia, secondo Mérat e De Lens tale asserzione è priva di fondamento. Parmentier affermava che le patate possiedono un’azione diuretica, nulla di più. Nauche riporta l’uso delle foglie della patata in decotto o come cataplasma nelle affezioni curabili con il giusquiamo, con qualche vantaggio. Anche i fiori in infusione sarebbero utili nelle malattie da raffreddamento. Qualcosa sull’attività terapeutica descritta nei testi ottocenteschi rimane tuttora nella medicina popolare. Ma fu necessario l’avvento della medicina moderna per assegnare alla patata un ruolo medicinale ben definito.


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