Volume: la patata

Sezione: paesaggio

Capitolo: patata in Liguria

Autori: Massimo Angelini

Introduzione

Il primo arrivo in Italia della patata è ragionevole pensare che sia avvenuto attraverso la Liguria nel 1574, quando dalla Spagna giunsero a Genova i primi Carmelitani Scalzi. E proprio da Genova sappiamo che le patate raggiunsero le valli valdesi e, intorno alla metà del XVII secolo, le province della Germania. Se la prima introduzione delle patate in Liguria fu tardo-cinquecentesca, la vera diffusione, come nel resto dell’Italia, avvenne a partire dalla seconda metà del Settecento, soprattutto per merito di un sacerdote chiavarese, Michele Dondero (1744-1813), agronomo e innovatore, che vi aveva intravisto una valida alternativa al frumento negli anni di carestia. In questi stessi anni, per la precisione nel 1779, comparve una prima notizia pubblica, sul foglio settimanale Avvisi di Genova, dove veniva citato un trattato di Antoine A. Parmentier sulla Maniera di fare il pane di pomi di terra “senza mescolare neppure un poco di farina”: da questo momento per alcuni decenni la possibilità di panificare le patate rappresentò il modo più efficace di incoraggiarne la diffusione e l’uso. La notizia fu commentata sul foglio per mesi, fino a quando un lettore incuriosito scrisse: “Dei Pomi di terra ne avete parlato anche troppo, facendone ora del pane, ora del cascio [formaggio]; ed ora guarendone dallo scorbuto, quando l’avessimo. Non so capire per altro, per qual ragione voi, che mostrate di averli in tanto conto, e li giudicate come una produzione preziosa, non ci insegniate poi la maniera di coltivarli” (Avvisi 1779, n. 124). Come risposta, tra fine agosto e inizio settembre, furono pubblicate alcune semplici istruzioni; pochi mesi più tardi intorno a Genova iniziarono le prime semine con una patata giunta dall’Inghilterra, la Yam. Grazie alla propaganda fatta attraverso gli Avvisi, le iniziative e le pubblicazioni curate dalla Società Patria di Genova (a partire dal 1786) e dalla Società Economica di Chiavari (a partire dal 1791) e, soprattutto, grazie al lavoro di persuasione e istruzione dei contadini condotto dai sacerdoti appartenenti alla Congregazione dei parroci rurali, a poco a poco le patate entrarono a far parte delle consuetudini colturali e del paesaggio agrario del Genovesato. Solo nel 1792, a Varese Ligure, la loro coltura era considerata “oramai universale, facendosene uno spaccio non indifferente”, forse anche grazie alla vicinanza dell’Appennino parmigiano, dove erano state introdotte dall’irlandese William Power, governatore di Borgotaro dal 1749 al 1759. Sul finire del secolo si moltiplicarono le ricette dedicate alle patate (per fare il pane, innanzitutto, ma anche per numerosi altri piatti e pure per preparare il formaggio) e uscirono nuove memorie preparate dalle due società di Genova e Chiavari per incoraggiarne la diffusione e il consumo. Nel 1796 risulta che le patate erano coltivate in buona parte dell’entroterra di Chiavari e sulle montagne alle spalle di Genova: a Santo Stefano d’Àveto se ne producevano 2400 q, più di 3000 a Roccatagliata, a Montoggio addirittura 4400. Le risposte a un questionario inviato nel 1799 dall’Istituto nazionale ai presidenti delle municipalità e ai parroci testimoniano quanto la nuova coltura, destinata soprattutto all’alimentazione e al reddito dei contadini, sullo scadere del secolo fosse ormai nota e praticata in tutte le valli liguri.

Roccatagliata

Michele Angelo Dondero, pioniere dell’introduzione della patata nel Genovesato, naque a Cornia (in Fontanabuona) nel 1744; studiò medicina e Genova, quindi, entrato in seminario e ordinato sacerdote, fu nominato parroco di Roccatagliata, dove sarebbe rimasto dal 1779 al 1813, anno della sua morte. Nella nuova parrocchia trovò una situazione miserabile, simile a quella descritta nel 1770 dal suo predecessore, don Matteo Olcese: “Trovai la popolazione in tanta indigenza e povertà che fu necessario continuare l’uso di conservare in Chiesa un paio di lenzuola e una coperta da valersene nella contingenza di amministrare il S. Viatico” (Bollettino parrocchiale di Roccatagliata 1958). Sappiamo che Dondero ricevette le prime notizie sulle patate attraverso il Giornale del parroco (1773), scritto dal sacerdote Geremia Fanelli di Vernazza, dove si parla del “tartuffo”, assai diffuso nel Modenese e in Toscana. Fanelli definì i “tartuffi” “una scoperta dalla quale spero si leveranno molti peccati, perché si leveranno molte miserie”, e spiega la tecnica per coltivarli e farne pane; tuttavia (questo è sfuggito agli autori del trattato e, forse anche a Dondero) non stava parlando di patate, ma di topinambur (Helianthus tuberosum); per capirlo, basta leggere la descrizione che ne fece: “Questa pianta si alza da terra quasi come le canne, e fa fiori gialli, che a niente servono; perché molto abbondantemente si propaga dalla sua radice, in cui fa molti globi, ognun de’ quali dà fuora molti germogli; tantoché se si lasciano sotterra più di due anni, ogni germoglio fa un nuovo globo, e viene ad essere un aggregazione di globi, che ha una gran somiglianza alla radica della canna” (Fanelli, Giornale del parroco 1773). Che ancora a fine Settecento si potessero confondere patate e topinambur non deve stupire, trattandosi di piante ancora poco note. Stimolato dall’opera di Fanelli e dalla lettura degli Avvisi, nel 1786 Dondero acquistò dalla Francia e dalla Svizzera alcune patate. Gli abitanti di Roccatagliata considerarono la nuova coltura una stravaganza del parroco; sulla loro reazione si conoscono due versioni. La prima vive nella memoria locale e racconta che i parrocchiani, diffidando dei nuovi tuberi che credevano velenosi, temevano che Dondero volesse avvelenarli tutti: esortazioni e prediche non servirono a nulla, così il parroco decise di dare l’esempio e una sera, durante una veglia, mangiò patate dinanzi ai presenti. Il giorno dopo i parrocchiani attendevano di sentire i rintocchi dell’agonia per l’annuncio della sua morte, ma non successe nulla. Allora pensarono che, avendo studiato medicina, conoscesse un antidoto, oppure che avesse fatto solo finta di mangiare le patate, senza però ingoiarle. Il parroco la sera successiva ripeté il pubblico assaggio dinanzi ai parrocchiani attenti; tutti constatarono che le mangiava davvero e, poiché “anche questa volta” non morì, qualcuno cominciò ad assaggiarle. Superate le prime diffidenze, le patate diventarono il prodotto principale di Roccatagliata: dal 1787 al 1790 su un terreno che, nella migliore delle annate, non avrebbe reso più di 7 q di mais ogni anno se ne ottennero da 28 a 32, ma nel 1791 su quello stesso terreno, il raccolto fu addirittura il doppio. Nel 1792 Dondero venne iscritto alla genovese Società Patria come “socio corrispondente e di merito” per il suo impegno nello sviluppo delle nuove colture, soprattutto della patata. “[Perché] – recita la motivazione – con una indefessa attività ben degna d’imitazione si occupa di promuovere, oltre lo spirituale, anche il temporale vantaggio dei suoi parrocchiani, ed il bene dello Stato, procurando la migliorazione dell’Agricoltura in quel territorio anche coll’estensione della coltura delle Patate, prodotto conveniente al suolo, ed al bisogno nazionale per la sua singolare fecondità, estensione d’uso pressoché ad ogni animale e facilità somma di coltivazione” (Avvisi 1792, n. 27). Nel corso dello stesso anno, Dondero acquistò a Genova alcune patate bianche e inventò nuove ricette per trasformarle in pane, focacce, tagliatelle e canestrelli. Lettera agli avvisi di Genova Alla fine del secolo, rispondendo al questionario dell’Istituto nazionale, egli ricorda che a Roccatagliata la coltura delle patate è ormai tanto diffusa che persino le terre comuni “si vanno coltivando e riducendo a campo seminativo” e aggiunge, con orgoglio, che proprio grazie alla loro introduzione, “si sono rese stabbili 20 circa famiglie ché andavano vagando e che erano per expatriare”, mentre “altre 20 si sono rimpatriate”.

Ottocento

Dopo un primo tempo di sperimentazione, a partire dai primi anni dell’Ottocento la nuova coltura acquistò un peso considerevole nell’economia delle valli interne. Sul versante del mare, nonostante la ricca produzione di istruzioni e brevi trattati dedicati alla sua coltivazione e al suo uso (pubblicati soprattutto intorno agli anni di carestia, 1793 e 1817), la patata restava una coltura marginale e solo un ripiego, giustificato dalla penuria di grano. L’elevata diffusione sui monti fu al centro di molte testimonianze. Tra queste, un resoconto di Antonio Boccia, intitolato Viaggio ai monti di tutto lo Stato di Parma e Piacenza (1804-1805), che segnalava l’estesa presenza della nuova coltura nella zona di Santa Maria del Taro: “I pomi di terra quivi si vedono piantati quasi da per tutto, ma ne ignorano la vera cultura, perché li piantano troppo vicini ed in guisa [che] i tartuffi della pianta non possono dilatarsi né crescere come sogliono. Perciò mi credetti in dovere istruirli dicendo loro che esigevano l’istessa cultura che si pratica col frumentone” (Lanzone, 1939, p. 6). Un interessante quadro delle “produzioni territoriali” della provincia di Genova nel corso della prima metà del secolo è contenuto nel Dizionario geografico (1833-1855) di Goffredo Casalis. Le patate sono menzionate nelle schede di molti comuni dell’entroterra, ma senza alcun particolare rilievo, salvo per Tiglieto, dove rappresentavano la “ricolta principale” con una produzione di circa 800 q, comunque ben lontana dalle rese rilevate trent’anni prima in val Borbera (attenzione: il dato si riferisce al 1850, pochi anni dopo la grande infestazione di peronospora). Sul Levante, nelle valli Àveto, Fontanabuona e Graveglia, la loro coltura resta scarsa; del resto lo stesso Casalis, in un giudizio riguardante la provincia di Chiavari (1833), osserva che i “pomi di terra” preferiscono i luoghi montani, e aggiunge “pretendono gli agricoltori di Chiavari, che la coltivazione delle patate sia dannosa in quei terreni già naturalmente troppo sterili”. In ogni caso, venti anni più tardi (1856) le patate figuravano al quarto posto nella tabella dei “prodotti vegetabili” della stessa provincia, dopo il frumento, le olive e il granoturco. La scarsa diffusione registrata sulla Riviera di Levante nella prima metà del secolo trova conferma anche nel territorio savonese, come mostra la Statistica del Dipartimento di Montenotte (1824), curata dal prefetto Chabrol, che non faceva cenno alle patate se non per auspicarne la coltura sugli altopiani più elevati. Le brevi descrizioni della “gialla”, della “parmentaria” e della “bianca” fanno pensare rispettivamente alle nostrane varietà Giana Riunda, Morella e Quarantina bianca: infatti, furono proprio questi gli anni ai quali risalgono le più remote testimonianze raccolte sulle tre varietà tradizionali liguri e sulla Cannellina nera.

Dalle varietà di “gran reddito” fino ai nostri giorni

Nel 1893 Alessandro Garelli introduceva in Italia le patate cosiddette “di gran reddito”, prodotte da esperti selezionatori come Paulsen, Richter e l’ungherese Agnelli; è a partire da questi anni che i comizi agrari e, più tardi, le cattedre ambulanti di agricoltura del Genovesato cercarono di incoraggiare i contadini delle valli interne ad abbandonare le varietà locali. Nel 1894 il Bollettino del Comizio Agrario di Chiavari proponeva la diffusione di nuove varietà di gran reddito, come Aspasia, Blaue Reisen, Imperator, Richters, Simson, che, si diceva, “presentano vantaggi notevoli o per la produzione elevata o per la maggior resistenza alle malattie in confronto alle varietà nostrali”. Di selezione in selezione, mentre in pianura, nei primi anni del Novecento, si arrivava a seminare varietà capaci di produzioni fino a 1000 q per ettaro, in Liguria – osservava Ugo Somma nel 1904 – “contrariamente a quanto hanno fatto all’estero [...], nessuno si è occupato della selezione delle varietà indigene, ragione per cui la loro produzione è meschina”. Tuttavia, nonostante la differente produttività e la propaganda, le varietà straniere penetravano a fatica, a differenza di alcune nostrane che, soprattutto dopo il 1910, fecero la loro comparsa sul mercato ligure: la Quarantina gialla di Entraque, proveniente dal Cuneese; la Matilde (a buccia rosa e polpa gialla), proveniente da Bergamo, consigliata per la semina tardiva e per fare un secondo raccolto; la Cinquantina di Chioggia. Ma la patata che, a partire dagli stessi anni, ottenne il maggiore consenso fu la Bianca di Como, tubero tondo-ovale, appiattito, di pasta bianca e gemme chiare. La sua coltura, per molto tempo, restò limitata alla Riviera: ancora nel 1923, in una nota pubblicata sul bollettino della Cattedra ambulante di Chiavari, si osservava che nell’entroterra chiavarese la varietà era ancora poco conosciuta. Solo negli anni Trenta, su stimolo dei consorzi agrari, la Bianca di Como penetrò nelle aree più interne, fino alle valli Trebbia e Àveto, dove in seguito è stata parzialmente confusa con la Quarantina bianca. In occasione del primo Convegno nazionale per l’incremento della produzione delle patate (Como, 1935), che segnò l’inizio della massiccia introduzione di varietà straniere, venne preparata una mostra delle nostrane italiane; la provincia di Genova non partecipò, e per la Liguria furono presenti le sole varietà dell’entroterra della Spezia: Bianca di Calice, Rossa di Calice e Bianca di Biglio. Venne esposta anche una bianca della val Trebbia, chiamata Bianca nostrana di Ottone, della quale non resta la descrizione. Dopo il tentativo (1931) di Giovanni Battista Tirocco, allievo di Garelli e redattore capo della rivista Liguria agricola, di introdurre in Riviera la precocissima Juli, nel corso degli anni Trenta iniziarono a diffondersi alcune selezioni note ancora oggi: tra le prime è la tedesca Allerfrüheste Gelbe (1922), più conosciuta come Tonda di Berlino, subito seguita dall’olandese Bintje (1910) e dalla bianca scozzese Majestic (1911). I principali veicoli di queste introduzioni furono i consorzi agrari e i centri di moltiplicazione delle patate da semina (Ce.Mo.Pa.), aperti tra il 1938 e il 1971. Nell’unico Ce.Mo.Pa attivo in Liguria, a Santo Stefano d’Àveto (1957-1962), si moltiplicavano soprattutto la Tonda di Berlino e la Majestic; il responsabile del centro oggi ricorda che era stata provata anche la Bintje, ma che presto era stata abbandonata perché marciva facilmente. Nell’immediato dopoguerra, insieme alle selezioni straniere arrivò in Italia, ultimo Paese in Europa, anche la dorifora (Chrysomela decemlineata), descritta per la prima volta nel 1825, in Italia citata nel 1875 e tre anni più tardi menzionata anche sul Bollettino del Comizio agrario del circondario di Chiavari, ma mai entrata prima nel nostro Paese, un po’ per la scarsa diffusione, come abbiamo visto, di varietà straniere e più tardi per il rigido proibizionismo che ne ostacolava l’ingresso a favore delle “autarchiche” varietà nostrane. Con gli anni Sessanta e con il diffondersi della bianca Kènnebec (1948) – più tardi seguita da altre selezioni straniere, come Désirée (1962), Primura (1963), Spunta (1969) e Monalisa (1979), per non citare che le più note – nell’entroterra genovese (come nel resto d’Italia) precipitava la produzione delle varietà locali, caratterizzate da un elevato grado di ambientamento al clima e al territorio, ma ormai poco produttive perché nel frattempo era venuta meno la capacità degli agricoltori di produrre buone patate da seme e di mantenerne la fertilità. Le ragioni del mercato e l’elevata qualità della semente straniera – acquistata ogni anno, oppure ad anni alterni, al consorzio agrario – avevano determinato la rottura del tradizionale circuito di scambio con il quale si mantenevano produttive le patate nostrane. Nel corso degli anni Sessanta si estinguevano anche la Bianca di Como e la Chioggia, mentre nelle località più elevate sopravviveva la Quarantina bianca, ma solo per un limitato uso familiare e con una riduzione della resa produttiva tale da arrivare, venti anni più tardi, molto vicina alla scomparsa.

 


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